La Corte di Cassazione
Dunque, riprendiamo il discorso. Esattamente da quel punto di caduta
DOMENICO DELLE FOGLIE
È tutto fuorché una cartolina sbiadita, il ricordo di quel dodici maggio dello scorso anno a Piazza San Giovanni. Era il giorno tanto atteso del Family Day. L’evento di popolo che ha stoppato il tentativo di introdurre in Italia un’ambigua e artificiosa legislazione sulle unioni civili (anche omosessuali), ha evitato la nascita dei 'Dico' che avrebbe sancito la nozione di 'famiglie' (al plurale), ha evitato l’offuscamento del ruolo e della fisionomia della famiglia così come ce l’hanno consegnata l’antropologia e la tradizione civile occidentale. Un giorno di festa della famiglia, che visse dell’apporto decisivo di un numero straordinario di nuclei familiari, giunti a Roma da ogni angolo del nostro Paese, per non perdersi un appuntamento importante e per ricordare, ad una comunità nazionale frastornata, che di famiglia ce n’è fondamentalmente una: quella formata da un uomo e da una donna e aperta all’accoglienza dei figli. Nulla di più semplice, si dirà, visto che il Family Day è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo. Eppure basta scorrere i quotidiani degli ultimi giorni per verificare come i tentativi di negare questa realtà solare siano ancora tenacemente sostenuti da una parte della pubblicistica italiana, sempre più vicina alla cultura del desiderio e quanto mai disattenta dinanzi a tutto ciò che si iscrive nell’orizzonte della naturalità, o se volete, della normalità. L’esempio più recente sono le cifre, assolutamente gonfiate, lanciate dal principale quotidiano italiano, sui figli che vivrebbero all’interno di nuclei omosessuali. E ad aggravare le cose, ecco rimettersi in moto i radicali. Mai domi, hanno convocato proprio per il 12 maggio, una conferenza sull’'Amore civile'. Vorrebbero riprendere la loro battaglia, esattamente dal punto in cui avevano subito un durissimo scacco, riproponendo tutto il loro armamentario, a cominciare dalle unioni di fatto e omosessuali, per procedere con il divorzio breve e via via degradando. Il tutto con l’obiettivo finale di lanciare un 'tavolo per la riforma globale del diritto di famiglia'. Eppure, sembrava chiaro a tutti, dopo il 12 maggio del 2007, con quella piazza multicolore in cui i bambini la facevano da padroni, che non ci fossero dubbi sulla stima che i cittadini italiani nutrono nei confronti della famiglia, per il suo ruolo insostituibile nella coesione e nello sviluppo del Paese. Un messaggio così forte e interiorizzato, da vedere i partiti in corsa alle recenti elezioni politiche, fare a gara nello sciorinare proposte a favore della famiglia. Dal quoziente familiare del Popolo della libertà alle deduzioni fiscali dell’Unione di centro, per finire con la dote fiscale per ogni bimbo del Partito democratico, è stato tutto un susseguirsi di promesse, che hanno inciso, non poco, sull’esito elettorale. In sostanza le forze politiche più avvedute hanno capito molto bene il messaggio del Family Day e la sua scelta innovativa. Da piazza San Giovanni, infatti, non si levarono urla di protesta, né furono lanciati avvertimenti al Palazzo. Si volle, piuttosto, dare voce ad un mondo che credeva, e crede, nel valore della famiglia. E lo fece con pacatezza, con la misura nelle parole, ma con l’eloquenza dei gesti. Sul palco c’erano i bambini, i clown e l’orchestra. Ma da lì veniva anche il racconto, attraverso le parole dei leader del mondo cattolico, di un’Italia operosa e positiva che chiedeva alle classi dirigenti di avviare politiche per la famiglia 'audaci e durature'. Almeno quel messaggio, al di là dei tentativi maldestri del sistema dei media di ridurre l’evento ad una guerriglia politica, sembra essere andato a segno. In quest’ottica non ci resta che aspettare, prudentemente, i gesti che il nuovo Parlamento e il governo appena insediatosi vorranno mettere in campo, per rispondere alle attese di quel popolo. Al mondo cattolico, protagonista di una giornata indimenticabile, nella quale seppe interpretare il 'senso comune' di un Paese che stima e ama la famiglia (atteggiamento puntualmente confermato nei giorni scorsi da un’indagine del Censis), il compito di non indietreggiare. Di proseguire coerentemente nella difesa e nell’affermazione di un’antropologia che ha nella famiglia uno dei suoi cardini principali. Con serietà e serenità. Senza collateralismi ma anche senza pregiudizi. Con capacità di discernimento e di proposta. Per amore della famiglia, per amore del Paese. [Avvenire]
Tratto da Libero del 8 maggio 2008Tramite A Conservative Mind, il blog di Fausto Carioti
Tocca capirsi bene su questa storia del Gay pride. Perché dietro alla cortina di fumo delle libertà civili si nascondono ragionamenti che con i diritti individuali non hanno nulla a che vedere.
La libertà d’espressione è una cosa molto seria, che va un po’ oltre qualche piuma di struzzo rosa che spunta dal sedere. La vicenda è nota. Gianni Alemanno, neosindaco di Roma, interrompendo per un giorno il tentativo di flirt in atto con la sinistra, ha chiesto a chi parteciperà alla manifestazione di limitare i gesti di esibizionismo. Testuale: «Il problema non è omosessuale sì, omosessuale no. È esibizionismo sessuale sì, esibizionismo sessuale no, e di questo discuteremo in consiglio comunale e cercheremo di trovare una formula che non offenda nessuno». Nessun divieto, insomma, ma una semplice richiesta di contegno. Pare una posizione di buon senso. Anzi, diciamola tutta: l’avesse detta Walter Veltroni, una simile ovvietà, sarebbe entrata in un orecchio e uscita dall’altro, al pari di tante altre riflessioni dell’ex sindaco della capitale. Invece l’ha detta Alemanno, e allora apriti cielo.
Barbara Pollastrini, che da oggi non sarà più ministro delle Pari opportunità, se ne torna fuori con la storia dell’uomo nero (già spernacchiata dagli elettori della capitale, ma si vede che argomenti migliori a sinistra non ne hanno: urge riapertura della scuola delle Frattocchie). «Non sono stupita», dice dunque la Pollastrini, «Alemanno dimostra una piena continuità in quella mancanza di rispetto e in quell’insensibilità che contraddistinguono un certo tipo di destra». Il transgender (oggi si dice così) Vladimir Luxuria, ex parlamentare di Rifondazione, dalla prima pagina del quotidiano del suo partito ci fa sapere che «ostentare è un diritto», si arrampica in improbabili metafore che dovrebbero avvicinare l’esibizione in pubblico di uomini in perizoma all’ostensorio della liturgia cattolica e sfodera toni che sembrano più adatti a commentare il trattamento degli omosessuali nella Cuba dei fratelli Castro: «Vorrebbero continuare a vederci invisibili e clandestini». Peggio: il nuovo governo si prepara a «mettere in moratoria almeno per cinque anni i nostri diritti civili».
In parole povere, chiedere a chi sfilerà il 7 giugno di limitare gli smutandamenti sarebbe una pretesa fascista. Eppure, come ricorda anche la foto qui accanto, qualche problemino di decenza gli scorsi anni c’è stato. Senza entrare troppo nei dettagli, si sono visti giovanotti in nudo integrale agitarsi in pubblico, transessuali in topless reclamizzare i progressi della chirurgia estetica e altre scene che nel salotto di casa Ronaldo faranno pure sbadigliare, ma che in pieno giorno nelle strade della capitale, a tutt’oggi, stonano un po’. Soprattutto, sono contrarie alla legge.
Si lamentano tanto, Luxuria, la Pollastrini e i loro amici, ma la verità è che a loro sono concesse libertà che al resto della popolazione vengono negate. Se qualcuno allestisse una manifestazione nella quale ragazzi eterosessuali si mostrassero come mamma li ha fatti, al pari dei simpatici omo che si sono fatti immortalare davanti al Colosseo, organizzatori ed esibizionisti finirebbero davanti al magistrato, processati per direttissima. Ma loro hanno un salvacondotto speciale. È una delle tante novità del politicamente corretto: se una donna mostra le tette in mezzo alla strada finisce al commissariato, ma se a sfoderarle (finte) è un travestito siamo davanti a un gesto profondo, di affermazione della propria libertà ed identità, e guai al fascista che si azzarda a dirgli qualcosa.
Non resta che ripetere l’ovvio: nessuno, tantomeno Alemanno, impegnatissimo a farsi dare patenti di bravo ragazzo dai tanti che lo aspettano al varco col fucile puntato, intende proibire la sfilata. Nessuno pretende che gli omosessuali si nascondano: se si sentono discriminati e vogliono scendere in piazza con slogan e cartelli, affari loro. Lo fanno tante categorie, figuriamoci se una più o una meno cambia qualcosa. È che, visti i precedenti, si cerca di mantenere la loro apparizione nei limiti di quella decenza che è richiesta a ogni altra manifestazione. Sperando anche che essere omosessuali sia qualcosa di diverso, magari un po’ più complesso, che andare in giro a mimare atti sessuali bardati come caricature dei Village People.
E' noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall'alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell'amatissimo nipotino, dell'altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della DC a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la DC, né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto. Aldo Moro
[antidoti]
Antonio Gaspari, sull’agenzia Zenit del 22 aprile 08, fa sapere dell’uscita di un libro che si presenta intrigante: Fede e Scienza, un incontro proficuo. Origini e sviluppo della metereologia fino agli inizi del ‘900, scritto da Luigi Iafrate e pubblicato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
L’autore, che è uno specialista, ha pubblicato in precedenza un testo che, fosse uscito prima, mi sarebbe piaciuto utilizzare per il mio Doveroso elogio degli italiani (Bur): Dalla meteorologia antica alle origini italiane della meteorologia moderna. Diavoli d’italiani, hanno inventato proprio tutto! E non solo italiani ma pure preti! E’ un domenicano perugino, Egnazio Danti, a costruire il primo anemoscopio-anemometro (strumento che indica la direzione e misura la velocità del vento) moderno.
Evangelista Torricelli, faentino, inventa nel 1643 il barometro. E’ allievo del monaco Benedetto Castelli, che introduce il pluviometro. Nel 1654 il duca Ferdinando II de’ Medici inaugura il primo servizio meteorologico del mondo con l’ausilio del gesuita Luigi Antinori.
L’elettricità dell’aria è studiata, si sa, dal piissimo Alessando Volta. In contemporanea con lo scolopio Giambattista Beccaria. L’abate Felice Fontana perfeziona il barometro, il canonico Angelo Bellini il termometro, il barnabita Francesco Denza il pluviometro. Il gesuita Angelo Secchi realizza un metereografo, cioè la prima stazione automatica al mondo, meraviglia dell’Esposizione di Parigi del 1867.
Grazie a Denza e Secchi nacque in Italia il primo servizio meteorologico di Stato. Le stazioni di misurazione si trovavano nelle abbazie di Vallombrosa, Camaldoli, Montecassino e Montevergine. Agli inizi del ‘900 i gesuiti organizzarono una rete di osservazione per lo studio dei tifoni, a vantaggio della navigazione in Estremo Oriente.
Questo solo per la meteorologia...con buona pace di Odiofreddo piergiorgio.
LE NOVITA' - Queste le principali novità delle nuove linee guida secondo quanto riportato da una nota del Ministero della Sanità
1) La possibilità di ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) viene estesa anche alla coppia in cui l’uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili, e in particolare del virus HIV e di quelli delle Epatiti B e C, riconoscendo che tali condizioni siano assimilabili ai casi di infertilità per i quali è concesso il ricorso alla PMA. In questi casi c’è infatti un elevato rischio di infezione per la madre e il feto conseguente a rapporti sessuali non protetti con il partner sieropositivo. Un rischio che, di fatto, preclude la possibilità di avere un figlio a queste coppie;
2) L’indicazione che ogni centro per la PMA debba assicurare la presenza di un adeguato sostegno psicologico alla coppia, predisponendo la possibilità di una consulenza da parte di uno psicologo adeguatamente formato nel settore;
3) L’eliminazione dei commi delle precedenti linee guida che limitavano la possibilità di indagine a quella di tipo osservazionale e ciò a seguito delle recenti sentenze di diversi tribunali e in particolare di quella del TAR Lazio dell’ottobre 2007. Questa sentenza come è noto ha infatti annullato le linee guida precedenti proprio in questa parte, ritenendo tale limite non coerente con quanto disposto dalla legge 40.
Milano. Irrilevanza è la parola stregata, da esorcizzare. Invece ristagna nell’aria come certi malumori sottili che accomunano in questo debutto di legislatura le sponde diverse, forse anche lontane, del cattolicesimo politico italiano. Di quel che ne resta o di quello che sarà. Enrico Farinone, deputato ulivista in forza alla scarna pattuglia dei cattolici eletti dal Pd in Lombardia, l’altro ieri si lamentava: “Oggettivamente abbiamo perso voti nel nostro elettorato cattolico. Voti che sono andati all’Udc o addirittura alla Lega”. Una mezza bocciatura del progetto iniziale di contare molto, soprattutto al nord, dentro a un partito che invece proprio lì ha fatto un brutto scivolone. Meno pessimista, ma ragionevolmente preoccupato, il suo collega lombardo Lino Duilio, ex cislino, ex Ppi, di quelli che hanno scommesso sul “partito delle due cittadinanze”, come lo chiama. Duilio continua a credere nel progetto di un partito che sia sintesi laica di culture politiche diverse. Ma a patto “che quella di cui noi siamo espressione ritrovi un proprio radicamento sociale, una propria vitalità nella società civile. Prima che nella politica, è lì che la nostra tradizione popolare, sturziana, deve ritrovarsi. Altrimenti la pretesa di ‘contare’ nel partito diventa velleitaria e non pertinente”. Il nodo è proprio quello di un cattolicesimo politico che si va perdendo, spesso sulle vie della Lega: “E’ innegabile che una certa tradizione politica del cattolicesimo democratico sia diventata a poco a poco ‘aristocratica’, intellettuale, lontana dalla gente. Il caso di Brescia è chiaro. Se poi questo fa il paio con un partito che diventa leaderistico, senza radicamento, il famoso ‘partito leggero’, questo sì sarebbe il fallimento del nostro progetto. Questo è il vero punto, un radicamento popolare vero da cui poi escano le forze per la sintesi politica. Non la visibilità, o l’identità, che sono la vecchia strada”. Resta però, a tormentare la componente cattolica del Pd anche un problema di incidenza reale, destinata a calare. I non troppi “cattolici adulti” sopravvissuti – Rosy Bindi, Giuseppe Lumia, Mimmo Lucà, Giovanni Bachelet – peseranno meno all’opposizione. Il nuovo governo non sarà interessato a imprese “zapateriste”, così che agli esponenti “identitari”, da Paola Binetti a Enzo Carra a Luca Volontè, saranno richiesti meno eroismi e meno esposizione anche mediatica.
E’ per questo che c’è anche chi sta “sulla riva del fiume”. Come dice il centrista pezzottiano Battista Bonfanti, altro ex Margherita che ha però rifiutato di “traghettare verso l’irrilevanza”, e ha scommesso sulla Rosa per l’Italia. Sulla riva, Bonfanti aspetta il possibile transito in senso contrario di qualche vecchio amico; cosa giudicata tutt’altro che impossibile, nel medio periodo, soprattutto alle latitudini lombarde. Per ora, la strategia dei pezzottiani per resistere alla magra pesca elettorale e alla situazione da “rari nantes” parlamentari è semplice e chiara: “Abbiamo avuto la conferma che l’offerta politica di destra e sinistra è insufficiente per esprimere la rappresentanza cattolica”, dice Bonfanti, “nel Pd sconfitto è molto chiaro, ma lo stesso Formigoni, che esce mortificato dalla trattativa per Roma con Berlusconi, ne è conferma. Noi continueremo a fare un’altra offerta, moderata, diversa dal bipartitismo, per evitare che il sistema si fossilizzi”.
Ma lì al centro la partita è tutt’altro che facile. In difficoltà è soprattutto Pier Ferdinando Casini, e non solo per i numeri. La scelta di astenersi dal voto per le presidenze di Camera e Senato non parla di equidistanza, o di “un’opposizione repubblicana”, come dichiarato dal leader dell’Udc, ma di una incipiente irrilevanza del cartello elettorale (o progetto politico, se si preferisce) formato dalla Rosa per l’Italia con l’Udc. Il problema del fantomatico centro dei cattolici è infatti, prima di tutto, un problema geometrico. Anzi longitudinale. Per essere un centro, il partito di Casini non ha più il baricentro a Roma. Se il voto per il Campidoglio ha qualcosa da dire anche su questo, dice che Mario Baccini e Savino Pezzotta sono finiti subito ai ferri corti sull’idea di “equidistanza” e sull’appoggio ad Alemanno. Tanto che Casini ha dovuto invocare una “libertà di coscienza” del tutto improbabile in un ballottaggio. Mentre, però, Gaetano Caltagirone si esprimeva a favore del “cambiamento” e in Laterano non risulta siano state versate lacrime per la sconfitta di Rutelli. Segno che la gerarchia cattolica, se pure poteva avere interesse a verificare la consistenza di un partito cattolico, non avrà difficoltà di sorta a convivere con il centrodestra. E pure con un sindaco di destra.
A fronte dell’indebolimento del “centro del centro” c’è un partitino con due anime poste sull’asse longitudinale. A nord Bruno Tabacci, con forti spruzzate di popolarismo pezzottiano, che a questo punto sembra la componente utopica del progetto. Mentre il peso politico reale sta tutto in Sicilia. I tre senatori Udc, come commentava spietato Gianni Baget Bozzo, sono in realtà di Totò Cuffaro. Ma Cuffaro stesso, “felice di essere al Senato”, ha già dichiarato nemmeno tanto sibillino che “tra due anni sarò ministro”. La verità è che la massa d’urto che ha permesso al “solo partito che mantiene vivo il simbolo e i valori del cattolicesimo politico” di superare gli sbarramenti di Camera e Senato è quella dei siciliani dell’Udc. Insomma “gli scampati”, come dicono immaginificamente da quelle parti, al terremoto politico del centrodestra che ha tolto il controllo dell’isola a Cuffaro per metterlo nelle mani degli autonomisti di Raffaele Lombardo. Lombardo ha sbaragliato gli avversari, ha tagliato l’erba sotto i piedi anche all’ex Forza Italia. Può diventare, come molti pensano, l’equivalente siculo della Lega, nel senso di un radicamento stabile nel governo delle istituzioni e del territorio. Soprattutto, i numeri dovrebbero garantirgli lunghi anni di tranquillità politica, nei quali consolidare i molti granai del consenso siciliano che già furono proprietà dell’Udc di Cuffaro. Un quadro politico che dunque prevede un indebolimento progressivo degli scampati dell’Udc.
Quadro che però non convince per niente un ex democristiano di lungo corso come Calogero Mannino. Mannino è forse il nome di maggior prestigio politico nella pattuglia siciliana che ha salvato dal fallimento Casini. Da buon ex dc, ama le distinzioni sottili e le visioni politiche basate su pazienti tempi lunghi. Spiega ad esempio che non bisogna confondere “il progetto dell’Udc con quello di rifare la Dc”. Piuttosto, la convinzione è che serva ancora, oggi, “un partito di iscritti, di militanti che votano, popolare nel senso pieno”. E che questo invece non è garantito dall’attuale offerta partitica. Spiega che il problema non è “attestarsi in difesa dell’orgoglio”, non è per nulla convinto, soprattutto, della lettura tombale offerta da Baget Bozzo: “Se fosse davvero prevalsa la sua visione, non ci sarebbe più spazio per la dottrina sociale e l’impegno dei cattolici, ma non è vero. Oggi ci sono due partiti radicali di massa, li definisco così, che sono culturalmente e antropologicamente distanti, sul piano dei valori, dalla visione che esce dalla dottrina sociale cattolica”. Per Mannino vale anche per Silvio Berlusconi, “che vuole un partito alieno da ogni influenza culturale cattolica”.
Ma questo non risolve, da solo, il problema di un ruolo possibile per l’Udc. E non avere ruolo, Mannino lo sa benissimo, è l’equivalente di un fallimento. Il politico siciliano ha però in testa un suo piano B, che giocoforza è anche l’unico a disposizione di Casini: “Innanzitutto questo governo, in cui l’unica testa pensante sarà Tremonti, la testa economica del nord, comincerà ad avere problemi seri già in autunno, quando ci sarà il Dpef. In secondo luogo, tra un anno ci sono le elezioni europee, saranno quelle il banco di prova per altre aggregazioni, non costrette nello schema del voto utile”. I conti sulla consistenza di un voto cattolico differente, insomma, si faranno lì. Nel frattempo, secondo Mannino, si può stare fermi e prendere nota che la famosa irrilevanza dei cattolici è un problema che riguarda piuttosto Roberto Formigoni, perché “lo scarto che Berlusconi ha imposto a lui è della stessa natura della preclusione ideologica che Berlusconi ha imposto all’Udc”.
Allora bisogna cambiare fronte, e vedere da vicino se l’analisi di Mannino a proposito del Pdl, e del potenziale contributo alla politica dei cattolici che esprime, cioè la sua corrente formigoniana, è corretta oppure no. Lunedì, ad Arcore, l’incontro tra Berlusconi e il governatore lombardo, accompagnato dal vicepresidente dell’Europarlamento Mario Mauro, abile mediatore ciellino dalle movenze morotee, e celebrato alla presenza dei due “padrini” Sandro Bondi e Mariastella Gelmini, ha prodotto quello che appare un dignitoso compromesso di realismo. Formigoni poteva perdere la partita e tenersi la sua legittima incazzatura, o sublimarsi in versione padre della patria. Ha scelto la seconda, ha fatto buon viso al dovere di restare al Pirellone, si è pure detto felice di correre per un quarto mandato: condizione indispensabile per non gettare la regione nell’ingovernabilità, con la Lega da subito a far campagna elettorale. Soprattutto, ha salvato il salvabile, nelle condizioni date, di un progetto politico più ambizioso. In cambio del suo magnanimo passo indietro, Formigoni avrebbe ottenuto, condizionale d’obbligo, un lasciapassare ministeriale per il “fratello minore” Maurizio Lupi (la Funzione pubblica potrebbe essere una scelta tatticamente lungimirante) e soprattutto la promessa di un ruolo importante nel partito. E questo è il punto. Negli ambienti ciellini nessuno nega che il governatore puntasse alla presidenza del Senato, ruolo chiave per cinque anni di magistero politico a mani libere, per tessere all’interno del Pdl la tela di una componente cattolico-moderata. Forte, se non abbastanza da diventare egemonica, almeno da potergli garantire la corsa per la futura leadership. Insomma, il progetto di trasformare a poco a poco “l’ospitalità” di una componente cattolica dentro a un grande contenitore laico in qualcosa di più organico. Scalata respinta con perdite, e sul perché forse non ha torto Mannino. Ma progetto in grado di proseguire, spiega invece il tessitore Mario Mauro, “nell’idea che noi abbiamo di una politica non più intesa come egemonia, ma come testimonianza: come capacità di realizzare delle cose”. Insomma la strada attualmente individuata dai ciellini per contrastare il virus dell’irrilevanza dei cattolici.
di Maurizio Crippa
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