Ci avete fatto caso? Avete sentito qualche servizio giornalistico sulla caduta del muro in cui abbiano nominato Giovanni Paolo II?
Io no. Se non ne avesse parlato Lech Walesa, in un intervento che nessuno ha ripreso, la mia impressione è che praticamente tutti se ne sarebbero "dimenticati".
Il Papa attuale non è stato invitato, e neanche il suo predecessore.
Ci vuole una bella dose di pelo. Come del resto ce ne vuole a non citare mai, nei discorsi o articoli di alcuni, quella parolina che il muro lo spiegava: comunismo.
Angela Merkel ha ricordato il giorno della caduta del Muro di Berlino come quello della “vittoria della libertà”, una libertà che non deve essere vista come un bene “sottinteso”, ma come qualcosa per cui si lotta ogni giorno. Wojtyla insegnava che è la verità che rende liberi. Ma questa verità a qualcuno conviene nasconderla dietro un muro, da dove non possa uscire.
In assenza di tale fede oggi noi ci lasciamo guidare dalla tenerezza, una tenerezza che, da tempo ormai recisa dalla persona di Cristo, è tutta avvolta dalla teoria. Quando la tenerezza viene staccata dalla sorgente della tenerezza, il suo esito logico è il terrore, finisce nei lager e nei fumi delle camere a gas. (Flannery O'Connor)
"Sono stata deportata con i miei genitori e mia sorella ad Auschwitz nel giugno del 1944. Arrivammo che era buio... dovevano essere le tre o le quattro. I lampioni erano ancora accesi. Entrambi i miei genitori conoscevano da tempo il dottor Capesius, che si presentava spesso nel loro studio quale rappresentante dei prodotti della IG-Farben. Quando mia madre vide l'ufficiale che si occupava della selezione dei prigionieri, disse: "Ma quello è il dottor Capesius di Klausenburg". Io credo che lui allora abbia riconosciuto mia madre, perché fece un cenno di saluto con la mano. Ma poi spedì a sinistra, nel gas, mia madre e mia sorella, io invece fui mandata a destra, cosicché potei vivere. Più tardi ho incontrato un conoscente che era accanto a mio padre alla selezione. Mi raccontò che mio padre aveva salutato Capesius e gli aveva chiesto dove fossero sua moglie e la sua figlioletta di undici anni. E Capesius gli avrebbe risposto: "Mando anche lei là dove si trovano sua moglie e la sua bambina, è un bel posto"".
L'agghiacciante testimonianza della dottoressa Adrienne Krausz, riportata da Dieter Schlesak nel libro Il farmacista di Auschwitz (Milano, Garzanti, 2009, pagine 446, euro 18,60), descrive efficacemente il protagonista di questo romanzo-documento, un uomo che incarna alla perfezione quella che Hannah Arendt aveva identificato come "la banalità del male". Viktor Capesius dal 1943 è il farmacista della più gigantesca fabbrica della morte della storia dell'umanità. Sulla famigerata banchina dove giungono i convogli carichi di ebrei, seleziona personalmente le vittime, fa loro lasciare i bagagli e le manda a morire. Ed è sempre lui a distribuire i barattoli di Zyklon b che viene immesso nelle camere a gas.
Fra le persone che destina alla morte con inumana indifferenza ci sono non soltanto persone a lui sconosciute, ma anche alcuni suoi antichi vicini di casa a Sighisoara, gli stessi che in una fotografia del 1929 lo circondano sorridenti nella scuola di nuoto della cittadina romena, la Schässburg dell'impero austroungarico. Sono suoi compaesani, come Ella Salomon, che da ragazzina entrava nella sua farmacia per ricevere una caramella o un bloc-notes in regalo e che rivede arrampicarsi alla piccola feritoia del vagone deportati alla ricerca di un po' di aria; conoscenti come il dottor Mauritius Berner, che appena arrivato al campo si vede strappare dalle braccia le sue gemelline di soli sei anni, mute e atterrite, che moriranno poche ore dopo con la mamma soffocate dal gas, e al quale dice come fosse la cosa più normale del mondo: "Andate soltanto a fare un bagno, fra un'oretta vi rivedrete tutti".
È un libro durissimo, crudo, quello di Schlesak, che presenta un solo personaggio inventato: Adam, colui che in qualche modo fa da voce narrante in un crescendo di testimonianze e resoconti allucinanti, tratti da verbali di interrogatori e dalle udienze al processo ai carnefici di Auschwitz svoltosi nel 1964 a Francoforte. A lui - deportato costretto a far parte del Sonderkommando, un uomo che custodisce ricordi che sono come "bestie nere", che gli stanno alle costole, e ridono, e ghignano, ogni notte, atrocemente - lo scrittore affida le sue riflessioni.
Nato anch'egli nella transilvana Schässburg-Sighisoara, Schlesak conosce bene Victor Capesius. La sua trasformazione in mostro diviene oggetto di studio. Del resto nessuno avrebbe potuto farlo meglio di lui, "notevolissimo scrittore che ha vissuto - come rileva Claudio Magris nella interessante prefazione al libro - le contraddizioni della sua identità di autore di lingua tedesca in Romania come un destino di frontiera. Non certo solo quella geopolitica della sua vicenda personale, bensì la frontiera esistenziale che nella storia contemporanea attraversa e divide così spesso non soltanto i territori, ma anche e soprattutto le persone, il loro cuore e la loro intelligenza".
Per Schlesak, come per il grande poeta tedesco Paul Celan, nato in Bucovina, che perse la mamma proprio ad Auschwitz, la madrelingua diviene la lingua degli assassini. Ma non riesce a rinnegarla. "È comunque la mia madrelingua! - fa dire ad Adam - l'ho difesa anche là. Anche nel campo di concentramento io non la odiavo come i miei compagni polacchi, russi, francesi. E scrivevo in tedesco. Tacere non era bene". E spiega: "Sono convinto che sia l'unica lingua che può colpire il centro (...) Non perché sia la mia madrelingua, no, ma per recuperare il dono perduto di parlare di Dio, perché certamente Dio a partire da Auschwitz si è ritratto dall'ambito dell'esperienza umana. E un ritorno dovrebbe provenire dall'idioma stesso della morte".
Un ritorno che lo scrittore vuole dunque far passare anche attraverso la narrazione di ciò che molti hanno definito indicibile, ma che pure deve essere raccontato. E lo fa ricostruendo la "metamorfosi infame" di Capesius, secondo l'efficace definizione di Magris, attraverso la quale l'idillio di provincia diviene "il più atroce e fetido mattatoio della storia", in cui "i commensali di liete tavolate domenicali nelle colline transilvane si dividono in assassini e assassinati".
Per mezzo di quell'anonimo farmacista, arruolatosi come ufficiale nelle ss, Schlesak cerca una spiegazione a come sia stato possibile lo sterminio di milioni di uomini. Soprattutto cerca di capire come un uomo normale possa essersi trasformato, al pari di migliaia di altri, in "volenteroso carnefice", per dirla con Daniel Goldhagen.
Convinto di comportarsi da buon tedesco, Capesius è diligente nell'eseguire gli ordini che gli vengono impartiti, perché, come dice lui stesso al processo, "non si poteva fare altrimenti". E comunque manca il senso della colpa. "Sempre di nuovo questo urto fra la normale vita quotidiana - racconta Adam - e ciò che incarna, che è effettivamente l'uniforme delle ss. Con il suo modo di fare gioviale, Capesius agiva sempre come se non fosse successo niente, come se tutto fosse assolutamente normale". È indubbiamente un uomo che ha difficoltà a capire il male che si sta compiendo e che lui contribuisce a compiere. "Io - risponde al giudice che gli chiede se quanto accadeva ad Auschwitz gli sembrasse illegale - sono cresciuto in Transilvania, con la più grande venerazione per il germanesimo. Nella casa paterna lo stato tedesco mi fu presentato come stato modello. Mio padre, in particolare, mi ha sempre spiegato che la Germania è un modello di ordine e di legalità. Sulla base di questo atteggiamento ho ritenuto che ciò che accadeva ad Auschwitz fosse legale, benché mi sembrasse crudele (...) Io non ho mai pensato che in Germania fosse possibile una cosa del genere senza una legge corrispondente".
Per Capesius, dunque, non si può scegliere, bisogna obbedire; e comunque lo sterminio non può essere in discussione se ad attuarlo è la Germania. "Non prova neppure sentimenti di colpa o di rifiuto e di orrore per ciò che ha visto e a cui ha partecipato. Lui - si legge - ha dovuto partecipare, e basta. Ricorda sempre e solamente il comando, l'ordine, il regolamento e le date, e i numeri, e il calendario. Rammenta solo dettagli burocratici univoci e comprensibili: per lui sono tutta la realtà".
Ma certamente dopo la guerra, sfuggito temporaneamente alla giustizia, gode di alcuni vantaggi tratti dalla sua permanenza ad Auschwitz. "Durante le mie ore di lavoro - racconta un deportato selezionato per il lavoro nella farmacia del campo - guardavo cosa facesse e ho visto che Capesius selezionava gli oggetti più preziosi e i pezzi di maggior pregio, li infilava nelle valigie di cuoio migliori e più tardi le portava via con sé (...) Del resto noi dovevamo ripartire i medicinali in diverse stanze. In una di queste notai venticinque, quaranta valigie con migliaia di singoli denti strappati via e intere protesi. Questi denti provenivano da prigionieri uccisi nelle camere a gas". Come altri, quindi, anch'egli si appropria dei beni dei deportati assassinati. Protesi d'oro, in particolare. E con quell'oro insanguinato dopo la guerra si ricostruisce una vita rispettabile e più che agiata a Stoccarda, dove apre una farmacia e un salone di bellezza, si sposa e ha tre figlie. Dopo un primo arresto senza conseguenze penali nel 1948, viene riarrestato nel 1959 e al processo è condannato a nove anni di carcere. Muore a Göppingen il 20 marzo 1985.
Ripercorrendo la vicenda del dottor Capesius, nella quale compaiono personaggi tristemente noti, come "l'angelo della morte" Josef Mengele, "l'assassino per bene" Fritz Klein e il comandante del campo Rudolf Höss, lo scrittore ricostruisce la terrificante storia di Auschwitz: il trauma dell'arrivo, lo strazio delle selezioni, l'orrore delle gassazioni e delle cremazioni; crimini che non hanno bisogno di iperboli per essere raccontati. Per questo Schlesak scrive con uno stile asciutto, quasi con il distacco del cronista, consegnandoci un'altra impressionante testimonianza sulla banalità del male. Un libro che conferma quando a volte la verità sia più inimmaginabile della più orribile fantasia.
La crisi economica mondiale evidenzia "l'esigenza di un investimento più deciso e coraggioso nel campo del sapere e dell'educazione". Lo ha detto il Papa agli studenti e ai docenti della Libera università Maria Santissima Assunta (Lumsa), ricevuti giovedì 12 novembre nell'Aula Paolo VI in occasione del settantesimo di fondazione dell'ateneo.
Sono lieto di incontrarvi in occasione del 70° anniversario di fondazione della Libera Università Maria Santissima Assunta. Saluto cordialmente il Rettore della vostra Università, Prof. Giuseppe Dalla Torre, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto. Mi è gradito salutare il Presidente del Senato, Onorevole Renato Schifani, e le altre Autorità civili e militari italiane, come pure le numerose Personalità, i Rettori e i Direttori Amministrativi presenti. A tutti voi, che formate la grande famiglia della Lumsa, rivolgo il mio caloroso benvenuto. Il vostro Ateneo, sorto nel 1939 per iniziativa della serva di Dio Madre Luigia Tincani, fondatrice dell'Unione Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, e del Cardinale Giuseppe Pizzardo, allora Prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, con lo scopo di promuovere un'adeguata formazione universitaria per le religiose destinate all'insegnamento nelle scuole cattoliche, iniziò la sua attività nel clima di impegno educativo del mondo cattolico suscitato dall'Enciclica di Pio xi Divini illius Magistri. La vostra Università è nata quindi con un'identità cattolica ben precisa, su impulso anche della Santa Sede, con la quale conserva uno stretto legame. Nei trascorsi settant'anni, la Lumsa ha preparato schiere di insegnanti e si è notevolmente sviluppata, specie dopo la trasformazione, nel 1989, in Libera Università, e la conseguente creazione di nuove Facoltà con l'ampliamento del bacino di utenza. So che oggi essa conta circa 9000 studenti nelle quattro sedi sul territorio nazionale e rappresenta un riferimento importante nel campo educativo. Mentre andava profondamente evolvendosi la situazione culturale e legislativa in Italia e in Europa, la Lumsa ha saputo compiere un percorso di crescita con una duplice attenzione: rimanere fedele all'intuizione originaria di Madre Tincani e, al tempo stesso, rispondere alle nuove sfide della società.
In effetti, il contesto odierno è caratterizzato da una preoccupante emergenza educativa, sulla quale ho avuto modo di soffermarmi in varie occasioni, nella quale assume una rilevanza del tutto particolare il compito di coloro che sono chiamati all'insegnamento. Si tratta anzitutto del ruolo dei docenti universitari, ma anche dello stesso iter formativo degli studenti che si preparano a svolgere la professione di docenti nei diversi ordini e gradi della scuola, oppure di professionisti nei vari ambiti della società. Infatti, ogni professione diventa occasione per testimoniare e tradurre in pratica i valori interiorizzati personalmente durante il periodo accademico. La profonda crisi economica, diffusa in tutto il mondo, con le cause che ne sono all'origine, hanno evidenziato l'esigenza di un investimento più deciso e coraggioso nel campo del sapere e dell'educazione, quale via per rispondere alle numerose sfide aperte e per preparare le giovani generazioni a costruire un futuro migliore (cfr. Enc. Caritas in veritate, 30-31; 61). Ed ecco allora che si avverte la necessità di creare nell'ambito educativo legami di pensiero, insegnare a collaborare tra discipline diverse e ad imparare gli uni dagli altri. Dinanzi ai profondi mutamenti in atto, sempre più urgente è poi la necessità di appellarsi ai valori fondamentali da trasmettere, come indispensabile patrimonio, alle giovani generazioni e, pertanto, di interrogarsi su quali siano tali valori. Alle istituzioni accademiche si pongono quindi, in modo pressante, questioni di carattere etico.
In tale contesto, alle Università cattoliche è affidato un ruolo rilevante, nella fedeltà alla loro identità specifica e nello sforzo di prestare un servizio qualificato nella Chiesa e nella società. Risultano quanto mai attuali, in tal senso, le indicazioni offerte dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae, quando invitava l'Università cattolica a garantire istituzionalmente una presenza cristiana nel mondo accademico. Nella complessa realtà sociale e culturale, l'Università cattolica è chiamata ad agire con l'ispirazione cristiana dei singoli e della comunità universitaria come tale; con l'incessante riflessione sapienziale, illuminata dalla fede, e la ricerca scientifica; con la fedeltà al messaggio cristiano così come è presentato dalla Chiesa; con l'impegno istituzionale al servizio del popolo di Dio e della famiglia umana, nel loro cammino verso la meta ultima (cfr. n. 13).
Cari amici, la Lumsa è un'Università cattolica, che ha come elemento specifico della propria identità questa ispirazione cristiana. Come si legge nella sua Magna charta, essa si propone un lavoro scientifico orientato alla ricerca della verità, nel dialogo tra fede e ragione, in una ideale tensione verso l'integrazione delle conoscenze e dei valori. Si prefigge al tempo stesso un'attività formativa da condursi con costante attenzione etica, elaborando positive sintesi tra fede e cultura e tra scienza e sapienza, per la crescita piena ed armonica della persona umana. Questa impostazione è per voi, cari docenti, stimolante ed esigente. Infatti, mentre vi impegnate ad essere sempre meglio qualificati nell'insegnamento e nella ricerca, vi proponete anche di coltivare la missione educativa. Oggi, come in passato, l'Università ha bisogno di veri maestri, che trasmettano, insieme a contenuti e saperi scientifici, un rigoroso metodo di ricerca e valori e motivazioni profonde. Immersi in una società frammentata e relativista, voi, cari studenti, mantenete sempre aperti la mente e il cuore alla verità. Dedicatevi ad acquisire, in modo profondo, le conoscenze che concorrono alla formazione integrale della vostra personalità, ad affinare la capacità di ricerca del vero e del bene durante tutta la vita, a prepararvi professionalmente per diventare costruttori di una società più giusta e solidale. L'esempio della Madre Tincani fomenti in tutti l'impegno di accompagnare il rigoroso lavoro accademico con un'intensa vita interiore, sostenuta dalla preghiera. La Vergine Maria, Sedes Sapientiae, guidi questo cammino con la vera sapienza, che viene da Dio. Vi ringrazio di questo gradito incontro e di cuore benedico ciascuno di voi e il vostro lavoro.
Mi fa pochi problemi che non ci siano crocefissi sulle pareti di un'aula; mi fa invece molto problema che ci sia qualcuno che mi impedisca di metterli.
Di fatto quel qualcuno non mi sta dicendo che, per pluralismo, non ci devono essere simboli religiosi sulle pareti; mi sta dicendo che ce ne deve essere uno solo. il Grande Nulla, adorato da quanti si oppongono al bene in ogni sua forma.
Diffidate di chi odia il volto delle cose, il vostro volto. Una volta rimossa di una persona la storia, i simboli, ogni apparenza che non sia il grigio nulla, non resterà che uno spazio vuoto a forma di uomo. E si sa, il vuoto è destinato ad essere riempito.
La Corte di Strasburgo ha aperto le ostilità contro il crocifisso nelle scuole, con una sentenza che non soltanto è andata oltre le sue competenze (e la sua stessa giurisprudenza), ma ha dato una interpretazione gelida, esclusivista, antiumanistica della libertà religiosa. Perché la libertà religiosa è una libertà aperta a tutti, inclusiva, che dialoga e insegna ai giovani a dialogare con gli altri, a vedere nei simboli religiosi segni di affratellamento tra gli uomini. La Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 prevede che il ragazzo sia educato «nel rispetto dei valori nazionali del Paese nel quale vive e del Paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua» (articolo 29). Per Strasburgo questa Convenzione non esiste. Esiste l’assenza di valori, esiste un deserto nel quale ciascuno di noi nasce per caso, senza una storia ricca di eventi, eroismi, valori e simboli religiosi ed etici, tra i quali il crocifisso è il più noto in tutto il mondo.
L’aspetto più doloroso della pronuncia è quando essa parla del crocifisso come di un simbolo di parte, che divide e limita la libertà di educazione, ignorando che il crocifisso è, dovunque, simbolo di pace e di amore tra gli uomini, è all’origine di una spiritualizzazione che ha animato e permeato la cultura occidentale per espandersi con linguaggio universale in tutto il pianeta. Il crocifisso ricorda chi è andato incontro alla morte senza colpa per aver trasmesso un messaggio di spiritualità e di fratellanza, chi ha predicato l’amore per il prossimo come comandamento eguale all’amore verso Dio, chi ha annunciato nel discorso della Montagna il riscatto per gli ultimi e per chi soffre dell’ingiustizia, ha promesso il regno di Dio a chi opera bene nella vita terrena andando incontro agli altri, a chi è malato, a chi non ha nulla e ha bisogno di tutto. Questo è Gesù di Nazaret raffigurato nel simbolo della Croce. Per questi insegnamenti – e per aver alimentato la fede e la spiritualità di generazioni di uomini nel corso dei secoli – è conosciuto, amato, rispettato e venerato in tutti gli angoli della terra. Aprire le ostilità verso il crocifisso vuol dire opporsi a quanto di più alto e spirituale sia entrato nella storia dell’umanità, vuol dire fare la guerra a se stessi e alla propria coscienza. Per sette giudici di Strasburgo il crocifisso non sarebbe un simbolo neutrale, ma dietro questa asserita neutralità si nasconderebbe un provincialismo arido, un vuoto antropologico, perfino un filo di ignavia.
Scriveva Jhoann Ficthe che «il cuore del cosmopolita non è ospizio per nessuno», intendendo dire che gli uomini hanno radici e identità, senza le quali non possono parlare con altri, non possono accogliere con amore altre persone. Un Paese che voglia essere soltanto neutrale sarebbe un guscio vuoto, una parentesi fredda nel fluire della storia. Anche un’Europa che giunga al punto di negare, nascondere, o abbattere, la propria tradizione e identità cristiana diventerebbe una terra di nessuno, derisa dagli altri, incapace di trasmettere i suoi valori più profondi, di confrontarsi con altri popoli e continenti proprio in un’epoca di globalizzazione che chiede incontro e dialogo. Quale europeo avrebbe il coraggio di chiedere all’Asia buddista di togliere dagli spazi pubblici i simboli di Buddha il compassionevole, o all’Asia induista le ricche raffigurazioni di quella religione, o ai musulmani di nascondere il Corano, tacere il nome di Allah in pubblico e celare la propria fede nelle scuole? Nessuno avrebbe il coraggio di farlo, perché proverebbe istintivamente vergogna interiore nel proporre agli altri di spogliarsi della propria storia e tradizione religiosa.
Chi predicasse questa neutralità sarebbe respinto come un estraneo, riguardato come un essere senza cuore e passione. Il crocifisso non divide gli uomini, li unisce in un orizzonte di valori che sono a servizio dell’umanità intera, alla base del dialogo interreligioso per il bene degli uomini e della società. Con questa sentenza, una certa Europa perde di nuovo l’innocenza, come altre volte è avvenuto in passato, perché tradisce sé e le proprie origini, apre una ferita nella propria anima, e offende con il crocifisso tutti i simboli e ogni coscienza religiosa. Se applicassimo la pronuncia di Strasburgo al mondo intero, questo – come ha notato ieri il presidente della Cei, cardinal Bagnasco – diverrebbe più povero. E si allontanerebbe un po’ dal cielo. Ma la stragrande maggioranza degli uomini non vorrebbe una deriva così triste e continuerebbe a venerare ed esibire con orgoglio i simboli della propria fede.
Una decisione «assolutamente imprevista, imprevedibile e inaccettabile», così il premier Silvio Berlusconi definisce la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocifisso nelle scuole italiane. A Bruxelles intanto significativo no comment della commissione perché quell’istituzione « non appartiene all’Unione europea » , e come afferma Michele Cercone, il portavoce del commissario della giustizia, il tema affrontato nella sentenza « in base al principio di sussidiarietà» ricade « interamente nella competenza degli stati membri e non è coperto in alcun modo dalla normativa comunitaria» .
In linea generale, inoltre, a nome di Josè Barroso, Pia Ahrenkilde Hansen, sottolinea che « resta valido » quel che ha detto a suo tempo il presidente della commissione « in difesa di un inserimento nella Costituzione di un riferimento alle radici cristiane dell’Europa » . La sentenza è « una di quelle decisioni che ci fanno dubitare del buon senso dell’Europa » , commenta in Italia Berlusconi, ricordando che « siamo in un paese dove non possiamo non dirci cristiani » . Sicché il governo, riferisce il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, sta preparando « tutto l’incartamento giudiziario per procedere al ricorso » contro un pronuciamento « incomprensibile » , « assolutamente sbagliato e che sicuramente non rafforza l’identità europea » , « un messaggio sbagliato per i giovani » .
È una sciocchezza, rincara al termine del funerale di Alda Merini, con una parola in realtà ben più netta, il leader della Lega Umberto Bossi, convinto che come pensava la poetessa il crocifisso andrebbe messo non solo in chiesa, ma in « tutti i luoghi pubblici » . « L’Europa va forse bene per l’economia, ma non per molte altre cose » , aggiunge il ministro delle Riforme, ma « è distante dalla gente perché fa le cose contrarie a quelle che vogliono i cittadini » . « Possono morire, loro e quei finti organismi internazionali», è il duro altolà del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ma il crocifisso non sarà tolto dalle aule. « Pareti bianche nei nostri uffici, scuole e istituzioni », concorda il responsabile del Welfare, Maurizio Sacconi, « rappresenterebbero il segno di una società annichilita che nega le proprie radici». «Una sentenza che sconcerta», aggiunge il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi. « Trionfa un nuovo Pilato » , stigmatizza il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.
Ad un giorno di distanza dalla decisione della Corte si conferma la condanna unanime del mondo politico, a parte qualche voce isolata dell’estrema sinistra. « Una quasi unità nazionale, uno scudo bipartisan a difesa del simbolo del cristianesimo » , nota il presidente della commissione Esteri della Camera, il leghista Stefano Stefani. « Le reazioni, oltre gli schieramenti, con l’eccezione di radicali e veterocomunisti, alla sentenza sul crocifisso attestano che in Italia non si è perso di vista il senso comune » , aggiunge il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ribadendo però che protestare solo non basta e che quel pronunciamento « è inutile e dannoso » . « Il crocifisso è un simbolo universale, non confessionale. Gli spiriti veramente grandi lo hanno sempre compreso», aggiunge per il Carroccio, Giuseppe Leoni. « Un simbolo di civiltà » , dichiara il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. « Discutibile sentenza » , rimarca il vicepresidente della Camera, il pidiellino Antonio Leone, in quanto si tratta di un campo di « decisione, sovrana che spetta allo Stato italiano » . « Un’offesa alla cultura del popolo italiano » , evidenzia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Senza identità, senza coscienza delle proprie radici, non possono esserci né libertà né democrazia » , ricorda Maurizio Lupi, l’altro vicepresidente della Camera del Pdl. «Bene ha fatto il governo italiano a ricorrere contro la sentenza » , afferma il capogruppo al Senato del partito di Berlusconi, Maurizio Gasparri.
Il pronunciamento della Corte secondo il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, è espressione di «un’Europa laicista che non lascia spazio né a Dio né alle religioni » . Dunque « un’occasione persa che finirà per alimentare l’integralismo anti- europeo che c’è anche nel nostro paese » . « La sentenza è da respingere perché colpisce un simbolo « non solo religioso ma d’identità ideale e culturale», dicono i parlamentari europei del Pd Silvia Costa, Patrizia Toia e Gianluca Susta, puntualizzando che il Consiglio d’Europa, organismo da non confondere con le istituzioni della Ue, « è un’organizzazione di ben 47 paesi», tra cui alcuni molto lontani dal nostro continente, come il Kazakistan. La sentenza, osserva il senatore del Pd Stefano Ceccanti, rappresenta un cambiamento nella cautela in materia di tradizioni confessionali da parte di una Corte sovranazionale, che necessariamente deve rispettosa degli apprezzamenti dei singoli Stati. Un mutamento di indirizzo, a suo giudizio, provocato dagli errori commessi dal governo nella presentazione delle ragioni italiane, motivate con opportunità politiche. Ceccanti chiede inoltre di evidenziare nel ricorso la distanza tra la nostra concezione della laicità e quella francese, disconosciuta da Strasburgo. « Incredibile sentenza » , nota sempre nel Pd, Giorgio Merlo, augurandosi di non ascoltare « cosiddetti ' detentori' del principio della laicità » sostenere che la presenza del crocifisso può creare turbamento in alcuni settori della pubblica opinione.
L'Europa e il crocefisso, la cristianofobia al potere
Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
La sentenza «Lautsi c. Italie» del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.