Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
martedì, 30 novembre 2004

da "Il Giornale 28.11.2004"

Onore al somaro (di) Garibaldi

Antonio Socci

Il grido di dolore s’innalza – nientemeno – dalla prima pagina del Corriere della sera. Dunque dal pulpito più alto, dal faro dello spirito patrio. Eccolo qua: “Appello per la cavalla di Garibaldi, sepolta tra i rifiuti”. L’occhiello recita: “Anita, pronipote dell’Eroe: ‘La tomba è ormai semidistrutta, servono fondi’ ”. L’articolo – ripeto: sulla prima pagina del Corriere della sera – è di quelli che straziano il cuore: “Si chiamava Marsala, aveva il manto bianco, sulla sua groppa Giuseppe Garibaldi entrò a Palermo nel maggio del 1860 alla testa delle camicie rosse. Ora la cavalla, morta nel 1876, è sepolta a pochi metri dal sarcofago dell’Eroe, come lui aveva voluto. Ma la tomba è abbandonata, circondata da rovi, acqua stagnante e rifiuti”. Segue una lunga lamentazione, di questo tenore: “L’eroe dei due mondi riposa in pace sull’isola di Caprera e vive nella storia. A Marsala invece è toccata l’offesa dell’oblio”.

Oh, Patria ingrata. Che scandalo! Che cosa indegna! L’articolista Giusi Fasano prosegue col cuore a pezzi: “La sua tomba (del cavallo)… soccombe agli attacchi impietosi del tempo. Sulla lapide, che non ha nemmeno più il piedistallo, si fatica a leggere la scritta…”.

Ma ci rendiamo conto? Come sopportare una simile onta? Una simile “offesa dell’oblio” a cotanta cavalla! Addirittura la lapide senza il piedistallo… Il Corriere ha fatto davvero uno scoop. Come restare insensibili davanti all’incivile trattamento cimiteriale dell’equino defunto?  Come rimanere indifferenti di fronte al caso di una cavalla morta nel 1876 la cui lapide manca di piedistallo? E’ senz’altro uno scandalo da prima pagina del Corriere e bene ha fatto Stefano Folli a lanciare questo grido: da quando è diventato direttore, il suo giornale dell’elmo di Scipio si è cinto la testa e stringendosi a coorte celebra un giorno sì e l’altro pure i miti risorgimentali. In attesa di vedere cronisti del Corriere sguinzagliati sulle tracce dei poveri resti mortali del cane di Mazzini e del gatto di Cavour, sulle cui tombe (temiamo) nessuno porta corone, vorremmo sollevare un dubbio.

Per carità, non ci occuperemo delle tombe degli italiani morti durante il cosiddetto Risorgimento contro Garibaldi a difesa di regni italiani come quello delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Leggo in un libro recente che il mausoleo dei caduti di Castelfidardo, costruito nel 1910, ospita solo i caduti dell’esercito piemontese, mentre per i pontifici c’è stata solo la fossa comune e l’oblio. Non ci occuperemo neanche della storia – venuta alla luce proprio in questi giorni – del cimitero degli italiani a Tripoli, in Libia, dove le tombe sono state saccheggiate alla ricerca di catenine d’oro e roba simile. Lasciamo perdere quegli ottomila italiani i cui resti mortali in terra libica sono stati così oltraggiati in un cimitero che è stato descritto come una vera discarica, mentre il cimitero inglese è verde e ben curato e custodito.

Infischiamocene. Come ce ne infischiamo da sempre della sorte di migliaia di soldati italiani crepati in Russia senza sepoltura, in tanti casi nel gelo del Gulag siberiano dove nessuno di loro ha avuto una degna sepoltura e dove soprattutto sono stati totalmente dimenticati, sia da vivi che da morti.

Meglio infischiarsene. Da veri patrioti ci occupiamo della cavalla di Garibaldi il cui monumento sepolcrale non ha piedistallo. Ma – ecco la mia obiezione – possiamo forse discriminare così fra quadrupede e quadrupede? Se celebriamo – com’è sacrosanto – la cavalla dell’Eroe, come dimenticare il somaro? L’Ente per la protezione degli animali che fu fondato proprio da Garibaldi e che oggi “sposa la causa” della nipote, come c’informa accoratamente il Corriere, vuole forse dimenticare quel ciuco? Per lui niente monumenti funebri? E il Corriere della sera intende forse discriminare, fra i quadrupedi, l’umile somaro rispetto alla bianca cavalla? Non ricorda i meriti risorgimentali del somaro? Forse che anche i patrioti hanno dimenticato  il famoso ciuco che Garibaldi – con la finezza che lo caratterizzava – chiamò “Pionono”? Sì, lo chiamò col nome del Papa che l’Eroe definiva “un metro cubo di letame” e la cui salma (la salma del papa, intendo dire) nella notte fra il 12 e il 13 luglio del 1881 si tentò, da parte di certi risorgimentali, di buttare nel Tevere al grido “le carogne nella chiavica!”. L’aggressione contro il corteo funebre – con cori blasfemi, bastonature, sassate - fu bloccata solo dal popolo romano accorso in massa in difesa del suo papa, ma non fu affatto condannata dal governo “risorgimentale” nell’aula parlamentare.

Dunque, l’Italia risorgimentale che pure ha eretto una tomba monumentale al cavallo, ha dimenticato il somaro di Garibaldi? Me lo chiedo con apprensione e con grande simpatia per l’Eroe dei due mondi, se non altro con la memoria a quell’Ettore Socci garibaldino che combatté a fianco dell’Eroe a Mentana e a Digione. Vorrei appellarmi a Eugenio Scalfari, vero custode del patriottismo risorgimentale, avversario di ogni temporalismo vaticano (quante volte evoca il “famigerato” Sillabo di Pio IX), nonché storico concorrente del Corriere della sera. Vorrebbe, dottor Scalfari, innalzare con me un grido di dolore per il ciuco dimenticato? Sarebbe una lezione che Repubblica potrebbe impartire al Corriere. Suvvia.

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martedì, 30 novembre 2004

CINA
Licenziata e torturata perche' ha il secondo figlio

Beijing (AsiaNews/Scmp) - Essere colpita alla testa, e rimanere sospesa legata alle caviglie sono solo alcune delle torture alle quali è sottoposta una donna cinese contraria alla politica governativa del figlio unico. La denuncia arriva da Human Rights in China (HRIC), gruppo che si batte per i diritti umani.
Mao Hengfeng, cittadina di Shangai e madre di 2 figli, sta scontando una pena di 18 mesi in un campo di lavoro forzato, dove è oggetto di torture e soprusi. Secondo fonti di HRIC, la donna "subisce un trattamento sempre più brutale: la polizia del campo le lega mani e caviglie, la frusta con strisce di cuoio e poi le tira gli arti in direzioni opposte chiedendole se riconosce di aver sbagliato". Lo confermano anche i familiari, che hanno raccontato di aver visto le ferite su polsi e caviglie. La stessa Mao ha mostrato i segni delle torture all'udienza del 18 novembre. Questo aprile, Mao è stata condannata a un anno e mezzo di rieducazione attraverso il lavoro, dopo aver cercato per più di 15 anni di far valere i suoi diritti appellandosi al governo.
Negli anni '80 Mao andò contro la "politica del figlio unico" partorendo il suo secondo figlio. Per questo, la fabbrica di sapone dove era impiegata la licenziò e lei ha cominciato una battaglia legale per il suo diritto al lavoro. Nel momento dell'udienza chiave del suo caso, la donna era al settimo mese della terza gravidanza; il giudice le promise che, se avesse abortito, si sarebbe espresso a suo favore nella sentenza. Mao abortì contro sua volontà, ma alla fine il tribunale decise che la fabbrica aveva il diritto di licenziarla in quanto aveva infranto la politica del figlio
unico.
Liu Qing, presidente del HRIC, ha denunciato che la brutalità degli ufficiali dei campo di lavoro "contravviene apertamente la Convenzione Onu contro la tortura", ratificata anche dalla Cina. "Le autorità - ha concluso Liu Qing - devono prendere provvedimenti perché finiscano queste atrocità contro Mao Hengfeng e gli altri prigionieri".
La "politica del figlio unico" in Cina è stata inaugurata nel 1978 da Deng Xiaoping e imposta a tutto il Paese con adattamenti nelle varie realtà locali.






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lunedì, 29 novembre 2004

IN POLONIA TROPPI LIMITI ALL'ABORTO:

ARRIVA LA CONDANNA DELL'ONU!

INCREDIIIBBBBILE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

by FabioT;-(


Roba da non crederci! Il Cespas (Centro Europeo di Studi su Popolazione,
Ambiente e Sviluppo) ha diffuso una notizia che ha dello scandaloso. La
Commissione ONU per i diritti umani ha condannato la Polonia perché ha una
legislazione troppo restrittiva sull'aborto (che comunque è previsto in caso
di stupro o di rischi per la vita della madre). La Commissione ONU esorta
dunque il governo polacco a "liberalizzare la sua legislazione e la pratica
dell'aborto" (Osservazioni conclusive, 5 novembre 2004, no.8). Inoltre
condanna l'obiezione di coscienza dei medici, invitando (forse sarebbe più
corretto "minacciando") il governo polacco a fornire spiegazioni sull¹uso
effettivo di questa clausola.
Il CESPAS giustamente osserva che si tratta di un fatto gravissimo, per due
motivi:
1. la direttiva della Commissione pretende di influire su una materia che
spetta alla libera giuridsdizione di ogni Paese;
2. promuove l'aborto a diritto umano fondamentale.
Siamo arrivati all'assurdo che una nazione viene stigmatizzata da una
commissione "per i diritti umani", perché ha una legislazione che controlla
e limita una pratica (l'aborto, appunto) che è quello che tutti dovrebbero
avere il coraggio di dire: un assassinio!
I diritti umani, al solito, valgono solo per chi è già vivo ed impone la sua
volontà a chi ancora deve nascere. Questa pratica, che dovrebbe diventare un
"diritto umano fondamentale" (in contrasto anche con l'Accordo
Internazionale sui Diritti civili e politici, che stabilisce all'articolo 6
il "diritto alla vita di ogni essere umano"), ha fatto, solo in Italia,
negli ultimi anni, qualcosa come quattro milioni di vittime. Altro che
guerra in Irak!
E l'ONU, lento perfino a condannare gli abusi contro la libertà e la dignità
degli essere umani nella Cuba di Castro, se la prende con i polacchi perché,
liberamente, dicono di no all'aborto facile!
Commento del Cespas:
"E' dunque evidente che singole Commissioni e Agenzie dell'ONU sono ormai in
mano a delle lobby che tentano di forzare gli accordi internazionali e di
inserire nuovi concetti che nulla hanno a che fare con la volontà dei
popoli".
Aggiungiamo che queste lobby stanno diffondendo una cultura della morte, che
è contro l'uomo e contro la sua dignità, ribaltando conquiste fondamentali
che la nostra civiltà ha acquisito grazie all'influsso del Cristianesimo.






































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lunedì, 29 novembre 2004

Spagna. La “revolución” di Zapatero mette alla frusta i vescovi
L’offensiva laicista avanza contro una Chiesa divisa fra intransigenti e dialoganti. Il cardinale Rouco Varela e il vescovo Sebastián propongono una linea mediana. In Vaticano trepidano

di Sandro Magister                                     ENGLISH VERSION



ROMA – Da lunedì 22 novembre la conferenza episcopale spagnola è riunita in assemblea plenaria. E dal Vaticano seguono i suoi lavori con molta apprensione.

La ragione è che la Spagna è considerata un test di prim’ordine dell’offensiva laicista contro il cattolicesimo e in particolare contro l’istituto famigliare che per la Chiesa è colonna di civiltà.

Giovanni Paolo II ha lanciato un suo ennesimo allarme in proposito sabato 20 novembre, parlando al pontificio consiglio per la famiglia:

“La famiglia, come società fondata sul matrimonio, è un’istituzione naturale insostituibile ed elemento fondamentale del bene comune di ogni società. [...] Chi distrugge questo tessuto fondamentale dell’umana convivenza, non rispettandone l’identità e stravolgendone i compiti, causa una ferita profonda alla società e provoca danni spesso irreparabili”.

Il papa non ha fatto riferimenti diretti, ma è indubbio che aveva in mente anche la Spagna. Lì, il governo capeggiato dal socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha in corso iniziative serrate per rendere più facile e veloce il divorzio ed equiparare al matrimonio le unioni tra gay e lesbiche, compresa la facoltà di adottare figli. Su questi due punti “non ci sarà nessuna retromarcia”, ha replicato alle proteste della Chiesa il deputato Ramon Jauregui, che cura nel partito socialista le questioni relative al mondo cattolico.

Ma questo è solo l’inizio. La paura della Chiesa spagnola è che la “revolución” laicista lanciata da Zapatero si estenda rapidamente ad altri campi: insegnamento della religione cattolica nelle scuole, finanziamenti alla Chiesa, embrioni, aborto, eutanasia.

Per mettere preventivamente in allarme i fedeli contro una legalizzazione dell’eutanasia, la conferenza episcopale spagnola ha fatto diffondere domenica 7 novembre sette milioni di volantini: prima puntata di una campagna a difesa della vita, della libertà d’educazione e della famiglia.

Per contrastare la legalizzazione del matrimonio tra omosessuali, il Forum spagnolo per la famiglia ha lanciato una legge d’iniziativa popolare che ha già raccolto mezzo milione di firme e conta di arrivare a due milioni.

Altre associazioni hanno indetto giornate di mobilitazione e cortei.

Abbastanza attiva a sostegno di questa reazione cattolica alla “road map” laicista di Zapatero è la radio “COPE”, della conferenza episcopale e di altri enti religiosi. È la terza nel paese in ordine d’ascolto. Ma a parte questa radio, la Chiesa spagnola dispone di mezzi di comunicazione molto modesti. Il canale televisivo cattolico “Popular Televisión” ha una audience ristrettissima. C’è un settimanale, “Alfa y Omega”, e da poche settimane ne esce un altro, “Alba”, che è molto combattivo, di taglio simile in Italia a “Il Timone”: entrambi però con tirature limitate. Di quotidiani cattolici non ve ne sono.

In realtà la Chiesa spagnola appare incerta e divisa nel decidere come reagire. Vi sono vescovi, come quello di Girona, Carles Soler Perdigó, che giudicano sbagliata la campagna informativa indetta dalla conferenza episcopale e hanno rifiutato di “fare da messaggero” degli opuscoli contro l’eutanasia. Vi sono numerosi preti e teologi che criticano la linea “intransigente” tornata in auge, a loro dire, nella Chiesa.

Punto di riferimento ideale di queste voci critiche è la stagione in cui nella Chiesa spagnola dominava la linea “dialogante” del cardinale Vicente Enrique y Tarancon: tesa a superare le divisioni ereditate dal franchismo e a riconciliare i cattolici con l’intera società spagnola in rapida evoluzione.

Con i governi del socialista Felipe Gonzales la linea del dialogo avrebbe dato buona prova di sé.

Ma, a giudizio dei critici, l’episcopato spagnolo avrebbe poi dilapidato l’eredità di Tarancon dando esagerato appoggio al governo conservatore di José María Aznar in cambio di vantaggi e privilegi. Così inimicandosi la parte più laica e modernizzante della società e preparando il terreno all’offensiva di Zapatero.

Nel discorso con cui ha aperto l’assemblea plenaria della conferenza episcopale, lunedì 22 novembre, il suo presidente cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, ha proposto una linea mediana, di dialogo nella fermezza.

Col governo Zapatero il cardinale Rouco Varela s’è detto disponibile a dialogare. Ma ha precisato che “il dialogo vero è possibile perché esiste una verità accessibile, in principio, a tutti. Il dialogo autentico si basa sulla verità dell’uomo e non è compatibile con imposizioni di alcun tipo”.

Passando in rassegna i punti controversi e facendo riferimento ad aborto, eutanasia ed embrioni “usati come cavie”, Rouco Varela ha ribadito che la tutela giuridica della vita umana è un “valore non negoziabile”.

A proposito del matrimonio gay, ha detto che “snaturare la figura giuridica del matrimonio nella sua sostanza, com’è la sua costituzione da parte di un uomo e di una donna, significa imporre alla società nel suo insieme una visione irrazionale delle cose”.

Il grande pericolo di riforme legislative che tocchino questi caposaldi – ha osservato il cardinale – è che esse “hanno un dinamismo e una forza pedagogica capace di imporre alla società la filosofia che le sostiene, in questo caso decisamente errata”.

E questa filosofia – ha detto un altro vescovo di peso, Fernando Sebastián, di Pamplona – è il “nichilismo”.

Sebastián, che è vicepresidente della conferenza episcopale spagnola, ha rilasciato un’importante intervista alla vigilia dell’assemblea plenaria. Anch’egli a favore d’una linea mediana, di un dialogo mite ma fermo.

Nell’intervista, riportata più sotto, c’è la denuncia della pericolosità della sfida laicista, specie quando pretende – come ha detto Zapatero – che “la verità è ciò che decide la maggioranza”.

Ma c’è anche il riconoscimento della “mediocrità spirituale” e della “debolezza missionaria” di tanta parte della cattolicità spagnola.

C’è la speranza che la frustata laicista diventi per la Chiesa occasione non di scontro, ma di una “testimonianza di fede più viva e coerente”.

Sebastián, 74 anni, ha dato questa intervista al quotidiano di una conferenza episcopale sorella, quella italiana, anch’essa incalzata dalla pressione laicista.

Prima d’essere fatto vescovo è stato professore di teologia e rettore dell’università di Salamanca. Il cardinale Tarancon lo definì “la migliore testa pensante del clero spagnolo”.

L’intervista, raccolta da Luigi Geninazzi, è uscita su “Avvenire” di domenica 21 novembre:


“Questo non è riformismo, è nichilismo”

Intervista con Fernando Sebastián, vescovo di Pamplona


D. – Monsignor Sebastián, ha l'impressione che la Chiesa in Spagna sia sotto attacco?

R. – “Non si tratta di un attacco diretto a eliminare la Chiesa cattolica in quanto tale. A mio avviso siamo di fronte a un attacco indiretto che mira a instaurare il laicismo nella società. È qualcosa che non ha nulla a che vedere con la giusta rivendicazione della laicità dello stato, su cui si fonda la libertà delle diverse espressioni culturali e religiose. Si vuole invece imporre una concezione di vita assolutamente immanentista a ogni livello sociale, emarginando la fede religiosa. La Chiesa potrà continuare ad esistere, al pari dei gruppi che praticano la magia o credono nei marziani, ma non potrà avere un ruolo nel dinamismo della società”.

D. – Il governo afferma che i progetti di legge contestati dalla Chiesa godono del sostegno della maggioranza dell'opinione pubblica.

R. – “In primo luogo vorrei ricordare che questo governo non ha la maggioranza assoluta. In secondo luogo c'è un'altissima percentuale di spagnoli, oltre il 70 per cento, che sceglie l'ora di religione per i propri figli, e quasi un 30 per cento di fedeli praticanti. In molte persone i sentimenti religiosi convivono con giudizi di segno opposto. Io comunque non ho dubbi sul fatto che la maggioranza degli spagnoli sia contro il matrimonio omosessuale, e sarebbero ancora di più se la televisione non favorisse in modo scandaloso l'opinione opposta. In ogni caso la verità non dipende dalla maggioranza”.

D. – Cosa intende dire?

R. – “La democrazia è un metodo per organizzare la vita collettiva, non può essere considerata la fonte del bene e della verità. Il valore dell'uomo non dipende dalle istituzioni che si è dato. Oppure riteniamo che il principio di maggioranza valga anche per stabilire i valori morali dell'esistenza? È un dibattito che vede la Chiesa in prima linea”.

D. – Il cattolicesimo spagnolo è in grado di affrontare questa battaglia culturale?

R. – “Penso di sì, anche se sono il primo a riconoscere che c'è una debolezza missionaria della nostra Chiesa. Dobbiamo guardarci dentro e ammettere la nostra mediocrità spirituale. Molti cattolici hanno ceduto al materialismo pratico. Quando però il potere si mette contro la sensibilità religiosa restano sopresi e inquieti. E in molti casi reagiscono. Io spero che sia l'occasione non per andare allo scontro, ma per dare una testimonianza di fede più viva e coerente”.

D. – Come giudica la fretta con cui il governo socialista sta portando avanti le cosiddette riforme laiche?

R. – “C'è l'affanno di liberarsi da quel che ritengono un peso eccessivo, vale a dire dall'influsso che la religione esercita ancora sulla società. Ma negare quel che si ha non crea per ciò stesso qualcosa di nuovo e di migliore. Si nega soltanto per affermare una libertà vuota e assoluta. Questo non è riformismo, è nichilismo”.

D. – Molti gruppi e associazioni del mondo cattolico si stanno mobilitando contro i provvedimenti governativi. Qual è il suo giudizio?

R. – “Sono iniziative che essi prendono sotto la loro responsabilità personale. La nostra responsabilità di vescovi è quella di richiamare i fedeli a essere bravi cristiani, capaci di utilizzare gli strumenti della democrazia nel modo più efficace possibile. Ritengo molto positivo che i cattolici si diano da fare. Poi, sulle scelte concrete, si potrà ovviamente discutere”.

D. – C'è un dialogo tra governo e conferenza episcopale sulle cosiddette riforme laiche?

R. – “Noi l'abbiamo sollecitato più volte ma finora non abbiamo avuto risposta. Diciamo che vi sono stati alcuni contatti a livello personale e informale, ma un confronto di tipo istituzionale non si è avviato. Eppure credo che varrebbe la pena trovarsi attorno ad un tavolo per discutere insieme delle intenzioni del governo e delle preoccupazioni dell'episcopato.

D. – C'è la possibilità che si arrivi a uno scontro?

R. – “Noi non lo vogliamo nel modo più assoluto. Siamo desiderosi di collaborare per il bene della società e rispettosi delle iniziative che il governo intende assumere a tale scopo. L'abbiamo testimoniato negli anni passati, anche quando al potere c'era un governo socialista con cui abbiamo avuto rapporti sostanzialmente corretti, in uno spirito di collaborazione”.

D. – La conferenza episcopale spagnola ha lanciato una serie di campagne informative sui temi più caldi del momento. La prima riguarda l'eutanasia che però non compare nel programma del governo socialista. Come mai?

R. – “Ho rivolto anch'io questa domanda all'interno della conferenza episcopale. È stato spiegato che la difesa della vita è il punto di partenza per qualsiasi altra rivendicazione. Lei dice che l'eutanasia non rientra nei programmi di questo governo. Mi piacerebbe che fosse così. Purtroppo ci sono indizi di segno opposto. Non siamo ancora alle proposte di legge ma temo che si stia preparando il terreno con varie iniziative di tipo culturale”.

D. – Un esponente socialista ha proposto di cambiare l'attuale sistema di finanziamento alla Chiesa cattolica. Pensa che il governo sia intenzionato a rimettere in discussione gli accordi sottoscritti tra lo stato spagnolo e la Santa Sede?

R. – “Il primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero ha detto di no. Per quanto riguarda il sistema di finanziamento non è stato realizzato completamente quel che venne stabilito. E al contrario di quanto solitamente si dice in giro, non per colpa nostra. Comunque siamo pronti a ridiscuterlo, non è il problema più importante per la Chiesa”.

D. – Quel che sta succedendo in Spagna potrebbe accadere presto in altri paesi europei di tradizione cattolica?

R. – “Forse sì, ma in maniera diversa. Credo ad esempio che in Italia il confronto tra laici e credenti stia avvenendo in modo più saggio e tranquillo”.










































































































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lunedì, 29 novembre 2004

25 Novembre 2004 
Sì: libera fede in libera ragione

Martedì sulla "Stampa" (p. 26), titolo forte per Maurizio Viroli: "Dio in politica distrugge la democrazia". Tesi: il luogo della religione deve essere solo e sempre il privato, altrimenti è tirannide. In verità il testo è meno rozzo, ma ieri la tesi si ritrova sull'"Unità", peggiorata in prima pagina da Carlo Augusto Viano, che proclama compito della vera ragione, che è solo laica, "l'emancipazione" da ogni religione. Allora il discorso va preso di petto. Se fosse vero che una società religiosa, in cui Dio è scelto dalle libere coscienze, è incompatibile con democrazia e libertà, allora queste dovrebbero essere nate in società del tutto areligiose o antireligiose. La tesì è, vista la storia, semplicemente ridicola, con dimostrazione anche "e contrario": tutte le società volutamente atee e antireligiose, dal "Terrore" del 1789 al nazismo e al comunismo di ogni specie - Urss, Cambogia, Cina, Albania e compagnia feroce - non hanno mai visto la democrazia, che è stata frutto del personalismo e radicata nella rivelazione ebraico cristiana, pur potendosi fondare, in teoria, anche solo con la retta ragione. Del resto chi oppone fede e ragione non conosce l'Abc del cristianesimo, e del cattolicesimo. Questo, per la storia, afferma come verità di fede (cfr. Concilio Vaticano I) il potere della ragione di conoscere la verità. Anche in nome del Dio cristiano si sono commessi delitti? Certo, ma essi hanno tradito la fede. E del resto anche chi ha usato, o vorrebbe usare, l'appello alla ragione per reprimere la libera coscienza religiosa tradisce la ragione. Par condicio: un solo luogo di ragione e fede, la libertà. Chi ne ha paura?

IDEE
Da «democrazia» a «solidarietà», da «pace a «sussidiarietà»: esce in libreria il Dizionario di dottrina sociale della Chiesa

Vedi alla voce bene comune

Di Antonio Airò

Novecentoquarantotto pagine. Dieci voci-guida: carità, persona e società, comunità e cultura, famiglia e matrimonio, educazione, lavoro, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, pace, che fanno da basamento all'intera opera. Centotrentuno voci tematiche, da aborto a volontariato. Quindici approfondimenti, che spaziano dalla storia economica e politica a quella sociale, alla demografia, alla scienza con le questioni caldissime della bioetica, e che attualizzano il dibattito in corso nella società e nella Chiesa. Bastano questi pochi dati a rimarcare il valore del Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e magistero (Vita e pensiero, euro 50,00). È indubbio merito dell'Università Cattolica aver voluto questo dizionario non tanto come momento rievocativo e riassuntivo di un magistero, quale si è dipanato soprattutto dall'800 in avanti, ma piuttosto con l'ambizione di offrire uno strumento di riflessione, e insieme non astratto, per stimolare i cristiani, in particolare i laici, nel loro doveroso «pensare politicamente» e quindi nel loro impegno teso a costruire «la Città dell'uomo».
La dottrina sociale della Chiesa, come emerge dalla gran parte dei contributi presenti in questo imponente dizionario, non è qualcosa di statico, di definito una volta per tutte. Ha lo stesso dinamismo del Vangelo al quale si richiama. Deve confrontarsi con la storia, con le trasformazioni della società. I tempi della Rerum novarum non sono quelli della Centesimus annus. Questioni una volta ricorrenti nella dottrina sociale della Chiesa, si pensi alle corporazioni oggi sono fuori moda e sembrano non dire più nulla agli esperti e ai politici. Una parola come sussidiarietà, che, fino a pochi anni fa, non figurava neppure nei vocabolari più aggiornati, ora viene inserita nelle Costituzioni, italiana e d europea, come elemento portante di un sistema autenticamente democratico. E anche il termine democrazia, che non a caso è stata al centro dei lavori della Settimana sociale di Bologna, in una società opulenta e secolarizzata, come è la nostra, nella quale taluni poteri forti possono prevaricare, passa da una concezione per così dire "formalistica", nella quale il voto della maggioranza è ritenuto infallibile o quasi, ad una "sostanziale" che guarda alla persona quale essa è nella sua complessità, nelle sue gioie e nei suoi dolori. E la politica deve essere al suo servizio.
Ma anche la teologia, di fronte all'emergere di una nuova antropologia, è chiamata a un'ulteriore riflessione sulle indicazioni e sollecitazioni del magistero. «I grandi maestri della teologia di ieri e di oggi, rileva monsignor Pino Colombo (autore nel dizionario della voce carità) pensavano per i cristiani, con una cultura cristiana, in un mondo culturalmente cristiano. Oggi la società è cambiata. È diventata post-cristiana, e multireligiosa. Esistono miliardi di persone che non conoscono il cristianesimo, e milioni di persone che non lo conoscono più; ed è mutata la loro cultura; l'antropologia comune non c'è più...». Cosa può dire la dottrina sociale della Chiesa? Quali le ricadute pratiche, nella politica, di questo insegnamento?
Ma è proprio questo susseguirsi di domande che consente al dizionario di presentarsi come «un'opera speciale», come lo definisce il rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi. Finora la teologia e le scienze sociali, anche in campo cattolico, hanno spesso e volentieri camminato su binari per così dire paralleli. Senza incontrarsi quasi mai. Grandi elogi all'insegnamento sociale della Chiesa. Tanti richiami e tante citazioni su questo o quel tema in convegni, dibattiti. Ma ognuno alla fine andava per la sua strada. La dottrina sociale enunciava certo principi di alto valore, ma con indicazioni generiche e di difficile, se non impossibile, appl icazione nella realtà politica e sociale.
Con la creazione, presso la Cattolica, del Centro di ricerche per lo studio della dottrina sociale della Chiesa, per la prima volta si è avviato un fecondo e costante dialogo tra la comunità cristiana e le strutture di ricerca e didattiche di una università. Teologia e scienza si sono date in un certo senso la mano. Se è vero che il perno attorno al quale ruota, fin dalle origini della Chiesa, l'insegnamento del magistero, è l'affermazione sempre ripetuta della dignità della persona umana, come non si stanca mai di sostenere Giovanni Paolo II, il Dizionario indica quali potrebbero essere o dovrebbero essere le ricadute concrete dei principi fondamentali della dottrina sociale. «E questo - osserva Ferdinando Citterio, docente di etica sociale, che ha coordinato tutte le varie fasi dell'opera -, non lo possono dire di certo i teologi, ma piuttosto gli esperti...».








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giovedì, 25 novembre 2004

Risultato storico della ricerca italiana
Attualità, Scienza

E' stato compiuto a Milano un nuovo, importante passo nello studio delle possibilità offerte dalla cellule staminali. Alcuni ricercatori dell'Istituto Carlo Besta, degli Spedali Riuniti e dell'Università di Brescia, hanno isolato e riprodotto cellule staminali da un muscolo umano. [...]

Lo studio dimostra che con una biopsia muscolare facilmente eseguibile, "senza alcuna conseguenza e danni per l'organismo - hanno spiegato i ricercatori - è possibile che tutti abbiano la propria sorgente di cellule staminali muscolari e neurali. Non solo, questa sorgente - aggiungono i ricercatori - è utilizzabile a tutte le età, anche nel soggetto anziano e questo rappresenta uno scenario di grandi prospettive". [...]

"Questa nuova fonte di staminali utilizzabile per trapianti da individuo a individuo o per autotrapianti - hanno spiegato ancora i ricercatori - apre importanti ed inediti ambiti terapeutici nella cura delle malattie neuromuscolari, come la distrofia, e del sistema nervoso centrale, come l'ictus cerebrale, il morbo di Parkinson, l'Alzheimer, le malattie neurovegetative."

la Repubblica, 23/11/2004

Come volevasi dimostrare.
La ricerca sulle cellule staminali embrionali finirà presto nel dimenticatoio di fronte ai risultati come questo. E l'Italia - una volta tanto - sarà all'avanguardia.
Notare che l'articolo di Repubblica non nomina mai le staminali embrionali, nel tentativo di nascondere la "sconfitta" della propria propaganda ideologica degli ultimi mesi, secondo la quale la guarigione di "milioni" di ammalati dipendeva dalla possibilità di sperimentazione sugli embrioni.

Sul Corriere invece si accenna al fatto che «si tratta di un risultato storico - ha assicurato il professor Claudio Munaretto degli Spedali Civili - che finora si pensava di poter ottenere soltanto utilizzando staminali embrionali o fetali».
Ma non si dice che dei risultati che si speravano di ottenere con le staminali embrionali non c'è ancora traccia nemmeno dove queste ricerche sono permesse da molti anni.
Solo fumo negli occhi per avere notorietà a buon mercato e finanziamenti milionari.

BYFABIOT:-*







postato da fabiotar alle ore novembre 25, 2004 09:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 23 novembre 2004

SOCCI E HABERMAS tutto da leggere

by FabioT:-)

Se lo scandalo è essere cattolici

Antonio Socci

I giornali – si sa – a mezzogiorno stanno già incartando l’insalata ai mercati generali (hanno dunque una loro utilità). Tuttavia a conservarli si fanno scoperte divertenti. C’è una frase per la quale l’arcivescovo di Bologna Caffarra è stato mediaticamente messo al rogo la settimana scorsa. Senza neanche diritto di replica. Ebbene, lo stesso concetto è stato ripetuto dal laico Piero Ostellino, quattro giorni dopo, sul laicissimo Corriere della sera e l’altroieri, addirittura, dal radicale Daniele Capezzone sul Foglio. Senza che nessuno se ne sia accorto e nessuno – stavolta - abbia gridato allo scandalo. Evidentemente solo a monsignor Caffarra è vietato fare certe considerazioni.

I fatti sono questi. Lunedì 9 novembre l’Unità esce con questo “strillo” in prima pagina; “Le coppie di fatto sono una metastasi”. Chi avrebbe pronunciato queste parole? Secondo il giornale dei Ds è stato monsignor Caffarra. Ma non è così, protesta Avvenire. Il giornale della Cei da tempo è in polemica con l’Unità, accusando questa testata di essere “recidiva in malintesi voluti e in falsificazione di testi e intenzioni”. Parole pesanti motivate dal fatto che, secondo Avvenire, l’Unità aveva già attribuito al Papa l’esortazione: “cattolici in politica per imporre la fede”. Questo titolo dell’Unità, dice Avvenire, è una “frase del tutto falsa”, in quanto il Papa non si è mai sognato di pronunciarla né di pensare che la fede si debba imporre.

Il dissidio si ripropone con l’arcivescovo di Bologna. E’ accaduto questo. Il settimanale della diocesi di Bologna si è occupato dell’equiparazione tra matrimonio e coppie gay (che più o meno è una proposta dei Ds) e ha interpretato il dibattito in corso proponendo un pensiero, generale, di Caffarra: “l’identità del diritto con il desiderio è la vera metastasi della nostra società occidentale”. L’Unità ha così titolato: “Le coppie di fatto sono una metastasi”. Ma sono due frasi diverse. La prima, quella veramente pronunciata da Caffarra, era peraltro contenuta in un saluto che l’arcivescovo aveva fatto a un convegno dell’Università di Bologna che si occupava di tutt’altro. Un brevissimo saluto concluso da questo giudizio culturale generale.

L’Unità può obiettare che è stato lo stesso giornale diocesano, “Bologna Sette”, ad applicarlo al caso specifico. Ed è vero. Ma allora non si dovevano attribuire a Caffarra quelle parole virgolettate. Tuttavia la cosa più interessante non è questa diatriba fra Avvenire e Unità, quanto la sostanza dell’affermazione di Caffarra il quale, ovviamente, è stato sottoposto a un vero e proprio bombardamento da Sinistra. E’ veramente così aberrante e terribile il concetto espresso dall’arcivescovo di Bologna? E’ davvero un segno di cupo oscurantismo, di fondamentalismo cattolico considerare “una metastasi” la pretesa che ogni desiderio si trasformi in diritto riconosciuto per legge?

In realtà quattro giorni dopo, sul Corriere della sera, il laico Piero Ostellino in un suo articolo se ne esce con una frase che suona quasi identica: “il desiderio non è un diritto da acquistare al ‘supermercato’ dei diritti”. Ma non solo. L’altroieri Daniele Capezzone, in un lungo intervento sul Foglio, a un certo punto scrive: “Io non nego che possano manifestarsi qua e là rischi o ‘incrostazioni’ laiciste. Un intellettuale originale e coraggioso come Alain Finkielkraut non smette di ricordarci che una società libera non è un ‘accumulo di diritti’ (diritto a questo, diritto a quello…). Già la Costituzione italiana (e Piero Ostellino ha fatto molto bene a evidenziarlo di recente) è negativamente gravata da questa impostazione, sul piano economico-sociale (diritto alla casa, diritto al lavoro ecc: tanto più solennemente proclamati, quanto più difficilmente realizzati, peraltro): e non sarebbe un buon affare per nessuno trasferire questo metodo anche in altri ambiti”.

E’ un concetto diverso da quello espresso da Caffarra? Secondo me no. E’ identico. Sorprende questa coincidenza di vedute fra Caffara e Capezzone, ma è Capezzone che dovrebbe trarre le conseguenze dai suoi (giusti) giudizi culturali. E – discutendo di parificazione fra matrimonio e unioni di fatto (in questo caso unioni di fatto fra uomo e donna) - andiamo a rivedere proprio le parole di quello straordinario intellettuale ebreo-francese evocato da Capezzone, Alain Finkielkraut, che certo non è cattolico: “Che dire se non che l’uomo non si definisce più per la sua capacità di fare promesse, ma per il suo diritto discrezionale di riprendersi, in qualunque momento, la sua libertà? L’assunzione di responsabilità, che fino a qualche tempo fa era il segno distintivo dell’autonomia, appare ora come un fardello o un ostacolo… Io non sono nient’altro che i miei desideri, le mie passioni o i miei umori presenti. Il mio vecchio io ed i miei vecchi giuramenti non hanno più alcun potere sulla mia vita, così come Dio o mio padre. L’individuo resta, certamente, lo stesso. Conserva la sua carta di identità. Ma questa identità non deve rendere conto a nessuno. è un’identità a pelo d’acqua, un’identità liberata dell’ipseità, slegata dal grosso peso del mantenimento di sé nella fedeltà alla parola data… Allora, balzo in avanti democratico o catastrofe antropologica? Non è che stiamo prendendo ancora una volta lucciole per lanterne e scambiando la consacrazione della maleducazione con il trionfo dei diritti umani? In ogni caso, ci si dovrebbe poter chiedere se l’uomo senza ipseità incline ed incoraggiato a confondere desiderio e diritto, troverà risorse di moderazione e di scrupolo quando si accorgerà che la terra sfinita non basta più alla sua bramosia”.

Parole straordinarie e profonde: non vi sarà sfuggito, fra l’altro, che Finkielkraut, prima di Caffarra, aveva criticato questo “confondere desiderio e diritto”. L’ “epoca del signorino soddisfatto” (per dirla con Ortega y Gasset) è quella in cui tutti i desideri hanno la pretesa di diventare un diritto sociale sancito dalla Costituzione (come giustamente dice Capezzone) o dalla legge: negli anni Settanta era il “ventisette garantito” all’università e tante altre cose, ma oggi forse ci sono altri desideri, anche nobilissimi (come il legittimo desiderio di avere figli) che rischiano di diventare pretesa assoluta, incurante dei limiti morali che si devono imporre alla scienza e incurante dei diritti dei figli (anche di quelli al primo stadio di vita, come sono i cosiddetti embrioni).

E’ un’espansione dell’area dei desideri che, nella pretesa di trasformarsi in diritto, sembra non accettare neanche il contrappeso dei doveri e delle responsabilità, senza i quali nessuna civiltà e nessun sistema sociale sopravvive.

Scrive Claudio Risé: “Con la centralità del valore materno della ‘soddisfazione dei bisogni’…, funzionale all’espansione dei consumi e quindi alla crescita della società industriale, l’intera società è diventata una Grande Madre. La sua prima funzione è quella di mantenere in vita l’individuo per stimolarne e soddisfarne le richieste di beni, e alimentare quindi il circuito della produzione-consumo. Quello della ‘soddisfazione dei bisogni’ è tuttavia un orientamento regressivo, perché rimanda a un’esigenza psicofisiologica della prima infanzia: quella occidentale è dunque una società profondamente infantilizzata”.

Se vuole sopravvivere questa civiltà deve imparare il linguaggio dei doveri. L’Europa deve scegliere fra Bush e Zapatero.

Chiesa sotto assedio. Ma l’ateo Habermas accorre in sua difesa
E a chiamarlo è il cardinale Ratzinger. Il filosofo di Francoforte rompe il fronte dell’attacco laicista. Anche altri intellettuali laici prendono le difese del cristianesimo. Tra i cattolici c’è chi si fida. E chi no

di Sandro Magister                                   



ROMA – In Vaticano ne sono sempre più convinti. È in atto un’aggressione sistematica del laicismo contro il cristianesimo, con epicentro l’Europa e con bersaglio maggiore la Chiesa di Roma.

In un’intervista al quotidiano “la Repubblica” del 19 novembre, il cardinale Joseph Ratzinger l’ha descritta così:

“Siamo di fronte a un secolarismo aggressivo e a tratti persino intollerante. [...] In Svezia un pastore protestante che aveva predicato sull’omosessualità in base a un brano della Scrittura, è andato in carcere per un mese. Il laicismo non è più quell’elemento di neutralità che apre spazi di libertà per tutti. Comincia a trasformarsi in un’ideologia che si impone tramite la politica e non concede spazio pubblico alla visione cattolica e cristiana, la quale rischia così di diventare una cosa puramente privata e in fondo mutilata. Noi dobbiamo difendere la libertà religiosa contro l’imposizione di un’ideologia che si presenta come fosse l’unica voce della razionalità”.

Un mese prima, il 18 ottobre, il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace, era stato ancor più tagliente. Presentando una raccolta di tutti i discorsi diplomatici di Giovanni Paolo II, denunciò che le voci del papa e della Chiesa cattolica “vengono deliberatamente fatte sparire, sommergendole nel frastuono e nel baccano orchestrati da potenti lobby culturali, economiche e politiche, mosse prevalentemente dal pregiudizio verso tutto quello che è cristiano”.

A giudizio delle autorità vaticane, le prove di questa aggressione laicista sono ormai innumerevoli. Il cardinale Martino, che per sedici anni ha rappresentato la Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ricordato “il tentativo di cacciare il Vaticano dall’ONU perché la Chiesa ha sempre difeso la vita e combattuto l’aborto”. E per quanto riguarda l’oggi ha aggiunto: “Basta pensare alla disinvolta e allegra maniera con cui queste lobby promuovono tenacemente la confusione dei ruoli [sessuali] nell’identità di genere, sbeffeggiano il matrimonio tra uomo e donna, sparano addosso alla vita fatta oggetto delle più strampalate sperimentazioni”.

L’omessa menzione delle radici cristiane nel preambolo della nuova carta dell’Unione Europea – lamentata più volte da Giovanni Paolo II in persona – è ritenuta un’altra di queste prove.

E così in Spagna la “revolución” laicista di José Luis Rodriguez Zapatero su divorzio, gay, embrioni, aborto, eutanasia. All’insegna del motto: “Se la maggioranza dice una cosa, quella è la verità”.

E così in Italia i referendum per facilitare il ricorso alla fecondazione artificiale e consentire l’eliminazione dei concepiti “inadatti”.

E così l’esclusione dalla carica di vicepresidente della commissione europea del ministro italiano Rocco Buttiglione – professore di filosofia e studioso del pensiero di papa Karol Wojtyla – a motivo delle sue esplicite posizioni cattoliche sull’omosessualità e il matrimonio.

* * *

Dentro la Chiesa c’è però chi non è d’accordo con i giudizi allarmati sopra descritti.

In Italia e in Vaticano ha fatto rumore un commento pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” dal professor Pietro Scoppola, storico autorevole ed esponente molto rappresentativo della corrente intellettuale progressista che domina da decenni il campo cattolico, con largo ascolto tra preti e vescovi.

Il commento di Scoppola, apparso sulla prima pagina del quotidiano “la Repubblica” del 10 novembre, esordiva così:

“Mi sembra del tutto irrealistica, priva di ogni fondamento, l’idea di un’offensiva anticattolica”.

E proseguiva sostenendo che il vero pericolo per la Chiesa è piuttosto un altro:

“È l’iniziativa di alcuni esponenti laici volta a servirsi del cristianesimo, del cattolicesimo e della Chiesa in campo politico come elemento di identità di fronte alla minaccia del terrorismo ispirato al fondamentalismo islamico”.

Con questo, Scoppola si riferiva soprattutto a due intellettuali laici italiani di spicco, Marcello Pera e Giuliano Ferrara, che si sono schierati con forza a difesa dell’identità cristiana dell’Europa, di fronte non solo all’offensiva dell’islamismo radicale, ma anche a quella dello strapotere scientifico sulla vita e sull’uomo. Pera, filosofo della scienza e allievo di Karl Popper, è dal 2001 presidente del senato, eletto dalla maggioranza conservatrice; mentre Ferrara, che filosoficamente si ispira a Leo Strauss e alla sua tesi di una legge naturale capace di distinguere razionalmente tra bene e male, è direttore di “Il Foglio”, un battagliero quotidiano di nicchia, di proprietà della famiglia del premier Silvio Berlusconi, molto letto dagli intellettuali anticonformisti cattolici e non.

“Avvenire”, il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinale Camillo Ruini, ha mostrato di apprezzare questa difesa del cristianesimo fatta da intellettuali laici.

Ma questo è stato un motivo in più, per Scoppola e quelli della sua corrente, per criticare le gerarchie della Chiesa. L’intervista allo storico Alberto Melloni, riportata più sotto, ben rappresenta questa corrente del pensiero cattolico. Secondo costoro, l’odierna convergenza tra la Chiesa e i citati esponenti laici che si dicono estimatori del cristianesimo, pur senza credervi, degrada la Chiesa a cappellania di una religione civile che in realtà non ha niente di cristiano.

Scoppola non ha esitato a indicare la forma “estrema e culturalmente più elaborata” di questa alleanza tra Chiesa e “atei devoti” in un famigerato precedente storico, sinonimo del peggior clericofascismo: l’Action Française di Charles Maurras, condannata da Pio XI nel 1926.

Il che ha indotto “Avvenire” a reagire con durezza, per la penna del suo stesso direttore Dino Boffo, vicinissimo al cardinale Ruini. E Scoppola a controreagire, rilanciando contro il vertice della Chiesa italiana l’accusa di mercanteggiare “consenso della Chiesa e legittimazione morale del potere in cambio di benefici e favori del potere medesimo”.

Con ciò lo scontro in atto da tempo tra il presidente della CEI e l’intellettualità cattolica progressista – analizzato in precedenti servizi di www.chiesa – ha toccato uno dei suoi picchi.

* * *

Ma è davvero così sconveniente l’incontro tra le ragioni della Chiesa e quelle del pensiero laico, in nome di un comune apprezzamento del cristianesimo?

Ed è davvero così scontato che tale incontro risponda a interessi politici e di potere?

In almeno due recenti occasioni, due alti esponenti della Chiesa di Roma hanno mostrato che l’incontro tra fede cristiana e pensiero laico non è un espediente occasionale e opportunistico, ma un obiettivo strategico della stessa Chiesa ai suoi più alti livelli, e non da oggi.

Il 18 novembre di due anni fa, parlando a tutti i vescovi italiani riuniti, il cardinale Camillo Ruini invocò il filosofo ebreo Karl Löwith a sostegno della tesi secondo cui è la fede nell’Uomo-Dio Gesù Cristo il primo fondamento della dignità dell’uomo nella civiltà occidentale. Ruini lesse un passaggio di un libro di Löwith del 1941, “Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX”, per ammonire che proprio “con l'affievolirsi del cristianesimo oggi è divenuta problematica anche l'umanità".

Lo scorso 25 ottobre il cardinale Joseph Ratzinger ha invece chiamato in campo come proprio alleato “il filosofo considerato nel mondo di lingua tedesca come il laico più puro”: Jürgen Habermas (nella foto), esponente della celebre scuola di Francoforte.

Ratzinger è prefetto della congregazione per la dottrina della fede, mentre Ruini è vicario del papa. Entrambi individuano il grande nemico della Chiesa e della civiltà occidentale nell’”uomo naturalistico”, l’uomo che si concepisce come parte della natura e si affida in tutto all’onnipotenza scientifica, dal nascere al generare al morire. Entrambi vogliono rispondere a questa sfida capitale sposando volutamente “fides et ratio”, fede e pensiero laico.

Tra un Ratzinger e un Habermas, naturalmente, le distanze restano intatte. Habermas si definisce ed è “ateo metodico”. Ma a leggere il suo ultimo saggio uscito in Italia, “Tempo di passaggi”, stampato da Feltrinelli e in libreria da metà novembre, è il cristianesimo, e non altro, il fondamento ultimo di libertà, coscienza, diritti dell’uomo e democrazia, i capisaldi della civiltà occidentale:

“A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne”.

Habermas si dice “incantato dalla serietà e coerenza” della teologia di san Tommaso d’Aquino, tutto l’opposto del pensiero debole che pervade anche l’attuale teologia:

“Tommaso rappresenta una figura dello spirito che è stata autonomamente in grado di provare la propria autenticità. Che nei vortici della religiosità contemporanea manchi oggi un terreno altrettanto solido mi sembra una verità incontrovertibile. Nel generale livellamento della società dei media tutto sembra perdere di serietà, persino lo stesso cristianesimo istituzionalizzato. Ma la teologia perderebbe la sua identità se cercasse da sganciarsi dal nucleo dogmatico della religione, dunque dal linguaggio religioso in cui si concretizzano le pratiche comunitarie di preghiera, confessione e fede”.

Circa il rapporto con le altre civiltà, Habermas sostiene che “prendere più chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all’intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile”.

Contesta la moderna “soggettività scatenata”, destinata inesorabilmente a “scontrarsi contro ciò che è veramente assoluto, ossia contro l’incondizionato diritto di ogni creatura a essere rispettata nella sua fisicità e riconosciuta nella sua alterità, come ‘immagine di Dio’”.

A commento del “Non avrai altro Dio fuori che me” scrive:

“Da un punto di vista filosofico, il primo comandamento esprime quella ‘spinta in avanti’ sul piano cognitivo che regalò all’uomo la libertà della riflessione, la forza per staccarsi dalla vacillante immediatezza, per emanciparsi dalla catena delle generazioni e dall’arbitrio delle potenze mitiche”.

Sul rapporto tra teologia e filosofia osserva:

“Non mi risento affatto quando vengo accusato di ereditare dei concetti teologici. Sono convinto che il discorso religioso contenga in sé potenziali che non sono stati ancora sufficientemente sfruttati dalla filosofia, in quanto non sono stati ancora tradotti nel linguaggio di ragioni pubbliche, presuntivamente capaci di persuadere chiunque. Naturalmente non parlo del progetto neopagano di chi vuole ‘lavorare sul mito’. Oggi, nell’ambito della critica postmoderna contro la ragione, queste figure concettuali neopagane sono tornate di moda: un piatto antiplatonismo oggi spensieratamente diffuso da mode ispirate al tardo Heidegger e al tardo Wittgenstein, nel senso di un ripudio definitivo dell’universalismo caratterizzante le pretese di verità incondizionate. Contro questa tendenza regressiva del pensiero postmetafisico mi ribello”.

Mette in guardia sulle conseguenze antiumane di un relativismo senza teologia:

“Il problema di come dare salvezza a chi soffre ingiustamente è forse il motivo più importante che tiene in movimento il discorso su Dio. Se tutti i paradigmi delle visioni del mondo si equivalessero, se l’indifferenza oggi perversamente diffusa togliesse al sì/no di ogni decisione del soggetto quella serietà che è propria di ogni pretesa universale di validità, allora dovrebbe necessariamente svanire quella dimensione normativa che serve a identificare, vivendoli come privazioni, i tratti di vita sfortunata, deformata, indegna dell’uomo”.

E sull’apporto della filosofia al confronto tra la Chiesa e le altre religioni dice:

“Nella disputa dialogica tra visioni religiose concorrenti c’è bisogno di quella ‘cultura del riconoscimento’ che trae i suoi principi dal mondo secolarizzato dell’universalismo della ragione e del diritto. In questa questione è dunque lo spirito filosofico quello che fornisce i concetti utili al rischiaramento politico della teologia. Ma la filosofia politica che è capace di questa prestazione tiene impressa in sé l’idea dell’Alleanza non meno dell’idea della Polis. Dunque anche questa filosofia si richiama a un’eredità biblica”.

* * *

Il cardinale Ratzinger si è richiamato a Habermas nel corso di un pubblico colloquio a due su “Storia, politica e religione” con un intellettuale anch’esso laico, Ernesto Galli Della Loggia, professore all’università di Perugia ed editorialista del “Corriere della Sera”. E il loro dialogare ha spaziato lungo due millenni di storia.

Ma era storia vivente anche lo straordinario salone nel quale i due parlavano: nel Palazzo Colonna al centro di Roma, già dimora di Giuliano Della Rovere che col nome romano-imperiale di Giulio II fu il pontefice della valorizzazione dell’arte e della cultura antica, di Michelangelo, dell’incontro tra la Chiesa e l’umanesimo rinascimentale.

Ratzinger parlava circondato da statue greche e romane. Sul suo capo un affresco grandioso raffigurava la battaglia di Lepanto del 1571, combattuta e vinta contro gli ottomani con la protezione della Madonna del Rosario che da lì ebbe dedicata una festa.

Prima della politica e dei suoi interessi, nell’agenda di Ratzinger, Ruini e più su di Giovanni Paolo II, c’è l’urgenza di una grande battaglia sull’uomo e per l’uomo. Assieme a tutti gli uomini di buona volontà.

E ben vengano i filosofi e le sibille al fianco di Gesù e degli apostoli. Anche questa è tradizione antica della lettura cristiana della storia. Basta aprire il “De Civitate Dei” di sant’Agostino.

* * *

Qui di seguito, il punto di vista di un intellettuale cattolico che non condivide l’allarmismo per l’aggressione laicista e critica come dannosa alla stessa Chiesa l’apologia del cristianesimo fatta dagli “atei devoti”:


“Un’operazione vecchia che non ha mai fatto bene né alla società né alla Chiesa”

Intervista con Alberto Melloni


Alberto Melloni è un rinomato storico della Chiesa, uno dei massimi esperti del Concilio Vaticano II, di cui ha curato una monumentale storia pubblicata in più lingue. Ma, come cattolico, si definisce “dell’ultima panca”. E da laggiù in fondo non tace la sua delusione per come vede la Chiesa cattolica d’oggi. Ha appena mandato in libreria, stampato da Einaudi, un volumetto dal titolo eloquente: “Chiesa madre, Chiesa matrigna”, stroncato dal giornale della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”, ma recensito con molto favore dal priore di Bose, Enzo Bianchi, guru dell’intelligenza cattolica progressista. In esso, Melloni rimprovera alla Chiesa d’abbandonare Gesù e fare invece la cappellana di un’altra religione non sua, tutta e solo civile, a servizio dei potentati del mondo.

D. – Professor Melloni, ma c’è o no un’aggressione anticristiana in atto?

R. – “Certo che c’è. Però non è quella laicista di cui in Italia e in Europa si chiacchiera. Una persecuzione vera, forte, sanguinosa, di cui molti cristiani sono vittime, esiste in varie regioni extraeuropee: sono questi i veri perseguitati di cui quasi nessuno parla. In Europa è tutt’altra cosa. La persecuzione che qui tanti cattolici lamentano non merita questo nome. È solo un loro problema di incomprensione, di mancanza di comunicazione, di difficoltà a fare i conti con l’uomo moderno. Chiamare tutto ciò persecuzione è un’offesa per i cristiani che in Africa o in Asia sono perseguitati e uccisi per davvero”.

D. – Ma facendo la vittima senza esserlo, come lei dice, che cosa pensano di ottenere questi cattolici?

R. – “Sognano il ritorno a una cristianità perduta, a una simbiosi politico-religiosa che rimetta la Chiesa al centro. E prontamente trovano le forze politiche interessate a questa operazione. Non c’è niente di nuovo in tutto ciò. L’alleanza tra reazionari e papalini ha fatto le sue fortune già nell’Ottocento, al pari dell’incontro tra cattolicesimo e democrazia, sperimentato dai cattolici moderati di tanti decenni fa. Oggi questo sogno è rilanciato in grande, su scala europea. Nella nuova Europa c’è il papa, c’è l’arcivescovo di Canterbury, c’è il patriarca di Romania, c’è l’arcivescovo di Atene, e questo basta ad alimentare la pretesa di una nuova Europa cristiana, dimenticando che vi sono anche i musulmani e gli ebrei, e facendo con ciò un grave danno proprio alla Chiesa”.

D. – Quale danno?

R. – “Quello di appiattirla sull’Europa. È incredibile che tanti cattolici ed ecclesiastici non si irritino al vedere personaggi estranei alla Chiesa stabilire loro quale dev’essere il posto della Chiesa in Europa. Il cristianesimo non è né europeo né occidentale, ma mondiale. Si può essere buoni europei ed occidentali senza scomodare il papato e la Chiesa. In Vaticano lo sanno e infatti sono più prudenti. Dalla campagna a difesa di Rocco Buttiglione il cardinale Angelo Sodano s’è tenuto lontano. Ha curato di non schiacciare la Chiesa su piccole disavventure domestiche”.

D. – La sociologa della religione Danièle Hervieu-Léger sostiene che il cattolicesimo è ormai fuori dalla cultura d’oggi. Concorda?

R. – “È fuori perché si autoesclude. Se la Chiesa non fa che ripetere il catechismo in fotocopia e mette al bando dentro di sé la riflessione sui punti scottanti, non va lontano. Prendiamo i diritti degli omosessuali. Dentro il mondo cristiano coesistono posizioni molto differenti. Ma mentre tra gli anglicani, che sono cristiani anche loro, se ne discute apertamente e ai più alti livelli, dentro la Chiesa cattolica la discussione non è ammessa. Non c’è fatto di cronaca che non trovi pronta una dichiarazione del magistero a presidio della condanna. E così sulla morale sessuale, sull’interruzione di gravidanza, sugli embrioni, come anche sull’islam. Sono tutte questioni non esterne ma interne alla Chiesa. Eppure essa non ammette che i fedeli apertamente si confrontino su come applicare alla realtà il messaggio di Gesù”.

D. – Giovanni Paolo II, nel suo discorso al parlamento italiano, disse che la democrazia diventa totalitarismo se non ha una “verità ultima” che la guida. Che cosa ne pensa?

R. – “Se la Chiesa vuole parlare a una società disorientata, ha una sola ‘verità ultima’ da offrirle: la pace. La pace come capacità di convivere tra diversi. La Chiesa è arrivata a scoprire questa verità dopo secoli, passando attraverso intolleranze e guerre di religione. Oggi che in Europa s’è affermato il pluralismo, la Chiesa non dovrebbe guardarlo come una minaccia, ma come un’attrattiva che rende la fede ancora più bella”.

D. – Ma a una democrazia che trasforma in verità e diritto ogni desiderio della maggioranza, la Chiesa continua a dire no.

R. – “La democrazia ha le sue debolezze, non funziona come un seminario di gesuiti. L’importante è confrontarsi e mediare. Come è sbagliato rifiutare ogni dichiarazione episcopale quasi fosse un attentato alla laicità, così è sbagliato vedere dappertutto un attacco alla Chiesa. Le idee evolvono. Oggi sulla libertà di stampa la Chiesa non ragiona più come Gregorio XVI che la demonizzava, né sulla democrazia allo stesso modo di Pio XII. La Chiesa è chiamata a imparare dalla voce dello Spirito che risuona nel cuore dell’esistenza umana”.

D. – Risuona anche nel cuore di quei non credenti, laicissimi come Pera o Ferrara, che si sono recentemente schierati a difesa della Chiesa?

R. – “La Chiesa da costoro dovrebbe guardarsi. Fanno mostra di difenderla, ma in realtà la strumentalizzano per fini politici, senza alcun rispetto per i contenuti della fede. La loro è un’operazione vecchia, che non ha mai fatto bene né alla società né alla Chiesa. Eccita i clericali con conseguenze che saranno tutti i cristiani a pagare, in termini di perdita di credibilità: e quando questo accadrà, i cosiddetti ‘atei devoti’ li avranno già lasciati soli. La fede cristiana non ha bisogno di simili apologeti. Sa difendersi da sola con i modi suoi propri, che sono fermezza e mitezza”.

D. – Strumentalizza la fede anche un filosofo come Jürgen Habermas, ateo eppure grande estimatore della teologia cristiana?

R. – “In Germania è diverso. La teologia tedesca non si fa solo nei seminari, come in Italia. Si insegna nelle università statali, è un sapere in dialogo aperto con la società, tant’è vero che la gerarchia della Chiesa spesso se ne distacca e ne condanna le posizioni”.

D. – La nuova carta d’Europa non fa parola delle “radici cristiane”. Per la Chiesa è stata una sconfitta?

R. – “Non credo che il papa, la curia e i vescovi si siano poi tanto mobilitati, per quella menzione che era più che altro simbolica. Almeno su questo, la Santa Sede è stata esemplarmente neutrale. In un Europa senza più partiti cattolici, alla Chiesa interessa molto di più tenere uniti i cittadini che dividerli in forza delle appartenenze religiose”.

D. – E lo choc delle elezioni americane?

R. – “Thomas Friedman ha scritto sul ‘New York Times’ del 4 novembre: ‘Non ci siamo divisi su ciò che l’America fa, ma su ciò che l’America è’. Guai se anche in Europa ci dividessimo gli uni dagli altri e dal resto del mondo per ragioni di identità religiosa. Dentro la Chiesa c’è chi vuole farlo. Ma fortunatamente la Chiesa è troppo complessa per muoversi compatta in questa direzione. Una grande Chiesa di popolo non accetta di ridursi a frangia politica, non accetta di buttare Dio sul mercato per vedere quanti voti raccoglie”.




















































































































































postato da fabiotar alle ore novembre 23, 2004 10:29 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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