da "Il Giornale 28.11.2004"
Onore al somaro (di) Garibaldi
Antonio Socci
Il grido di dolore s’innalza – nientemeno – dalla prima pagina del Corriere della sera. Dunque dal pulpito più alto, dal faro dello spirito patrio. Eccolo qua: “Appello per la cavalla di Garibaldi, sepolta tra i rifiuti”. L’occhiello recita: “Anita, pronipote dell’Eroe: ‘La tomba è ormai semidistrutta, servono fondi’ ”. L’articolo – ripeto: sulla prima pagina del Corriere della sera – è di quelli che straziano il cuore: “Si chiamava Marsala, aveva il manto bianco, sulla sua groppa Giuseppe Garibaldi entrò a Palermo nel maggio del 1860 alla testa delle camicie rosse. Ora la cavalla, morta nel 1876, è sepolta a pochi metri dal sarcofago dell’Eroe, come lui aveva voluto. Ma la tomba è abbandonata, circondata da rovi, acqua stagnante e rifiuti”. Segue una lunga lamentazione, di questo tenore: “L’eroe dei due mondi riposa in pace sull’isola di Caprera e vive nella storia. A Marsala invece è toccata l’offesa dell’oblio”.
Oh, Patria ingrata. Che scandalo! Che cosa indegna! L’articolista Giusi Fasano prosegue col cuore a pezzi: “La sua tomba (del cavallo)… soccombe agli attacchi impietosi del tempo. Sulla lapide, che non ha nemmeno più il piedistallo, si fatica a leggere la scritta…”.
Ma ci rendiamo conto? Come sopportare una simile onta? Una simile “offesa dell’oblio” a cotanta cavalla! Addirittura la lapide senza il piedistallo… Il Corriere ha fatto davvero uno scoop. Come restare insensibili davanti all’incivile trattamento cimiteriale dell’equino defunto? Come rimanere indifferenti di fronte al caso di una cavalla morta nel 1876 la cui lapide manca di piedistallo? E’ senz’altro uno scandalo da prima pagina del Corriere e bene ha fatto Stefano Folli a lanciare questo grido: da quando è diventato direttore, il suo giornale dell’elmo di Scipio si è cinto la testa e stringendosi a coorte celebra un giorno sì e l’altro pure i miti risorgimentali. In attesa di vedere cronisti del Corriere sguinzagliati sulle tracce dei poveri resti mortali del cane di Mazzini e del gatto di Cavour, sulle cui tombe (temiamo) nessuno porta corone, vorremmo sollevare un dubbio.
Per carità, non ci occuperemo delle tombe degli italiani morti durante il cosiddetto Risorgimento contro Garibaldi a difesa di regni italiani come quello delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Leggo in un libro recente che il mausoleo dei caduti di Castelfidardo, costruito nel 1910, ospita solo i caduti dell’esercito piemontese, mentre per i pontifici c’è stata solo la fossa comune e l’oblio. Non ci occuperemo neanche della storia – venuta alla luce proprio in questi giorni – del cimitero degli italiani a Tripoli, in Libia, dove le tombe sono state saccheggiate alla ricerca di catenine d’oro e roba simile. Lasciamo perdere quegli ottomila italiani i cui resti mortali in terra libica sono stati così oltraggiati in un cimitero che è stato descritto come una vera discarica, mentre il cimitero inglese è verde e ben curato e custodito.
Infischiamocene. Come ce ne infischiamo da sempre della sorte di migliaia di soldati italiani crepati in Russia senza sepoltura, in tanti casi nel gelo del Gulag siberiano dove nessuno di loro ha avuto una degna sepoltura e dove soprattutto sono stati totalmente dimenticati, sia da vivi che da morti.
Meglio infischiarsene. Da veri patrioti ci occupiamo della cavalla di Garibaldi il cui monumento sepolcrale non ha piedistallo. Ma – ecco la mia obiezione – possiamo forse discriminare così fra quadrupede e quadrupede? Se celebriamo – com’è sacrosanto – la cavalla dell’Eroe, come dimenticare il somaro? L’Ente per la protezione degli animali che fu fondato proprio da Garibaldi e che oggi “sposa la causa” della nipote, come c’informa accoratamente il Corriere, vuole forse dimenticare quel ciuco? Per lui niente monumenti funebri? E il Corriere della sera intende forse discriminare, fra i quadrupedi, l’umile somaro rispetto alla bianca cavalla? Non ricorda i meriti risorgimentali del somaro? Forse che anche i patrioti hanno dimenticato il famoso ciuco che Garibaldi – con la finezza che lo caratterizzava – chiamò “Pionono”? Sì, lo chiamò col nome del Papa che l’Eroe definiva “un metro cubo di letame” e la cui salma (la salma del papa, intendo dire) nella notte fra il 12 e il 13 luglio del 1881 si tentò, da parte di certi risorgimentali, di buttare nel Tevere al grido “le carogne nella chiavica!”. L’aggressione contro il corteo funebre – con cori blasfemi, bastonature, sassate - fu bloccata solo dal popolo romano accorso in massa in difesa del suo papa, ma non fu affatto condannata dal governo “risorgimentale” nell’aula parlamentare.
Dunque, l’Italia risorgimentale che pure ha eretto una tomba monumentale al cavallo, ha dimenticato il somaro di Garibaldi? Me lo chiedo con apprensione e con grande simpatia per l’Eroe dei due mondi, se non altro con la memoria a quell’Ettore Socci garibaldino che combatté a fianco dell’Eroe a Mentana e a Digione. Vorrei appellarmi a Eugenio Scalfari, vero custode del patriottismo risorgimentale, avversario di ogni temporalismo vaticano (quante volte evoca il “famigerato” Sillabo di Pio IX), nonché storico concorrente del Corriere della sera. Vorrebbe, dottor Scalfari, innalzare con me un grido di dolore per il ciuco dimenticato? Sarebbe una lezione che Repubblica potrebbe impartire al Corriere. Suvvia.
| CINA | ||
| Licenziata e torturata perche' ha il secondo figlio | ||
Beijing (AsiaNews/Scmp) - Essere colpita alla testa, e rimanere sospesa legata alle caviglie sono solo alcune delle torture alle quali è sottoposta una donna cinese contraria alla politica governativa del figlio unico. La denuncia arriva da Human Rights in China (HRIC), gruppo che si batte per i diritti umani. | ||
IN POLONIA TROPPI LIMITI ALL'ABORTO:
ARRIVA LA CONDANNA DELL'ONU!
INCREDIIIBBBBILE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
by FabioT;-(
Roba da non crederci! Il Cespas (Centro Europeo di Studi su Popolazione,
Ambiente e Sviluppo) ha diffuso una notizia che ha dello scandaloso. La
Commissione ONU per i diritti umani ha condannato la Polonia perché ha una
legislazione troppo restrittiva sull'aborto (che comunque è previsto in caso
di stupro o di rischi per la vita della madre). La Commissione ONU esorta
dunque il governo polacco a "liberalizzare la sua legislazione e la pratica
dell'aborto" (Osservazioni conclusive, 5 novembre 2004, no.8). Inoltre
condanna l'obiezione di coscienza dei medici, invitando (forse sarebbe più
corretto "minacciando") il governo polacco a fornire spiegazioni sull¹uso
effettivo di questa clausola.
Il CESPAS giustamente osserva che si tratta di un fatto gravissimo, per due
motivi:
1. la direttiva della Commissione pretende di influire su una materia che
spetta alla libera giuridsdizione di ogni Paese;
2. promuove l'aborto a diritto umano fondamentale.
Siamo arrivati all'assurdo che una nazione viene stigmatizzata da una
commissione "per i diritti umani", perché ha una legislazione che controlla
e limita una pratica (l'aborto, appunto) che è quello che tutti dovrebbero
avere il coraggio di dire: un assassinio!
I diritti umani, al solito, valgono solo per chi è già vivo ed impone la sua
volontà a chi ancora deve nascere. Questa pratica, che dovrebbe diventare un
"diritto umano fondamentale" (in contrasto anche con l'Accordo
Internazionale sui Diritti civili e politici, che stabilisce all'articolo 6
il "diritto alla vita di ogni essere umano"), ha fatto, solo in Italia,
negli ultimi anni, qualcosa come quattro milioni di vittime. Altro che
guerra in Irak!
E l'ONU, lento perfino a condannare gli abusi contro la libertà e la dignità
degli essere umani nella Cuba di Castro, se la prende con i polacchi perché,
liberamente, dicono di no all'aborto facile!
Commento del Cespas:
"E' dunque evidente che singole Commissioni e Agenzie dell'ONU sono ormai in
mano a delle lobby che tentano di forzare gli accordi internazionali e di
inserire nuovi concetti che nulla hanno a che fare con la volontà dei
popoli".
Aggiungiamo che queste lobby stanno diffondendo una cultura della morte, che
è contro l'uomo e contro la sua dignità, ribaltando conquiste fondamentali
che la nostra civiltà ha acquisito grazie all'influsso del Cristianesimo.
di Sandro Magister • ENGLISH VERSION •
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| 25 Novembre 2004 | ||
| Sì: libera fede in libera ragione | ||
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IDEE
Da «democrazia» a «solidarietà», da «pace a «sussidiarietà»: esce in libreria il Dizionario di dottrina sociale della Chiesa
Vedi alla voce bene comune
Di Antonio Airò
Novecentoquarantotto pagine. Dieci voci-guida: carità, persona e società, comunità e cultura, famiglia e matrimonio, educazione, lavoro, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, pace, che fanno da basamento all'intera opera. Centotrentuno voci tematiche, da aborto a volontariato. Quindici approfondimenti, che spaziano dalla storia economica e politica a quella sociale, alla demografia, alla scienza con le questioni caldissime della bioetica, e che attualizzano il dibattito in corso nella società e nella Chiesa. Bastano questi pochi dati a rimarcare il valore del Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e magistero (Vita e pensiero, euro 50,00). È indubbio merito dell'Università Cattolica aver voluto questo dizionario non tanto come momento rievocativo e riassuntivo di un magistero, quale si è dipanato soprattutto dall'800 in avanti, ma piuttosto con l'ambizione di offrire uno strumento di riflessione, e insieme non astratto, per stimolare i cristiani, in particolare i laici, nel loro doveroso «pensare politicamente» e quindi nel loro impegno teso a costruire «la Città dell'uomo».
La dottrina sociale della Chiesa, come emerge dalla gran parte dei contributi presenti in questo imponente dizionario, non è qualcosa di statico, di definito una volta per tutte. Ha lo stesso dinamismo del Vangelo al quale si richiama. Deve confrontarsi con la storia, con le trasformazioni della società. I tempi della Rerum novarum non sono quelli della Centesimus annus. Questioni una volta ricorrenti nella dottrina sociale della Chiesa, si pensi alle corporazioni oggi sono fuori moda e sembrano non dire più nulla agli esperti e ai politici. Una parola come sussidiarietà, che, fino a pochi anni fa, non figurava neppure nei vocabolari più aggiornati, ora viene inserita nelle Costituzioni, italiana e d europea, come elemento portante di un sistema autenticamente democratico. E anche il termine democrazia, che non a caso è stata al centro dei lavori della Settimana sociale di Bologna, in una società opulenta e secolarizzata, come è la nostra, nella quale taluni poteri forti possono prevaricare, passa da una concezione per così dire "formalistica", nella quale il voto della maggioranza è ritenuto infallibile o quasi, ad una "sostanziale" che guarda alla persona quale essa è nella sua complessità, nelle sue gioie e nei suoi dolori. E la politica deve essere al suo servizio.
Ma anche la teologia, di fronte all'emergere di una nuova antropologia, è chiamata a un'ulteriore riflessione sulle indicazioni e sollecitazioni del magistero. «I grandi maestri della teologia di ieri e di oggi, rileva monsignor Pino Colombo (autore nel dizionario della voce carità) pensavano per i cristiani, con una cultura cristiana, in un mondo culturalmente cristiano. Oggi la società è cambiata. È diventata post-cristiana, e multireligiosa. Esistono miliardi di persone che non conoscono il cristianesimo, e milioni di persone che non lo conoscono più; ed è mutata la loro cultura; l'antropologia comune non c'è più...». Cosa può dire la dottrina sociale della Chiesa? Quali le ricadute pratiche, nella politica, di questo insegnamento?
Ma è proprio questo susseguirsi di domande che consente al dizionario di presentarsi come «un'opera speciale», come lo definisce il rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi. Finora la teologia e le scienze sociali, anche in campo cattolico, hanno spesso e volentieri camminato su binari per così dire paralleli. Senza incontrarsi quasi mai. Grandi elogi all'insegnamento sociale della Chiesa. Tanti richiami e tante citazioni su questo o quel tema in convegni, dibattiti. Ma ognuno alla fine andava per la sua strada. La dottrina sociale enunciava certo principi di alto valore, ma con indicazioni generiche e di difficile, se non impossibile, appl icazione nella realtà politica e sociale.
Con la creazione, presso la Cattolica, del Centro di ricerche per lo studio della dottrina sociale della Chiesa, per la prima volta si è avviato un fecondo e costante dialogo tra la comunità cristiana e le strutture di ricerca e didattiche di una università. Teologia e scienza si sono date in un certo senso la mano. Se è vero che il perno attorno al quale ruota, fin dalle origini della Chiesa, l'insegnamento del magistero, è l'affermazione sempre ripetuta della dignità della persona umana, come non si stanca mai di sostenere Giovanni Paolo II, il Dizionario indica quali potrebbero essere o dovrebbero essere le ricadute concrete dei principi fondamentali della dottrina sociale. «E questo - osserva Ferdinando Citterio, docente di etica sociale, che ha coordinato tutte le varie fasi dell'opera -, non lo possono dire di certo i teologi, ma piuttosto gli esperti...».
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E' stato compiuto a Milano un nuovo, importante passo nello studio delle possibilità offerte dalla cellule staminali. Alcuni ricercatori dell'Istituto Carlo Besta, degli Spedali Riuniti e dell'Università di Brescia, hanno isolato e riprodotto cellule staminali da un muscolo umano. [...] Lo studio dimostra che con una biopsia muscolare facilmente eseguibile, "senza alcuna conseguenza e danni per l'organismo - hanno spiegato i ricercatori - è possibile che tutti abbiano la propria sorgente di cellule staminali muscolari e neurali. Non solo, questa sorgente - aggiungono i ricercatori - è utilizzabile a tutte le età, anche nel soggetto anziano e questo rappresenta uno scenario di grandi prospettive". [...] "Questa nuova fonte di staminali utilizzabile per trapianti da individuo a individuo o per autotrapianti - hanno spiegato ancora i ricercatori - apre importanti ed inediti ambiti terapeutici nella cura delle malattie neuromuscolari, come la distrofia, e del sistema nervoso centrale, come l'ictus cerebrale, il morbo di Parkinson, l'Alzheimer, le malattie neurovegetative." la Repubblica, 23/11/2004 |
Come volevasi dimostrare.
La ricerca sulle cellule staminali embrionali finirà presto nel dimenticatoio di fronte ai risultati come questo. E l'Italia - una volta tanto - sarà all'avanguardia.
Notare che l'articolo di Repubblica non nomina mai le staminali embrionali, nel tentativo di nascondere la "sconfitta" della propria propaganda ideologica degli ultimi mesi, secondo la quale la guarigione di "milioni" di ammalati dipendeva dalla possibilità di sperimentazione sugli embrioni.
Sul Corriere invece si accenna al fatto che «si tratta di un risultato storico - ha assicurato il professor Claudio Munaretto degli Spedali Civili - che finora si pensava di poter ottenere soltanto utilizzando staminali embrionali o fetali».
Ma non si dice che dei risultati che si speravano di ottenere con le staminali embrionali non c'è ancora traccia nemmeno dove queste ricerche sono permesse da molti anni.
Solo fumo negli occhi per avere notorietà a buon mercato e finanziamenti milionari.
BYFABIOT:-*
SOCCI E HABERMAS tutto da leggere
by FabioT:-)
Se lo scandalo è essere cattolici
Antonio Socci
I giornali – si sa – a mezzogiorno stanno già incartando l’insalata ai mercati generali (hanno dunque una loro utilità). Tuttavia a conservarli si fanno scoperte divertenti. C’è una frase per la quale l’arcivescovo di Bologna Caffarra è stato mediaticamente messo al rogo la settimana scorsa. Senza neanche diritto di replica. Ebbene, lo stesso concetto è stato ripetuto dal laico Piero Ostellino, quattro giorni dopo, sul laicissimo Corriere della sera e l’altroieri, addirittura, dal radicale Daniele Capezzone sul Foglio. Senza che nessuno se ne sia accorto e nessuno – stavolta - abbia gridato allo scandalo. Evidentemente solo a monsignor Caffarra è vietato fare certe considerazioni.
I fatti sono questi. Lunedì 9 novembre l’Unità esce con questo “strillo” in prima pagina; “Le coppie di fatto sono una metastasi”. Chi avrebbe pronunciato queste parole? Secondo il giornale dei Ds è stato monsignor Caffarra. Ma non è così, protesta Avvenire. Il giornale della Cei da tempo è in polemica con l’Unità, accusando questa testata di essere “recidiva in malintesi voluti e in falsificazione di testi e intenzioni”. Parole pesanti motivate dal fatto che, secondo Avvenire, l’Unità aveva già attribuito al Papa l’esortazione: “cattolici in politica per imporre la fede”. Questo titolo dell’Unità, dice Avvenire, è una “frase del tutto falsa”, in quanto il Papa non si è mai sognato di pronunciarla né di pensare che la fede si debba imporre.
Il dissidio si ripropone con l’arcivescovo di Bologna. E’ accaduto questo. Il settimanale della diocesi di Bologna si è occupato dell’equiparazione tra matrimonio e coppie gay (che più o meno è una proposta dei Ds) e ha interpretato il dibattito in corso proponendo un pensiero, generale, di Caffarra: “l’identità del diritto con il desiderio è la vera metastasi della nostra società occidentale”. L’Unità ha così titolato: “Le coppie di fatto sono una metastasi”. Ma sono due frasi diverse. La prima, quella veramente pronunciata da Caffarra, era peraltro contenuta in un saluto che l’arcivescovo aveva fatto a un convegno dell’Università di Bologna che si occupava di tutt’altro. Un brevissimo saluto concluso da questo giudizio culturale generale.
L’Unità può obiettare che è stato lo stesso giornale diocesano, “Bologna Sette”, ad applicarlo al caso specifico. Ed è vero. Ma allora non si dovevano attribuire a Caffarra quelle parole virgolettate. Tuttavia la cosa più interessante non è questa diatriba fra Avvenire e Unità, quanto la sostanza dell’affermazione di Caffarra il quale, ovviamente, è stato sottoposto a un vero e proprio bombardamento da Sinistra. E’ veramente così aberrante e terribile il concetto espresso dall’arcivescovo di Bologna? E’ davvero un segno di cupo oscurantismo, di fondamentalismo cattolico considerare “una metastasi” la pretesa che ogni desiderio si trasformi in diritto riconosciuto per legge?
In realtà quattro giorni dopo, sul Corriere della sera, il laico Piero Ostellino in un suo articolo se ne esce con una frase che suona quasi identica: “il desiderio non è un diritto da acquistare al ‘supermercato’ dei diritti”. Ma non solo. L’altroieri Daniele Capezzone, in un lungo intervento sul Foglio, a un certo punto scrive: “Io non nego che possano manifestarsi qua e là rischi o ‘incrostazioni’ laiciste. Un intellettuale originale e coraggioso come Alain Finkielkraut non smette di ricordarci che una società libera non è un ‘accumulo di diritti’ (diritto a questo, diritto a quello…). Già
E’ un concetto diverso da quello espresso da Caffarra? Secondo me no. E’ identico. Sorprende questa coincidenza di vedute fra Caffara e Capezzone, ma è Capezzone che dovrebbe trarre le conseguenze dai suoi (giusti) giudizi culturali. E – discutendo di parificazione fra matrimonio e unioni di fatto (in questo caso unioni di fatto fra uomo e donna) - andiamo a rivedere proprio le parole di quello straordinario intellettuale ebreo-francese evocato da Capezzone, Alain Finkielkraut, che certo non è cattolico: “Che dire se non che l’uomo non si definisce più per la sua capacità di fare promesse, ma per il suo diritto discrezionale di riprendersi, in qualunque momento, la sua libertà? L’assunzione di responsabilità, che fino a qualche tempo fa era il segno distintivo dell’autonomia, appare ora come un fardello o un ostacolo… Io non sono nient’altro che i miei desideri, le mie passioni o i miei umori presenti. Il mio vecchio io ed i miei vecchi giuramenti non hanno più alcun potere sulla mia vita, così come Dio o mio padre. L’individuo resta, certamente, lo stesso. Conserva la sua carta di identità. Ma questa identità non deve rendere conto a nessuno. è un’identità a pelo d’acqua, un’identità liberata dell’ipseità, slegata dal grosso peso del mantenimento di sé nella fedeltà alla parola data… Allora, balzo in avanti democratico o catastrofe antropologica? Non è che stiamo prendendo ancora una volta lucciole per lanterne e scambiando la consacrazione della maleducazione con il trionfo dei diritti umani? In ogni caso, ci si dovrebbe poter chiedere se l’uomo senza ipseità incline ed incoraggiato a confondere desiderio e diritto, troverà risorse di moderazione e di scrupolo quando si accorgerà che la terra sfinita non basta più alla sua bramosia”.
Parole straordinarie e profonde: non vi sarà sfuggito, fra l’altro, che Finkielkraut, prima di Caffarra, aveva criticato questo “confondere desiderio e diritto”. L’ “epoca del signorino soddisfatto” (per dirla con Ortega y Gasset) è quella in cui tutti i desideri hanno la pretesa di diventare un diritto sociale sancito dalla Costituzione (come giustamente dice Capezzone) o dalla legge: negli anni Settanta era il “ventisette garantito” all’università e tante altre cose, ma oggi forse ci sono altri desideri, anche nobilissimi (come il legittimo desiderio di avere figli) che rischiano di diventare pretesa assoluta, incurante dei limiti morali che si devono imporre alla scienza e incurante dei diritti dei figli (anche di quelli al primo stadio di vita, come sono i cosiddetti embrioni).
E’ un’espansione dell’area dei desideri che, nella pretesa di trasformarsi in diritto, sembra non accettare neanche il contrappeso dei doveri e delle responsabilità, senza i quali nessuna civiltà e nessun sistema sociale sopravvive.
Scrive Claudio Risé: “Con la centralità del valore materno della ‘soddisfazione dei bisogni’…, funzionale all’espansione dei consumi e quindi alla crescita della società industriale, l’intera società è diventata una Grande Madre. La sua prima funzione è quella di mantenere in vita l’individuo per stimolarne e soddisfarne le richieste di beni, e alimentare quindi il circuito della produzione-consumo. Quello della ‘soddisfazione dei bisogni’ è tuttavia un orientamento regressivo, perché rimanda a un’esigenza psicofisiologica della prima infanzia: quella occidentale è dunque una società profondamente infantilizzata”.
Se vuole sopravvivere questa civiltà deve imparare il linguaggio dei doveri. L’Europa deve scegliere fra Bush e Zapatero.
Chiesa sotto assedio. Ma l’ateo Habermas accorre in sua difesa
E a chiamarlo è il cardinale Ratzinger. Il filosofo di Francoforte rompe il fronte dell’attacco laicista. Anche altri intellettuali laici prendono le difese del cristianesimo. Tra i cattolici c’è chi si fida. E chi no
di Sandro Magister
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