Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
lunedì, 28 febbraio 2005

...e continuavano a chiamarla resistenza
Un'altra strage in Iraq: cento morti a Hilla

La conferma viene da fonti ospedaliere: a Hilla un'autobomba ha causato la morte di almeno 115 persone, moltissimi sono i feriti, 148. E' il peggiore attentato singolo dalla caduta di Saddam Hussein e l'inizio della lotta degli insorti. I terroristi questa volta hanno colpito la folla che faceva la fila per un lavoro, vicino a un ufficio governativo, non lontano c'era anche un mercato, le vittime sono tutte civili. A Hilla, una cittadina a 60 chilometri a sud di Bagdad, il numero dei morti continua ad aumentare, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa temono crescerà ancora. L'ospedale locale continua a ricevere feriti e molti, tra coloro che vengono portati al pronto soccorso, sono in condizioni disperate. 

EPURAZIONI

L'Unità ha silurato il suo direttore, il "fantasioso" Furio Colombo

Sospeso a divinis don Vitaliano....in entrambi i casi   ERA ORA!!!

post by FabioT

 
postato da fabiotar alle ore febbraio 28, 2005 15:06 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


lunedì, 28 febbraio 2005

Informazione neutrale 

Fecondazione: l'occasione dello stato laico (Lastampa)

Il manifesto di scienza e vita

di Gian Enrico Rusconi

IL Manifesto del Comitato Scienza e Vita contro il referendum per l’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita è assai deludente. Ripete assunti generalissimi sul «primato della vita», sui «diritti del concepito», sulla «deriva scientista» senza confrontarsi minimamente con le tesi di coloro che la pensano diversamente. Anzi, lascia intendere che i sostenitori del referendum (la cui formulazione sarebbe «volutamente equivoca») vanno incontro al «rischio di una società che non si fa scrupolo di manipolare l’uomo».
Il Manifesto insomma è un testo militante, non un serrato confronto di idee - come mi sarei aspettato dalle stimatissime personalità firmatarie. Peccato. (Peccato aver sprecato carta e inchiostro e due braccia tolte all'agricoltura ndr)

La vita umana    (Corrieredellasera)

Referendum tra teologia e politica

di GIOVANNI SARTORI

Fede e ragione. Vi sono questioni che sono materia di fede, e questioni che sono materia di ragione. Se Dio esiste è materia di fede. Se è vero che gli aeroplani volano perché sostenuti da angeli è materia di ragione. L’importante è che le due sfere si rispettino e che non si impasticcino l’una con l’altra. Mentre nei dibattiti in corso sul diritto alla vita e sull’embrione l’impasticciamento è di tutta evidenza. Intanto, vita non è lo stesso che vita umana . Anche le mosche, i pidocchi, le zanzare sono animaletti viventi, sono vita. Ma io li uccido, confesso, con soddisfazione. Anche gli animali e i pesci che io mangio erano, prima, esseri viventi. Eppure li mangio, confesso, senza sentirmi in peccato. Invece la vita umana è inviolabile, è sacra. Perché? Qual è la differenza?
Il problema è questo, ma la Chiesa di Papa Wojtyla lo evade. La sua crociata è per la difesa della «vita nascente». Anche quella delle piante? Anche quella dei tafani? 

Giovanni Sartori si chiede, forse non lo sa, qual'è la differenza tra un uomo e un tafano...per lui probabilmente nessuna, forse era un tafano nel grembo di sua madre e poi la fatina toccandolo con la sua bacchetta magica l'ha reso, magicabula, un essere umano che ragiona come un tafano. Umano o tafano? L'embrione tafano perchè è diverso da Sartori? La Stampa ci chiedeva un serrato confronto di idee, ma quale dialogo ci può essere con chi considera la vita umana nascente alla stregua di tafani e zanzare?

Ps "L'esistenza di Dio è (solo) questione di fede"...chi lo dice a S.Tommaso? 


postato da fabiotar alle ore febbraio 28, 2005 14:45 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


lunedì, 28 febbraio 2005

I giorni della Merla 

Anche una comune vipera cattolica come noi possiede uno speciale senso del ridicolo, che nel caso in questione si identifica con quello istintivo del no!-ancora?-basta!-non-mi-va-più!, ovvero il dover ribattere ad un articolo che non lo meriterebbe affatto, tanto è denso di brutti e falsi luoghi comuni, così tanto che pare un po’ non ne avesse ispirazione, un po’ ricerchi, nel più banale e sporco dei modi, una sorta di originalità a tutti i costi: un articolo di Francesco Merlo, da La Repubblica di giovedì scorso. Un obbligato –si percepiva- e velenoso –quanto facile- coccodrillo di Merlo a proposito di...già, a proposito di chi? Perchè abbiamo dovuto leggerlo due volte, mannaggia, per essere certe che stava straparlando di Don Giussani e non dell’incredibile Hulk. Purtroppo il testo è stato anche diffuso in rete poichè apprezzato –ebbene, sì, non c’è da stupirsi- da alcuni blog, ma di cui almeno uno  ha tentato di porsi una domanda: Però è una storia grande, su cui ci sarebbe da riflettere.“ Inoltre, oltre ai blogger, ciascuno con il suo particolare stile, Blondet, Farina, Crippa hanno già ben replicato dalle rispettive testate. Per uomini come Don Giussani, i tempi saranno sempre duri, inospitali: il veleno della maldicenza è sempre in circolazione nella bocca degli uomini, che lo trovano aspro ma di loro grandissimo gusto. Soprattutto quando chi è morto non si può difendere. E poi poterne parlar male proprio il giorno del suo funerale! Non è questione di mancanza di rispetto o di stile o di gran malvagio gusto, quanto piuttosto che l’intellettuale di turno –quelli de La Repubblica sono interscambiabili fra loro- si pone seriamente nientemeno che al posto di Dio, immaginandosi persino il giudizio divino sulla vita di una persona che evidentemente non conosce e nè vuole conoscere, poichè volendo soprattutto contrapporre due concezioni di Dio fra loro, di cui una è migliore dell'altra –indovinate quale-:Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che tanto gli [ N.d.B. al Don Giussani] piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma dolcezza privata, non sensazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio che si nasconde e non si mostra”.
In sintesi, ecco il vero diabolico fastidio alla base dell’atteggiamento di Merlo, il quale parafrasato potrebbe declinarsi così: se volete proprio esser cristiani, siatelo pure da grotteschi quali siete, –siamo in democrazia, accidenti -, ma di nascosto, a casa vostra. Non ci sarebbe neanche bisogno della Chiesa. Non nei salotti nostri, per carità; non per le strade o sulle piazze, perdinci, niente segni della Croce -gesto grottesco per eccellenza- che vi vedono tutti. Anzi, dimenticatevi dei dettagli della Buona Novella. Copritevi, tanto comoda è l’ideologia nostra. Una volta che la indossi, nella penombra della ragione, ti dimentichi persino chi eri, a Chi appartenevi.

postato da fabiotar alle ore febbraio 28, 2005 13:10 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria:


domenica, 27 febbraio 2005

 

CACOLOGIE

Merlo parla male di Giussani in nome del moderno, e vabbè. Ma non ha letto Evelyn Waugh

Muore uno importante, ti chiedono un parere. Se tutti ne parlano male, ti butti a dire bene; se il coro è a tendenza eulogia, prova a farlo a pezzi. Un lavoraccio, essere pagati per avere delle opinioni, ogni tanto si rischiano figure barbine, scambiare una persona per l’altra e partire con l’opinione dario fosbagliata. E’ capitato a Dario Fo. Muore Giussani, e lui “ah, che dolore, eravamo sempre in contatto”. Dopo un paio d’ore e un cachet, ecco la fiera smentita: “Ops, era un altro, quel Giussani era un fascista”. Ma a un Nobel della guitteria vien quasi da perdonarlo, parlare da ubriachi anche da sobri fa parte del contratto. Il problema è se a sbagliare persona è un giornalista importante, con tutto il suo illuministico aplomb. Muore Giussani, e Francesco Merlo parte in tromba, con ogni evidenza, a parlare di un’altra persona: “Non è morto il cappellano d’Italia, il padre spirituale di tutti noi… nel caso di don Giussani, la morte ha transustanziato la realtà”. Cappellano? Padre spirituale di tutti noi? Ma quando mai… Se c’è uno che è sempre stato schivo, mai in tv, mai un proclama. Figura da fesso, pensi, ha sbagliato persona. Ma poi il pezzo dalla prima gira all’interno, e vedrai che si accorge, gliel’avranno detto. Nossignore. Merlo va avanti come un treno sparato contro il muro. “Finissimo politico combattente”, “coltissimo organizzatore di potere”, “incarnò l’integralismo”. La questione è forse un po’ più seria dello sfottò per un articolo fuori senso e fuori registro. E’ che il pezzo sulla prima pagina di Repubblica di ieri firmato da un señor opinionista come Francesco Merlo è l’archetipo di un’ideologia più supponente che laicista, convinta che per essere al centro del moderno e anche del postmoderno basti dire “integralista” e “antimoderno” a chi non ha la tessera del club. “Don Giussani era e rimane il leader di una minoranza antimoderna”, sentenzia Merlo, con l’aria di chi seppellisce un problema. Sarebbe bastato mettere fuori il naso dall’archivio di Repubblica, magari leggersi qualche pagina di Giussani, per capire quanto poco a quel tremendissimo Torquemada sia mai importato di essere gramscianamente maggioranza. Giussani che, dopo il referendum sull’aborto, diceva “ecco, questo è il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici su tutta la terra”. Gli importava di Gesù, altro che egemonia culturale, posto al sole della cultura. La cosa indispettiva già Tacito, figurarsi se non turba un Merlo, ma toccherà rassegnarsi. Lo sdegno di Merlo, si vede che è in vena, va dritto alla riformulazione del concetto di Dio: “Il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che piaceva a lui”. E anche qui, bastava ricordarsi di come Giussani aveva risposto, 50 anni fa, al ginnasiale che provava a sfotterlo mettendogli sotto il naso “Il diavolo e il buon Dio” di Jean Paul Sartre: si sentì rispondere che lui non aveva nulla contro quel dio da fessi. Ma era, per l’appunto, il Dio di Sartre. Quanto al “sessantotto alla rovescia”, all’“estremismo contro estremismo” bastava guardarsi le parole del Gius sull’Action française: “Voleva riformare il mondo in nome dei valori cristiani, ma non era fede”. Capiamo, e volentieri lo concediamo, che, lette sui giornali, certe ansie di miracolismo, di trasformare un santo subito in un santino o peggio in un santone, possono irritare. E che a certe sparate venga da evocare la presa in giro del bigottismo fatta da Totò. Però confondere l’incipit di un articolo forse un po’ troppo commosso con uno “spettacolo sciita, Pasqua santa da processione paganeggiante”, è un abbaglio che i mulini a vento di Don Chisciotte al confronto sono una svista arbitrale. Insomma, per non fare una figuraccia alla Dario Fo, per parlar male di qualcuno – legittima aspirazione – bisognerebbe almeno sapere che cosa rinfacciargli, altrimenti si fa la caricatura dell’articolo-senza- riverenza scritto dal giornalista-senzapaura. Totò contro la caricatura di Gorgia sofista. Se fosse sufficiente aver leggiucchiato Sciascia per essere illuministi, sarebbe facile. Invece, come avrebbe detto il Gius, bisogna mettersi d’accordo prima su cosa sia la ragione. Ma Merlo se ne sta lì, supercilioso come uno Scalfari minore, col culo al caldo sulle pietre di Racalmuto, sperando che la laicità trapassi per osmosi, il cuore essendo, come diceva De Andrè, sempre vicino al buco del culo. Il punto non è che Merlo parli male di Giussani, ma che lo fa muovendo da un intellettualismo poveretto. Cose che un libero pensatore vero (che non è una prestigiosa professione) come Giussani ha contribuito a far fuori, a buttar giù dal piedistallo del pregiudizio. Prima di parlar male di Giussani come “uomo hegelianamente storico”, bisognerebbe magare ricordarsi di una delle sue citazioni preferite, da Evelyn Waugh: “Gli uomini raramente apprendono ciò che credono già di sapere”.

Maurizio Crippa (dal FOGLIO del 25.02.2005)

fabioT

 
postato da fabiotar alle ore febbraio 27, 2005 15:03 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


sabato, 26 febbraio 2005

Resistenze:l'Iraq che cambia, i cronisti "ritirati" e la miopia del santone dei sindacato giornalisti(ilfoglio)

Mandato da antonio Sabato, 26 February 2005, 12:24.
di Toni Capuozzo

E adesso chi glielo dice, a quel vecchio compagno che è intervenuto nel dibattito, in una sala di provincia, per dire che appare sospetto tutto questo sequestrare giornaliste di sinistra e pacifiste, chiediamoci a chi giova, non è che dietro c’è la Cia?
Chi glielo dice che Raida al Wazan, 36 anni, non è di sinistra e pacifista, e si limita a condurre l’edizione regionale di Mosul del telegiornale Al Irakiya?
Chi glielo dice, alle donne in nero, che il fatto che sia stata sequestrata mentre guidava l’auto con a bordo la figlioletta di dieci anni, dovrebbe farci sentire tutti a lutto? E chi dice a Bifo di immaginare quale disperazione possa aver armato la forza dei decapitatori, e chi avverte Giorgio Bocca che l’incompresa resistenza irachena ha aggiunto un nuovo fiore all’occhiello delle sue imprese?
Chi fa notare ai commentatori delle elezioni truffaldine del 30 gennaio che il coraggioso Zapatero ha raccolto alle urne, nel referendum europeo, meno concorso del disincantato e pauroso elettorato iracheno? E chi chiosa i titoli – l’avevamo detto noi… – sulla sharia destinata a diventare unica fonte di un governo oscurantista, adesso che c’è un dibattito, uno scontro politico che non pretendiamo appassionante, ma che è autentico, nella candidatura alla premiership tra Ibrahim Al Jaafari a Yiad Allawi?

Giorni fa, dopo il video che ritraeva Giuliana Sgrena, si è innescato un profetico dibattito sulle pagine internet di un sito-bandiera del giornalismo politicamente corretto, il Barbiere della Sera. Uno dei frequentatori si è chiesto se non fosse il caso, in risposta a quel passaggio in cui Giuliana invitava i giornalisti italiani a non venire in Iraq, di ritirare i reporter, se non era possibile ritirare le truppe, in un gran gesto da refusnik, da dissidenti, da coraggio civile.
I fatti hanno preso alla lettera l’auspicio, e il Palestine è deserto. A chi giova? Alla Cia, che così eviterà fastidiose ricostruzioni della battaglia di Fallujah o analisi attente alla minaccia sciita, o interviste anticonformiste ai leader degli ulema?

O giova a una resistenza, chiamiamola pure così, se l’Anpi non ha niente da ridire – che non ha mai invitato un giornalista a raccontare un solo straccio di programma, a mostrare un solo asilo o una sola scuola in un villaggio liberato, che non ha mai dimostrato di voler prefigurare nella lotta, e nei metodi di lotta, un solo assaggio del mondo nuovo, non fosse per quei tre incauti rivenditori di alcol messi alla gogna nella Fallujah libera dove si organizzavano i sequestri, dove le vittime venivano appese ai ponti, dove l’unica bandiera era quella del terrore per il terrore, condito da un po’ di nostalgia per i fasti di Saddam, e da un po’ di versetti del Corano recitati prima della decapitazione di turno?
Ora e sempre, questa resistenza che non vuole giornalisti tra i piedi, scomodi o pronti a raccogliere le loro testimonianze, che vogliono bene al popolo iracheno aggredito da Bush, o che vogliono bene al popolo iracheno, e alle donne e ai bambini, anche quando vengono straziati dalle autobomba del terrore.
E chi glielo dice al santone del sindacato dei giornalisti che, è vero, noi giornalisti non amiamo venir arruolati, ma prima ancora non amiamo venir sequestrati, e gradiremmo di poter fare il nostro lavoro senza essere reclutati da nessuna bandiera, neanche quella arcobaleno – che censurò, da Assisi alle visite guidate da Un ponte per…, lo scandalo di Oil for food – oltre a quella a stelle e strisce, che pure lasciò trapelare le vergogne di Abu Ghraib, e l’esecuzione a freddo di Fallujah?

E chi dice a quel ragazzo benedetto, il figlio di Enzo Baldoni, che la morte dell’assassino di suo padre non è stata una vendetta che priva noi tutti di un processo giusto, ma un’azione della polizia irachena, che non può portare sollievo e neppure soddisfazione, ma che ci deve far registrare che ci sono iracheni che si battono contro il terrore?
In attesa che le truppe d’occupazione se ne vadano, come reclamano ora e subito i cartelli nelle manifestazioni in cui non c’è un solo cartello che reclami, chieda, implori la restituzione del corpo di Enzo?
E chi ha il coraggio di ricordare adesso, le parole di Fabrizio Quattrocchi? Dicevano che aveva promesso la prova che un fascista sa morire a modo suo. Disse che mostrava come muore un italiano. Fu visto con sospetto, e in qualche caso con derisione.

Il sospetto era legittimo, perché non è vero che così muoiono gli italiani. Così è morto un italiano, un soldatino male in arnese, da Grande Guerra, e gli italiani sono di tutto un po’: i diciannove di Nassiriyah, Vanzan e Baldoni, l’elicotterista e le due Simona, Giuliana Sgrena e noi e voi, che chissà come ci comporteremmo, nell’ora della verità, quando non c’è da lasciare Baghdad, ma da lasciare la vita.
Giuliana, rivolgiamo un pensiero, da non dire a nessuno, al congedo asciutto di un italiano qualunque, al gesto fascista di un italiano che ha imitato l’antifascismo dei condannati a morte di una resistenza europea, davanti alla resistenza irachena. 
postato da fabiotar alle ore febbraio 26, 2005 17:43 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


sabato, 26 febbraio 2005

 

"Se qualcuno tira fuori la solita banalità: "voi credete di avere la verità in tasca", dovremo rispondere "sì, perché - senza alcun nostro merito e umilmente ma fermamente consapevoli del dono che ci è stato fatto - siamo discepoli di Colui che ha detto di essere, Lui stesso, la Verità". Non possiamo negare di avere la Verità, quella con la maiuscola, perché essa non è nostra, l'abbiamo ricevuta con la fede." (Vittorio Messori)

fabiot

Negazionisti anticattolici

«Quando nella storia del Vecchio Continente si è voluta limitare l'influenza del cristianesimo, si è finito per risacralizzare lo Stato»


Da Parigi Daniele Zappalà


«L'Occidente appare nel Medioevo sotto l'influenza esplicita della Chiesa cattolica, capace di adottare una spiritualità originale e di operare un'autentica sintesi di civiltà. L'unione di Atene, di Roma e di Gerusalemme diventa così una logica intima». È la tesi principale presentata dallo storico delle idee Philippe Nemo in Che cos'è l'Occidente, che sta per essere pubblicato dall'editore Rubbettino. Noto intellettuale francese, Nemo riassume qui la sua lunga riflessione sull'evoluzione del pensiero politico occidentale.

Professore, lei sostiene che l'Occidente trova i suoi prodromi non solo nell'agorà greca, ma anche negli antichi tribunali romani. Perché?«A proposito del diritto romano, sottolineo il suo ruolo per la protezione della sfera privata in tutti gli scambi. La definizione giuridica della proprietà privata favorisce gli scambi perché coloro che li attuano sanno che il frutto degli scambi sarà conservato. Dunque, si può più facilmente dare ciò che si ha. Esiste un legame diretto fra la protezione giuridica della proprietà e lo sviluppo degli scambi economici e intellettuali. Inoltre, se i proprietari privati sono ben distinti, le identità delle persone sono ugualmente distinte. Ciò permette allo Stato romano di far vivere in buon accordo dei popoli di etnie diverse, la stessa esigenza posta oggi dalla globalizzazione. Ma, allo stesso tempo, tale diritto aveva per scopo intimo di rendere a ciascuno il dovuto e certamente non di migliorare il mondo».


Mancava, secondo lei, una direzione…

«Sì. È dopo la riforma gregoriana, fra XI e XIII secolo, che si sviluppa, grazie anche alla riflessione dei grandi teologi dell'epoca, un cambiamento di prospettiva fondato sull'idea che spetta innanzitutto agli uomini migliorare il mondo per poter infine intravedere la parusia. L'uomo torna in primo piano e ciò è mostrato dal successo della filosofia tomista, preceduto da un nuovo interesse per l'averroismo e dalla reintroduzione in Occidente dei testi di Aristote le. Tutto ciò ha dato l'abbrivio all'Occidente».


Lei sostiene, inoltre, che è stato lo spirito biblico a realizzare la "desacralizzazione dello Stato moderno". Cosa intende?

«Sostengo che l'idea stessa di laicità è di origine cristiana. A livello storico, si tratta di un lungo processo occidentale che risale all'antichità. Ma, per contrasto, ciò emerge anche osservando tutte le altre civiltà. Non ve n'è una dove lo Stato sia laico, con una chiara divisione fra potere temporale e potere spirituale. Lo Stato conserva sempre, invece, una certa pretesa di fissare il senso della vita. Altra evidenza per contrasto: quando in Europa si è cominciato a rifiutare l'influenza del cristianesimo, si è risacralizzato lo Stato. A livello del pensiero, per Hobbes è il Leviatano, per Hegel è lo Stato come Ragione suprema della Storia, con la matrice di tutti i pensieri totalitari del XX secolo. Lo stesso, per i giacobini francesi».


La coscienza dell'unità dell'Occidente è un fenomeno recente?

«Essa è presente, credo, dall'inizio, almeno dal tempo di Tommaso d'Aquino. I grandi intellettuali del Medioevo, per esempio, hanno spesso un percorso europeo. In seguito, è per via di questa coscienza che grandi spiriti come Leibniz e Kant saranno disperati a proposito delle successive divisioni e guerre dell'Europa. E ciò fino ai conflitti del XX secolo, dopo i quali il processo di costruzione dell'Unione europea è apparso. Se Monnet, De Gasperi, Schuman e Adenauer hanno detto "mai più tutto ciò", è a partire dalla consapevolezza dell'assurdità di fondo di queste guerre, dato che abbiamo gli stessi valori. È, oggi, ciò che rende problematico l'ingresso della Turchia, dato che potrebbe implicare una perdita di questa identità. Si cambia terreno rispetto all'idea di base dei fondatori dell'Europa».


La sorprende l'assenza, oggi, di un riferimento al cristianesimo nel preambolo della Costituzione europea?

«Trovo ciò deplorevole e inquietante. Ciò è dovuto, credo, a una profonda incultura dell'attuale classe politica europea. Si è voluto eliminare questo riferimento al cristianesimo pensando che, in fondo, non ci sono più tanti veri cristiani in Europa e dunque l'Europa non è più cristiana. Ma ciò vuol dire dimenticare che la struttura delle mentalità europee è dovuta al cristianesimo. Siamo di fronte a una forma di negazionismo e su questa base non si può costruire nulla di serio e durevole».


In estrema sintesi, quali sono questi valori occidentali di cui lei descrive l'evoluzione?

«Si tratta del frutto progressivo di cinque "salti di civiltà", dal mondo classico greco e dal mondo biblico fino al più recente rappresentato dalle grandi rivoluzioni democratiche moderne. I valori così creati sono lo Stato di diritto, la libertà individuale sotto la legge, i concetti di persona e di dignità della persona, la proprietà privata e lo scambio con altre persone libere, la volontà morale di migliorare il mondo, cioè il progresso come programma politico deliberato che suppone l'etica biblica, i diritti dell'uomo, la scienza, la razionalità ma anche la sua fallibilità in accordo con la tradizione cristiana, dunque lo spirito critico che obbliga anche alla tolleranza e al pluralismo».


(tratto da Avvenire del 26.02.2005)

postato da fabiotar alle ore febbraio 26, 2005 11:13 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


venerdì, 25 febbraio 2005

Il liberal cristiano: Don Giussani, maestro di libertà

 

 Erede di Rosmini: la famiglia e non lo Stato scelga l’istruzione

 

Di Don Luigi Giussani rimarrà tanto, resterà la sua capacità di avvicinare al mistero, di chiarire come pochissimi altri nel mondo d’oggi il doppio binario cristiano, ch’è il pessimismo sulla natura dell’uomo e l’ottimismo sul suo destino, il bisogno del vero declinato secondo il gusto del ragionevole, l’esperienza della fede. E quanti sono stati toccati, di persona, da questo sacerdote di Desio al punto di farne un’appartenenza, hanno di certo ben più da dire, ben più da piangere. Ma Don Gius non deve, ora, continuare a vivere solo nella loro biblioteca,o nel segreto tempio degli affetti. La sua lettura sarebbe ampiamente raccomandata a quelli che continuano a dirsi liberali, eppure non riescono ad affrancarsi dai miti stanchi che tramano contro il successo, la verosimiglianza, il senso stesso di quella tradizione di pensiero alle nostre latitudini.

Proprio a quelli che non riescono a comprendere quanto sia naturale, quanto sia “normale” essere cattolici e liberali, come Bastiat,come Tocqueville, come Rosmini, leggere Giussani farebbe bene.

Soprattutto su un tema, che è cartina di tornasole affidabile: l’educazione. Il recinto della “scuola laica”è ancor oggi guardato a vista. Sottrarre l’educazione alle famiglie è stata raccomandata come l’unica assicurazione possibile contro la sopravvivenza del dispotismo sociale, di un intrigo di medioevali pregiudizi che schiacciano l’individuo proprio mentre cerca di diventare se stesso. I liberali post-unitari, del resto, erano impegnati a “fare gli italiani”,fabbricando da poche briciole un’identità, e dunque ansiosi di far conto su due agenzie di omogeneizzazione culturale: il servizio militare, e la scuola. Abortire il pluralismo dell’offerta educativa diventa una necessità, se lo Stato si definisce in antitesi all’unica istituzione che abbia radici robuste abbastanza da resistergli: la Chiesa.

L’imbastardimento del liberalismo per la velleità di un’egemonia era stato anticipato, sfidando il fuoco dei contemporanei, da Antonio Rosmini.«Vi hanno tra noi dei dottrinari», scriveva, «che riconoscono nei padri il diritto di fare istruire i loro figliuoli da persone di loro fiducia, scelte senza impedimento, ma poi aggiungono: «ciò non ostante per al presente non conviene lasciare questa libertà ai padri di famiglia, perché non ne sanno usare, hanno molti pregiudizi imbevuti nel tempo passato. Conviene dunque per ora privarli di quella libertà, fino che sieno formati alle nuove idee della giornata; allora poi glie la concederemo».Quelli che così ragionano sono falsi liberali,il che è quanto dire non liberali, sono teste inconseguenti, senza principi».Ammettere la libertà solo per i membri del proprio club ideologico, legare l’esercizio della propria responsabilità al riscatto di un esame,espropriare padri e madri del diritto di educare per consegnarlo al potere politico è un tradimento, un’abiura.

Ecco, Giussani,in molte occasioni ma soprattutto in un libro bellissimo, Il rischio educativo, ha definitivamente e vigorosamente sgomberato il campo da ogni equivoco. Lo Stato non può educare,perché l’educazione in senso proprio è immensamente di più dell’immagazzinare nozioni, da una parte, e del tentativo d’indottrinare dall’altra. Don Gius ha smascherato la bugia della scuola laica,aprendoci gli occhi sull’impossibilità di una educazione “neutrale”, che finga di tacere sulle questioni che fanno ribollire il sangue degli uomini. Insegnare è accettare il “rischio della libertà” e formarlo al confronto, perché «la scuola neutra pare che tragga queste sole conclusioni dallo scetticismo che tende a generare: il fanatismo o il bigottismo, fanatismi pro, bigottismi contro, oppure indifferenza e qualunquismo».

Viceversa, solo “una scuola ideologicamente qualificata” può «creare coscienze veramente aperte,e spiriti veramente liberi. E’ proprio perché educa all’affermazione di un criterio unico che essa può creare nel giovane un interesse intenso al paragone con le altre ideologie e una apertura sincerissima e simpatetica verso di esse». Non si cresce immergendosi in un brodino scipito, non c’è libertà educativa in un’orchestra composta sì di molti elementi,ma tutti costretti al silenzio.E’ invece solo sul mercato della conoscenza, un mercato aperto a chiunque abbia qualcosa da dire (due tipi di persone hanno la dignità dell’umano, racconta Giussani a Renato Farina: l’anarchico e il religioso, chi sa accettare l’esistente e chi sa ribellarsi, non quelli che si mordono la lingua), che si può trovare il pluralismo autentico. E non crediate la tolleranza sia figlia del silenzio: è anzi il prodotto di quella “simpatia” per la fede altrui che solo chi ha consapevolezza di quel che crede può provare.

C’è una lezione di libertà straordinaria in quelle pagine,che andrebbe urlata addosso ai talebani dello scetticismo, ai silenziatori delle coscienze, agli spiriti colti e smaliziati per i quali il rispetto delle ragioni altrui è figlio di un cinismo divertito e compreso,e non dell’identificazione nella differenza. Guarda caso, c’è una parola ch’era cara a don Gius. “Creatività”, e dice il meglio dell’uomo, calpestato e offeso dall’interventismo selvaggio: «lo statalismo è sempre una situazione pietosa, nel senso che fa pietà: senza creatività, senza poesia, senza canto (adeguati, dico)». «Una società è fatta dall’imporsi di questa creatività di cui la libertà dell’uomo è capace, dall’imporsi di questa creatività anche al predominio dello Stato.Più società:più individui,più creazione dal basso».

 

(Da Il Riformista, 23 febbraio 2005)

fabiot


postato da fabiotar alle ore febbraio 25, 2005 14:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


Chi sono

Utente: fabiotar


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Foto recenti

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder