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giovedì, 30 giugno 2005
ZAP: UN MALE NECESSARIO?

mercoledì, 29 giugno 2005
«Il Catechismo fonte e modello della fede»
...l'occasione per cattolici più o meno adulti di fare un doveroso ripassino...
Il Compendio del «Catechismo della Chiesa Cattolica» nasce dall'esigenza di poter disporre di una «sintesi, breve, che contenesse tutti e soli gli elementi essenziali e fondamentali della fede e della morale cattolica, formulati in una maniera semplice, accessibile a tutti, chiara e sintetica». E che a tutti, appunto, si rivolge: non solo ai credenti ma, «riconoscendolo corrispondente al bene non solo della Chiesa universale e delle Chiese particolari, ma anche del mondo d'oggi, assetato di verità... a ogni persona di buona volontà, che desideri conoscere le insondabili ricchezze del mistero salvifico di Gesù Cristo».
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, che oggi ho la grande gioia di presentare alla Chiesa e al mondo, in questa Celebrazione orante, può e deve costituire uno strumento privilegiato per farci crescere nella conoscenza e nell’accoglienza gioiosa di tale dono divino.
(Benedetto XVI)
Dove nasce lo sfregio più abietto
Mi chiedo a volte quali siano le dinamiche psicologiche della violenza sessuale. Mi compare davanti agli occhi quel quadro, stupendo e terrificante, di Magritte, che si chiama "le viol", lo stupro

Giuseppe Anzani
Dopo gli stupri di Bologna e di Milano, dopo la catena di violenze sessuali che le cronache annodano da una città all'altra della penisola, le parole di sdegno, di rivolta e di richiesta di sicurezza sono per i giornali un coro necessario. Diamo per fatta la nostra parte. Anche altro ci preme. Alla esecrazione di fronte a questi turpi delitti vorremmo facesse seguito ora qualche riflessione più profonda; più attenta alle statistiche della criminologia, e ancora più giù meditativa delle radici della violenza sessuale. Non è un fenomeno estivo, dura ahimè tutto l'anno; forse diventa un "argomento" mediatico estivo, quando il soprassalto fa intingere le penne di cronisti e commentatori in inchiostri di allarme virtuoso. Ci sono parole che diventano "temi": la minaccia incombente, la sicurezza sociale in frantumi, e quasi immancabilmente "gli immigrati". Parole sulle quali i sociologi della comunicazione vanno da tempo avvertendo i rischi di una sorta di "panico morale".
Questa ricarica dei gusti e dei disgusti, tradizione dei giornali di prima estate, non ci dà gran frutto. Il panorama delle violenze sessuali in Italia (ma nel mondo è anche peggio) è molto più desolante e doloroso di quanto emerge a tratti a scuoterci dal letargo. L'ultimo studio dell'Istat (2004) parla di 520mila vittime di violenza subita o tentata, fra le donne di età compresa fra 14 e 59 anni; sull'arco intero di vita, che è il minimo dei calcoli e sicuramente per difetto, si tratta di quasi 1000 violenze sessuali ogni mese. E gli stupratori chi sono? Noi, italiani, in maggioranza stragrande, non stranieri; e in più dell'80% dei casi, persone già conosciute dalla donna e non estranei; e molto spesso in ambiente domestico e lavorativo; e non miserabili relitti del degrado sociale, ma anche fior di gente "perbene" agli occhi degli uomini. Questa è la tragica autopsia di un fenomeno che non ha mai trovato risposta efficace nel mondo del diritto, pur dopo aver traslocato il delitto "con qualche prema tura enfasi di vittoria" da un capitolo all'altro del codice penale, e avere inasprito le pene. Bastassero i castighi a frenare gli stupratori. Non è accaduto.
Mi chiedo a volte quali siano le dinamiche psicologiche della violenza sessuale. Mi compare davanti agli occhi quel quadro, stupendo e terrificante, di Magritte, che si chiama "le viol", lo stupro (foto in alto); è un volto di donna che in luogo di occhi e bocca incornicia nel cerchio della chioma i pezzi del corpo, la nudità del tronco a tener luogo di occhi e bocca, di sguardo e parola. La violenza è questa, la cancellazione del volto, qualcosa che uccide l'altro, lo nega. Pensare che tutto ciò sia imparentato con la sessualità umana mi sembra un sacrilegio non meno che una follia. Studi criminologici avvertono che le fantasie sessuali dello stupratore sono ancelle di un impulso aggressivo e predatorio, dove la sensazione di potere domina sull'attrazione, e nei casi perversi si combina con disprezzo e con odio. Gli stupri di guerra ne sono l'abisso. La sessualità è altra cosa, la sua bellezza va reimparata e reinsegnata, contro la deriva analfabetizzante di una società che di tutto ha fatto merce "usa e getta", e che tutto ha miscelato con gli egoismi, l'accatto o la predazione. La sessualità umana è un mondo che intreccia lo spirito e la carne nell'unica luce, dove il corpo è promessa e dono e dialogo e gioia nel suo significato sponsale, dove il volto dell'estasi è plasmato dal linguaggio dell'amore.
[Avvenire]

Ieri, l'Unione Europea ha vissuto una delle sue giornate più ingloriose (e oggi sarà ancora peggio). Riunita a Bruxelles, ha ufficialmente sancito che il suo encefalogramma se la passa maluccio: prove di vitalità prossime allo zero, atmosfera rassegnata al fallimento, vuote dichiarazioni, soliti impegni sulla necessità del rilancio politico, pause di riflessione. Di solito, quando si è in un mare di guai e non si hanno idee per tirarsi fuori, ci si comporta così: si prende tempo e si allunga l'agonia. L'Europa è fritta, o quasi. Sempre ieri, con incredibile tempismo, Romano Prodi è apparso alla trasmissione "Punto e a capo" e ha detto: io e Ciampi abbiamo salvato il Paese. Come? Lo hanno fatto entrare in Europa, quella con l'encefalogramma di cui sopra, rosolata a puntino dal voto francese e olandese e dall'ondata di proteste contro la moneta unica. Caro Professore, ricorda? Correva l'anno 1992,a Palazzo Chigi c'era Giuliano Amato voluto da Oscar Luigi Scalfaro. Il dottor Sottile, riserva della Repubblica a tempo pieno, governò 298 giorni. Pochino. Ma tanto bastò per farlo passare alla storia come l'ideatore della "Finanziaria lacrime e sangue", 93 mila e duecento miliardi di lire tra prelievi, balzelli e tagli vari alle spese, roba mai vista prima. E fu solo l'inizio di una lunga serie di Finanziarie che prelevarono tutto il prelevabile per consentire il rispetto dei parametri di Maastricht e per farci avvicinare all'Europa. Chi pagò? Pagammo noi, soprattutto i lavoratori dipendenti e le fasce più deboli. E Romano Prodi ora va in tv e dice che ha fatto tutto lui assieme a Ciampi. Appropriazione indebita di un fallimento che ci è costato carissimo. E la storia dello scippo, Professore? Ha dimenticato anche questa? Un giorno, anzi una notte visto che tutto avvenne dalla sera alla mattina, il solito dottor Sottile decise che avrebbe prelevato il 6 per mille dai nostri conti correnti, sempr e per far quadrare il bilancio. Possiamo assicurare Prodi e i prodiani che i conti correnti erano proprio i nostri, non quelli dello zio d'America. Ancora: la tassa sull'Europa. Questa volta Giuliano Amato è innocente. Fu proprio lei, Professore, a volerla. La chiamò eurotassa,disse che l'avrebbe restituita e quasi giurò che sarebbe stato l'ultimo sacrificio. Più o meno testuale: una volta entrati in Europa tutto cambierà,la moneta unica ci proteggerà, non ci saranno privazioni e via discorrendo. Conosciamo a memoria la cantilena, e sappiamo anche com'è andata a finire: abbiamo pagato l'eurotassa, non abbiamo riottenuto tutti i soldi sborsati e i sacrifici continuano. Come se non bastasse, dopo l'invenzione della tassa per l'Europa è arrivata quella dell'Irap e in nove anni (1989-1998, dati Ocse) il prelievo fiscale in Italia è aumentato del 16,7 per cento. Vuole qualche numero? Spulciamo nell'archivio. La fonte è la Banca d'Italia. Nel 1995 le imposte dirette generavano un flusso di 259mila miliardi. Nel 1998 era già stata raggiunta quota 357mila. Può bastare. Esimio economista, si offende se le diciamo che il biglietto per l'Europa lo abbiamo pagato con i nostri risparmi, in prima persona, tirando la cinghia e che lei non c'entra nulla? E si arrabbia se le facciamo notare che gli italiani erano abbastanza scettici sulla bontà della moneta unica e che se potessero esprimersi oggi lo sarebbero ancora di più? Nulla da fare. Da questo orecchio il Professore non ci sente. Lui è il salvatore della Patria e rifarebbe tutto ciò che ha fatto. Dobbiamo presumere che accetterebbe lo stesso tasso di cambio dell'epoca, che non lotterebbe per avere anche la banconota da uno e due euro (come ha proposto Giulio Tremonti, quasi inascoltato), che non tenterebbe di allungare al massimo il periodo di doppia circolazione monetaria, che brucerebbe le tappe anche se l'Europa politica (ancora oggi) manca, che accetterebbe senza battere ciglio un Continente ingessato da regole troppo rigide. Dobbiamo presumere che i fallimenti piacciono al professor Romano Prodi, e dunque che dalla parti di Milano e anche di Napoli non sbaglierebbero a comportarsi in quel certo modo. O forse, più realisticamente, dobbiamo concludere che Romano Prodi sull'Europa e la moneta unica aveva giocato tutte le sue carte di sopravvivenza politica. Era il suo fiore all'occhiello, la sua grande battaglia. Una volta arrivato il fallimento prenderne atto significherebbe sancire anche la propria débacle. E Prodi si vanta, travisando la realtà e diventando anche un po' ridicolo.
[libero]
martedì, 28 giugno 2005
ECONOMIA, TASSE E CRESCITA STAGNANTE
Tratto dal sito dell'Istituto Bruno Leoni il 27 giugno 2005
Premetto che ho la più alta considerazione della Corte dei Conti. Per decenni, indipendentemente dal colore politico del Governo in carica, la magistratura contabile non si è stancata di recitare il ruolo di “voce che grida nel deserto”, di Cassandra inascoltata, mettendo a nudo le facilonerie nella gestione della finanza pubblica.
Non c’è alcun dubbio che, se si fosse dato retta ai suoi periodici ammonimenti, non si sarebbe arrivati ad accumulare la gigantesca montagna di debiti che da troppi anni incombe come un macigno sulla gestione della cosa pubblica. Detto questo, debbo però anche aggiungere che trovo assai poco convincente la tesi contenuta nell’ultima relazione annuale secondo cui “l’Italia da molto tempo sembra vivere al di sopra dei propri mezzi anche a causa delle tentazioni del consumismo”. Del tutto controproducente poi mi sembra la proposta avanzata nella stessa sede di varare un manovra aggiuntiva (leggi: un aumento delle tasse).
Per la verità, il procuratore Apicella non è il solo a sostenere questa idea: ben 178 “economisti” (alcuni conosciuti, molti ignoti e non pochi famigerati) hanno firmato sul Sole-24 ore un appello al rigore fiscale. Questa iniziativa non è priva di significato, perché dimostra quanto siano cambiati i tempi. In passato, sedicenti “economisti” (compresi anche alcuni dei firmatari dell’appello) si stracciavano le vesti chiedendo un rilancio dello sviluppo con una vigorosa “politica di investimenti pubblici” e deridevano i fautori dell’ortodossia (quanti cioè auspicavano maggiore prudenza nella gestione del pubblico bilancio). Ora invece auspicano una politica di rigore fiscale! Il loro appello ricorda quello firmato da 365 “economisti” britannici contro le politiche della Signora Thatcher: per fortuna per il contribuente britannico, non vennero ascoltati, l’appello contribuì alla longevità dei governi Thatcher, e l’economia inglese poté essere risanata.
Fortunatamente, non tutti gli “economisti” la pensano allo stesso modo: in un articolo apparso sempre sul Sole – 24 ore (24 giugno), Alesina, Perotti e Tabellini giustamente commentano: “Abbiamo una spesa pubblica intorno al 48% del Pil e un cuneo fiscale sul lavoro fra i più alti del mondo. E’ impensabile perseguire un maggiore rigore fiscale con il solo metodo fin qui applicato in Italia: aumentando le tasse.” I 178 “economisti” farebbero bene a meditare su questo aspetto non secondario e a prendere in considerazione la desiderabilità di una politica diametralmente opposta a quella da loro suggerita. Una utile indicazione potrebbero ricavarla dal confronto fra l’andamento dell’economia dell’Irlanda con quello della zona dell’euro.
Negli anni Novanta, l’Irlanda ha dato vita ad una radicale riforma fiscale, abbassando drasticamente le aliquote gravanti sia sulle persone fisiche sia sulle società. In tutti questi anni, il Paese ha fatto registrare tassi di sviluppo enormemente maggiori di quelli del resto d’Europa, un aumento senza precedenti del numero degli occupati ed una disoccupazione via via sempre minore. Oggi, l’Irlanda ha un tasso di crescita (+2,8%) più che doppio di quello di Eurolandia (+1,3%) ed un tasso di disoccupazione (4,2%) al di sotto della metà di quello della zona dell’euro (8,9%). Il tutto con i conti in regola ed un rapporto debito/Pil drasticamente ridotto.
Morale: i 178 firmatari a favore del rigore e la Corte dei Conti dovrebbero rendersi conto che è semplicemente folle aumentare le tasse quando l’economia ristagna. Le “mazzate” fiscali producono sempre lo stesso effetto: quanto più si “mazza” tanto meno si cresce. Quello di cui il Paese ha bisogno è esattamente il contrario: non inasprimenti fiscali, ma una drastica riduzione delle aliquote, di tutte le aliquote. Il torto del Governo non è certamente quello di avere ridotto le tasse, ma di averle ridotte troppo poco (per via dei vincoli europei e della scarsa comprensione del problema da parte di qualche alleato). I fatti relativi alle più diverse economie al mondo raccontano una storia univoca: quando spesa pubblica e fiscalità superano un certo livello, l’economia smette di crescere. Se si vuole rilanciarla, bisogna tagliare tasse e spese pubbliche, non aumentarle, con buona pace dei 178 e della benemerita Corte dei Conti.
Che c’è dietro gli "errori" della BCE
ALTRO CHE EURO: SBAGLIATE LE REGOLE
Ora che l’Europa ha bocciato il bilancio italiano (3,6 per cento di disavanzo, mentre il limite è il 3 per cento) ed è scattata la procedura d’infrazione, ora che l’opinione pubblica in Francia e in Olanda ha respinto la prolissa e burocratica Costituzione, fatta più di divieti puntigliosi, piani e programmi che di principi, anche i politici italiani stanno svegliandosi dall’europeismo acritico – segno d’un complesso d’inferiorità e d’una sudditanza politica e psicologica – e hanno finalmente preso atto che l’Unione europea è entrata in una crisi grave. Non solo la politica comune, se mai ve ne è stata una, ma anche le stesse regole economiche, prime tra tutte quelle di Maastricht, sono ora in discussione. Perfino l’euro, ha sparato la Lega per puro populismo elettorale.
Una leggenda di dietrologi di professione vuole che l’euro e le stesse norme di Maastricht siano in realtà un diabolico machiavello predisposto a tavolino dalle potenze egemoni, Germania e Francia, per alzare i prezzi delle avvantaggiate economie "povere" meridionali, indebolirle e poi conquistarle. E che Prodi abbia fatto male ad accettare senza colpo ferire un cambio euro-lira così elevato e una unità di moneta metallica con valori centesimali così alti. Ma, a parte che il caso e gli errori umani sono spesso all’origine dei cambiamenti umani, in realtà l’euro è stato solo uno strumento della speculazione. E del resto il cambio di moneta ha già prodotto i suoi danni, quando i commercianti disonesti ne approfittarono per alzare i prezzi nei Paesi in cui, come in Italia, i consumatori erano troppo poco maturi o organizzati per opporvisi. Ora è tardi per recriminare: ormai l’euro, dà solo benefici.
E’ vero che con l'euro, i tassi di interesse sul debito pubblico si sono abbassati. E per l'Italia, che ha un debito pubblico superiore al Pil (prodotto interno lordo), ogni anno il risparmio sugli interessi sul debito è notevole. Con la lira, lo Stato pagherebbe molto di più. Ma è falso che l’aumento dei prezzi interni sia stato un fenomeno solo italiano. Anche se il nostro governo ha commesso tanti errori di sottovalutazione, primo tra tutti quello di non dare importanza alla psicologia dei prezzi e alla percezione della moneta da parte del consumatore italiano, anziano o arretrato, danni simili si sono prodotti anche in Grecia, Spagna, Portogallo e, in parte in Francia. Ma alcuni effetti sono arrivati anche nei paesi più ricchi, tanto da sollevare critiche e proteste tra i cittadini sullo stesso modello economico della Banca comune europea.
In realtà gli economisti più avveduti hanno fatto notare che i parametri di Maastricht (rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil, inflazione ecc.) sono troppo rigidi, opinabili, riduttivi, discrezionali e in qualche modo "politici". Anche "stupidi" (lo ammise una volta lo stesso Prodi). Altri importanti valori, come il tasso di crescita del Pil, il tasso di disoccupazione ed il rapporto investimenti in ricerca/Pil, sono solo "consigliati". A causa di ciò, i Paesi che hanno un basso tasso di crescita (tutta l'area euro), o che addirittura non crescono (l’Italia) non possono lanciare politiche espansive (p.es. i cicli anti-congiunturali) agendo sugli investimenti in ricerca ed in flessibilità, i quali richiedono spese, proprio per non superare i valori-moloch dei parametri di Maastricht.
Un po’ come se un malato di polmonite non potesse curarsi con un farmaco che gli procura aumento di temperatura, perché un medico sciocco gli ha vietato di superare i 37°. Una politica cieca e meschina, insomma, adatta forse a regolare l’armonico bilanciamento tra le economie interne (la statica), ma non lo sviluppo e la ricchezza (la dinamica) dell’economia europea. Per di più, i rigidi vincoli di bilancio danneggiano le esportazioni europee perché provocano una continua rivalutazione dell’euro, in presenza di paesi che esportano verso di noi in modo massiccio (Cina e India) o operano cicli espansivi per proteggere il proprio sviluppo (Usa).
Un paese per essere definito "virtuoso", dovrebbe tendere al raggiungimento di valori soddisfacenti in tutti i parametri economici (e non solo di quelli di Maastricht). Facciamo qualche esempio, sulla base di proiezioni e riflessioni del prof. S.F. dell’Università Roma Due (Tor Vergata):
PAESE "VIRTUOSO" (tasso di crescita Pil : 4 %, investimenti in ricerca /Pil : 3%, deficit/Pil : 4 %, inflazione : 2%). L'economia di questo paese è in un ciclo espansivo (cresce al 4%) e quindi potrebbe tranquillamente operare delle manovre sul deficit di bilancio per rientrare, se lo ritiene opportuno. Nell'indice deficit/Pil: 3%, in realta', la buona crescita del Pil (essendo il denominatore della frazione) già contribuirà di per sé a far scendere il rapporto.
ITALIA OGGI (tasso di crescita Pil : più o meno 0 %, investimenti in ricerca/Pil : 1,3 %, deficit/Pil : 3.5 %, inflazione : 2%). Che dovrebbe fare l’Italia secondo la Bce? Poiché ha sfondato il valore del 3% del deficit/Pil , dovrebbe operare una manovra restrittiva ("stretta di bilancio") per rientrare nel valore massimo ammesso. Ma per paradosso tale manovra deprimerà ancor più la sua economia che affonderà nella recessione. Infatti, il numeratore della frazione diminuirà, ma diminuirà anche il denominatore, quindi, nulla di fatto. E l'anno successivo? Altra manovra. Dopo tre anni consecutivi di manovre, sanzioni e recessione, il trattato di Maastricht potrà concedere forse qualche deroga, se il paziente nel frattempo non è morto per il salasso. Nessuna meraviglia, se si pensa che nella medicina dei secoli passati il salasso, considerato un toccasana, veniva prescritto anche ai malati in collasso cardio-circolatorio, causandone, ovviamente la morte. "Operation beendigt, patient todt", stilavano con involontario, macabro, umorismo i medici tedeschi. Ecco, non vorremmo ricevere, come italiani, lo stesso referto.
Tutti scemi, allora, a Bruxelles? No di certo, sostiene l’amico prof. S.F. Le considerazioni esposte sono troppo ovvie per non essere conosciute dagli eurocrati e dalla Bce. Allora, qual è la motivazione sottostante d’un tale comportamento normativo, l’arcano che non può essere detto? E’ che i furboni di Bruxelles hanno scoperto che il modello di Maastricht è il miglior sistema per un’economia di modello, per così dire, "social-capitalista", fondata sulla ricchezza finanziaria (o anche paleo-industriali, ora aggiornate in paleo-capital-comunismo di tipo cinese). Si tratta di economie caratterizzate da: a) massimizzazione delle rendite speculative mobiliari e immobiliari, e quindi dal mantenimento d’un alto tasso di cambio della valuta; b) manodopera a basso costo o clandestina – i nuovi schiavi – per minimizzare il valore del lavoro e creare concorrenza sleale; c) creazione di una nomenclatura economico-finanziaria, con conseguente doppio regime dei prezzi (bassi per i beni di prima necessità e bassa qualità, altissimi per tutti gli altri); d) annientamento dei ceti medi; e) controllo dirigistico dell'economia senza interferenze politiche (dittatura delle grandi banche).
La riprova di questo disegno davvero inquietante? Si osservi come funziona l'economia degli Stati Uniti. Si possono chiaramente osservare dei cicli economici in cui il dollaro ha un cambio molto elevato e il bilancio statale è in sostanziale pareggio, alternati a cicli in cui avviene esattamente l'opposto, come quello attuale, in cui il dollaro è chiaramenente sottovalutato e il rapporto Deficit/Pil è addirittura al 5.5%. Ciò avviene semplicemente perché il sistema di pesi e contrappesi d’una moderna economia neo-capitalistica alterna politiche restrittive ed espansive sulla base della situazione internazionale. Dopo l'11 settembre 2001, per es., gli Usa vanno chiaramente verso il sostegno alla domanda interna, la svalutazione del dollaro, l’aumento della competitività dell'export e il deficit di bilancio.
Al contrario, l'Unione europea (area euro), dominata dalla Bce, ha esautorato i governi nazionali ed opera con regole fisse e monolitiche. Dopo la teocrazia imposta sulla procreazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali (in Italia), ci avviamo verso una analoga teocrazia sull’euro?
[legnostorto]
...non ci ho capito niente, forse questo spiega perchè a fine stipendio avanza troppo mese?
Cosa fa la Sinistra quando il popolo degli elettori non le accorda fiducia e anzi le rovescia addosso una disfatta? Cerca di capire dove ha sbagliato? Fa una dura autocritica? Riconosce i propri errori? Neanche per idea: in genere da Sinistra saltano sempre fuori quelli che accusano la plebe di non aver capito niente o di non avere senso civico
QUANDO UNA CLASSE POLITICA SFIDUCIA IL POPOLO
L'Unità ha «dovuto» cancellare frettolosamente le primarie online perché, se ho ben capito, Mastella (sgradito ai Ds e a Prodi) stava prendendo troppi voti. Un vero guastafeste.
Queste primarie virtuali erano state lanciate con grande clamore - «vota il tuo candidato» - per far vincere Prodi con un plebiscito. Volevano essere un'esibizione di trasparenza e di democrazia, la prova generale delle primarie dell'autunno prossimo, grande palestra di partecipazione per far scegliere agli elettori il leader che i gerarchi dell'Unione hanno già scelto (un po' come nella splendida democrazia cubana). Finché gli elettori (di Mastella?) non si sono messi in testa di gareggiare sul serio. A quel punto si è dovuta annullare la partita (online) mentre era in corso, per non rendere pubblici dei risultati scomodi o comunque imprevisti. Un comico autogol.
Votare era facile. Sul sito dell'Unità si trovavano i nomi di coloro che hanno preannunciato di voler correre per le primarie autunnali: Romano Prodi, Fausto Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio e Clemente Mastella. Per giorni si è potuto cliccare, col mouse del computer, sul nome prescelto. Finché, di colpo, è sparito tutto. Senza spiegazioni (come quando in Urss un gerarca cadeva in disgrazia e la sua immagine si volatilizzava pure dalle vecchie foto). Mastella ha domandato sarcasticamente che fine aveva fatto il voto online dell'Unità. E allora il direttore dell'Unità, Padellaro, ha dovuto arrampicarsi sugli specchi: «Il sondaggio è stato sospeso quando l'Unità online è stata improvvisamente investita da un'alluvione sospetta di consensi-fotocopia (ovvero utenti che votano per decine e decine di volte la stessa persona) a favore di un candidato premier di cui non faremo il nome».
Che buffa spiegazione. E perché non dire il nome misterioso? È Mastella? I voti online sono tutti uguali. Perché mai quelli a Mastella sarebbero sospetti e quelli a Prodi no? E che vuol dire consensi-fotocopia? Il sistema tecnologico dell'Unità non permetteva di votare più di una volta (chi ci provava veniva avvertito che il suo secondo voto non era stato registrato).
Dunque l'alibi di Padellaro non convince granché. Il capo dell'Udeur ha lamentato: «Non siamo mai stati sostenitori delle primarie... (ma) concordiamo con chi le chiede vere, serie e popolari». Mastella ha sferrato infine un colpo mortale (sia pure sbagliando il congiuntivo, è pur sempre Mastella): «Non vorremmo che i sondaggi siano buoni, e quindi pubblicizzabili quando rispondono alle attese di chi li promuove e vengano invece “nascosti” se danno indicazioni diverse da quelle sperate».
È il problema di sempre.
Che si è evidenziato anche dopo il referendum del 12 giugno. Cosa fa la Sinistra quando il popolo degli elettori non le accorda fiducia e anzi le rovescia addosso una disfatta? Cerca di capire dove ha sbagliato? Fa una dura autocritica? Riconosce i propri errori? Neanche per idea: in genere da Sinistra saltano sempre fuori quelli che accusano la plebe di non aver capito niente o di non avere senso civico o di intrupparsi con «cattive compagnie» o di essere ingenua e manipolata. Infine si dà la colpa a qualche forza esterna di aver falsato il risultato.
Lo ha scritto ieri una personalità insospettabile, Antonio Polito, che fa il direttore di un foglio di sinistra: «Ogni volta che la Sinistra perde una partita, tende sempre a prendersela con le condizioni del terreno di gioco (troppa tv, poca laicità), invece che con se stessa. Allo stesso modo giudicò la vittoria di Berlusconi come un'usurpazione che solo il ripristino di condizioni di legalità, affidato ai giudici-arbitro, poteva riscattare; così ora chiede all'arbitro Ciampi di riscattare la sconfitta al referendum.
Questo atteggiamento denuncia allo stesso tempo arroganza e debolezza intellettuale. Le ragioni dell'avversario non meritano mai la vittoria, dunque non è necessario sottoporre a giudizio critico le proprie».
Nel caso del referendum le cose sono andate proprio così. Polito infatti stava commentando sul Riformista certi titoli di giornale dopo l'incontro fra il Papa e Ciampi, specialmente questo: «Ciampi riscatta l'Italia del sì».
«Riscatta». Come se fosse stato fatto un torto alla legalità da quel 75 per cento di elettori.
La leale ammissione di Polito è tanto più significativa in quanto il suo giornale è stato fra i più scatenati nella campagna per il «sì». In effetti anche dopo questa disfatta referendaria ci è toccato di leggere commentatori che - invece di fare autocritica - volevano trascinare gli italiani sul banco degli accusati.
C'è stato addirittura chi - per «spiegare» quel 75 per cento di italiani - ha chiamato in causa i ragazzi del Parini che nell'ottobre scorso allagarono la scuola. Sandro Magister dell'Espresso ha definito ironicamente questa tesi «un colpo di genio».
E ha riportato le parole di un «cervello forte» che è arrivato a dire: «Questi allagatori dal cervello debole sono proprio quel tipo di giovani che i nostri vescovi vogliono. I valori forti, dogmatici, per affermarsi devono allearsi con l'indifferenza, con gli allagatori del Parini ad esempio. Altrimenti da soli non ce la fanno. È questa in fondo la vera massa di manovra».
Io non so che tendenze politiche abbiano gli studenti del Parini, in genere nelle scuole domina un certo conformismo sinistrorso, tuttavia mi guardo bene dal costruirci sopra una teoria. A certi intellettuali bisognerebbe ricordare almeno Pasolini, il Pasolini dell'omologazione, il Pasolini che mostrava quanto fossero antropologicamente uguali tutti i giovani, di qualsiasi tendenza. Ma Pasolini è stato del tutto rimosso.
E oggi ci troviamo una Sinistra confusionaria e «arrogante» (come dice Polito) che qua e là ritrova certi suoi antichi tic, come quello di «sfiduciare» gli elettori. E così rischia di ripetere - ma in forma farsesca, comica - ciò che la Storia aveva già vissuto come tragedia, secondo l'assunto di Marx. Mi viene in mente il Brecht degli anni Cinquanta. Il 17 giugno 1953 gli operai della Ddr (la Germania comunista) scesero in piazza contro il regime del compagno Ulbricht, chiedendo condizioni di lavoro più umane e libere elezioni. Nel pomeriggio di quello stesso giorno i carri armati dei «fratelli» sovietici intervennero schiacciando la protesta operaia: fecero naturalmente morti e feriti.
Bertolt Brecht - amareggiato e sarcastico - raccontò in versi quella tragedia prendendo di mira il «segretario dell'Unione degli scrittori» sui cui volantini si leggeva che, con quelle proteste, «il popolo/ si era giocata la fiducia del governo/ e la poteva riconquistare soltanto/ raddoppiando il lavoro». Concludeva il poeta: «Non sarebbe/ più semplice allora che il governo/ sciogliesse il popolo/ e ne eleggesse un altro?».
Ecco la strada: sfiduciare il popolo, quando non funziona come la Nomenklatura desidera, ed eleggerne un altro.
[ilgiornale]
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