Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
sabato, 31 dicembre 2005

Auguri per un felice 2006

MARIA  SANTISSIMA MADRE DI DIO  (s) 
 

Liturgia Maria SS. Madre di Dio

 


Vangelo  Lc 2,16-21
I pastori trovarono Maria, Giuseppe e il bambino.

 Dal Vangelo secondo Luca   
 

In quel tempo, i pastori andarono senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 

postato da fabiotar alle ore dicembre 31, 2005 19:26 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 31 dicembre 2005

LA CORTINA SQUARCIATA

Se uno si azzarda a commentare i fatti nella loro cruda nudità, subito si sente dire con tono indispettito: «Ah, allora è veramente cominciata la campagna elettorale!», frase intimidatoria con cui si vorrebbe far intendere che la verità, quando minaccia la sinistra nei suoi antichi e meno antichi segreti, va tenuta a cuccia, legata giù in cantina perché altrimenti si commetterebbe il terribile crimine di iniziare la campagna elettorale. Questa intimidazione va respinta: la verità è il primo ed essenziale strumento di propaganda elettorale dal momento che la verità è proprio ciò che più serve al cittadino per decidere chi e che cosa votare. Stiamo parlando, i lettori l’avranno capito, della vicenda delle banche, dell’Unipol, di Consorte, dei 50 milioni di euro - cento miliardi di vecchie lire - che questo signore dice di aver ricevuto come consulenza da Chicco Gnutti, ma anche delle numerose intercettazioni in cui compare il segretario dei Ds Piero Fassino, non sappiamo in quale onestissima veste, magari dell'uomo terrorizzato. Vogliamo tentare di indicare ai nostri lettori qual è il centro della questione.A nostro parere la questione sta nella intatta continuità e contiguità dell’ex Partito comunista italiano con le sue numerose zone e pratiche occulte, anche se quelle più propriamente occultistiche sono state lasciate al professor Romano Prodi e ai suoi numeri a tre gambe con i piattini rotanti. Le pratiche occulte riguardavano invece il vecchio Pci, ma scopriamo senza sorpresa che riguardano anche i suoi successori e non sembrano pratiche lodevoli. Noi, come giornale liberale, non abbiamo mai avuto nulla da ridire sul fatto che Unipol, grande cassaforte della sinistra assicurativa e cooperativa, cercasse di comprarsi Bnl. Non è affar nostro decidere se la ragione sociale di Unipol è aiutare i lavoratori o scalare banche come Soros. Affari suoi. Il punto è che dietro le manovre di Unipol e di Consorte si riscontrano troppe volte troppi noti, assemblati nell’area politica dell’affarismo comunista e post comunista: quella stessa area grigio-rossa che ai tempi del governo D’Alema fece dire a Guido Rossi che Palazzo Chigi era diventato «l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Anche Cossiga, che aveva portato D’Alema al governo rivoltando il Parlamento della Repubblica come un calzino, si irritò parecchio. Dunque oggi siamo finalmente di fronte alla probabile messa in piazza dei panni sporchi che hanno una origine storica lontana e attuale e fatta di misteri, omissioni e false salamelle alla festa dell’Unità che fanno parte dell'anomalia italiana nell'affarismo politico. La storia dell’affarismo politico in Italia è semplice: finché il Pci era tributario dell’Urss, quel partito si approvvigionava di miliardi a Mosca e attraverso la cinghia di trasmissione delle cooperative mentre la Dc mungeva le partecipazioni statali. Quanto ai socialisti, finché erano in squadra con i comunisti vivevano di rubli, ma quando poi entrarono in squadra con la Dc ebbero la loro parte dalle partecipazioni statali finché arrivò Bettino Craxi che sparigliò i giochi per finanziare l'indipendenza dai due pesi massimi e la risposta fu il massacro di Mani pulite che spazzò via uno solo dei pesi massimi, la Dc, lasciando il Pci solo e vittorioso, ma più che altro impunito. L’impunità con la sua cortina di veli e paraventi ha resistito finora, ma come dice il proverbio, tutti i nodi vengono al pettine. Sta ai giudici occuparsi dei reati e non è compito di chi scrive fare da servitore o suggeritore ai giudici. Però non possiamo far finta di non vedere quell’antica arroganza che oggi è costretta a spiegare molti misteri incrociati. p.guzzanti@mclink.it
postato da GLOVAGLIO alle ore dicembre 31, 2005 17:56 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 31 dicembre 2005

Craxi? Non poteva non sapere; Andreotti? Non poteva non sapere; D'Alema?...bhè poteva essere distratto!
Cinquanta milioni di euri in consulenze? La domanda su Consorte resta inevasa. I Ds sdegnati ora dicono che il partito poteva non sapere. Il fumo del complotto per celare la lotta a sinistra tra due collateralismi

Tratto da
Il Foglio del 31 dicembre 2005

[...]In questa fuliggine si può perdere di vista la “domanda da cinquanta milioni di euri” sollevata ieri da questo giornale; l’invito affinché “i nuovi Craxi” facciano come fece Craxi a suo tempo, onorando il principio di chiarezza intorno a quei soldi depositati fuori dall’Italia. Cercata, provocata dal Foglio e ripresa dalle agenzie (appunto di “provocazione” parla il senatore Lanfranco Turci con la Dire), la questione trova una risposta quasi corale nella seconda fila diessina. Segue l’elenco di chi ha voluto spiegarsi senza ricorrere alla metafora difensiva del “giornalismo da bar dello sport” lasciata filtrare dalla segreteria fassiniana. Accampato nella sinistra del partito, il senatore Cesare Salvi dice che “non si può dedurre la colpevolezza dei Ds sulla base di un semplice sospetto”. Di qui l’invito ad aspettare che il pm Francesco Greco stabilisca “se il tesoretto di Consorte, oggi, è come certi tesoretti scoperti in passato”. Perché sul fatto che esista un “tesoretto” poco chiaro Salvi non ha dubbi. “Per ora mi fa pensare a certi manager del capitalismo d’assalto che, dal caso Enron in poi, tentano di arraffare e scappare”. Un altro senatore della sinistra diessina, Piero Di Siena, si domanda “perché D’Alema dovrebbe rispondere di eventuali responsabilità penali che riguardano soltanto l’operazione individuale di Consorte”. Ciò detto, “di fronte all’evidente unità delle cordate di Unipol e Bpl, bisogna aprire una discussione seria con chi troppo a lungo ha lavorato per favorire l’azione dei cosiddetti capitani coraggiosi”. E almeno su questo punto D’Alema dovrà spiegarsi un poco. Lievemente sdegnato è Peppino Caldarola, parlamentare fassinian-dalemiano: “Quello del Foglio è un ricco teorema costruito sul concetto secondo il quale i diesse non potevano non sapere. Si chiede a D’Alema di difendersi da un’accusa che al momento non è stata formulata neanche dai pm contro Giovanni Consorte. Così facendo si dà fiato a coloro che gridano al complotto contro il partito”.

Altro discorso è quello che riguarda l’imbarazzo della sinistra sul rapporto fra soldi e politica. “Premesso – continua Caldarola – che quando ero direttore dell’Unità, e il quotidiano aveva bisogno di soldi, le Coop mi hanno inflitto molte delusioni, solo un cretino può dire che noi non tifiamo per l’operazione di Unipol. Se il sistema di rapporti tra politica e finanza fosse pubblicamente regolato in Italia come avviene in America, certi equivoci scomparirebbero”. E’ stato proprio Bersani, responsabile economico dei Ds, fra i primi ad accogliere l’invito a scavalcare inutili pudori su denaro e potere politico. Adesso, dopo le dimissioni di Consorte e Sacchetti (e con il tesoriere Ugo Sposetti che non se la passa benissimo), Bersani attende gli sviluppi, come D’Alema e come Fassino e come pure Romano Prodi. Un altro dalemiano, il deputato Salvatore Buglio, rivela il proprio stupore: “Le cose sono molto cambiate rispetto agli anni dell’affare Enimont. Allora, dopo trent’anni di malessere, corruzione dilagante e paura legittima che i comunisti andassero al governo, il sistema italiano vomitò Tangentopoli. E noi facemmo il grave errore di essere a priori giustizialisti. Uno sbaglio che paghiamo ancora oggi che la realtà è tanto diversa”. Buglio non vede nel malaffare di Unipol “un vecchio schema che si ripete meccanicamente. Del resto anche la reazione dei cittadini non è identica a quella dei primi anni Novanta”. Nella richiesta di spiegazioni rivolta alla classe dirigente diessina coglie “una semplificazione eccessiva: “Si corre il rischio di dare per scontato che alcune responsabilità soggettive, quelle dei dirigenti Unipol, siano anche responsabilità oggettive da addebitare ai Ds. Mentre ancora non si sa abbastanza sulla vicenda”. In attesa che le procure chiariscano se la Quercia abbia il suo nuovo Primo Greganti, per Buglio occorre “evitare di offrire munizioni al giustizialismo che delegittima la politica, i partiti, le istituzioni. Altrimenti si diventa vassalli dell’angelo sterminatore, di coloro che aspettano il momento giusto per mettere la politica nelle mani degli ‘uomini del destino’. Dei Mario Monti e dei Luca Cordero di Montezemolo”. “Non si tratta – conclude – di assecondare l’invito di Sandro Bondi a un’alleanza tra Forza Italia e Ds, però almeno destra e sinistra siano unite nel non assecondare la cultura del sospetto”.

Fuori dalla Quercia, anche un protagonista della prima Repubblica come Paolo Cirino Pomicino (oggi è dirigente della nuova Dc), davanti alla plusvalenza di Consorte, preferisce “lasciare ai magistrati l’accertamento di fatti sconosciuti”. Per lui è più urgente “notare come il bastone usato da certe forze per tramortire, ma senza uccidere, i Ds, sia lo stesso che colpì a suo tempo i vertici politici della prima repubblica. Ieri il radicalismo di Eugenio Scalfari, oggi la sapienza di Paolo Mieli”.
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categoria: politica nazionale


sabato, 31 dicembre 2005

L'embrione eletto persona(ggio) del 2005

All’embrione, uno di noi la palma della notorietà
In suo nome conquiste e contraddizioni
di Eugenia Roccella

Editoriale tratto da Avvenire del 31 dicembre 2005

C'è stato un momento, nella storia recente, in cui il nascituro da “bambino” è diventato “feto”, e poi, con un grado ancora maggiore di specificazione, “embrione”.

Per secoli le donne hanno detto a se stesse e al futuro padre: “aspetto un bambino”, e tutto il resto, tutto il misterioso processo della vita, rimaneva serenamente indecifrabile. Poi, un giorno, il segreto del grembo materno è stato rivelato, e il corpo della donna è stato trasformato in luogo pubblico, come ha scritto Barbara Duden. Le immagini ecografiche, quelle pubblicate sulle riviste scientifiche, hanno mostrato a tutti ciò che per secoli era rimasto invisibile, immerso nell’oscurità opaca della gravidanza. Oggi questo soggetto, ancora invisibile agli occhi, è però immaginabile, un piccolo E.T. sospeso in una condizione di estrema fragilità, di cui è difficile ignorare la presenza e la consistenza umana.

Eppure si è tentato di farlo. Lo strappo avvenuto grazie alla tecnologia non si è limitato alla rappresentazione ecografica e fotografica. La tecnoscienza è intervenuta in modo più invasivo e violento, puntando alla separazione del concepito dal suo nido naturale, il corpo materno. Nel momento stesso in cui si è potuto isolare il minuscolo embrione, renderlo in qualche modo “autonomo”, e sottrarlo al rapporto di simbiosi assoluta con la madre, gli si è negato lo statuto di persona. Non solo: nel dibattito pubblico si è creata una paradossale contrapposizione tra chi è per la vita e chi per la libera scelta; i primi difenderebbero i diritti dell’embrione, i secondi quelli delle donne, e il conflitto tra questi diversi diritti sarebbe inevitabile.

Il concepito, così, si è trovato in una imbarazzante e desolata situazione: derubricato da bambino a embrione, e allontanato, fisicamente e persino concettualmente, dalla sua protezione primaria, quella offerta dal legame carnale e inscindibile con la madre. Un esserino senza statuto chiaro, senza casa, e perdipiù collocato in una posizione antagonista r ispetto a chi da sempre ne aveva garantito l’esistenza. Il diritto alla maternità, secondo i sostenitori del sì al referendum sulla procreazione assistita, avrebbe dovuto fondarsi su una sorta di ossimoro morale, la perfetta indifferenza materna nei confronti della vita del concepito. La futura madre avrebbe dovuto essere disposta a buttare un numero indefinito di embrioni nel cestino, o a tenerli sugli scaffali, in nome della vita di un altro embrione, l’unico destinato a diventare, a tutti gli effetti, “bambino”.

L’esito del referendum sulla procreazione assistita ha riportato un po’ di ordine in tanta confusione. Gli elettori e le elettrici hanno rifiutato lo schema conflittuale, rispondendo in modo indiretto ma limpido, al quesito: l’embrione è qualcosa o qualcuno? È qualcuno: è il bambino che sarà, se lasciamo che sia. Gli interessi dell’embrione e della donna non possono che procedere insieme, come accade nelle relazioni di coabitazione familiare, tra conflitti, tenerezze, razionalità e visceralità, tutto ciò che dà senso al vivere umano.

Se però separiamo l’embrione dal corpo materno, siamo doppiamente responsabili per lui, e avendolo sottratto alla sua tutela naturale, dobbiamo proteggerlo, come si protegge chi è affidato totalmente alle nostre mani. Isolandolo, dobbiamo riconoscerlo come soggetto, altrimenti ci comportiamo come gli schiavisti o i razzisti le cui idee oggi ci fanno rabbrividire. Il concetto di persona, che nel corso della storia ha subìto molte variazioni, non può progredire che allargandosi, includendo, e mai più – speriamo – escludendo.
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categoria: vita


venerdì, 30 dicembre 2005

Dio è morto e anche il Natale non si sente tanto bene

di Meotti Giulio

Tratto da TEMPI N.52 del 22 dicembre 2005

L'8 aprile del 1966 Time magazine pubblicava una copertina con scritto: 'Dio è morto?'. Tre anni prima erano arrivate le prime sentenze della Corte suprema contro la preghiera nelle scuole. Qualcuno ha scritto che se gli indiani sono il popolo più religioso al mondo e gli svedesi quello più secolarizzato, l'America è una nazione di indiani governata da un pugno di svedesi.

Gli svedesi, scrive John Gibson nel suo ultimo libro The War on Christmas, stanno cercando di rimuovere ogni riferimento al Natale dai luoghi pubblici. Anchorman della Fox News, Gibson racconta che a Maplewood, nel New Jersey, la circoscrizione scolastica ha messo al bando non solo i canti di Natale, ma anche i concerti strumentali della musica tradizionale delle festività. Per timore di urtare la sensibilità dei non cristiani i grandi magazzini preferiscono usare, nella loro pubblicità natalizia, espressioni generiche come «Holiday Season» (Periodo Festivo), eliminando la parola «Christmas». A Wichita, nel Kansas, il giornale locale ha parlato di «Albero della comunità» e non di «Albero di Natale». E a Chicago un coro scolastico ha sostituito le parole «Buon Natale» di una canzone di auguri con «Festa divertente». I burocrati del dipartimento dell'istruzione dell'Arizona hanno proibito agli studenti qualsiasi riferimento al Natale in classe. Una mamma cattolica, Andrea Skoros, ha portato in tribunale il Dipartimento all'Istruzione della Grande Mela che continua a bandire il presepe dai 1.200 istituti pubblici della metropoli. Nelle scuole di New York è ammessa l'esposizione della menorah, il candelabro ebraico, e la mezzaluna dell'islam durante il Ramadan. Ma non il presepe. Il Dipartimento all'Istruzione ha replicato che nelle scuole di New York è permesso solo il simbolo del Natale 'laico', l'albero. Secondo il responsabile delle scuole pubbliche di New York, Joel Klein, menorah e mezzaluna hanno una «dimensione secolare». Gli ha risposto il più grande giurista evangelico ed esperto di libertà religiosa, Michael McConnell, spiegando che il Natale è stato ormai «ornato di festoni con i simboli del materialismo americano». «C'è uno sforzo in atto di sradicare il cristianesimo dalle scuole pubbliche», ha dichiarato Robert Muise, l'avvocato del Thomas Moore Law Center che ha fatto causa al municipio di New York. Nel marzo 2005 il San Diego City Council ha votato la rimozione di una enorme croce cristiana eretta sul Mount Soledad e dedicata ai caduti di guerra. Nel 2003 l'American Civil Liberties Union, la principale organizzazione secolarista americana, ha chiesto di tirare giù l'iscrizione biblica nel Grand Canyon. Alan Sears, che ha lavorato nell'amministrazione Reagan, ha detto che «l'Aclu si considera 'il guardiano della libertà della nazione', ma questa organizzazione di sinistra è votata alla distruzione dei diritti dei genitori nell'educare i figli nel modo che considerano più appropriato».

Il governatore della Georgia, Sonny Perdue, in segno di sfida, ha allestito un albero di Natale nel suo edificio e ha ripetuto la parola 'Natale' diverse volte, a scanso di equivoci. A Seattle un distretto scolastico ha fatto riscrivere il menù delle scuole elementari che conteneva l'augurio di 'Buon Natale', sostituendolo con 'Buone feste'. «è triste che in America si debba ricorrere a un avvocato per poter dire Merry Christmas», ha detto Mike Johnson della Alliance Defense Fund. La guerra del Natale ha già visto il leader della Camera, Dennis Hastert, ordinare ai responsabili del Campidoglio di chiamare l'Albero di Natale del Congresso in questo modo, rinunciando all'espressione 'Albero delle Feste'. I Padri Fondatori quando scrissero la Costituzione, il Bill of Rights e il Primo emendamento intendevano tutelare la libertà religiosa, non la libertà degli americani dalla religione.

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categoria: laic ismi


venerdì, 30 dicembre 2005

Il Papa: "Per la famiglia servono
sostegni politici e legislativi"



CITTÀ DEL VATICANO - "Sostenere la famiglia", sia sotto il profilo culturale che "politico e legislativo". Papa Benedetto XVI è tornato a parlare di famiglia come "primo e principale luogo di accoglienza della vita", ricordando come ci sia un "gran bisogno" di interventi a favore di quello che per la Chiesa è il pilastro fondamentale della società. L'occasione, una visita al Dispensario Pontificio "Santa Marta" in Vaticano, un ambulatorio dove si assistono nuclei familiari in difficoltà, soprattutto bambini.

Incontrando i piccoli assistiti, il personale sanitario e i volontari il Pontefice ha ricordato il trascorso periodo natalizio e la festività odierna dedicata alla Santa Famiglia di Nazareth: "Le società contemporanee, pur dotate di tanti mezzi - ha detto - non riescono sempre a facilitare la missione dei genitori, sia sul piano delle motivazioni spirituali e morali che su quello delle condizioni pratiche di vita". Di qui l'appello per incentivare politiche di sostegno per le famiglie.

"La concezione moderna della famiglia - ha proseguito Papa Ratzinger - anche per reazione al passato riserva grande importanza all'amore coniugale, sottolineandone gli aspetti soggettivi di libertà nella scelta e nei sentimenti". "Si fa invece più fatica - ha poi sottolineato - a percepire e comprendere il valore della chiamata a collaborare con Dio nel procreare la vita umana".

Il Papa ha poi invitato a pregare "per tutte le famiglie di Roma e del mondo, specialmente per quelle che versano in condizioni difficili, soprattutto perché costrette a vivere lontano dalla loro terra di origine". "Preghiamo - ha concluso - per quei genitori che non riescono ad assicurare ai figli il necessario per la salute, per l'istruzione, per un'esistenza dignitosa e serena".


(30 dicembre 2005)

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categoria: famiglia


giovedì, 29 dicembre 2005

Narnia ed il Natale di Pannella

Nostalgici del Dio minuscolo

di Antonio Socci da Il Giornale 29 dicembre 2005

Non poteva sfuggire all'Unità e a Repubblica che lo scandalo di Natale - al cinema - è il pericoloso kolossal: «Le cronache di Narnia». Perché è pericoloso per questa polizia del pensiero? Perché finora la Disney aveva fatto da cassa di risonanza del conformismo «politically correct». I suoi film trasudavano buonismo ecologista e menavano i bimbi sulla via noiosa del «luogocomunismo», l'ideologia dominante.
Poi c'è stato lo shock di «The Passion». Mel Gibson - avendo contro tutta l'industria cinematografica - ha raccontato la cruda e struggente passione di Gesù e ha sbancato, ha travolto ogni record di successo. Così tutti si sono accorti che la figura di Gesù è di gran lunga la più affascinante di tutti i tempi e che i cristiani non sono soltanto bersagli da irridere e da infamare (nei film), ma sono anche un grande pubblico mondiale. Ecco come arrivano «Le cronache di Narnia». Sia chiaro, questo film, tratto dal racconto di Clive Staples Lewis (uno dei grandi convertiti inglesi del Novecento), è innanzitutto una grande e bella storia (il libro è da anni un classico e ha venduto nel mondo anglosassone circa cento milioni di copie). Ma è facilissimo capire di chi parla la narrazione.
Walter Hooper ha raccontato che una disegnatrice doveva illustrare questi racconti per una casa editrice e un giorno, mentre dipingeva il Leone Aslan, «sanguinante e moribondo, scoppiò a piangere e capì che il motivo per cui si commuoveva era che Aslan, che aveva sacrificato la vita per la salvezza dei suoi piccoli amici, le aveva ricordato Cristo».
Infatti è così. Giustamente Tempi gli ha dedicato una copertina col titolo: «Nasce Cristo il Leone». È una metafora antica perché «il Leone di Giuda» è uno dei titoli di Gesù nell'Apocalisse (5,5): «Uno dei Vegliardi mi disse: non piangere più, (perché) ecco il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto».
E ha vinto proprio sacrificando se stesso per i suoi amici e per tutti. È questo ricordo di Cristo che commuove nel film. Dopo l'inverno e l'inferno delle ideologie si avvicina il tempo che previde Bernanos: «Verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere». Dev'essere anche per scongiurare l'arrivo di questa primavera che la gelida artiglieria della cultura dominante ha sparato a zero sul film e su Lewis.

Per prima Natalia Aspesi. Su Repubblica ha evocato Pera, Previti e Ruini. Poi ha insinuato che questo film di «allarmante grazia visiva» è, «come molti deplorano, furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana e invadenza evangelica, per folle integraliste avide di ritorno a valori antichi e minacciosi». Infine si è diffusa in insulsi pettegolezzi da osteria sulla vita sessuale di Lewis bollato come «teocon». Se un moscerino si tuffasse in questo mare di sapienza si romperebbe l'osso del collo.
Ma ieri ci ha colpito soprattutto l'Unità che titolava un'intera pagina: «Narnia, un lancio in nome di dio». Sì, avete letto bene: «dio» con la minuscola, come si faceva in Unione Sovietica ai tempi di Stalin. E dire che nei giorni scorsi il direttore Padellaro aveva fatto di tutto per mostrare che la sua non era più l'Unità del 6 marzo 1953, quella che titolava: «Stalin è morto. Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità». Martedì - polemizzando con Berlusconi che aveva mostrato proprio quella prima pagina del 1953 - l'Unità era arrivata a titolare: «Quando anche De Gasperi era “complice” di Stalin».

Ma oggi, nel 2005, che significa tornare a quella «d» minuscola? «Si può rimpiangere un regime che scriveva dio con la minuscola e Kgb maiuscolo?», si domandò Solzenicyn. Non credo proprio che l'Unità di Padellaro lo rimpianga. Quel titolo sarà solo un tic laicista, un goffo infortunio. Ma qualcosa significa. Per esempio significa che - morto Marx - si continua a non darsi pace perché Dio non è morto. E si smania ansiosamente - sull'Unità, ma non solo - perché «negli Usa, ormai, se vogliono avere successo i film devono avere almeno un sottotesto religiosamente corretto».
In effetti la metafora delle «Cronache di Narnia» è chiaramente cristologica, il Leone che risorge e vince sulla Strega che ha raggelato il mondo è Gesù e il ragazzo a cui egli affida la sovranità - guarda caso - si chiama Peter, Pietro. Ma sarebbe interessante pure chiedersi dove sia quel mondo assiderato dal gelo di cui parla la favola di Lewis. Lui scriveva negli anni della Seconda guerra mondiale ed è abbastanza evidente che la strega bianca che aveva chiuso il mondo nell'inverno senza Natale era il simbolo dei terribili totalitarismi mortiferi. Dove il Leone di Giuda veniva di nuovo martirizzato.

Ma non è anche il nostro tempo un freddo inverno «senza Natale»? La settimana scorsa, a ridosso del 25 dicembre, sulle prime pagine dei quotidiani italiani - a parte Repubblica che ha proposto la solita omelia laicista di Scalfari sul cristianesimo - non si è vista una sola parola sull'evento che stavamo per celebrare. Sulla prima pagina del Corriere - dove una volta scrivevano per Natale don Giussani, Giovanni Testori o Carlo Maria Martini - è apparso un editoriale di Pigi Battista sul Natale di Pannella. E sul Foglio addirittura un disegno con la capanna di Betlemme e la scritta «Amnistia». Titolo: «Marcia di Natale». In sostanza - a dar retta ai quotidiani - il 25 dicembre il mondo si è fermato per celebrare la nascita di Pannella. Sui giornali il Natale di Gesù, come a Narnia, non c'era.
Ma coloro che saranno andati con i figli a vedere «Le cronache di Narnia», infischiandosene della Aspesi e dell'Unità, si saranno forse commossi come quella illustratrice che disegnava il Leone morente. Ancora una volta torna «fra la gente gente» (come diceva Giussani) la grande nostalgia di Gesù, del gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e continua a sedurci come fa da duemila anni. E l'umanità sembra esprimere il suo stupore come la poesia di Calderon de la Barca suggerisce al cuore: «La tua voce ha potuto intenerirmi/ La tua presenza trattenermi/ e il tuo rispetto commuovermi./ Chi sei?/ Tu, solo tu, hai destato/ l'ammirazione dei miei occhi,/ la meraviglia del mio udito./ Ogni volta che ti guardo/ mi provochi nuovo stupore/ e quanto più ti guardo/ più desidero guardarti».

postato da fabiotar alle ore dicembre 29, 2005 13:09 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: peggior giornale


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