Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
martedì, 31 gennaio 2006

"Programma di riforme RADICALI o non ci sto"

Ma RADICALI in che senso????

postato da fabiotar alle ore gennaio 31, 2006 20:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: prodiadi


martedì, 31 gennaio 2006

SPIE E RUBLI: QUEI MISTERI TROVATI SOTTO IL MURO

Il 10 ottobre del 1999 arriva sul tavolo della commissione Stragi un rapporto di 645 pagine. È il «dossier Mitrokhin», che prende il nome dall’ex archivista del Kgb Vasily Mitrokhin. Un incartamento pieno di nomi e pseudonimi, per l’esattezza 261, di politici e giornalisti coinvolti nella rete di spionaggio messa in piedi dal Kgb per ottenere informazioni a pagamento. Nomi che Mitrokhin ha ottenuto copiando importanti documenti dall’archivio dei servizi segreti russi e ha portato in Inghilterra nel ’92. Il dossier fa il giro d’Europa e viene considerato «notevole» dagli 007 britannici. Alla fine della scorsa legislatura il Senato approva l’istituzione della commissione sul dossier, che viene varata il 16 luglio del 2002, con l’elezione del senatore Paolo Guzzanti, di Forza Italia, alla carica di presidente. La Commissione, composta da venti deputati e venti senatori, deve accertare «la veridicità» delle informazioni contenute nel dossier Mitrokhin, sulle attività spionistiche svolte dal Kgb sul territorio nazionale e sulle eventuali implicazioni e responsabilità di natura politica o amministrativa da parte di esponenti del Pci.Il lavoro della Commissione porta, tra l’altro, alla riapertura del processo sulla strage di Bologna. La matrice dell’attentato sarebbe stata arabo-palestinese, messa in atto dal terrorista internazionale Carlos come «ritorsione» del Fronte popolare di liberazione della Palestina di George Habbash contro il governo italiano di allora, che aveva disatteso «il patto di non aggressione» stabilito dai servizi italiani con l’Olp. La commissione Mitrokhin si è anche occupata del possibile ruolo del Kgb nella pianificazione dell’attentato a Giovanni Paolo II nel 1981 e del rapimento dell’allora presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Il 20 dicembre del 2005 il consulente della commissione Mitrokhin, Agostino Cordova, ha consegnato al procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara, un rapporto finale nel quale si ipotizzano reati come spionaggio, procacciamento di notizie sulla sicurezza dello Stato, rivelazione di segreto di Stato, omissione di atti d’ufficio.
postato da GLOVAGLIO alle ore gennaio 31, 2006 20:30 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 31 gennaio 2006

PILLOLA ABORTIVA, GIRO DI VITE DEL GOVERNO

«Non si può somministrare la RU486 per motivi politici, non si scherza sulla pelle delle donne». A dirlo è il ministro della Salute, Francesco Storace, che ha deciso di sbarrare la strada alla RU486, la pillola abortiva non registrata in Italia ma liberamente commercializzata in molti paesi Ue. È proprio dalla Francia, dove la RU486 viene venduta in farmacia, che lungo lo scorso anno è arrivata la pillola richiesta da alcune aziende sanitarie italiane con una procedura che ora il governo intende irrigidire. Storace infatti annuncia che modificherà il decreto del 1997 che regolamenta l’acquisto dei farmaci non registrati in Italia, rendendo più difficile la sua importazione con l’imposizione di norme più severe. Una decisione sicuramente clamorosa presa su un terreno già minato dalle polemiche sulla 194 e che scatena reazioni durissime contro il ministro da parte dell’opposizione ma anche di medici e associazioni di cittadini.Storace però tira dritto per la sua strada nella convinzione di agire in difesa della salute delle donne. «Il provvedimento si è reso necessario - denuncia il ministro - perchè alcune regioni, ad esempio la Toscana, per quanto riguarda proprio l’importazione della RU486, stanno aggirando le norme per l’ingresso di farmaci non in commercio nel nostro paese».Storace aveva già denunciato qualche settimana fa che la battaglia a favore della pillola abortiva soprattutto da parte di alcune regioni era strumentale e altamente politicizzata. «Dal ’97 al 31 dicembre 2004 sono arrivati in Italia circa diecimila confezioni di farmaci e tra queste non c’era neppure una confezione di pillole RU486 - denuncia il ministro -. Tutte le richieste si sono scatenate nel 2005. Oltretutto il 90 per cento di richieste arriva dalla Toscana e il 55 per cento da un solo medico di una stessa Asl».Storace non fa nomi e cognomi ma quel medico ha un volto noto anche perchè non si è mai nascosto. Anzi ha partecipato a dibattiti pubblici organizzati dai radicali sul tema: si tratta di Massimo Srebot di Pontedera che fa capo alla Asl 5 di Pisa.Insomma, attacca il ministro, grazie alle richieste di quella Asl, «La Toscana è diventata la regina dell’incentivo all’aborto». Il ragionamento di Storace non fa una piega: quella pillola nei paesi Ue è in commercio da anni ma in Italia si sono svegliati soltanto lo scorso anno e in particolare da quando al ministero si è insediato un politico da sempre impegnato per la prevenzione dell’aborto. Ecco perchè il governo vuole rimettere mano a quel decreto del ’97.«Saranno poste condizioni più stringenti - spiega il ministro -. All’atto del nulla osta gli uffici chiederanno le motivazioni cliniche ed epidemiologiche per l’acquisto di farmaci non registrati in Italia». Ogni richiesta andrà motivata, prosegue Storace, «a tutela della salute della donna perchè c’è chi sta scherzando con la loro salute» per l’uso della RU486 dovrà essere dimostrata «una necessità, un bisogno effettivo, non può essere una richiesta per motivi politici». Infine il ministro ricorda che molti studi hanno evidenziato i rischi della pillola abortiva che in alcuni paesi «ha avuto esiti letali».Al fianco di Storace nella sua battaglia contro la pillola abortiva si schiera compatta la Casa delle libertà. «Chi contesta Storace vuole che l’esigenza di evitare che la salute della donna sia esposta a rischi venga sacrificata sull’altare dell’ideologia», dice il senatore Riccardo Pedrizzi, responsabile nazionale di An per le politiche della famiglia.Contro Storace il centrosinistra e il leader radicale Daniele Capezzone. «Che senso ha questa guerra civile aizzata irresponsabilmente da un ministro che vuole impedire alle donne italiane quel che è consentito alle donne di tutta Europa? - si chiede Capezzone - Storace vuole imbastire una campagna elettorale sulla pelle delle donne».Perplesso anche Giuseppe Fioroni della Margherita che chiede semmai un provvedimento mirato, osservando che «ci sono migliaia di pazienti affetti da cancro o altre patologie che aspettano dall'estero farmaci non acquistabili in Italia ma che possono salvargli la vita e che in questo modo rischieranno di non averli per tempo».
postato da GLOVAGLIO alle ore gennaio 31, 2006 20:28 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 31 gennaio 2006

Di vita, di morte e di miracoli

Eutanasia, cominciamo a parlarne

Riporto, per mia memoria e per futura analisi, le tesi in materia di eutanasia del professor Mario Palmaro, docente di Filosofia del Diritto all’Università Europea di Roma (nuovissima università "marchiata" Legionari di Cristo, che è un marchio sempre più gradito al mio palato), che in un recente convegno ha presentato le ragioni per cui l’eutanasia non deve essere legalizzata da uno Stato laico.
Traggo il testo dall'agenzia cattolica Zenit (www.zenit.org), che consiglio a tutti di consultare. L'abbonamento è gratuito e gli approfondimenti spesso sono di alta qualità.

§ § § § §

“Lasciando da parte gli argomenti che sono legati alle convinzioni religiose o all’insegnamento di una Chiesa – ha esordito il professor Palmaro –; argomenti tutt’altro che disprezzabili, ma che potrebbero essere ritenuti insignificanti in un’ottica laica e secolarizzata. Parliamo invece dei motivi che sono validi da un punto di vista giuridico”.

Il primo e più importante motivo è quello alla vita che è un diritto indisponibile, anzi il più importante fra tutti i diritti indisponibili – ha sottolineato –. Ciò significa che non solo non si può decidere della vita di un altro uomo innocente, ma che nemmeno è lecito disporre arbitrariamente della propria”.
“Perfino il suicidio rappresenta giuridicamente parlando un atto illecito, anche se ovviamente non è punito dal codice penale – ha affermato – . E’ però sanzionata l’istigazione al suicidio, con cui il legislatore rivela il suo sfavore per chi si toglie la vita”.
“Anche la libertà appartiene a questa categoria di diritti specialissimi: se una persona volesse liberamente diventare schiava di un’altra, l’eventuale contratto fra le parti sarebbe nullo”, ha quindi aggiunto il docente.
“Con ciò si dimostra che non è vero che l’autonomia decisionale del singolo gli permette di fare qualsiasi cosa. Non si può rinunciare ad essere liberi, come non si può rinunciare alla vita”, ha osservato.

Secondo aspetto: l’eutanasia – sia quando è frutto di un’azione (un’iniezione velenosa) sia quando è frutto di un’omissione dolosa e colpevole (sospensione dell’alimentazione) – comporta sempre il coinvolgimento di una terza persona, che liberamente si offre di togliere la vita a un’altra”.
“Dunque, anche in presenza del consenso del malato, siamo sempre di fronte all’uccisione di un essere innocente – ha quindi sottolineato il professor Palmaro –. La legalizzazione dell’omicidio del consenziente è un trauma giuridico che sconvolge radicalmente l’intera impalcatura dello stato di diritto”.

Terzo argomento: la richiesta del paziente è solo apparentemente il fondamento dell’atto eutanasico. Infatti, o si decide che qualsiasi richiesta di eutanasia deve essere assecondata, e in tal caso anche una persona sana avrebbe diritto a ottenerla – ma si coglie subito l’esito paradossale di una simile soluzione –, oppure lo Stato elabora dei criteri in base ai quali si può ottenere la morte pietosa”.
“Ma così facendo – ha precisato –, si noterà che il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita, operato dalle strutture dello Stato. Dunque, il fondamento dell’eutanasia è sempre e comunque un giudizio esterno al malato, sul fatto che quella sia una vita che merita o non merita di essere vissuta”.
“Chi o che cosa traccerà l’esile linea di demarcazione fra un paziente che merita di essere terminato e un altro che non lo merita?”, si è poi domandato.

Quarto argomento: la decisione del paziente è assolutamente inattendibile – ha continuato –. Se è formulata prima della malattia, rimane il dubbio che essa sia ancora valida quando il soggetto ha perso conoscenza; se invece è contestuale alla sofferenza, nessuno può garantire che essa sia lucida e libera, proprio per la morsa che la sofferenza stringe intorno alla psiche del sofferente”.

Quinto argomento: la legalizzazione non è un elemento neutro della normazione, ma ha un indubitabile effetto incentivante. Essa mette alle strette tutti i malati deboli – anziani, disabili, abbandonati dalla famiglia, persone sole – costringendoli a interrogarsi se non sia una forma di egoismo sottrarsi a una soluzione percorribile, che altri seguono. Insomma: si suggerisce alla gente qual è la via moderna e pulita per togliere il disturbo”.

Sesto argomento: la legalizzazione trasformerebbe radicalmente la missione del medico. Oggi, ogni paziente sa che con ogni buon medico si instaura un’alleanza terapeutica, che ha lo scopo non già di guarire (spesso non è possibile) ma di curare sempre. Il paziente si aspetta che un giorno il medico possa dichiararsi impotente a guarire, ma sa anche che il suo compito non è dare la morte”.
“Con la legalizzazione, il medico assumerebbe – al di là delle ipocrisie pietose dell’antilingua – il compito di funzionario statale addetto alla terminazione di alcuni pazienti. Il nostro rapporto con il medico, il suo sguardo su di noi, cambierebbe radicalmente. In peggio!”, ha poi commentato.

Settimo argomento: il cosiddetto pendio scivoloso. In tutti i Paesi dove si è legalizzata l’eutanasia solo su richiesta del paziente, ci si è presto accorti che spesso essa veniva praticata anche in assenza di qualsiasi domanda del malato”.
“Questo è molto ovvio e persino logico: poiché l’eutanasia è invocata per porre fine a ‘sofferenze insopportabili’, spesso sono pazienti incapaci di intendere e di volere a subirle (non si sa quanto consapevolmente) e il vero dramma è di coloro che li circondano: ma se uccidere per pietà è ritenuto ‘il’ bene del paziente, non si vede perché mai fermarsi di fronte alla mancanza del suo parere”.

Ottavo argomento: i malati cronici costano. Dunque, in un ordinamento in cui fosse accolto il principio che uccidere un innocente è lecito se fatto per motivi pietosi, sarebbe perfettamente coerente attendersi che si ponga fine alle vite ritenute insignificanti ma costose per la società. Ovviamente, in nome del supremo interesse della scienza e della medicina, e della necessità di usare le poche risorse a favore di pazienti con una qualità di vita migliore”, ha aggiunto.

Nono e ultimo argomento: il precedente nazista. Adolf Hitler è stato il primo e il più convinto sostenitore dell’eutanasia per motivi pietosi. Le camere a gas naziste sono state inaugurate da tedeschi di pura razza ariana, nient’affatto ostili al regime, ma considerati portatori di ‘vite senza valore’”.
“Ci sono lettere riservate del Führer al suo medico personale, in cui Hitler spiega le ragioni filantropiche per cui è meglio eliminare handicappati, scemi, storpi, reduci della prima guerra mondiale. Non ne parla con odio o disprezzo, ma con sincera pietà. Proprio come accade oggi ai fautori dell’eutanasia liberale e democratica”.
“Per rivivere certi orrori non è affatto necessario far rivivere le camice brune e le svastiche – ha commentato Spataro –. Basta lasciare spazio alla cultura che fu alla base di quell’orrore”.
“Chissà se la modernità avrà il coraggio di ammettere che i mostri che si agitano nelle parti più segrete del nostro cuore non sono morti con il nazismo, ma sono sempre pronti a riemergere, dietro la faccia pulita e rispettabile della pietà interessata”, ha poi concluso.

[preso dal blog di friederich]

postato da fabiotar alle ore gennaio 31, 2006 18:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: vita


lunedì, 30 gennaio 2006

Come realizzare un film da Oscar?

Facilissimo...

Basta scrivere la seguente sceneggiatura: la protagonista deve essere una donna, nata con tecniche di fecondazione assistita meglio se da una coppia di omosessuali di successo ovviamente; poi questa fanciulla deve essere ovviamente felicissima di questo tanto felice che i genitori premurosissimi per farla soffrire un pochino la dovranno mandare in un 1) colleggio di suore cattive, vecchie e bavose (rigorosamente cattolico-bigotte), fuggita da quel luogo infernale la tipa si deve innamorare di un tipo, meglio se 2) un cowboy bisessuale, una volta "ingravidata" la nostra protagonista dovrà fare di tutto perchè le venga garantito  3) il diritto di scelta e quindi abortire, poi improvvisamente però la nostra eroina si deve 4) dare alla box, salita sul ring le prenderà di santa ragione tanto che dovrà implorare per sè il diritto alla dolce morte, quindi le verrà praticata 5) l'eutanasia da un medico radicale in sciopero della fame  e della sete.

Il successo è garantito fidatevi...e se non sfonderete nel mondo del cinema non preoccupatevi potrete sempre diventare ministro per le pari opportunità al Parlamento Europeo!!! GARANTITO

1) Magdalene premiato nel 2002 come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia (per la serie "guarda quanto sono stronzi quelli che non stanno dalla nostra parte 2)Brokaback Mountain candidato a svariati Oscar tra cui miglior film ai prossimi premi Oscar di Holliwood  (per la serie quanto è noiosa la famiglia tradizionale e quanto è bello essere gay e cowboys) 3) Il segreto di vera Drake, miglior film nel 2004 a Venezia (per la serie "l' aborto è un diritto, l'intelligenza un optional) 4) One million dollar baby, miglior film a Holliwood nel 2004 (per la serie "se mi ami ammazzami") 5) Il mare dentro miglior film a Venezia (per la serie "l'eutanasia: la soluzione al problema dei tagli alla sanità pubblica").

postato da fabiotar alle ore gennaio 30, 2006 17:10 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: massmedia


lunedì, 30 gennaio 2006

I segreti di Brokeback Mountain

Una favola omo-pastorale

Nella sdolcinata storiella di questa coppia cowboy, capofamiglia tristi di famiglie che più tristi non si può, si gioca a porta unica, a squadra unica, ad arbitro unico. Per cui lo spettatore non può che fare il tifo per loro. I bovari che sognano 'un altro mondo possibile'. Il problema non è l'omosessualità. Il problema è che il film è in realtà uno spot in cui l'alternativa all'idillio omosex sarebbe il vuoto. L'alternativa è una moglie brutta, mentecatta e dimessa. L'alternativa è un suocero rompiballe e tre bambini che passano tutto il tempo a strillare. Come non stare dalla parte dei due tenerissimi cowboy? E così la pellicola finisce nel mito bucolico gay. Dove i novelli Titiro e Melibeo, oltre a parlare di terra perduta, desideri impossibili e sogni nel cassetto, si spogliano, si guardano mentre si fanno il bidet al fiume, e tra una pecora e l'altra si tolgono qualche sfizio.

Ma il punto più sgangherato della favola omo-pastorale non è l'insulsaggine dei dialoghi che, se fossero stati messi in bocca a un uomo e a una donna, sarebbero stati stroncati dalla critica militante. No, l'acme della miseria della sua filosofia il film lo raggiunge proprio sul tema che vorrebbe trattare, e cioè il tema della libertà. Che nel film è ridotta a puro e semplice contenitore di ormoni e istinti. Da appagare subito. Nel capanno degli attrezzi, tra le pecore. Libertà che riduce l'essere umano a macchietta, a mera immagine senza realtà. Da una parte, i gay illuminati, senza peccato sin dal concepimento e martiri di una Fede per l'Uomo e per il Progresso a cui prima o poi saremo tutti, volenti o nolenti convertiti. Dall'altra, la società della famiglia naturale, normale, e perciò caricaturata come bigotta, intollerante, grigia e senza sogni. Insomma, un bel film di regime. Che meriterebbe sì l'Oscar, ma del sentimentalismo. Che, come diceva Flannery O'Connor, è sempre pornografico.

Quanto sopra ce lo scrive Fortunato Simone su Tempi

[kattolikamente]

postato da fabiotar alle ore gennaio 30, 2006 16:29 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: massmedia


lunedì, 30 gennaio 2006

MA PER LA SINISTRA LA GRAVIDANZA E' UNA MALATTIA

Mentre sta per concludersi l’indagine conoscitiva della commissione Affari sociali della Camera sulla applicazione della legge 194, paradossalmente l’utilità di tale indagine già emerge con grande chiarezza dalla relazione presentata e letta in quella sede «a nome delle Regioni» dall’assessore della Regione Toscana, Rossi. Egli ha giustamente sostenuto che «al primo punto occorre chiarire cosa intendiamo per prevenzione». Ma è proprio il concetto sbagliato di prevenzione che ha determinato la brutta applicazione della legge. L’evidenza è che prevenire l’aborto significa fare tutto il possibile per evitarlo. È ovvio che se non c’è concepimento non può esserci interruzione di gravidanza. Ma se una gravidanza è in corso, cosa fai? È giusto o non è giusto fare tutto il possibile per evitare l’aborto? Nonostante la più grande «fissazione contraccettiva», le gravidanze inizialmente non volute restano, come dimostra l’alta abortività in Paesi come la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, dove la contraccezione è certamente più diffusa che in Italia. Eppoi ci sono anche le difficoltà impreviste di una gravidanza pur all’inizio voluta e magari cercata, e i cambiamenti di desiderio nel tempo... Ma Rossi pensa che «l’aborto è la soluzione che viene data al fenomeno, la gravidanza non desiderata». E insiste: «Prevenire una malattia con la vaccinazione significa evitare che la malattia si manifesti». Dunque secondo Rossi la gravidanza è una malattia che si può prevenire solo con la «contraccezione – vaccinazione». E se la «malattia» si verifica? Non resta che distruggerla, magari con un intervento chirurgico. E allora cosa hanno fatto i Centri di Aiuto alla Vita che hanno salvato 70.000 bambini? Hanno fatto giungere la «malattia» fino alle sue estreme conseguenze? L’assessore ha evitato di dare una risposta demonizzando una parola: «dissuasione». Una parola – scrive – che «nella legge non si trova». Bene: rileggiamo la legge: art. 2: «I consultori assistono la donna in gravidanza contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurla all’interruzione della gravidanza»; art. 5: «Il consultorio ha il compito di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto». È dissuasione? Io non ho paura delle parole: se dissuado qualcuno dal suicidarsi o dal commettere una rapina, oppure dallo spacciare o consumare droga riceverei una unanime lode e collaborazione. Ma evitiamo pure quella parola. È indubbio che per legge il compito dei consultori è quello di fare tutto il possibile perché la gravidanza possa proseguire. È la loro funzione specifica, perché la contraccezione può essere oggetto di iniziative da parte di altri soggetti, mentre lo specifico compito dei consultori, in un sistema in cui l’ultima parola è affidata alla donna e di fronte alla singolare, irripetibile condizione della gravidanza, è quello di tutelare insieme la maternità e la vita.È stato fatto? In linea generale no, salvo lodevoli eccezioni. Ecco perché i consultori devono essere profondamente ripensati anche attraverso una riforma legislativa. Ciò che ne ha inquinato l’azione è la ingiusta e illegittima riduzione della prevenzione alla contraccezione. Ciò di fatto ha indebitamente oscurato la loro grande, straordinaria, esaltante funzione di porsi come strutture essenziali di difesa del diritto alla vita del figlio e di restituzione alla donna della libertà di non abortire. Se non si vuole parlare di «dissuasione», parliamo allora di visibile, efficace, intensa solidarietà affinché sia scelta la vita del figlio anche quando all’inizio del contatto tra la solitudine di una madre e la società vi era una prospettiva di aborto.È tristissimo che proprio la sinistra si ostini a non capire. Eppure proprio essa dichiara di avere nel suo genoma la solidarietà nei confronti del più debole: chi è più debole ed indifeso del figlio a rischio di morte, chi più sola della madre che vede come unica prospettiva il «dramma» dell’aborto? CARLO CASINI presidente del Movimento per la vita
postato da GLOVAGLIO alle ore gennaio 30, 2006 14:50 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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