Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
martedì, 28 febbraio 2006

«Dio non fa differenza tra embrione e bambino»
L’amore di Dio «non fa differenza» tra l’embrione, il bambino, il giovane o l’uomo maturo, perché «in ognuno di essi vede l’impronta della propria immagine e somiglianza». Lo ha detto il Papa ieri mattina, nel discorso che ha rivolto ai partecipanti al congresso internazionale della Pontificia accademia della vita dedicato al tema: «L’embrione umano nella fase del preimpianto».Benedetto XVI ha spiegato che né la Scrittura né la tradizione cristiana «possono contenere trattazioni esplicite del vostro tema», ma ha ricordato la pagina del Vangelo di Luca dove si narra della visita di Maria, appena rimasta incinta, alla cugina Elisabetta, gravida già da sei mesi, il cui bambino (Giovanni il Battista) «le sussultò nel grembo» perché aveva in qualche modo «riconosciuto» la presenza di Gesù. Il Papa ha spiegato che, pur in assenza di «espliciti insegnamenti sui primissimi giorni di vita del nascituro», la Scrittura contiene «preziose indicazioni»: i libri sacri infatti «intendono mostrare l’amore di Dio verso ciascun essere umano ancor prima del suo prender forma nel seno della madre. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu venissi alla luce, ti avevo consacrato”, dice Dio al profeta Geremia».«L’amore di Dio - ha continuato Benedetto XVI - non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l’uomo maturo o l’anziano. Non fa differenza perché in tutti ravvisa riflesso il volto del suo figlio unigenito». «Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l’uomo - ha detto ancora Papa Ratzinger - rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione, intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e così via».Benedetto XVI, riecheggiando le parole dell’enciclica «Evangelium vitae» di Papa Wojtyla, ha quindi aggiunto che «in definitiva, la vita umana è sempre un bene, poiché essa è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell’uomo, in ogni uomo, in qualunque stadio o condizione della sua vita, risplende un riflesso della stessa realtà di Dio». Proprio per questo l’insegnamento della Chiesa ha costantemente proclamato «il carattere sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo concepimento alla sua fine naturale». «Questo giudizio morale - ha detto ancora il Papa - vale già agli inizi della vita di un embrione, prima ancora che si sia impiantato nel seno materno, che lo custodirà e nutrirà per nove mesi fino al momento della nascita».Il Pontefice si è quindi rivolto direttamente agli studiosi impegnati nel convegno della Pontificia accademia per la vita, presieduta dal vescovo Elio Sgreccia, parlando dei «sentimenti di meraviglia e di profondo rispetto per l’uomo» che caratterizza la loro attività di ricercatori sull’origine della vita umana. Ha spiegato che essa è un «mistero il cui significato la scienza sarà in grado di illuminare sempre di più, anche se difficilmente riuscirà a decifrarlo del tutto», dato che «appena la ragione riesce a superare un limite ritenuto invalicabile, altri limiti fino allora sconosciuti la sfidano». Per questo, l’uomo «rimarrà sempre un enigma profondo e impenetrabile». Benedetto XVI ha concluso ricordando le parole di San Cirillo di Gerusalemme che nel IV secolo ai catecumeni chiedeva chi avesse predisposto le cavità dell’utero alla procreazione, chi avesse animato il feto inanimato, chi lo provvedesse di nervi, ossa, pelle e carne, chi lo facesse crescere: «Stai vedendo, o uomo, l’artefice; stai vedendo il sapiente Creatore». Considerazioni che si rivolgono non tanto al fenomeno fisico o fisiologico, quanto «al suo significato», parole che il Papa considera «ancora valide» all’inizio del terzo millennio. «Abbiamo enormemente migliorato le nostre conoscenze - ha concluso Ratzinger -, ma per l’intelligenza umana sembra diventato troppo arduo rendersi conto che, guardando il creato, ci si incontra l’impronta del Creatore».
ANDREA TORNIELLI

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martedì, 28 febbraio 2006

Il caso "Angela Pellicciari", scrupolosa docente che fa studiare consultando le fonti e che è stata dipinta come negazionista e

Sono trent'anni che bruciano streghe. Trent'anni che negano la libertà di insegnare

di Emanuele Boffi

Tratto da TEMPI N.9 del 23 febbraio 2006

Nel gap fra la mostrificazione della professoressa che insegna a studiare sui testi e le lezioni sull'affettività ridotte a tecniche di penetrazione anale, sta tutta l'idiosincrasia della scuola italiana per la questione educativa.

Non parlare! Poster KGB ex-URSS, 1941.Perché un'insegnante che abitua i suoi alunni a confrontarsi coi testi è una nazista, mentre uno psicologo che erudisce dei tredicenni alle più proficue tecniche di masturbazione, contraccezione e kamasutra va considerato come l'indispensabile contributo dell'esperto alla corretta istruzione "sull'affettività"? (vedi a pagina 16)
«Certo - ha scritto Paola Mastracola - c'è un piccolo problemino che soggiace a tutto questo discorso: bisognerebbe, per educare, sapere almeno in linea di massima che cosa è giusto e che cosa è sbagliato e quali sono le vie buone dove vorremmo condurre i nostri figli; ma questo è esattamente ciò che non sappiamo più, e questa è esattamente la sfida che ci attende» ("Limitare i figli? è un dovere dei genitori", La Stampa, 27 gennaio). Una sfida che, secondo Giorgio Israel, «pone al centro la parola che dovremmo incidere sulla pietra davanti agli occhi delle famiglie e dei cittadini: "educazione". Educazione e non indottrinamento di nozioni. (...) Quell'appello ("Se ci fosse un'educazione del popolo tutti starebbero meglio", ndr) dovrebbe tornare al centro del dibattito, fino all'ossessione, se ancora esiste qualche residua speranza di ridare al nostro paese un sistema educativo degno di questo nome» ("Il peccato grave della professoressa Pellicciari è di credere ancora alla libertà d'educazione", Il Foglio, 16 febbraio).

Che cosa è successo?
«L'attacco contro di me è fallito» dice a Tempi Angela Pellicciari che porta ancora nel linguaggio e nel tono i postumi di una settimana difficile in cui è stata dipinta come una strega nazicattolica. «Che farò adesso? Non lo so. Per ora ho preso due giorni di aspettativa».
Alla trasmissione "Otto e mezzo" di giovedì 16 febbraio ha assicurato di essere intenzionata a «continuare a insegnare ancora per un anno e poi andrò in pensione. Potevo già farlo l'anno scorso, ma poi gli studenti delle mie classi mi hanno chiesto di rimanere. E poi? Non so». Angela Pellicciari è una insegnante appassionata al suo lavoro, un reperto del paleozoico nel mondo della scuola moderna; una docente ancora convinta che la sua sia una vocazione; una storica di sicuro prestigio che ha anteposto alla carriera nelle aule universitarie quella sui banchi del liceo. Insegna Storia e Filosofia al liceo romano Lucrezio Caro ed è un'ex sessantottina convertita al cattolicesimo (fa parte del movimento dei Neocatecumenali); ha collaborato a diversi programmi Rai e pubblicato nel 1998 Risorgimento da riscrivere (Ares), un libro che suscitò curiosità e apprezzamento fra gli addetti ai lavori. Del 2000 è L'altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata (Piemme) e del 2003 I panni sporchi dei mille (Liberal). Scrive su Avvenire, Studi cattolici, Il Timone e conduce una trasmissione radiofonica su Radio Maria.
Per descrivere il proprio caso ha detto in tv che «una mattina mi sono svegliata e ho scoperto di essere nazista». La mattina è quella di domenica 12 febbraio, quando sui quotidiani nazionali si racconta che la professoressa è stata accusata di «negazionismo» in quanto avrebbe costretto gli studenti della sua V F ad adottare come testo Le conversazioni segrete di Hitler, libro che raccoglie i monologhi privati del Führer con i suoi ospiti nel quartier generale di Rastenberg e poi in quello di Vynica, dal '41 al '44. Il volume è prefato da Franco Freda, tipetto poco raccomandabile con quindici anni di condanna per associazione sovversiva e bombe sui treni. Secondo quanto riportato dalla stampa, un gruppo di genitori l'avrebbe accusata di «insegnamento ideologico»; il preside, Riccardo Orlanducci, avrebbe fatto ritirare immediatamente il testo rivelando che «già ad ottobre c'erano stati problemi nei suoi metodi»; si sarebbe in attesa di un'ispezione da parte del Ministero. Alcuni studenti raccontano che la Pellicciari descriveva il fascismo come un regime che «non ha mai fatto morti» e che nei primi giorni di scuola aveva condotto un sondaggio fra di loro per sapere «chi fosse cattolico e chi ateo». Ultimo sfregio dell'impresentabile docente: si sarebbe rifiutata di far intervenire durante le ore di lezione un sopravvissuto della Shoah, Piero Terracina. (Continua qui e leggiti pure questo)

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martedì, 28 febbraio 2006

Codice da Vinci, Dan Brown alla sbarra per plagio

A rischio il film con Tom Hanks che dovrebbe uscire in primavera
di Lorenzo Amuso

Tratto da Il Giornale del 28 febbraio 2006

Alla fine Dan Brown ha ceduto: noto per la sua proverbiale riservatezza, l'autore di uno dei più grandi bestseller della storia, Il Codice da Vinci, ieri è stato costretto a presentarsi nell'aula di un tribunale di Londra come testimone. Sotto processo, ieri, la sua casa editrice. Ma presto toccherà anche a lui comparire come imputato. L’accusa è di aver plagiato un saggio sul Graal.
Ad attenderlo una folla di taccuini e telecamere nel vano tentativo di strappare un commento allo scrittore statunitense, accusato - assieme alla sua casa editrice Random House - di aver copiato la tesi di base del «Codice» da un saggio del 1982. La denuncia, presentata alla High Court londinese, porta la firma di Michael Baigent e Richard Leigh, due dei tre autori del saggio The Holy Blood and The Holy Grail («Il sangue sacro e il santo Graal»). Un volume in cui viene presentata la teoria che regge - secondo l'accusa - l'impianto narrativo del Codice da Vinci, ovvero la storia segreta di Gesù, la sua fuga precipitosa dopo la crocifissione, l'approdo in Europa, la trasmissione del suo sangue nei secoli grazie alla complicità dei Templari e di altre società segrete. L'accusa non si limita a sottolineare come la tesi di fondo del «Codice» sia identica, ma individua una serie di coincidenze sospette tra i due libri. Nella fattispecie, il nome del protagonista del romanzo di Brown sarebbe un omaggio ai due autori: «Sir Leigh Teabing» è infatti l'anagramma di Leigh e Baigent. Così come non è passata inosservata la presenza del titolo dei due storici tra i volumi nella biblioteca del detective. Brown non ha mai nascosto né di conoscere il contenuto di quel saggio, pubblicato peraltro dalla sua stessa casa editrice, né di aver tratto ispirazione dalla teoria ivi contenuta, inquadrata però - puntualizza lo scrittore - all'interno di un processo di rielaborazione artistico-narrativa.
Nella prima udienza del processo, alla quale Brown è intervenuto in qualità di testimone della difesa, i suoi avvocati hanno inoltre sottolineato come nell'epoca di Internet sia estremamente difficile risalire all'origine di tutte le fonti. Una tesi cui ha replicato l'accusa - rappresentata dall'avvocato dei due studiosi, Jonathan James - secondo cui è dovere di chi «svolge ricerche premunirsi di conoscere la provenienza delle informazioni». Senza trascurare il fatto - ha aggiunto James - che nonostante la tesi dei saggisti inglesi avesse già ispirato altre pubblicazioni in passato, nessuno si era mai impossessato prima d'ora della loro teoria centrale».
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categoria: massmedia


lunedì, 27 febbraio 2006

Scienza, realtà e mistero

di Vittorino Andreoli

UN MOSTRO A DUE TESTE. A questo punto del nostro viaggio dentro i princìpi della scienza, occorre fare una pausa, giacché abbiamo incontrato un "mostro" che certo atteso non era: l’incertezza cioè che caratterizza ormai le conclusioni della scienza, fino al dubbio sulle capacità stesse della scienza di indagare il mondo. E ciò, nonostante che nei suoi precedenti propositi essa intendesse spiegarlo in maniera definitiva. Di fatto, la scienza riesce a proiettare del mondo solo un’immagine deformata dai limiti dei nostri sensi.
Se questa è la situazione, la scienza a che cosa si riduce, e quale vantaggio può accampare sulle altre modalità di lettura del mondo, come la filosofia o la religione? Ebbene, che cosa sia il "reale", cosa sia la "natura", rappresenta il tema da affrontare nelle prossime tappe, anche perché tuttora domina nella nostra cultura l’idea che la scienza sia l’unica disciplina capace di dare risposte vere, mentre le altre letture appartengono ad una sorta di infanzia del pensiero umano. Culture cioè non razionali, che chiamiamo primitive, e che collochiamo al gradino di partenza di un percorso che una civiltà fondata sulla scienza ha ben superato.
Dicevamo che è emerso in maniera chiara (dagli articoli precedenti) che non si può più parlare di mondo, ma piuttosto di «immagine sensibile del mondo», immagine che in ogni caso coincide con una sua costruzione arbitraria. Dicevamo inoltre che non si può più parlare di causalità e determinismo, perché semmai il mondo è retto da un principio di indeterminazione e da sequenze imprevedibili. Infine, che non è più possibile parlare di prevedibilità, poiché l’imprecisione non può che portare all’imprevedibile.
[...]Ma allora, a cosa serve la scienza? Se non è lo studio della materia, dal momento che sfugge a ogni analisi, se non è ricerca della causalità, se non si può dire che il suo proprio fine sia quello di stabilire le leggi e i princìpi della natura, che cos’è e a cosa serve, la scienza?
LA SCIENZA COME CREATRICE DI OGGETTI. La risposta che si fa via via sempre più insistente è, a prima vista, quanto meno strana: si giunge a sostenere infatti che la scienza addirittura crea gli oggetti. Un’affermazione che può apparire priva di significato o addirittura paradossale, come se dal momento che la scienza non riesce più a capire il mondo, poiché le sfugge l’oggetto stesso della sua indagine (la realtà), essa allora si inventa ciò che poi studia, fino a convincersi che questa sia la realtà. Pur con le distanze necessarie, viene in mente il bambino che, mentre gioca, inventa un suo mondo proprio, il mondo del come se appunto, al punto che un bambolotto diventa ai suoi occhi una persona, un compagno di giochi fittizio. Non ha coscienza, il bambino, o dimentica che tra un bambolotto e una persona umana resta pur sempre una differenza enorme, al di là delle apparenze.
Dicevamo che la scienza "crea" gli oggetti, dove il termine creazione sta per invenzione o illusione, poiché la scienza considera realtà ciò che separa e individua attraverso i limiti dei sensi e degli strumenti di indagine. Ma per capire ancor più specificamente questa "creazione di oggetti" è necessario ripercorrere una vicenda che comincia nell’800, dall’«action» di
Maurice Blondel.

Questi parte dalla sensazione, la quale sta all’origine dell’esperienza di ciascuno. E osserva «da un lato ciò che provo [in una esperienza appunto] ha da essere tutto mio, dall’altro ciò che provo deve parermi del tutto es traneo a me ed estraneo alla mia azione». Insomma, se la sensazione è del soggetto deve trattarsi di qualcosa che lo riguarda in maniera esclusiva, d’altra parte ciò che egli esperimenta deve essere per forza fuori di lui. Al di là di ciò che percepisce (sento «qualcosa»), s’impone fuori di lui «l’essere del dato sensibile», quel qualcosa che appunto c’è e che lui infatti sente.
Da questa sorta di ambiguità tra il sentire e il fatto che si sente qualcosa che è, scaturisce la scienza, la quale si propone di passare appunto dal sensibile al reale. (L’Azione, trad. it. Firenze 1921, p. 81).
Come a dire che, se la scienza vuol capire la realtà, essa deve occuparsi di ciò che sente e correlarlo a ciò che c’è, per conoscere com’è veramente. Questo significa passare dal sensibile al reale. Ma è possibile una simile operazione da parte della scienza?
Il realismo scientifico è, secondo Blondel, provvisorio, poiché le sensazioni sono fallaci, e pertanto i reali che la scienza vi deduce rimangono «finzioni», rivelando il loro carattere convenzionale e quindi pragmatico. Con ciò, conclude, la scienza stessa con il suo instabile realismo ci spinge al di là di sé e ci avvicina al trascendente.

(leggi tutto qui)

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categoria: scienza e fede


lunedì, 27 febbraio 2006

"Dio punirà chi sparge sangue in suo nome"

Benedetto XVI all'Angelus (Ap)
 
ROMA - «Dio, Creatore e Padre di tutti, chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in suo nome il sangue del fratello». Un forte appello contro le violenze su base religiosa è stato lanciato oggi da Benedetto XVI alla recita dell'Angelus. Il Pontefice ha citato in particolare le «tragiche violenze» in Iraq, con gli attentati alle moschee, e gli scontri fra cristiani e musulmani in Nigeria, esprimendo «ferma condanna» per gli spargimenti di sangue e per «la violazione di luoghi di culto».
IRAQ E NIGERIA - «Si susseguono in questi giorni - ha detto il Papa rivolto alle migliaia di fedeli che lo ascoltavano in Piazza San Pietro - le notizie di tragiche violenze in Iraq, con attentati anche alle stesse moschee. Sono azioni che seminano lutti, alimentano l'odio ed ostacolano gravemente la giá difficile opera di ricostruzione del Paese». Quindi ha aggiunto: «In Nigeria si sono protratti per diversi giorni degli scontri tra cristiani e musulmani, con molte vittime e distruzione di chiese e moschee. Mentre esprimo ferma condanna per la violazione dei luoghi di culto, affido al Signore tutti i defunti e coloro che li piangono». «Invito poi tutti a più intensa preghiera e penitenza - ha detto ancora Benedetto XVI - nel sacro tempo di Quaresima, affinchè il Signore allontani da quelle care Nazioni, e da tanti altri luoghi della terra, la minaccia di simili conflitti!».
26 febbraio 2006
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categoria: chiesa, magistero


domenica, 26 febbraio 2006

«Firmare mette paura alla Margherita»

C’è chi approva il manifesto «per l’Occidente» e non lo può dire. Perché creerebbe una crisi di coalizione. Sono le spietate regole della campagna elettorale, che rivela uno dei firmatari dell’appello del presidente del Senato Marcello Pera e che non siede in Parlamento e non è un politico, il genetista Bruno Dalla Piccola: «Mi sento onorato - dice il professore, presidente del comitato “Scienza e vita” - di essere stato tra i primi a firmarlo». Le polemiche a suo avviso sono pretestuose, perché «se questo manifesto l’avesse presentato qualcuno della Margherita» non si sarebbe sollevato tutto questo polverone: «A parte che sarebbe difficile - aggiunge - per loro esprimersi ora in certe maniere...».Professor Dalla Piccola, molti dei punti fondanti di questo manifesto non sarebbero condivisibili anche dai cattolici Dl?«Certamente. Ho parlato con alcune persone della Margherita e li ho trovati allineati. Abbiamo rilevato lo stesso tipo di trasversalità del comitato “Scienza e Vita”. Un aspetto su cui dovremmo ragionare. Ma forse questo è il momento meno opportuno per dire tutta la verità. Ci sono persone che non hanno il coraggio delle loro azioni».Perché ha firmato questo manifesto?«Molti dei valori nei quali io credo da sempre sono esattamente contenuti nel manifesto. Si vuole cercare di recuperare i nostri valori storici, non vergognarsi delle radici cristiane, dei valori della famiglia e dell’uomo in tutto l’arco della sua vita, i valori in cui ho sempre creduto e che trovo perfettamente sintetizzati nel programma».Cosa pensa del paragone del quotidiano Liberazione tra questo manifesto e quello fascista sulla razza del ’38?«Le polemiche vogliono interpretare in una maniera di parte questo manifesto. Quando dico “Crediamo nelle nostre radici”, non significa essere intolleranti, perché questo manifesto dà un’apertura e un’integrazione alle persone che vengono nel nostro Paese. Penso sia un testo di gran buon senso, di coraggio e che dice: recuperiamo quello che distrattamente stiamo perdendo, è una sferzata di energia. La pressione politica non fa ragionare le persone».Le sembra che i contenuti siano molto vicini alle parole di papa Benedetto XVI?«Sicuramente, anche se io non mi vado mai ad allineare solo perché lo dice qualcuno, in questo caso il Papa, mi riconosco nel contenuto. Quando ho letto il manifesto mi sono sentito onorato di essere uno dei primi firmatari».Secondo lei cosa ne pensa veramente Romano Prodi?«Non lo conosco personalmente. Ma ci sono troppi interessi in gioco. Non mi stupisco che con lo stesso coraggio con cui è andato contro il cardinal Ruini, suo celebrante di nozze, in un momento politico particolare non si esprima o faccia affermazioni che non coincidano con il suo passato. Auguri se dovrà gestire un’alleanza di governo che è così ampia».Crede che il manifesto possa ricostruire una base dal basso su alcuni valori fondanti?«Mi sembra che sia appoggiato da un fronte molto ampio e che copre persone con caratteristiche diverse».Come si può mantenere vivo questo progetto?«Visto che cade in un momento di avvio della campagna elettorale, coloro che scenderanno in piazza si identifichino in questi valori e lo dichiarino. Io vorrei sapere chi crede in questi valori per dare il mio voto».

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sabato, 25 febbraio 2006

Mad Lerner
Mi attanaglia il timore di essere diventato di sinistra. C’è sempre una personalità che ti dà il colpo di grazia, e io per onestà intellettuale ho il dovere di menzionarla: è Gad Lerner. Ricordo l'eleganza con cui, da direttore dimissionario del Tg1, sventolò un bigliettino che un esponente di An gli aveva passato. Ricordo il coraggio con cui, subito dopo una condanna a Marcello dell’Utri, scrisse che «da lui non comprerei un’auto usata» e poi spettegolò circa «una vasta aneddotica circolante sottovoce». Ricordo le puntate dell’Infedele in cui invitò solamente gente che vellicasse il suo ego, ricordo le innumerevoli volte in cui fece la voce grossa solo coi più deboli, ricordo le rotule che definitivamente si scorticò dopo aver intervistato Romano Prodi. Ricordo il suo aver comicamente sostenuto (due volte) che gli incidenti alle ambasciate fossero anche dovuti alla complicità di fotoreporter che avrebbero infiltrato benzina e bandiere da bruciare, fotoreporter che forse, ne deduciamo, magari hanno pure chiesto a un discreto numero di musulmani se potevano cortesemente morire per rendere più drammatiche le fotografie. Ho visto, in generale, il contributo di Lerner al dibattito. E siccome il disprezzo per l’avversario è tipicamente di sinistra, io confesso il progressivo indebolimento del mio pensiero, forse l’inizio di una conversione.
Filippo Facci

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