Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
domenica, 30 aprile 2006


Presidente non di tutti
Nel discorso d’insediamento a Montecitorio, Fausto Bertinotti s’è dichiarato «uomo di parte». Gli va dato atto d’aver così ripudiato gli ipocriti ecumenismi di cui altri politici s’ammantano quando viene loro assegnata una carica istituzionale. Gli va dato egualmente atto d’aver confermato, con l’orgogliosa affermazione, tutte le perplessità che sulla sua presidenza della Camera erano state avanzate. Ce ne eravamo fatti interpreti - senza speranza d’essere ascoltati - con una nota che  esortava il subcomandante Fausto a un passo indietro. Suggerivamo cioè che rinunciasse a una candidatura impropria, che tornasse al ruolo che meglio sa interpretare: quello d’un facondo demagogo, un simpatico affabulatore, un istintivo dissidente e guastafeste. Invece ce lo ritroviamo numero tre dello Stato: e abbiamo dovuto ascoltare da lui, nell’esordio come speaker di Montecitorio, parole che, in coerenza con le sue convinzioni, erano indubitabilmente di parte.Non che siano mancati, nel messaggio bertinottiano, gli accenni alla concordia, alla civile convivenza, al reciproco rispetto. L’uomo ha un eloquio che è elegante al pari del suo abbigliamento. Conosce le regole della cortesia oltre che quelle della mondanità. Ma - a cominciare dalla dedica della sua elezione alle operaie e agli operai, che sono una componente degna, preziosa, importante del Paese, ma non sono tutto il Paese, e da tempo non ne sono nemmeno la maggioranza numerica - ha voluto ribadire la sua aspirazione a una società diversa, e a strutture economiche profondamente diverse. Come è logico aspettarsi dal comunista Bertinotti. Che ha reso omaggio - ottenendo l’applauso rituale - ai caduti di Nassirya. Ma a mio avviso i casi erano due: o Bertinotti taceva in proposito, oppure - volendosene occupare - ricordava l’orribile invocazione «dieci, cento, mille Nassirya», venuta da certe tenebrose viscere del suo popolo: e quell’invocazione condannava con termini espliciti, senza badare all’irritazione che poteva derivarne per il suo vivace neodeputato Francesco Caruso. Non vorrei sembrare malizioso: ma anche il suo insistere sulla scuola, e le sue lodi agli insegnanti, avevano l’aria di voler sconfessare Letizia Moratti (che proprio da insegnanti esagitati è stata insultata e minacciata nel corteo milanese per il 25 aprile). Data fatidica, questa, che Bertinotti ha distesamente richiamato. Niente da eccepire anche se alcune citazioni - quella di don Milani per la scuola, quella di Calamandrei per la Resistenza - paiono fin troppo replicate e risapute. Ma ciò che più ha inquietato nel profilo delle vicende italiane tracciato da Bertinotti è la sua schematicità settaria. La storia dell’Italia moderna si riduce a un pugno di mesi, quello dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, come non ci fossero stati un prima e un dopo. La lotta partigiana, cui partecipò una minoranza valorosa (con parecchi militanti ansiosi d’instaurare in Italia una dittatura rossa) ha avuto personaggi ed episodi fulgidi. Un pellegrinaggio a Marzabotto o ad Auschwitz è fortemente educativo.Ma insieme ad altri pellegrinaggi, per commemorare eventi gloriosi o tragici (purtroppo ce ne furono anche di umilianti e di vili) dell’Italia moderna. Che vinse la prima guerra mondiale, che s’affidò per vent’anni a Mussolini, che subì l’orrore delle foibe, che assistette alle mattanze pseudo antifasciste del dopo-Liberazione, che con le elezioni del 18 aprile 1948 scelse di legarsi agli Stati democratici e di rifiutare l’alleanza al totalitarismo staliniano. La storia in versione bertinottiana è temporalmente brevissima e ideologicamente blindata. Come s’addice a un comunista, seppure colto e intelligente. Bertinotti si è espresso - con le concessioni d’obbligo alla solennità cerimoniale - in stile Bertinotti. Il «ragazzo rosso» - i quasi rivoluzionari rimangono ragazzi a vita, come Giancarlo Pajetta - non può deludere troppo i molti suoi estimatori che s’annidano nelle frange antagoniste e no global. Il tappeto - anch’esso rosso - riservato alla terza carica dello Stato non vieta i cenni di solidarietà ai disubbidienti. Ma forse è possibile associare gli opposti, ne abbiamo viste di tutti i colori. Dieci, cento, mille barricate, dieci, cento, mille tappeti.
MARIO CERVI

PREPARIAMOCI ALLA PERSECUZIONE SUBDOLA ED IN CASCHEMIRE ALLA QUALE SI ALTERNERA',SE OCCORRE, QUELLA TRADIZIONALE OPERATA CON L'AUSILIO DEI SOLITI POTERI PIU' O MENO OCCULTI
Giovanni Lo Vaglio





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sabato, 29 aprile 2006

franceschi tiratori

"Non è Francesco. È vestito di rosso lo so, ma non è Francesco. Dagli accordi di Lucio Battisti ai disaccordi del centrosinistra: l'esordio della legislatura è una canzone stonata che racconta la fine di una giornata assurda. Titolo: la declinazione dei Marini. Io Marino, tu Marini, essi comunque marinano e, pronti via, bocciano per tre volte il candidato alla presidenza del Senato.
Altro che Unione disunita: l'Unione non esiste. La maggioranza neppure. Coesa come una torta sbrisolona, resistente come un panetto di burro al sole, alza bandiera bianca. E in pratica ammette che, messa così, non riuscirebbe a vincere nemmeno un torneo di tresette. Figurarsi le battaglie in Parlamento.
Eppure ostentavano sicurezza: a Palazzo Madama voteremo tutti Franco Marini, ripetevano. Poi hanno votato nell'ordine per: Marino, Mariti, Marini e data di nascita, Marini senza nome, Marini Giulio, Marini Francesco (tre preferenze) e ancora Marini e basta. Risultato? Primo scrutinio: fallito. Secondo scrutinio: annullato. Terzo scrutinio: di nuovo fallito. Figura: da peracottari. Se pensano di gestire così le istituzioni, evviva: si sta sicuri come su una Ferrari lanciata in autostrada quando al posto di guida c'è Stevie Wonder".

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categoria: politica nazionale


venerdì, 28 aprile 2006

sigh sigh

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venerdì, 28 aprile 2006

un programma chiaro!

È un fatto positivo, molto positivo, che il leader della maggioranza di centrosinistra uscita vincitrice sia pure di misura dalle elezioni del 9 aprile non abbia preso spunto dall’uccisione a Nassiriya di Franco Lattanzio, Nicola Ciardelli e Carlo De Trizio per riproporre l’annoso tema del ritiro «immediato» del contingente italiano dall’Iraq. E non è da pensare che questa scelta di Romano Prodi sia stata dettata dall’esigenza per così dire tattica di non turbare con inopportune polemiche un giorno di lutto. C’è da registrare infatti che ieri neanche un leader tra coloro che presumibilmente avranno posizioni di responsabilità nel futuro governo e ai vertici delle istituzioni abbia posto la questione della data del ritiro e nessuno di loro abbia definito «forze di occupazione» quei nostri militari che dal 2003 hanno addestrato oltre diecimila soldati e cinquemila poliziotti del luogo consentendo al nostro contingente di ritirarsi di qui alla fine dell’anno senza lasciare dietro di sé una situazione identica a quella che gli italiani trovarono al loro arrivo. [Paolo Mieli su corriere.it]

«È da parecchio tempo che noi abbiamo una politica molto precisa». Senza ripensamenti ma neanche accelerazioni sulla road map irachena, insomma. Il Professore conferma il piano di ritiro delle truppe nei «tempi tecnici necessari» e in «consultazione con le autorità irachene», come è scritto nel programma dell'Unione. Lo spiega anche con una nota nella quale fra l'altro si dice che «la nostra posizione non è affatto diversa da quella che oggi sta esprimendo la maggioranza dell'opinione pubblica americana e non è nemmeno lontana da quella che, oggi, sta esprimendo il governo italiano quando dichiara di ritirarsi entro la fine del 2006». [Romano Prodi ancora su corriere.it]

«La mia posizione è nota: io non avrei mai inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un governo scellerato le ha mandate, è evidente che ora vanno ritirate subito. Prima dell'estate devono essere tutti a casa». Sono questi i tempi che Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, vuole dettare al futuro governo. Tempi, anzi, che per quanto lo riguarda sono già scritti nel programma dell'Unione «sottoscritto da tutti i leader della coalizione». «In Iraq — aggiunge — c'è una guerra di occupazione, che non ha nulla a che fare con le armi di distruzione di massa o con la democrazia, e c'è una guerra civile in corso. Il governo italiano ha spedito dei soldati perché ha assecondato servilmente l'azione unilaterale di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare? Forse dobbiamo stare ad aspettare altri funerali di Stato?». -Diliberto, il programma dell'Unione in realtà non parla proprio di ritiro immediato. È scritto «immediatamente proporremo al Parlamento italiano il rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari…». «Sì, il tempo necessario a smontare i campi e tornare». -...e, prosegue il testo, «in consultazione con le autorità irachene». «Questo vuol dire che lo comunichiamo alle autorità irachene: cioè, se anche ci dicono "restate", noi andiamo via lo stesso, è chiaro». -Va bene un rientro entro l'anno? «No, prima. La fine dell'anno è la scadenza di cui hanno parlato anche gli Stati Uniti... No, noi non arriveremo neppure a discutere il rifinanziamento della missione, che dura fino al 30 giugno. Al primo Consiglio dei ministri dovremo finanziare il rientro. Questo è nel programma della coalizione: e, se si inizia a modificarlo, allora significa che si va verso l'ingovernabilità». [Oliviero Diliberto sempre su corriere.it]

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venerdì, 28 aprile 2006

Lettera aperta di Lucetta Scaraffia

La tattica riduzionista di un cardinale che parla troppo di "zone grigie"

Embrioni congelati, dignità della vita, progresso scientifico. Le obiezioni della storica cattolica al cardinale Martini

Eminenza,
sono una storica, cattolica e femminista, e da anni mi occupo dei problemi relativi all'aborto e alle nuove tecniche riproduttive. Seguo sempre con interesse ciò che Lei scrive e dice, ma proprio per questo Le confesso di essere rimasta delusa dal Suo colloquio con il professor Ignazio Marino, con il quale s'interrompe il lungo silenzio da Lei scelto per ritirarsi nella meditazione e negli studi.
Nelle Sue risposte, infatti, così aderenti agli esempi proposti nelle domande da non riuscire mai a sollevarsi a una riflessione o a un giudizio più alti, Lei tratta come casi da valutare uno per uno, naturalmente con sollecitudine pastorale, problemi che viceversa implicano con ogni evidenza questioni generali, complesse e profonde. Come se fosse giusto non attribuire a esse l'importanza che meritano e che tutti vi danno, laici e credenti, come se le nuove scoperte della scienza nell'ambito della vita e della morte non investissero i fondamenti stessi della nostra cultura e la nostra idea di persona umana definita dalla tradizione cristiana.

Ma le Sue parole - lo avrà notato leggendo i commenti sui giornali, e certo Lei poteva prevederlo conoscendo il mondo dei media - sono state lette come se fossero giudizi di tipo generale: le Sue risposte sono infatti state considerate risposte a quelle questioni bioetiche, per l'appunto di ordine assolutamente generale, a cui l'insegnamento della Chiesa sta dando risposte - non se lo nasconda, Eminenza - assai diverse dalle Sue. Questa impostazione è stata senza dubbio favorita dal tono pragmatico - vorrei dire quasi dimesso e minimalista - adottato dal professor Marino, che ha posto solo quesiti concreti prescindendo dal tessuto problematico complessivo che essi implicano. Mi sembra però che Lei, Eminenza, lo abbia assecondato un po' troppo, contribuendo a una derubricazione delle questioni poste: grazie, da parte Sua, a quel modo di ragionare casuistico che, come Lei sa, ha rappresentato lo stereotipo negativo dei gesuiti fin dai tempi di Pascal. Lei individua, infatti, la presenza di "zone grigie, dove non è subito evidente quale sia il vero bene dell'uomo e della donna, sia di questo singolo sia dell'umanità intera", e rispetto a queste propone un giudizio che si vuole più tollerante di quello espresso dall'insegnamento della Chiesa: con una tattica riduzionista, che permetterebbe di risolvere problemi morali fondamentali in base a un generico senso comune ma che, con l'intenzione dichiarata di "non creare inutili divisioni", sembra piuttosto avere il risultato di negare la rilevanza delle questioni. Mi permetta qualche esempio.
Una di queste "zone grigie" è rappresentata, secondo Lei, dall'uso degli embrioni congelati e abbandonati, che - suggerisce il Suo interlocutore ottenendo il suo assenso - potrebbero essere "destinati a donne single che desiderano avere una gravidanza". Ma Lei sa, o dovrebbe sapere, Eminenza, che, al di là di una prima lettura compassionevole, nella realtà ciò significa accettare l'inseminazione all'interno di coppie omosessuali femminili. Lei prospetta quindi una soluzione aperta, dovendosi a Suo parere mettere da parte "principi astratti e generali, là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non entrare con giudizi apodittici". Ma ritiene davvero, Eminenza, che difendere la famiglia naturale, quella cioè composta da un uomo e da una donna, e la procreazione naturale - che avviene attraverso l'atto sessuale, donazione reciproca di due esseri umani - possa essere considerato un inutile appellarsi a "principi astratti e generali"?
Il Suo ragionare sull'aborto, poi, mi ha veramente stupita: se, almeno per il nostro paese, si può infatti accettare l'affermazione del professor Marino che "la legge ha permesso di ridurre il numero complessivo degli aborti", questo è avvenuto anche perché i nuovi anticoncezionali - come la "pillola del giorno dopo" - si avvicinano sempre di più all'aborto, fino a confondersi con esso. Ma Lei non appare interessato a simili questioni, e pensa forse che debbano essere solo le donne a interessarsene. E tuttavia all'essere umano, creato a immagine di Dio, Lei ha sicuramente dedicato molte riflessioni: come può arrivare a dire, allora, che "la vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto", aggiungendo che "v'è dunque una dignità dell'esistenza che non si limita alla sola vita fisica, ma guarda alla vita eterna"? Lei è certo consapevole che mettere in dubbio la dignità di ogni vita fisica significa aprire la porta alla possibilità che ci siano vite - fisiche, naturalmente - prive di dignità, ma a questo punto non può non sorgere la domanda cruciale: chi decide quale vita fisica abbia una dignità e quale invece non la abbia? E con quali procedimenti lo decide? In base a quali criteri? Date queste premesse, come stupirsi se Lei afferma a proposito dell'eutanasia "neppure io tuttavia vorrei condannare le persone che compiono un simile gesto"? Del tutto sorprendente per la sua banalità è infine l'asserzione che "non si può fermare il progresso scientifico": davvero da una personalità di studioso come la Sua non mi sarei aspettata un simile luogo comune. Oggi quello che Lei chiama "progresso scientifico" dipende infatti, nel campo che ci interessa, quasi totalmente dai finanziamenti di multinazionali farmaceutiche che costringono a fare ricerca nelle direzioni che il mercato considera volta a volta più proficue. Non pensa che sia allora utile, anzi indispensabile, discutere anche queste "scelte", nonostante il conformismo culturale che ci circonda? E la Chiesa cattolica - chiamata, come Lei sottolinea, a "formare le coscienze, a insegnare il discernimento del meglio in ogni occasione" - cosa sta facendo se non svolgere questo compito arduo, condiviso da intellettuali laici come Jürgen Habermas e Luc Boltanski, nell'intento di giudicare il progresso scientifico con categorie diverse da quelle utilizzate dal conformismo culturale imperante? Non è tanto un problema di divieti, "soprattutto se prematuri", come del resto Lei dice, né di "oscillare tra rigorismo e lassismo", ma di ricordare alcune semplici verità davanti al dilagare di promesse di felicità e di progenie assicurate a tutti e che comunque di scientifico hanno ben poco, come nel caso delle "certezze" sui poteri curativi delle staminali embrionali: la verità, soprattutto, sulla dignità dell'essere umano in qualunque condizione e in qualunque stadio del suo sviluppo.
Le Sue parole, invece, vanno nella direzione del conformismo politicamente corretto - e per questo sono rimbalzate con tanto entusiasmo sui media - contribuendo poco a una discussione già difficile a causa dello strisciante processo di delegittimazione culturale a cui non da oggi è sottoposto, insieme alla gerarchia ecclesiastica, ogni cattolico che voglia restare fedele al suo insegnamento.

Lucetta Scaraffia   [Il Foglio 26.4.2006]

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categoria: vita, chiesa, scienza e fede


giovedì, 27 aprile 2006

Caccia al credente il nuovo sport dei media italiani
Si è aperta sulla stampa italiana una strana stagione di caccia al credente. Intervistato dalla Stampa il solito Dan Brown, appena assolto a Londra dall’accusa di aver plagiato per il suo Codice da Vinci opere storiche - peraltro di serie B - solo perché, come afferma la sentenza, «non ha né credenziali né capacità come storico», sentenzia che «avere la religione vieta l’uso dell'intelletto». San Tommaso d'Aquino, Newton e Alessandro Manzoni - e molti altri intellettuali credenti - aspettano Dan Brown nell'Aldilà per una verifica. Le librerie sono invase da una letteratura già vecchia, predisposta da autori che pensavano che il cattolico adulto Prodi - con l’aiuto degli adulti non cattolici Luxuria e Capezzone - riducesse ai minimi termini la Casa delle libertà e si trovasse di fronte come unici oppositori i vescovi. Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente. Con disappunto di Melissa P., la ragazzina siciliana passata dalla pornografia alla teologia che scrive al cardinale Ruini una lettera In nome dell'amore e si lamenta perché il porporato non risponde. Forse il cardinale ha altro da fare che commentare un libro dove l’autrice si vanta non solo di averne fatte di tutti i colori sia con gli uomini ma con le donne, ma di tenersi perfino in casa una gatta lesbica. Tuttavia, Melissa P. non demorde, e rimette insieme tutti i luoghi comuni sulla Chiesa nemica delle donne - stesso tema di Dan Brown, appunto - prima di farci scoprire, alla fine del libro, che la sua lettera, più che in nome dell’amore, è scritta in nome del sesso, che può dare belle soddisfazioni anche dove l’amore non c’è. Viene in mente il commento di un’editorialista americana, laica e femminista, all’enciclica di Benedetto XVI sull’amore: se il confronto è tra chi considera l’amore una forma di football americano dove ci si abbarbica gli uni agli altri per sport o per denaro e chi, come il pontefice, presenta l’amore come un anticipo di eternità, allora il Papa ha già vinto in partenza.Meno scusabile di Melissa P. - che almeno può invocare le attenuanti generiche della giovane età e di quel tipo di vita spericolata che normalmente non giova, per dirla con Dan Brown, al buon «uso dell'intelletto» - è il professor Carlo Augusto Viano, noto filosofo che - dopo essere andato in pensione - ha deciso di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe. Nel suo Laici in ginocchio, Viano bacchetta perfino i noti clericali Eugenio Scalfari ed Emma Bonino perché (talora) parlano con rispetto della religione. Niente affatto, sostiene il filosofo: le religioni - tutte - sono «catene dell’intelligenza» e costituiscono «le principali minacce per la vita degli uomini». Viano si chiede come si possa continuare a credere a «cose strampalate» come «miracoli e promesse di risurrezione dopo la morte», e si risponde che gli «spettacoli religiosi» funzionano perché «le mascherate hanno presa: non hanno un successo paragonabile i cantanti?». Quanto alla morale, «di un brigante un minimo ti puoi fidare, di un uomo di fede no». Addirittura.Anche se i mezzi a disposizione di questi piccoli Zapatero all’italiana sono considerevoli - sarebbe dunque sbagliato sopravvalutarli - essi non rappresentano l’annuncio di un mondo nuovo, ma l’ultima raffica di un passato sconfitto. Le statistiche li incalzano implacabili: in Italia scende ogni anno il numero di atei e di agnostici, cresce soprattutto fra i giovani quello dei credenti, e le udienze di Benedetto XVI superano per partecipanti le cifre già da record di Giovanni Paolo II. Tutti deboli di mente?
Massimo Introvigne

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giovedì, 27 aprile 2006

Spostamenti progressivi del cosiddetto minor danno

Giuliano Ferrara

Non mi dispiacciono né il grande medico dei trapianti, il nuovo parlamentare DS Ignazio MArino, cattolico, autore di un libretto einaudiano Credere e curare, né il prinicpe della Chiesa Carlo Maria Martini, gesuita e biblista celebre, già vescovo di Milano: ma non mi ha convinto il loro "dialogo della compunzione" sull'Espresso. I due si cercano e si trovano, anzi si cercano perchè si erano già trovati, e ragionano insieme di sociologia, di casi estremi del disagio sociale, come un Luigi Manconi moltiplicato per due, che si fa la domanda e si dà la risposta sulla famosa "logica del minor danno". Questa logica ha una sua autorevolezza, aderisce alla realtà delle cose. Ma solo come perdono, come rinuncia alla giustizia naturale e positiva, non come autorizzazione, caduta degli interdetti, insediamento di sempre nuovi diritti, all'infinito. La conoscete, no?, la logica del minor danno. Una coppia che è minacciata dall'Aids deve potersi proteggere con il preservativo, dicono il medico e il prete. A un essere umano sofferente e senza speranza si deve poter dare la morte per amore, ribadiscono, in nome di una dignità della vita che secondo Martini è più importante della vita (Solo un gesuita colto e raffinato può trovare una simile soluzione sofistica: la vita è meno importante della sua dignità, quando Agostino parlava di una "vita morente" che deve essere riconosciuta e amata per tale, e Cervantes mette in bocca al suo eroe che vuole disperatamente credere l'idea che la dignità dell'uomo è nel suo "esser nato per vivere morendo").

Conoscete gli altri casi di minor danno: autorizzi l'aborto pubblico per evitare l'aborto clandestino, senza preoccuparti di denunciare l'infamia dell'aborto come omicidio, come tragedia, e non come "sconfitta" di cui è più facile consolarsi nell'irresponsabilità culturale e sociale ("sconfitta" è il termine edulcorato che viene usato nel "dialogo della compunzione"); autorizzi la libera ricerca sull'embrione creato in vitro per (forse) curare le malattie con la soppressione (sicura) di vita umana, poi per riscattare dal frigorifero l'embrione creato artificialmente apri la strada dell'adozione eterologa delle mamme single, poi all'eterologa tout court perchè è meglio vivere in una famiglia monoparentale che al brefotrofio, e non c'è forse il caso dell'educazione dei figli da parte di un vedovo o di una vedova? (Ancora un bell'esempio di casuistica gesuitica.). Si può continuare all'infinito: meglio dare un po' di eroina o di coca di stato al giorno che consentire lo spaccio, meglio l'adozione e il matrimonio delle coppie omosessuali che il libertinaggio, e se alla fine le società asiatiche bramano i figli maschi, ora che si possono eliminare a milioni le femmine in pancia, si proceda, e via diminuendo il danno. Intanto mi sento un po' coglionato, dico intellettualmente. Il sociologo può e deve riflettere a quel modo, ma siamo tutti sociologi? Siamo tutti assistenti sociali? Dobbiamo tutti pensare nella forma di pensiero unico dell'allevamento del disagio? E chi pensa a curarci e basta? Dove sta il medico che non mi assicura il diritto a morire con dignità, un diritto che tragicamente posso prendermi o chi mi ama può prendersi per mio conto, ma appunto tragicamente e in attesa di un perdono, non in carta da bollo legale?

E chi pensa a quell'altra dimensione della salute che sarebbe la salvezza, un concetto o un orizzonte che pure fa parte della nostra cultura, se non della nostra fede cristiana, e che imporrebbe di predicare e praticare l'astinenza, non impossibile specie nei casi-limite, dalla coca al sesso, e imporrebbe di affermare i famosi valori intanto tenendo fermi i disvalori, gli interdetti etici e le prescrizioni limpide di una dottrina sociale che abbia cura dell'esistenza umana integrale, e non del minor danno sociale? Il giornalista tipo di Repubblica è subito andato a portare l'ultimo numero dell'Espresso tra gli studenti dei licei milanesi, per sapere che cosa ne pensino di tutta questa compunzione sociologica, e l'ha portato anche all'Università cattolica dove si annidano i cristiani-bambini, quelli che non sono ancora adulti. E il risultato prevedibile è che gli uni, gli agnostici o gli scout, sono nel mainstream e vogliono "aiutare la Chiesa a essere moderna", mentre gli altri sono intransigenti, moralisti, bigotti, pensano che il minor danno è che ci sia qualcuno a presidiare la distinzione del bene e del male, laicamente o religiosamente.

La somma dei pareri dimostra il mio solito teorema: i cristiani bambini, quelli veri, dubitano anche della modernità e delle sue promesse parecchio disattese, sono laici, non credono a scatola chiusa all'etica sociologica e scientifica del minor danno e variazioni sul tema, quegli altri sono dei veri credenti nel senso meno nobile del termine, anzi sono dei creduloni incapaci di dubbio, credono a tutto, all'etica scientifica dispiegata, alla sociologizzazione radicale della cultura razionale cristiana, e non sopportano chi dubiti, lo trovano appunto intransigente e integrista e antimoderno, fondamentalista della fede.

Non ci sto: e se è vero che sta arrivando la Grande Sorpresa PApale, e il prete che dice messa tornerà a volgersi verso il sacro, desacralizzando il rapporto sociologico con l'assemblea del popolo di Dio alla quale darà le spalle, perchè inferiore in rango alla celebrazione dei sacramenti in nome di Dio, io che di sacro ho nozione personale ancora vaga, entrerò più volentieri in chiesa e mediterò più volentieri, con cuore e testa più sgombri, senza più essere circondato da banditori e vittime della sociologia moderna.

postato da fabiotar alle ore aprile 27, 2006 09:32 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: vita, chiesa


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