L'indulto è un atto di clemenza necessario ma strumentalizzato che non deve offuscare la capacità di discernere il bene dal male.
Abbiamo appiccicato all'esigenza di salvaguardare i detenuti più bisognosi e disadattati dal punto di vista umano, l'esigenza di trarre fuori dalle patrie galere tanti rappresentanti della società organizzata inadatti alla vita del carcere ma adattissimi a delinquere finanziariamente.
Il mio pensiero è che queste persone per ripagare la società devono un atto di scuse formali agli italiani. Se il loro orgoglio non glie lo permette significa che non hanno imparato nulla e continueranno sulla stessa strada, con le stesse convinzioni o, convinti semmai, di aver subito la sconfitta di una battaglia o peggio un'ingiustizia da parte di opponenti politici. Ancor peggio sarebbe se queste scuse non potessero essere offerte perché rischierebbero di indebolire troppo, destabilizzandoli, alcuni settori di potere.
Se così fosse significa che l'Italia non ha ancora rappresentanti politici efficaci di un certo modo di pensare, più desideroso di correttezza morale e legale. Significa che non si è formata ancora la massa critica di chi desidera questo.
Posso accettare politicamente la decisione di quanto si accomoda nelle aule di Parlamento.
Posso accettarlo professionalmente come politico in erba.
Posso accettarlo come Cristiano Cattolico propenso al perdono e alla costruttività del futuro.
Ma è proprio per il rispetto del futuro che ho il dovere di offrire ai miei figli, che non posso dimenticare che non si gioca con le generazioni in crescita.
Che l'esempio che gli abbiamo offerto è questo, e che c'è un unico modo di liberarsi di questa gente: mandarli a casa!
A confrontarsi con le persone che la vita se la sudano tutti i giorni onestamente!
La politica può inventare di tutto, ma ci sarà sempre chi si opporrà a norme prettamente scorrette.
Non accetterò di legittimare la disonestà di molti soltanto perché sono in tanti.
E' vero, non si possono equiparare crimini di violenza con crimini finanziari.
Però i secondi sono forse meno odiosi, ma non per questo meno violenti nelle conseguenze. La frustrazione di un cittadino derubato, raggirato, ingannato, soprattutto se di una fascia debole, non deve rimanere inascoltata perché questi comportamenti influiscono negativamente sulla sua vita e sul futuro dei figli.
E' ora di affrontare questo discorso con maturità.
Basta con l'odio per chi ha il potere di "aggiustare" la propria impunità!
Ma prendiamo atto che contro questo comportamento è necessario adottare una contrapposizione politica costante, attenta e responsabile!
Non importa ora se le pene siano state leggere o alleggerite dall'indulto.
Il messaggio passato è che non si chiuderà più un occhio né mai più si chiuderanno tutti e due. L'Italia non dimenticherà. Gli Italiani non sono più semplici uomini disuniti dalle piccole rivalità provinciali, ci sono giovani e meno giovani in movimento verso qualcosa di più alto e adatto all'Italia stessa.
L'Italia si sta rinnovando, non dovrà mai più essere così semplice entrare senza biglietto nell'ambito della comunità che decide.
Siamo stanchi di veder gente scorrazzare impunemente nel giardino di ciò che costruiamo con fatica tutti i giorni.
Siamo stanchi di sentirci rispondere come giustificazione morale ai propri comportamenti scorretti che: siccome così fan tutti allora è legittimo restituire il "favore".
Siamo stanchi di vedere che non c'è mai senso di colpa per i propri comportamenti illegittimi!
Siamo stanchi di ascoltare scuse che coprono di ridicolo gli stessi accusati.
Siamo stanchi di veder negata l'evidenza celata dietro al relativismo delle giustificazioni.
Noi non facciamo così! E come noi molti altri, la maggioranza silenziosa!
Invito tutti quelli che credono nello sforzo di costruire una società più corretta a commentare questo post.
Grazie a tutti.
Ernesto Rossi
Monsignor Caniato: «Bene, però non basta» Il capo dei cappellani per una svolta culturale
«L’indulto è solo un palliativo: per risolvere il problema dei nostri istituti carcerari bisogna educare alla legalità.
Troppi reati sono commessi in Italia dai "colletti bianchi", segno di una scarsa civiltà»
Da Roma Pino Ciociola
L'indulto va benissimo. Ma è poca cosa. E purtroppo non cambia la "(in)cultura dell’illegalità" che sembra farla da padrona nel nostro Paese». Monsignor Giorgio Caniato è il capo dei cappellani delle carceri italiane. E ha idee chiare.
L’indulto sembra cosa fatta. Che ne dice?
Finalmente, dopo una lunga, lunga attesa, ci siamo arrivati.
Proviamo, monsignor Caniato, a spiegare che questo provvedimento non libera assassini e mafiosi?
Certo. Sono stati esclusi dei reati, i più gravi: quindi esce gente che ha fatto delle truffette, delle rapinette, magari chi hanno corrotto. Ma non escono gli assassini: dire questo è una stupidata. Non escono neppure gli usurai, i violenti o chi ha sequestrato: neanche se mancasse loro un mese di pena.
Non va dimenticata la necessità "logistica" di alleggerire le carceri...
Che sono davvero piene: i detenuti sono sessantacinquemila, i posti quarantatremila.
Usciranno più o meno dodicimila detenuti.
Non è che si risolva il problema alla radice. La gente che va in carcere aumenta facilmente. Credo che si sarebbe potuto fare meglio dando un’amnistia.
Perché?
Questa avrebbe portato fuori anche i detenuti che sono in attesa di giudizio.
Vero. Ma l’opinione pubblica italiana sarebbe stata "pronta" per un’amnistia?
No. Non è pronta. E nemmeno avrebbe avuto torto: quando si "mettono fuori" dodicimila persone, i problemi ci sono. Nel senso che quelle persone non avendo niente e nessuno si ritroveranno per strada. Chi ha famiglia, se la può cavare, ma pensi per esempio agli stranieri o ai tossicodipendenti.
Quindi, monsignor Caniato?
Un altro esempio? Se gli stranieri che escono devono essere estradati, che lo si faccia.
E non si rischia d’innescare la classica guerra tra poveri?
Sì. Perché alla gente non dà un fastidio diretto la mafia che fa la "lotta politica" per mettere le mani sugli appalti, ma chi scippa, chi va a rubare in casa.
Allora come se ne esce?
Bisogna risolvere le cause. Alla base. Bisogna cambiare questa stra na cultura che c’è nel nostro Paese: in Italia non si può dire "la gente è povera, è costretta ad andare a rubare".
Bisogna cioè capovolgere la mentalità che spinge ad aggirare le leggi?
C’è una grave, diffusa, inosservanza delle leggi: pensi alle truffe fatte da "colletti bianchi", ai reati finanziari, ai grandi fallimenti.
Resta il fatto che la gente si spaventa.
Ma deve anche domandarsi qual è il clima culturale in cui viviamo.
Dunque, l’indulto è gesto d’umanità, ma la risposta vera è tutta nel costruire una cultura della legalità?
Esattamente. L’indulto è un palliativo che serve a "scaricare" le galere. Pensi solo a questo: nelle carceri minorili ci sono seicento ragazzi, ma lei sa quanti ragazzi sono incriminati e dipendono dalle determinazioni delle Procure? Circa trentamila! Un fenomeno autenticamente, enormemente, sociale.
E così torniamo alla questione della cultura...
Bravo. E anche a un’ultima cosa: lo Stato non dovrebbe solo castigare, ma ricostruire e aiutare a riparare al reato commesso. Un altro lungo discorso...
Dall'Avvenire 29 luglio 2006
(ANSA) - ROMA, 26 LUG - ''L'avvio dell'attività di governo non è stato certo folgorante. Folgorante è stato invece il ricorso alla fiducia''. Lo scrive l'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini in una lettera al Corsera a proposito dell'utilizzo dello strumento della fiducia da parte della maggioranza.
GIUSTIZIA E POLITICA
Nella CdL è scontro tra Lega e Udc. Critiche nell’Unione al ministro delle Infrastrutture
Sull'indulto Di Pietro tiene duro
Verso un vertice dell’Unione Bertinotti e Casini: accelerare
Da Roma Arturo Celletti
«Io dico alt, riflettiamo sul serio sull'indulto, ascoltiamo il grido d'allarme della società civile, confrontiamoci... Lo dico, lo ripeto, lo grido, e non sono solo... Romano mi ha capito: ha capito quanto sia importante una pausa di riflessione, ha capito perché chiedo un vertice con il leader della maggioranza prima del via alle votazioni...». Antonio Di Pietro ha appena finito di parlare con Romano Prodi e ora, nelle conversazioni più private, ammette di cominciare a credere che la partita sull'indulto non sia affatto chiusa. Ora i dubbi attraversano la Margherita e toccano i Ds. Ora le polemiche scuotono un centrodestra dove va in scena lo scontro Lega-Udc. Bobo Maroni ringhia: «L'indulto? Un provvedimento ingiusto, sbagliato; un colpo di spugna inaccettabile». È solo il prologo. Il presidente dei deputati leghisti lancia un deciso ultimatum agli alleati: «Mi auguro, e mi aspetto, che tutti i partiti della CdL tengano in Aula la stessa posizione perché, se così non fosse, si aprirebbe nel centrodestra una questione politica». Erminia Mazzoni, vicesegretario dei centristi, reagisce: «La nostra posizione sull'indulto non è barattabile; siamo da sempre favorevoli».
Qualcosa non va, qualcosa fa pensare che per il via libera di Montecitorio (in teoria potrebbe arrivare già oggi) bisognerà attendere ancora. Fausto Bertinotti lo sa. E decide di spingere. «L'indulto è incardinato nei lavori della Camera dei deputati e la Camera dei deputati è in grado di votarlo in tempi rapidissimi, nettamente prima della chiusura estiva». Una pausa impercettibile precede il nuovo affondo: «L'esigenza di realizzare una atto di clemenza con l'iniziativa del Parlamento è una priorità assoluta». Spinge il presidente della Camera, e spinge il suo predecessore. «Sull'indulto - ripete Casini - da mesi continua un balletto estenuante degli equivoci. Speriamo che domani (oggi, ndr) sia il giorno della verità e che atti ostruzionistici non impediscano la decisione del Parl amento». Il leader dell'Udc va dritto, deciso: «La pratica del rinvio sulle attese e sulla pelle dei detenuti non è tollerabile». E allora Di Pietro? E allora Prodi? E allora l'idea di frenare? Franco Monaco, uno dei deputati di Dl più vicini al premier, capisce le parole di Casini, ma non molla: «Bisogna dire la verità, Fi ci inchioda a un compromesso imbarazzante... Penso ai reati contro la pubblica amministrazione: tre anni di sconto sono troppi, riduciamoli a un solo anno...». C'è voglia di riaprire la partita e Di Pietro (dicono che l'ex pm e il suo partito abbiano già pronti trecento emendamenti) guida quel fronte. Ripete di voler escludere dall'atto di clemenza anche i reati finanziari. Avverte con un comunicato che intende sospendere, fino a quando non si deciderà sull'indulto, ogni attività da ministro. E promuove per stamattina un sit-in davanti a Montecitorio durante le votazioni sul testo tanto discusso.
È sera. Prodi si prepara a incontrare Rutelli, Fassino e D'Alema. Per fare il punto sul partito democratico, per parlare di Afghanistan, e per disinnscare la mina-indulto. L'Unione vacilla, i no a Di Pietro si accavallano. Boselli: «Il suo atteggiamento è incomprensibile...». Poi anche Rifondazione, il Pdci, i Verdi dicono no alla linea dura del ministro. E i Ds? Gavino Angius è chiaro: «Parliamo di sconto di pena, non di colpo di spugna... La condizione delle carceri è al limite del disumano e sarebbe irresponsabile non affrontare questo problema». Sarà, ma Luciano Violante è perplesso: «Tutti dovrebbero riflettere sulle obiezioni formulate in relazione all'estensione dell'indulto ai delitti finanziari, bancari, di corruzione...». E allora via le modifiche? «No - dice Marina Sereni vicecapo dei deputati dell'Ulivo -. No, perché dobbiamo mantenere quest'ampia maggioranza dei due terzi prevista dalla Costituzione».
Da Avvenire di martedi 25 luglio 2006
Eugenia Roccella
Per una volta siamo in perfetta sintonia con Marco Cappato, parlamentare radicale e segretario dell'Associazione Luca Coscioni, che definisce l'accordo raggiunto dal Consiglio europeo in tema di ricerca sulle staminali, come «un capolavoro di ipocrisia». La nuova posizione europea è studiata apposta per dribblare le questioni etiche, e cercare un aggiustamento di fatto, del genere una mano lava l'altra. Gli embrioni si possono distruggere, ma con discrezione: ogni nazione lo può fare con i propri soldi, a casa sua, senza coinvolgere direttamente nello spinoso problema l'Unione Europea. Solo una volta create le linee di cellule staminali embrionali, arriveranno ai progetti di ricerca i fondi europei, con una spartizione dei compiti moralmente ambigua ma praticamente efficace: il lavoro «sporco» si fa nei laboratori privati, nei Paesi dove la legge lo consente, mentre l'Europa interviene nella seconda fase della ricerca. Si finge di non sapere che per estrarre linee cellulari dall'embrione non è necessario un grande sforzo economico, e che proclamarne la non finanziabilità, una volta che siano garantiti i fondi per proseguire nelle fasi successive, non crea alcun ostacolo a questo tipo di ricerche.
Se il ministro Mussi non avesse ritirato la firma alla Dichiarazione etica, che diceva un chiaro no alla ricerca sugli embrioni umani, il cosiddetto blocco di minoranza costituito da Italia, Germania, Austria e altri paesi avrebbe evitato questa decisione pasticciata e ambigua.
Ma l'accordo di ieri rispecchia pienamente la duplicità della mozione approvata mercoledì al Senato dalla maggioranza, che mette insieme «il sostegno finanziario alle ricerche che non implicano la distruzione di embrioni» e la verifica «della possibilità di ricerca sugli embrioni sovrannumerari». Una conciliazione impossibile nella sostanza, perché per verificare l'impiantabilità degli embrioni è necessario scongelarli, e una volta scongelati, che farne se non c'è una donna disposta ad accogliere quella vita nel proprio grembo? È evidente che a quel punto non resterebbe altra soluzione che l'utilizzo come materiale di ricerca. Porre la questione dell'impiantabilità degli embrioni apre le porte alla loro distruzione, e soprattutto alla proliferazione dei sovrannumerari, nella certezza che, prima o poi, potranno essere destinati ai laboratori. Emma Bonino ieri ha scoperto il gioco, affermando con chiarezza che l'embrione è cosa e non persona, e che le cellule derivate dalla sua distruzione sono merci che devono circolare liberamente attraverso le frontiere europee. In piena coerenza con questa impostazione, dice la Bonino, dalla mozione approvata al Senato è stato eliminato consapevolmente ogni riferimento «al rispetto della vita umana a partire dal concepimento».
L'Italia ha scelto la via del dico-e-non-dico, del faccio-e-non-faccio, in cui la lotta politica si sposta dalla norma alle sue interpretazioni, che ogni componente della maggioranza può tentare di tirare dalla sua parte. Anche l'Europa sembra aver imboccato la stessa strada, e va avanti barcamenandosi, senza alcuna chiarezza. L'unica verità è quella offerta dall'assoluta mancanza di risultati terapeutici della ricerca sulle staminali embrionali, che ormai persino la Bonino ammette; solo il ministro Mussi sembra ancora convinto che la distruzione degli embrioni umani sia un atto di «solidarietà dell'altro», necessario ad affermare «il principio etico della cura». [ilgiornale.it]
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