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sabato, 30 settembre 2006
Suscitò un grande scandalo Silvio Berlusconi davanti all’assemblea di Confcommercio, poco prima del voto del 9 aprile, quando disse: “Ho troppa stima per l'intelligenza degli italiani per credere che ci possano essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse”.
Si era allora nel pieno della polemica tra il premier uscente e Romano Prodi sulla questione delle tasse. Berlusconi sosteneva che il centro-sinistra sarebbe ricorso a un maggiore prelievo fiscale nel tentativo di far quadrare il bilancio pubblico; Prodi giurava e spergiurava che non sarebbe andata così: “sono tutte balle”, diceva infatti a più riprese.
Sull’epiteto usato da Berlusconi fiorirono subito siti internet, blog, spillette, manifestazioni e girotondi: tutto all’insegna della goliardaggine e dell’ironia. Moltissimi elettori di centro-sinistra, in quei giorni, indossavano fieramente un distintivo con la scritta: “sono un coglione”.
Oggi che il governo ha reso note le sue decisioni circa l’aumento dell’aliquota irpef su quei “ricchi” che guadagnano oltre 70 mila euro l’anno, molti di quei distintivi andrebbero rispolverati.
Questa volta senza ironia e magari con una postilla: aveva ragione lui.
CAMERA DEI DEPUTATI N. 1256
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PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa del deputato NAN (FI)
Disposizioni per la tutela della morale pubblica e per la prevenzione delle molestie e delle aggressioni sessuali Presentata il 30 giugno 2006 ONOREVOLI COLLEGHI ! — Le notizie di questi ultimi tempi sono purtroppo sempre piu` ricche di episodi a sfondo sessuale. L’aumento vertiginoso di molestie, di aggressioni e di stupri impone una presa di posizione per cercare di contenere il fenomeno. Il legislatore ha gia` provveduto ad aggravare le sanzioni penali per questo tipo di reato, ma ciononostante il fenomeno e` in aumento. Occorre pertanto cercare di andare a colpire questi comportamenti non soltanto con delle sanzioni piu` gravi, ma limitando e sopprimendo tutto cio` che possa stimolare tali condotte. In particolare, va rilevato che le rivendite di giornali autorizzate vendono, senza alcuna discrezione, giornali e riviste che sono esposti in modo da colpire l’attenzione senza alcuna remora per la pubblica decenza. Minorenni e minorati si trovano cosı` involontariamente colpiti nelle loro curiosita` da fotografie che stimolano spesso interessi morbosi. Con troppa facilita` e senza alcuna discrezione la stessa cosa avviene attraverso quasi tutti i portali di ricerca della rete INTERNET, utilizzata, e` noto, soprattutto da giovani. Inoltre, tragiche vicende di stupri collettivi, che giungono addirittura all’omicidio, diventano argomento di cronache che travalicano le esigenze di informazione e divengono, descrivendo raccapriccianti dettagli, racconti che possono essere dannosi per l’immaginario di chi e` predisposto a tali azioni. La presente proposta di legge si prefigge pertanto di prevenire tali fenomeni, impedendo che notizie, immagini od ogni altro dato suscettibile di colpire in modo « perverso » l’opinione pubblica sia facilmente accessibile e possa, pertanto, stimolare comportamenti contrari alla morale pubblica e pericolosi per la tutela personale e sessuale dell’individuo. La proposta di legge e` composta da quattro articoli. L’articolo 1 e` riferito alle rivendite pubbliche di giornali quotidiani, di periodici, di riviste e dei materiali pubblicitari che possono turbare la morale pubblica. L’articolo 2 e` riferito ai siti INTERNET con contenuti a sfondo sessuale. L’articolo 3 e` finalizzato a contenere la descrizione dei « particolari » che, nel contesto di una notizia, possono stimolare fantasie morbose o atti di molestia sessuale, contrari alla morale pubblica e alla dignita` personale. L’articolo 4 prevede le sanzioni da applicare in caso di violazione della legge.
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Senza voler fare in alcun modo del moralismo, considero necessario trovare per i massmedia un giusto e più adatto dimensionamento della comunicazione a scopo commerciale nella sfera della sessualità e comunque di minor intensità dell'attuale, valutando negativamente l'impatto prodotto sulle fasce sociali. Appoggio quindi con franco entusiasmo la proposta di legge del deputato Nan.
Ernesto Rossi
DIO E’ UNO STRUMENTO UTILE
Lettura chiara e distinta del discorso “eroico”di un grande Papa (filosofico)
di Lee Harris
I l 12 settembre 2006 il Papa Benedetto XVI ha pronunciato uno straordinario discorso all’Università di Regensburg. Intitolato “Fede, Ragione e l’Università”, è stato ampiamente discusso, ma ancora più ampiamente frainteso. Il New York Times, per esempio, ha intitolato l’articolo che vi è stato dedicato “Il Papa attacca il laicismo, con una postilla sul jihad”. La parola “laicismo” non compare nemmeno una volta nel discorso del Papa, il quale non attacca neppure la modernità o l’illuminismo. Afferma invece, e molto chiaramente, di voler fare “una critica della ragione moderna partendo dall’interno”, aggiungendo che questo progetto “non ha nulla a che fare con il tentativo di riportare indietro l’orologio ai tempi precedenti l’illuminismo e di rifiutare le conquiste dell’età moderna. Gli aspetti positivi della modernità devono essere riconosciuti senza riserve...”. Benedetto, in breve, non intende proporre un contemporaneo Sillabo degli Errori. Al contrario, chiede a tutti coloro che, in occidente, “condividono la responsabilità per l’uso della ragione” di ritornare al quella forma di esame autocritico delle proprie concezioni che è il segno caratteristico del miglior pensiero filosofico dell’antica Grecia. Lo spirito che anima il discorso di Benedetto non è lo spirito di Pio IX; è lo spirito di Socrate. Come Socrate, anche Benedetto esorta tutti noi a porci questa domanda: “Sappiamo veramente di cosa stiamo parlando quando parliamo di fede, ragione, Dio e comunità?”. A molti sembrerà paradossale che il pontefice romano abbia invocato lo spirito critico di Socrate. Il Papa, dopo tutto, è l’incarnazione della tradizionale autorità della chiesa, e si suppone che la chiesa abbia tutte le risposte. Tuttavia, Socrate è rimasto famoso come l’uomo che aveva tutte le domande. Ben lungi dal pretendere di essere infallibile, Socrate sosteneva che “una vita non sottoposta a un esame non è degna di essere vissuta”, e fu pronto a morire piuttosto che smettere il suo costante esame critico di se stesso. Socrate si rifiutava persino di definirsi “saggio”, affermando invece che si meritava al massimo il titolo di “amante della saggezza”. Per spingere la gente a pensare, Socrate usava con grande abilità la tecnica del paradosso; eppure, persino lui stesso avrebbe potuto rimanere perplesso dal paradosso di un Papa cattolico che chiede di ritornare al dubbio e all’autocritica socratica. Benedetto è senza dubbio perfettamente consapevole di questo paradosso, e quindi dobbiamo ritenere che anche lui lo stia usando nello stesso modo in cui lo usava Socrate, e per la stessa ragione: per stupire i suoi ascoltatori e spingerli a riconsiderare ciò che pensavano di sapere già. Ma perché, proprio in questo momento storico, Benedetto XVI dovrebbe sentire il bisogno di sottolineare il ruolo svolto dalla ricerca filosofica greca nella “fondazione di quella che possiamo giustamente definire l’Europa”? L’Europa cristiana, dopo tutto, è nata dalla fusione di molti elementi diversi: la tradizione ebraica, l’esperienza della prima comunità cristiana, il genio romano per la legge, l’ordine e la gerarchia, l’amore dei barbari germanici per la libertà, e molte altre cose ancora. In questo amalgama culturale, la filosofia greca ha avuto certamente ruolo; tuttavia il suo contributo è stato fin dall’inizio oggetto di molte discussioni. Nel secondo secolo dopo Cristo l’autorevole teologo cristiano Tertulliano, che aveva studiato il diritto romano, chiese con tono sprezzante: “Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?”. Secondo Tertulliano, Atene era il simbolo di una speculazione filosofica vuota e incontrollata. Nella chiesa dei primi tempi molti altri furono d’accordo con lui, compresi coloro che fecero bruciare gli scritti del più brillante di tutti i teologi greci, Origene. Tuttavia, il discorso di Benedetto può essere compreso soltanto se inteso come un ritorno alla posizione dell’uomo che era stato il maestro di Origene, l’eruditissimo san Clemente di Alessandria. Clemente sosteneva che la filosofia greca era stata data da Dio all’umanità come una seconda fonte delle verità, padi Dio, avete violato le vostre stesse regole fondamentali. Avete affermato di voler fare una critica della ragione moderna dall’interno, ma calando Dio nella discussione, state criticando la ragione moderna dal punto di vista di un cristiano osservante. State semplicemente dicendo che la ragione moderna esclude Dio. Noi, i sostenitori della ragione moderna, ne siamo perfettamente consapevoli. Forse questo, come cristiani, vi potrà inquietare; ma per noi non è affatto un problema. Per quanto ci riguarda, non c’è alcuna necessità di parlare della questione di Dio. Quando Napoleone gli domandò come si inserisse Dio nella sua Meccanica Celeste, il fisico francese Laplace gli rispose nello stesso modo in cui noi intendiamo rispondere a voi: ‘Noi non abbiamo bisogno di questa ipotesi’. In poche parole, voi state giocando in modo scorretto. Affermate di fare una critica della ragione moderna partendo dal suo interno, e invece la attaccate dall’esterno – anzi da distanze molto remote!”. Joseph Ratzinger, il pensatore critico, è in grado di replicare a questa obiezione? Sì, e lo ha fatto. La sua risposta è contenuta nella sua discussione del jihad. A differenza di quanto ha riferito il New York Times, Ratzinger non ha offerto una semplice “postilla sul jihad”, priva di qualsiasi legame con il messaggio centrale del suo discorso. Come ha detto lui stesso, il tema del jihad costituisce il “punto di partenza” per la sua riflessione sulla fede e la ragione. In breve, Ratzinger usa il concetto islamico di jihad come strumento della sua critica dall’interno della ragione moderna. Secondo i suoi sostenitori, l’etica, la religione e Dio non rientrano nel campo di indagine della ragione moderna. Poiché non esiste un metodo scientifico per mezzo del quale si possa dare una risposta alle domande che pongono, la ragione moderna non può occuparsene, né deve tentare di farlo. Dal punto di vista della ragione moderna, tutte le fedi religiose sono ugualmente irrazionali, tutti i sistemi etici sono ugualmente inverificabili, tutti i concetti di Dio escludono ugualmente ogni possibilità di critica razionale. Ma se le cose stanno così, che cosa può dire la ragione moderna quando si trova di fronte a un Dio che ordina ai suoi fedeli di usare la violenza e perfino la minaccia di morte per convertire gli infedeli, compresi quelli che, come Laplace, non sentivano alcun bisogno dell’ipotesi di Allah? Se la ragione moderna non può occuparsi della questione di Dio, non può nemmeno sostenere che un Dio il quale ordina il jihad sia migliore o peggiore di un Dio che ci ordina di non ricorrere alla violenza per imporre ad altri la nostra fede religiosa. Per l’ateo moderno, entrambi gli dèi sono allo stesso modo creazioni dell’immaginazione, e di conseguenza sarebbe ridicolo mettersi a discutere sui loro meriti rispettivi. I sostenitori della ragione moderna, pertanto, non possono nemmeno immaginarsi di partecipare a un dibattito per stabilire se il cristianesimo sia la religione più ragionevole oppure se lo sia l’islam, in quanto, a loro giudizio, lo stesso concetto di “religione ragionevole” è una contraddizione in termini. Ratzinger vuole sfidare questo concetto non dal punto di vista di un cristiano osservante, ma da quello della stessa ragione moderna. A tal fine, ha richiamato l’attenzione del suo colto pubblico su una “conversazione avvenuta – probabilmente nell’inverno del 1391 nelle caserme vicino ad Ankara – tra l’erudito imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un altrettanto erudito persiano sul tema del cristianesimo e dell’islam, e sulla verità di entrambi”. In particolare, Ratzinger si concentra su un passaggio di questa conversazione, in cui l’imperatore “si volta verso il suo interlocutore ponendogli in modo piuttosto brusco la questione centrale del rapporto tra religione e violenza... ‘Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo, e non vi troverai altro che cose malvage e inumane, come il suo comando di diffondere con la spada la sua fede”. L’uso, coraggioso da parte di Ratzinger, di questa provocatoria citazione non aveva lo scopo di far infuriare i musulmani. (segue nell’inserto II) ragonabile alla rivelazione ebraica. A suo giudizio, Socrate e Platone non erano dei pensatori pagani, ma preannunciavano il cristianesimo. A differenza di quanto credeva Tertulliano, il cristianesimo aveva bisogno non soltanto di Gerusalemme ma anche di Atene. Nel suo discorso, Papa Benedetto ha fatto un’affermazione molto simile: “L’incontro tra messaggio biblico e pensiero greco non è avvenuto per caso”. Questo incontro, secondo Benedetto, è stato un dono della provvidenza, esattamente come lo era stato per Clemente. Per di più, Benedetto sostiene che “la riconciliazione interna fra fede biblica e ricerca filosofica greca è stato un evento di fondamentale importanza non soltanto per la storia della religione ma anche per la storia mondiale”. Per Benedetto, comunque, questo evento non fa semplicemente parte della storia antica. E’ un’eredità che tutti noi, in occidente, abbiamo il dovere di mantenere viva; ma è un’eredità che si trova sotto attacco, sia da parte di chi non la condivide, ossia l’islam, sia da parte di chi ne è tra i principali beneficiari, ossia gli intellettuali occidentali. I greci sentivano di poter ragionare su ogni cosa: sull’immortalità dell’anima, la metempsicosi, la natura di Dio, il ruolo della ragione nell’universo, e così via. La ragione moderna, a partire da Kant, ha rifiutato questo genere di ragione speculativa senza freni. Per la ragione moderna, non ha nessun significato porsi domande di quel tipo, perché non è possibile darvi una risposta scientifica. La ragione moderna, dopo Kant, è stata identificata con ciò che fa la scienza moderna. La quale usa la matematica e il metodo sperimentale per scoprire verità di cui possiamo essere assolutamente certi: tali verità sono dette verità scientifiche. Il compito della ragione moderna consiste nel limitare scrupolosamente la propria attività alla scopertà di tali verità, e di tenersi lontana da una pura attività speculativa. Ratzinger, è importante sottolinearlo, non ha alcun problema con le verità rivelate dalla scienza moderna. Le accetta in pieno. Non ha da intavolare nessuna polemica con Darwin, Einstein o Heisenberg. Ciò che lo infastidisce è l’idea che la ragione scientifica sia la sola forma di ragione, e che qualsiasi cosa che non sia scientificamente dimostrabile debba essere esclusa dall’universo della ragione. Secondo Ratzinger, la conseguenza di questa “moderna autolimitazione della ragione” è duplice. Primo, “le scienze umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia cercano di conformarsi a questo canone di scientificità”. Secondo, “per sua stessa natura, il metodo scientifico esclude la questione di Dio, facendola apparire come una questione non scientifica o pre-scientifica”. Si potrebbe pensare che, facendo quest’affermazione su Dio, Joseph Ratzinger, il pensatore critico, sia rientrato nella parte del Papa Benedetto XVI, il difensore dell’ortodossia cristiana. I sostenitori della ragione e della scienza moderne possono semplicemente infischiarsene della sua obiezione sulla loro esclusione di Dio proclamando: “Ovvio, alla questione di Dio la scienza non può dare una risposta. Era proprio questa la tesi portante della ‘Critica della Ragion Pura’ di Kant. La scienza non può né dimostrare l’esistenza di Dio, né tantomeno la sua non esistenza. Per di più, introducendo la questione Cominciamo prendendo in considerazione l’idea, espressa da Benedetto nel suo discorso, di voler fare “una critica della ragione moderna partendo dall’interno”. Benedetto non si avvale della sua autorità di pontefice per attaccare la ragione moderna dal punto di vista della chiesa. Il suo approccio non è dogmatico, è puramente dialettico. Si presenta davanti al suo colto pubblico non come il Papa, ma semplicemente come Joseph Ratzinger, un uomo intelligente e riflessivo, che non pretende di avere alcuna autorità privilegiata in fatto di conoscenza. Come Socrate, non vuole predicare o fare sermoni, ma sfidare i suoi ascoltatori con delle domande. E proprio come Socrate, Joseph Ratzinger è preoccupato dal fatto che oggi quasi tutte le persone colte sembrano convinte di conoscere perfettamente ciò di cui parlano, anche quando si tratti di concetti molto complessi, come la ragione e la fede. La ragione, sostengono, è la ragione moderna. Ma, come osserva Ratzinger, il concetto moderno di ragione è molto più limitato e ristretto di quello che ne avevano gli antichi greci. DIO E’ UNO STRUMENTO UTILE Lettura chiara e distinta del discorso “eroico”di un grande Papa (filosofico) A Benedetto non dà fastidio la scienza, dà fastidio che la ragione, dopo Kant, sia stata identificata con ciò che fa la scienza moderna Il Papa pone domande come faceva Socrate: sappiamo di cosa stiamo parlando quando parliamo di fede, ragione, Dio e comunità?
Da Il Foglio di giovedi 21 2006
venerdì, 29 settembre 2006

Qui la trascrizione dell'intervento di Giulio Tremonti alla Camera dei Deputati, dopo l'informativa urgente del Presidente del Consiglio, Romano Prodi.
Giorgio Ferrari
Il dibattito a Montecitorio sul caso Telecom, andato in scena ieri pomeriggio in un clima di accesa partecipazione, è servito se non altro a rammentarci come la centralità del Parlamento sia vitale per la democrazia. Senza il Parlamento, senza il dibattito, senza il confronto serrato, senza lo scambio di convenevoli aspri e perfino di accuse non vi è uguaglianza, non vi è democrazia, non vi è progresso. Ed è facile infatti la tentazione di taluni di scegliere scorciatoie, zone grigie, percorsi opachi per la lotta politica: l'altro versante di Telecom - quello tuttora poco chiaro che riguarda le intercettazioni - sta a dimostrarlo.
Vince il Parlamento dunque, con le sue intemperanze, con quel lontano ma ancora attualissimo richiamo alla boulè greca, teatro di ogni rissa e di ogni contumelia proprio perché lì, fra le mura di Atene, si esercitava quella diversità democratica rispetto all'assolutismo di Sparta che è diventata poi il nucleo del pensiero occidentale.
Se dunque il dibattito parlamentare ci ha offerto il conforto di uno scampolo di democrazia vissuta, altro è il giudizio che possiamo formulare circa l'esito della lunga maratona di Montecitorio. Il governo ne è uscito un po' azzoppato, la risposta alla domanda principale è rimasta sostanzialmente inevasa, nessuno sa ancora con chiarezza se e come l'affaire Telecom sia stato pianificato o anche solo appoggiato da Palazzo Chigi, imbarazzi e impalpabili reticenze hanno dominato l'intervento di Prodi, il quale ha preferito evocare lo spettro di Telekom Serbia accusando l'opposizione di «demagogia e strumentalizzazioni».
Opposizione che - com'era da aspettarsi - non si è certo tirata indietro nel fuoco di fila anche smodato di accuse, la più ricorrente delle quali (sia Tremonti sia Fini l'hanno brandita con tribunizia efficacia) è stata quella secondo cui il governo ha consapevolmente mentito.
La difesa di Fassino e dei comunisti italiani non si è fatta attendere. E al di là della dialettica politica, emerge da questo confronto il vecchio fantasma del dirigismo, delle partecipazioni statali, della mano pubblica, che tuttavia si materializza sotto le spoglie dell'interesse nazionale. In fondo queste sono le due vecchie anime del Paese che si confrontano, quella liberista e quella statalista. L'affare Telecom, lo scorporo dei due rami d'impresa, la possibile cessione non sono altro che un capitolo di questa "guerra dei cent'anni" fra iniziativa privata e iniziativa di Stato: non a caso Prodi reclama una terza via fra Stato e mercato, che ancora non c'è. Esemplare in questo senso Oliviero Diliberto, secondo il quale «lo Stato non solo ha il diritto, ma addirittura il dovere di intervenire nella vicenda Telecom», ha detto con passione. Una passione - quella degli "statalisti" di lotta e di governo - incurante del ridicolo quando afferma con surreale leggerezza che Telecom «è azienda sana, competitiva, pronta a sfidare la concorrenza».
Ma, lo ripetiamo, meglio un dibattito con qualche svarione concettuale e qualche caduta di stile (Prodi è stato inutilmente contestato e la seduta sospesa) che un governo invisibile, arroccato nella sua torre, sordo ai richiami del suo cliente primario, il cittadino.
Germana Lancia, 44 anni, vive su una sedia a rotelle. Sette anni fa scrisse a Ciampi di aiutarla a morire. Oggi, nonostante la gravità della sua situazione, è tornata a sorridere alla vita E in una nuova lettera incoraggia Webly a non mollare: «La vita può ancora darle tanto»
da Pescara Piergiorgio Greco
Più che una rumorosa rivendicazione di un presunto "diritto all'eutanasia", quella lettera all' allora presidente Carlo Azelio Ciampi voleva essere soprattutto uno sfogo. Lo sfogo di chi, dall'età di dodici anni alle prese con una terribile artrite reumatoide che poi per ben diciotto anni l'ha tenuta inchiodata ad un letto, avvertiva come ostile la società che la circondava. Lo sfogo di chi, quindi, chiedeva l'intervento del capo dello Stato per ottenere una sola cosa: un aiuto concreto per poter scegliere, se la sua condizione un domani fosse peggiorata, come e quando farla finita.
Oggi Germana Lancia, 44 anni di Roma ma originaria di Canistro (Aq), vive su una sedia a rotelle, lavora alla Sapienza, dove ha ideato uno sportello disabili divenuto un modello in Italia e, soprattutto, ha cambiato idea su quella sua richiesta a Ciampi datata 1999: «La vita merita sempre di essere vissuta», scrive in una nuova lettera, questa volta inviata a Piergiorgio Welby che, proprio come lei sette anni fa, ha chiesto al presidente della Repubblica di fare qualcosa affinché la "dolce morte" possa trasformarsi
presto in un diritto per tutti.
«Signor Welby con il tempo ho rivisto le mie posizioni sull'eutanasia», inizia il messaggio con il quale Germana racconta che, a farla tornare ad amare la vita, sono stati il confronto anche duro con gli altri, la convinzione che nessun dolore è inutile e che, in definitiva, tutto accade per un motivo: «Le sembreranno luoghi comuni - scrive - ma a volte viviamo dolori di cui faremmo volentieri a meno per poi accorgerci che quel dolore è stato causa di una gioia immensa».
Tutti "luoghi comuni" che, in realtà, emergevano anche nella lettera a Ciampi, al punto che l'ex presidente, nella sua risposta - in forma privata - non esitò a rimarcare che nell'intervento di Germana Lancia «trovo molto di più, e di diverso, dalla rivendicazione del diritto di morire: tutta la tua esistenza, che è una lotta per affermare la tua voglia di vivere e il tuo diritto pieno alla vita, smentisce le tue parole e rinnega quella che tu stessa, riaffermando la tua fede in Dio, definisci una richiesta "mostruosa"».
«Se nel 1999 ci fosse stata una legge a regolare l'eutanasia - prosegue il messaggio a Welby - avrei arrecato molto dolore a chi mi ama, mi sarei preclusa molte gioie e soddisfazioni, avrei rinunciato ai miei sogni e ai miei desideri, alle mie speranze che hanno un comune denominatore: la libertà e la dignità delle persone disabili. Sarei un'ipocrita se le dicessi che la sua condizione è semplice, ma le dico che la vita può ancora darle tanto e lei può offrirle molto di più per cui la invito a pensare alle conseguenze della sua richiesta soprattutto per chi non è in grado di scegliere».
(C) Avvenire, Mercoledi 27/09/2006
giovedì, 28 settembre 2006
Dolce morte, l’inganno
Morire grazie all'aiuto medico non è sempre morire senza sofferenza, come sembra suggerire il titolo dell'articolo di Filippo Facci di martedì scorso sull'eutanasia: «Morirai con dolore». Sospendere l'alimentazione e l'idratazione artificiali, come è stato fatto per esempio con Terri Schiavo, vuol dire essere lentamente e dolorosamente consumati dalla fame e dalla sete, e anche in altri casi la «dolce morte» non è stata affatto dolce. Il dolore fisico ormai si può quasi sempre sconfiggere o enormemente attutire, e non è il cuore del dibattito sull'eutanasia. Non si sceglie la morte assistita perché si soffre fisicamente in modo insopportabile, ma perché si ritiene la propria esistenza indegna di essere vissuta.Il diritto a morire è legato al concetto di qualità della vita, come spiega benissimo lo stesso Welby nella sua lettera: «io amo la vita», scrive, ma la vita è «una donna che ti ama, il vento tra i capelli, una passeggiata notturna con un amico». Se non posso più avere nulla che mi dia gioia, nulla delle cose che danno un po' di leggerezza al tempo che scorre, posso ancora ritenere che valga la pena vivere? Simone de Beauvoir, alle soglie della vecchiaia, annotava: d'ora in poi, mai più passeggiate in montagna, mai più il contatto dolce di una mano d'uomo sulla mia pelle. Il corpo che ti abbandona, si degrada, va per conto suo, è la naturale preparazione a quella cerimonia degli addii che tutti dobbiamo affrontare. Invecchiare e morire è sempre un affare un po' indecoroso, un po' umiliante, fatto di piccole e grandi incapacità, di pannoloni, sordità, rughe, denti finti. Se la vita e la sua qualità vengono identificate con la felicità e l'integrità del corpo, la delusione è immensa e inevitabile, perché siamo esseri umani che si degradano, si ammalano, perdono l'autonomia fisica, e infine muoiono. Sì, mi obietterà qualcuno, ma ci sono delle soglie: c'è differenza fra la decadenza progressiva e lo scempio del corpo, tra la malattia che ti invade e ti devasta e una quota media di invalidità. Ma come stabilire dove si situa la soglia? La decisione individuale è fragilissima e fluttuante, tanto che chi fallisce un tentativo di suicidio raramente ci riprova; inoltre è un criterio che non tiene conto di chi non ha consapevolezza e voce in capitolo. Chi decide per le persone in coma, per i disabili gravi, o per chi è colpito da malattie degenerative che portano all'incoscienza, alla perdita di sé? E chi può sapere, in una decisione così irrevocabile e definitiva, in cui non si possono ammettere margini di errore, se la persona che ha chiesto di morire, e magari ha steso un testamento biologico, lo vuole ancora, davvero, nei suoi ultimi istanti? Nel breve volgere di pochi attimi, la morte assistita si può trasformare in un'esecuzione.Della morte non sappiamo niente, e pochissimo sappiamo anche dei malati ritenuti in condizione di incoscienza, tanto che una recente ricerca ha mostrato un'insospettata attività cerebrale in pazienti in stato vegetativo: sono persone che «sentono», che trattengono, in qualche remoto angolo della mente, emozioni, immagini e ricordi. Tutti quelli che hanno avuto una persona cara in coma, conoscono bene l'ansia con cui si spia un segno, si cercano le tracce di un riconoscimento, un guizzo di coscienza, anche solo negli occhi; ora sappiamo che anche se quel segno tanto atteso non arriva, non è detto che ogni rapporto sia reciso, e che una carezza, una voce amata non suscitino una risposta silenziosa.Stabilire criteri legati alla qualità della vita è terribilmente rischioso anche per quella sovranità individuale che si vuole affermare, e che si finisce per affidare comunque ad altri: ai legislatori, alla burocrazia, alla classe medica. Il solo limite su cui possiamo tutti concordare è quello del rifiuto dell'accanimento terapeutico, e forse su questo si può fare maggiore chiarezza. Tutto il resto, cioè dolore fisico, sensazione di abbandono, difficoltà pratiche ed economiche per i familiari del malato, mancanza di attenzione per la sua dignità personale e le sue condizioni psicologiche, non portano all'eutanasia ma, molto più banalmente, a tentare di costruire un sistema sanitario migliore.
EUGENIA ROCCELLA
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