Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
giovedì, 30 novembre 2006

 Il Papa deve supplire alla Ue debole e insincera
intervista di Andrea Lavazza a Marcello Pera
Avvenire
 29 novembre 2006

«È una visita importante, in cui un'Europa debole e insincera ha lasciato solo il Papa, investendolo di fatto di un ruolo politico che lo stesso Ratzinger esplicitamente rifiuta in virtù di una laicità correttamente intesa, contrapposta al laicismo oggi imperante, cioè l'esclusione ideologica del ruolo pubblico della religione. Si tratta di un tragico paradosso del Vecchio Continente: non ha leader coraggiosi che affrontino le sfide epocali di oggi, non dice quello che pensa, tacitamente spera che il Pontefice si faccia carico dei suoi problemi politici e istituzionali, eppure non perde occasione di accusarlo di ingerenza e, quando è attaccato, di abbandonarlo». Non è ottimista Marcello Pera e non perde occasione di sferzare quella parte di Occidente che «tenta di giustificare lo Stato liberale e la democrazia su nient'altro che la ragion laica, prescindendo da qualunque fondamento esterno morale o religioso». L'ha detto pochi giorni fa a New York, lo ribadisce sulla scorta degli interventi papali in Turchia.

Nei due discorsi rivolti all'autorità religiosa e all'autorità civile, il Papa in sostanza dice che la laicità interpretata come autonomia delle due sfere è un dato acquisito e non più in discussione ma che ugualmente, senza i valori che la fede (la quale si concretizza nella religione) promuove, la stessa democrazia si svuota e divora le sue fondamenta; il laicismo fa smarrire «il significato e lo scopo della vita». Perciò la religione, per il bene stesso della società, deve avere la libertà di «far udire la sua voce perché venga onorata la dignità dell'uomo». Come muoversi su quello che sembra un crinale molto stretto tra laicità e laicismo?

Si tratta di un confine semplice e difficile al contempo. Anche la più elementare democrazia procedurale, ciò che appare più neutro e condiviso, si basa sull'uguaglianza dei cittadini, dotati degli stessi diritti, in quanto persone con la stessa dignità. Si tratta di un principio forte, senza il quale cade il sistema liberale e democratico. Il punto per me importante e coinvolgente è che la predicazione di Ratzinger si riferisce prima alla società che alla politica. La sua è un'azione educativa, culturale, pastorale per portare il messaggio religioso nella coscienza civile secolarizzata. Il Papa non si rivolge principalmente come Chiesa allo Stato, bensì come pastore ai singoli individui. E non chiede alcuna conversione religiosa, ma che si recuperi la dimensione dei valori fondamentali, attingibili anche con la ragione, e non solo per fede. A quel punto, ciascuno porterà tali istanze pure nell'arena politica. Non c'è quindi una rivendicazione di potere, ma un appello universale a riscoprire i principi e a farli valere. Esiste una ragione condivisa che permette di superare la contrapposizione tra credenti e non credenti.

Ieri Benedetto XVI ha enfatizzato la «necessità vitale del dialogo interreligioso, da cui dipende in larga misura il nostro futuro», esprimendo «rispetto e stima» per l'islam, ma ribadendo che nessuna giustificazione può essere data al ricorso alla violenza...

Personalmente ritengo che il dialogo interreligioso non sia praticabile, in quanto credere che una fede sia "verità" esclude un confronto con altre "verità", a meno di cadere nel sincretismo o nel meticciato spirituale. È possibile, invece, il dialogo inter-culturale, dove basta l'appello alla sola ragione umana, che è uguale per tutti. Terreno tipico di questo dialogo sono i diritti umani fondamentali. Qui è essenziale che nessuno dia un'interpretazione della propria religione che preveda l'uso di strumenti di coercizione, perché questo è incompatibile con tali diritti.


Con l'islam, allora, il dialogo come dovrebbe svilupparsi?

Se proprio dobbiamo portarlo al livello della religione, occorre seguire la lezione di Ratisbona. Bisogna chiedere se anche nel mondo musulmano vi è spazio per il Dio-logos, come accade nel cristianesimo. E abbiamo necessità di risposte chiare, senza ambiguità. Condividiamo la stessa nozione di dignità dell'uomo? Quella che prevede, per intendersi, uguaglianza, parità dei sessi, libertà e democrazia. I cristiani nella loro storia hanno anch'essi peccato e si sono interrogati su tali questioni. Adesso deve farlo l'islam. Il successo del dialogo passa di qui.

Come giudica l'apertura della Santa Sede all'ingresso della Turchia nell'Unione europea?

Va sottolineato come in precedenza le cautele del cardinale Ratzinger e della Santa Sede si accompagnassero al favore dei vertici Ue. Mi pare che oggi il Papa, proprio per non assumere un ruolo politico, desideri non interferire con l'autonomia della sfera istituzionale europea. Non è compito suo decidere, lo deve fare l'Europa. Personalmente, continuo a rimanere contrario all'idea di una Turchia europea. Ottanta milioni di cittadini di fede islamica creerebbero un problema non solo politico, ma di identità, benché si tenda ipocritamente a nasconderlo dietro cavilli di varia natura. Rischiamo di cambiare la natura dell'Europa per come è nata. Il riferimento alle radici cristiane è necessario per l'identità dell'Unione. E poi due popoli possono essere amici anche senza unificazione. Ci possono essere altre formule per rendere più stretti i rapporti con Ankara.

Ma nessuno si fa carico di trovare formule nuove.

Si parla per allusioni, non sinceramente. La mia impressione è che la politica sia tanto più debole quanto più si laicizza e che la Chiesa (e il Pontefice) sia di fatto rimasta l'unica agenzia che affronta il compito di difendere i valori e sostenere il dialogo tra le civiltà. Lo ripeto. Benedetto XVI è lasciato solo nel compito di tenere alti i principi fondanti dell'Occidente. Per questo la sua visita in Turchia è interpretata, dalle stesse autorità di Ankara, come un "esame europeo". A me pare un'interpretazione impropria.

Lei ha parlato altre volte di due "Occidenti". Facciamo un esperimento di (rispettosa) fantapolitica: se il Papa risiedesse negli Stati Uniti, la situazione sarebbe diversa?

Penso di sì. Il Pontefice, oltre che capo della Chiesa cattolica, sarebbe un leader morale ma i suoi pronunciamenti non verrebbero interpretati come interferenza politica. A Washington, Stato e Chiesa sono rigidamente separati, non esiste nemmeno l'idea di un Concordato, eppure la religione permea la politica, è un elemento costante del discorso pubblico. Il laicismo europeo non ci porterà lontano. È urgente che gli appelli di Benedetto XVI siano presi molto più sul serio e che si riscopra quella tradizione che sostiene le nostre democrazie.

 

postato da GLOVAGLIO alle ore novembre 30, 2006 15:51 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 30 novembre 2006

Quote cannabis Bocciato il decreto Turco

Consensi bipartisan per l’Odg delle senatrici Binetti e Baio Dossi, che invita
a rimettere mano al provvedimento sugli spinelli

Da Roma

È stato approvato in commissione Sanità del Senato un ordine del giorno che impegna il governo a «riesaminare» il decreto del ministro della Salute, Livia Turco, che ha raddoppiato la dose di cannabis detenibile per uso personale. Il documento è stato presentato dalle due senatrici della Margherita Paola Binetti e Emanuela Baio Dossi. Oltre al «riesame» del decreto, il testo approvato chiede all'esecutivo di «predisporre azioni finalizzate alla prevenzione delle droghe e ad affrontare globalmente il problema della detenzione di sostanze stupefacenti». Inoltre l'ordine del giorno evidenzia che qualunque modifica delle norme vigenti richiede il confronto, non solo con i ministri firmatari del decreto, ma anche con quelli dell'Istruzione e della Famiglia, con le commissioni competenti del Parlamento, il mondo scientifico, «e quanti sono quotidianamente impegnati nel confronto con i tossicodipendenti». «L'ordine del giorno votato - precisa la Binetti - non è tanto un messaggio rivolto al ministro Turco, con cui avevo già parlato e che conosce le mie posizioni, bensì all'intero Parlamento al quale chiedo di assumere una responsabilità condivisa nella tutela dei giovani». La Baio Dossi, inoltre, rivendica una «linea di continuità» con la posizione assunta di fronte al decreto del ministro Turco, nel documento dei 51 esponenti della Margherita. «L'invito a riesaminare il decreto è finalizzato a rimettere mano alla legge - spiega - nella prospettiva di educare, prevenire, curare, e punire gli spacciatori. Crediamo che un intervento limitato alla dose consentita, sia un messaggio negativo per i giovani e le famiglie, perché li lascia soli di fronte al problema della droga, mentre è indispensabile che chi ha responsabilità pubbliche mostri il massimo di vicinanza».

[Avvenire]

postato da fabiotar alle ore novembre 30, 2006 14:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 30 novembre 2006

Sul crinale della bioetica si rischia il rapporto coi cattolici

C'è un'escalation di clima che preoccupa
di Gabriella Sartori

Tratto da Avvenire del 29 novembre 2006

Perché tanta fretta sulle questioni di bioetica, quasi si trattasse ogni volta di emergenze? Soprattutto, perché tanto unilateralismo nell'avanzare certe ipotesi di soluzione, scartando sprezzantemente, quasi per principio, tutte le posizioni diverse come oscurantiste o peggio?

Da sei mesi, da quando cioè si è insediata l'attuale maggioranza, non è passato giorno in cui su questi temi (uso cellule staminali embrionali, revisione della legge 40, "matrimonio" lesbo-gay, limitazione dei diritti all'obiezione di coscienza da parte dei medici non abortisti, "diritto" all'eutanasia, ecc.) non si sia cercato di rivoluzionare l'esistente. Come se non vi fosse nessuna questione più urgente da affrontare.

Non solo: tutta questa corsa al mutamento, la si è fatta, e la si continua a fare, usando mezzi più o meno "impositivi", nel modo meno adatto, cioè, a trovare quelle soluzioni "condivise" e "ponderate" di cui ha parlato il presidente della Repubblica Napolitano. L'elenco è lungo: ci sono le "iniziative" legislative unilaterali di questo o quel ministro, ci sono i tentativi di svuotare le leggi passando attraverso la modifica dei "regolamenti" o dei "codici deontologici", ci sono le "fiction" popolari "orientate", piazzate a sorpresa in prima serata sulla prima rete televisiva pubblica, ci sono i talk show a senso unico. Senza contare gli apporti che possono dare gli uomini di spettacolo: quelli "in servizio permanente effettivo" o quelli che "fiutano" l'aria e si adeguano. Ultimi, ma non ultimi, gli editoriali, delle solite firme degli immancabili "maestri". Quei "venerati maestri" dei quali un divertente saggio da poco in libreria (che li osserva, non sospettabilmente, dall'interno) misura il non travolgente "peso" morale, umano, culturale.

Sulle ragioni di tale linea, politica o ideologica che sia, qualche ipotesi va avanzata. Almeno per tentare di capire. Può darsi che tanta fretta dipenda dal fatto che l'attuale maggioranza politica (e tutto l'alone "culturale" che la circonda) tema di non resistere a lungo nel tempo. Oppure sia dovuta ad un calo di lucidità riconducibile all'enorme potere di cui si è trovata improvvisamente a disporre: ha in mano il governo centrale, ha in mano il governo della stragrande maggioranza delle regioni, ha uomini "suoi" o a lei "legati"nei punti nevralgici del potere, mass media e "industria culturale" in primis. Può darsi, infine, che la storica "sconfitta" rimediata da tutto questo mondo col magro risultato referendario del giugno 2005, sia all'origine di una stizzita volontà di rivalsa che non può essere in nessun caso buona consigliera.

Sia come sia, c'è una cosa di cui si dovrebbe prender atto: il peso e il valore che, in tutto questo, hanno i cittadini e quello che realmente pensano e sentono. Sfugge continuamente a questo imponente "sistema" di osservatori, di maestri, di suggeritori e saltimbanchi, il fatto che il paese è formato da uomini e donne, capaci, ognuno, di intendere e volere; ed anche di "sentire": in un dato modo e non in un altro che gli si vuol appiccicare addosso ad ogni costo. Sia chiaro, per esempio, che se il presidente Napolitano auspica, sul terreno della bioetica, il confronto con "le autorità religiose", questo non può in nessun modo significare che, dietro o accanto a quelle autorità ci siano dei "pecoroni" strattonabili da qualunque parte si voglia. Si rassegnino famosi autori e celebrate autrici di editoriali più pensosi che pensati: la Chiesa in Italia non tiene sotto "tutela" nessuno, tanto meno quel "gregge" di conigli decerebrati che qualcuno di loro si arroga il diritto di metterle al seguito. La Chiesa, al massimo, e non solo in Italia propone anche, sulla bioetica, una sua coerente e ragionata linea di pensiero: che poi essa venga, fra tante altre, liberamente preferita da un certo numero di persone, non tutte deficienti, non tutte a lei "devote", può suscitare disappunto, invidia, rabbia o altro. Ma non ha senso imputarglielo a colpa.
postato da fabiotar alle ore novembre 30, 2006 09:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: vita, famiglia, eutanasia


giovedì, 30 novembre 2006

Il Papa in Turchia

LA VIGNETTA DI GIANNELLI Dal Corriere della Sera giovedì 30 novembre 2006
ps da sottolineare ancora una volta a riguardo la pessima vignetta dell'insulso Vauro
postato da fabiotar alle ore novembre 30, 2006 08:14 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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mercoledì, 29 novembre 2006

DIBATTITO SULL' EUTANASIA 24 Novembre 2006

Associazione Cenacolo Libero Pensiero

                                     

 

 

Introduzione (Casoli, Zuccaccia)  formato dvf                        

Introduzione (Casoli, Zuccaccia)  formato mp3

Intervento di  C.Chiaravalli  formato dvf 

Intervento di  C.Chiaravalli formato mp3

Intervento Prof, D'Agostinoformato dvf 

Intervento Prof, D'Agostino formato mp3

Dibattito finale  formato dvf 

postato da fabiotar alle ore novembre 29, 2006 23:12 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: vita


mercoledì, 29 novembre 2006

LIBERTA' DI NON VOLERE FIGLI

Monica Vignale

 


In Italia il movimento Childfree prende forma attraverso internet: basta inserire in un motore di ricerca le parole "no kidding" (gioco di parole che significa "senza bambini" ma anche "non scherziamo") per scoprire l'entità del fenomeno.
Dopo gli Stati Uniti, anche in Italia arrivano i non genitori per scelta. Realizzati e sicuri di una cosa: la maternità non è più un obbligo. E l'Università di Padova organizza un convegno.


 
Una rivendicazione echeggia sul web: «Io madre? Mai. E sapete perché? Perché non li voglio i figli. Non sono malata, è che non voglio sacrificarmi per nessuno. Ognuno ha le proprie attitudini. La mia non è la maternità».
Viviana, 42 anni, romana. Avvocato lei, avvocato il marito: «Felicemente sposati. Felicemente non genitori. Chiamatelo egoismo, ma riflettete sul fatto che le madri a tutti i costi fanno tristezza. Essere fisicamente predisposte a generare non significa dover generare per forza».

Messaggi così si possono leggere sui tanti forum di discussione online che ospitano l'ultima battaglia femminile: il diritto a non riprodursi. Centinaia di non-madri anticipano su internet il movimento italiano del Childfree, letteralmente liberi dai figli.

Il termine, coniato in America negli anni Settanta, ha smitizzato la maternità come valore assoluto.
Prima di allora c'erano i childless, semplicemente senza figli. «Childfree implica la decisione, non la rinuncia» è l'interpretazione di Catherine Hakim, sociologa della London school of economics, che si è chiesta se dietro le tante coppie no-kid (senza prole) ci fossero soltanto problemi di infertilità, scelte continuamente rinviate e sistemi sociali inospitali verso i più piccoli. La risposta? «No, c'è anche la precisa volontà di non mettere al mondo bambini».
Dacia Maraini, che nei suoi libri ha raccontato le donne e le problematiche femminili, non raccoglie la provocazione inglese: «Credo che quasi tutte le donne desiderino i figli.
Ma nel momento in cui viene loro chiesto di rinunciare a una professione che amano, a quel punto si sacrifica la maternità.
Non è un atto egoistico, al contrario: è un atto di responsabilità». La scrittrice non ha dubbi sul fatto che oggi non avere bambini sia «una scelta obbligata dal contesto sociale, che non fa assolutamente nulla per agevolare le madri che lavorano».

"Non avere figli può anche essere una decisione, non una rinuncia. Credevo che tutto nascesse da problemi sociali e di fertilità, invece c'è la volontà di non procreare"
Catherine Hakim,
sociologa


Scelta obbligata? In realtà molte la rivendicano come «scelta di libertà» anche in Italia, dove la media è di 1,33 figli per donna, uno dei tassi di natalità più bassi del mondo, mentre la Francia col suo indice 1,90 è ormai la ex patria del figlio unico.
Non è un caso perciò se il Childfree approda nelle aule universitarie italiane.
L'ateneo di Padova ha organizzato per il 26 gennaio il primo seminario nazionale sul tema: «Childfree: libertà da... libertà per...», al quale parteciperanno sociologi, antropologi, psicologi e demografi che hanno condotto fior di studi sulle coppie italiane.

«Essere senza figli e non volere figli sono posizioni simili solo in apparenza: rispecchiano invece modi antitetici di affrontare la vita» spiega la psicologa Mariselda Tessarolo, direttore scientifico del convegno.
«Il primo stato porta un rimpianto per i bambini che non sono venuti, talvolta la richiesta di soluzioni alternative alla scienza e alla politica.
Il secondo è uno stile di vita in nome di priorità ritenute altrettanto nobili come la carriera, la complicità della coppia, il desiderio di viaggiare, coltivare hobby, avere più disponibilità economica. Così il non desiderio dei figli diventa motivo di orgoglio, riconoscimento e affiliazione».
Non genitori per scelta quindi, non per forza. Come spiega Simona sulle pagine del suo diario online: «Non sono una madre e sono stufa di sentirmi giudicata per questo. Ho 35 anni, un fidanzato, un lavoro che mi piace.
I bambini non rientrano nei miei programmi e credo che il vero problema ce l'abbiano la mia famiglia e i miei amici che continuano a premere su questo tasto, come se l'unica realizzazione per una donna fosse la culla».
Molti lo pensano, pochi lo dicono. «Anche perché» sostiene la demografa Fausta Ongaro che ha curato il volume Scelte riproduttive. Costi, valori e opportunità «queste donne senza spirito materno sono colpevolizzate da parenti e amici che continuano a domandare quando arriveranno i benedetti bambini.
Se l'identità delle donne sta cambiando notevolmente, la società italiana è ancora molto agganciata alla tradizione».

"Credo che quasi tutte le donne desiderino i figli. Ma nel momento in cui viene loro chiesto di rinunciare a una professione che amano, a quel punto si sacrifica la maternità. Non è un atto egoistico, al contrario: è un atto di responsabilità"
Dacia Maraini,
scrittrice

Gli esperti provano a tracciare l'identikit delle donne «sollevate dall'ingombro di un neonato»: fra i 35 e i 45 anni, innamorate della loro professione, reddito medio-alto, relazione di coppia soddisfacente. Spesso vittime della sindrome dell'eterno rinvio: oggi no, domani nemmeno, dopodomani è troppo tardi.
postato da suorroberta alle ore novembre 29, 2006 12:55 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
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mercoledì, 29 novembre 2006

Come reggere alle cattive notizie

di Claudio Risé

Tratto da Il Mattino di Napoli del 27 novembre 2006

Come reggere alle cattive notizie, senza esserne travolti? E’ un problema molto attuale, perché le informazioni da cui siamo tempestati non sono affatto buone.

Una gran parte del mondo continua a dedicarsi a guerre e conflitti, coltivando, ed a volte riscoprendo, antichi odi, inimicizie barbariche. In grandi paesi tornati da poco ad un’apparenza di libertà si rivedono gli omicidi politici, le censure, le sparizioni degli avversari. Le democrazie sono tormentate da vizi minori, ma devastanti: scarso senso dello Stato, corruzioni, vanità infantili. Soprattutto, le democrazie non sembrano in grado di educare gruppi dirigenti affidabili: l’educazione e formazione è in crisi in tutto l’Occidente, il consumo di droghe (prodotte in paesi che ci sono politicamente ostili) è in continua crescita, le capacità cognitive ed affettive dei giovani sono riconosciute ufficialmente come in pericolo.

Non lasciarsi deprimere, o confondere, da questo clima sconfortante diventa allora un’importante questione di igiene psichica personale, e collettiva. Sappiamo tutti come la forza d’animo, la fiducia nelle proprie capacità, ma anche la disponibilità ad affrontare la sorte, influenzi positivamente la sopravvivenza di gruppi e singoli in circostanze difficili (come ha dimostrato, poco più di mezzo secolo fa, la capacità dell’Inghilterra di opporsi, da sola, alla Germania nazista).

Possono servire allora alcune parole chiave. La prima: non confonderti col gregge. Indispensabile, infatti, per non essere invasi dalle tossine del pessimismo globale, è innanzitutto ritrovare il senso di sé, della propria individualità, della propria storia, delle proprie radici, e del proprio futuro. E’ vero che noi siamo immersi in correnti e processi storici più grandi di noi, che a volte percepiamo come terribili minacce sulla nostra vita o sulla nostra famiglia, ma è anche vero che noi esistiamo come individui, unici, irriducibilmente diversi da tutti gli altri, e dotati di un margine di autonomia dalle circostanze e dal grande flusso collettivo in cui siamo immersi. Sta a noi coltivare e rafforzare quell’autonomia. In essa risiede anche parte della nostra salvezza, e quella dei nostri cari. Se i capi sbagliano direzione, il gregge a volte li segue, e si suicida. L’uomo, però non è una pecora, e può interiormente coltivare la sua relazione con la vita, proteggendosi dalle grandi tendenze autodistruttive che periodicamente si abbattono sull’umanità.

Per questo, è indispensabile ascoltare la seconda parola chiave: presta attenzione e fiducia alle cose semplici della vita. I grandi fenomeni distruttivi nascono sempre in giganteschi aggregati collettivi: Stati e Superstati, ideologie totalizzanti coi loro apparati di potere, formazioni politiche e militari diffusi globalmente. Se invece di lasciarci ipnotizzare da questi grandi apparati di potere noi badiamo al benessere del nostro corpo ed anima, ed a quello delle persone che amiamo, ai ritmi ed alle impreviste ricchezze (a volte impercettibili), della nostra vita quotidiana, noi ritroviamo libertà ed autonomia. Ciò si realizza sui terreni concreti, elementari della nostra vita: gli affetti, il senso del corpo, il cibo, l’accordo con noi stessi, e con le persone amate.

Ernst Jünger, lo scrittore tedesco che visse fino ad oltre 100 anni, onorato e visitato dai grandi d’Europa, da Mitterand al cancelliere Kohl, ricordava che «il deserto avanza, ma ognuno di noi conserva dentro di sé una piccola zolla di foresta incontaminata, di terreno vergine e fecondo», dove rifugiarsi e riprendere energia, e capacità di visione.
postato da fabiotar alle ore novembre 29, 2006 12:27 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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