Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
domenica, 31 dicembre 2006

Zapatero detta la politica dell’hamburger

Ora che Zapatero ha dichiarato guerra anche ai super hamburger che cosa faranno in Italia i vari Mussi, Cento, Pecoraro Scanio che dalla politica del governo spagnolo traggono ispirazione per le loro iniziative? C'è da attendersi anche qui da noi una campagna contro i panini giganti e l'obesità. Non se ne può fare a meno, se ne sente sempre più impellente la mancanza. Zapatero ha dato la linea, ora la sinistra italiana si allineerà perché questa è la vera e ultima frontiera del socialismo irreale: il paninazzo.

La notizia è di quelle succulente: la multinazionale americana Burger King, attraverso una campagna pubblicitaria discutibile, lancia dei nuovi superpanini che a solo vederli fanno ingrassare di un paio di chili. Il governo Zapatero insorge e non considera più la multinazionale affidabile e la esclude dalla sua strategia nutrizionale contro l'obesità. Dunque, se capitate a Madrid e volete mangiare un panino con tanto di triplo hamburger di carne bovina, lattuga, pomodoro, cipolla e cetrioli (si chiama Whopper Triple, insomma una schifezza americana) dovete chiedere prima il permesso al capo del governo, José Luis Rodriguez Zapatero, un tipo magro, segaligno, salutista, che vuole che gli spagnoli mangino e bevano come dice lui. Dio santo, ma che fine ha fatto la Spagna di una volta, quella che era tutta un inno alla vita, alla passione, alla carne. La Spagna col sangue nelle vene. La Spagna di Miguel de Unamuno e Del sentimento trágico de la vida.

Vedrete, anche in Italia ci sarà chi adotterà la dieta Zapatero. Il salutismo è la malattia senile del socialismo trasformato in pensiero unico politicamente corretto. È il vecchio schema della tirannia dell'Ideologia sulla vita reale, quotidiana, vera: quella vita che è magra e grassa, pulita e sporca, buona e cattiva e che se ne sbatte delle fisime politicamente corrette perché vuole semplicemente esserci, vuole vivere. Forse, però, in Italia ci si potrà salvare dal salutismo zapaterista.

Ci salverà la mortadella. Anzi, il Mortadella che siede a Palazzo Chigi. Sarebbe uno strano paradosso, infatti, per il ministro della Salute, la Livia Turco, dichiarare guerra ai panini extralarge quando il presidente del Consiglio passa alla storia come il Mortazza (così a Roma chiamano la mortadella). Scherzi a parte, la libertà individuale passa anche attraverso la libertà di mangiare quello che ci pare e piace: c'è un ministro, la Melandri o la Bindi, che pensa di mettere fuorilegge quella piazza bianca con abbondante fetta di mortadella che quanto a calorie non è inferiore al superhamburger?

La cosa è più seria di quanto non appaia. Un tempo la politica era ossessionata dall'anima. Oggi è ossessionata dal corpo. Ieri la politica doveva controllare le idee, i cervelli, i pensieri e i dittatori, ad esempio Stalin, erano gli «ingegneri delle anime». Oggi la politica vuole controllare il sesso, le nascite, il peso e i legislatori sembrano essere diventati gli «architetti dei corpi». La politica è biopolitica, biologica, bioetica, bioalimentare e ritiene che sia non solo un suo diritto, ma anche un suo dovere interessarsi del bios, cioè della vita nelle sue manifestazioni elementari ed alimentari. Il controllo delle anime passa attraverso il controllo dei corpi. L'habitus è diventato, alla lettera, l'abito. La sinistra, che crede di essere sempre al passo con i tempi e invece si affaccia sulle cose nuove solo sul far della sera, ha sostituito la sua ossessione per il controllo dell'anima con questa che è il suo risvolto: l'ossessione per il controllo del corpo. Come l'Ideologia mirava a fare delle tante anime una sola anima, così la politica biologica mira a fare dei corpi un solo corpo. E, senza giocare più di tanto con le parole, la politica oggi è diventata un «corpo a corpo».

GIANCRISTIANO DESIDERIO
postato da GLOVAGLIO alle ore dicembre 31, 2006 15:12 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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sabato, 30 dicembre 2006

«Colpevoli» di difendere la verità

 

Lucetta Scaraffia

Il 2006 finisce con un duro attacco alla Chiesa cattolica: tutti i discorsi fatti a proposito del funerale di Welby - e non di rado pubblicamente condivisi da cattolici se non addirittura da sacerdoti - costituiscono una delle aggressioni più forti degli ultimi anni. Anche se non si tratta certo di una novità: da almeno cinque o sei anni la Chiesa è sottoposta a un continuo e incessante processo accusatorio su vari fronti che ha lo scopo di demolire la sua credibilità. Si è intensificata, infatti, la propaganda delle organizzazioni mondiali, da decenni impegnate in un progetto di controllo demografico che comprende il cosiddetto "diritto di aborto" a cui la Chiesa si oppone strenuamente, e con qualche successo, nelle conferenze mondiali. Questi organismi internazionali hanno colto l’emergenza dell’estremismo islamico come un’occasione per colpire tutte le religioni, accusandole tutte, indistintamente - proprio perché presumono di essere portatrici di verità - di fondamentalismo. Sicché le religioni produrrebbero le guerre mentre il relativismo sarebbe garanzia di pace: questo è il nuovo dogma del politicamente corretto, che pochi osano criticare, anche se è smentito dai fatti. Su tale sfondo denigratorio si innestano poi le questioni bioetiche, il vero nodo dello scontro attuale: la Chiesa - sorda alle richieste di aborto, fecondazione artificiale senza regole, eutanasia, matrimonio con diritto di adozione e procreazione fra omosessuali - viene accusata di impedire agli individui di realizzare i propri desideri. I desideri nel frattempo sono diventati "diritti", quindi sono stati rivestiti dell’unica sacralità riconosciuta nella società moderna, quella dell’umanitarismo, e la Chiesa pertanto è additata come il vero e unico ostacolo al raggiungimento della felicità. Come se tutto questo non bastasse, una serie di libri e film di successo - dal "Codice da Vinci" all’"inchiesta" su Gesù di Augias e Pesce - seminano il sospetto che la Chiesa abbia mentito, manipolando la rivelazione di Cristo per fini di potere, e che la tradizione cristiana sia soltanto una gigantesca invenzione di successo. Liberi poi tutti, naturalmente, di inventarsi il proprio cristianesimo personale, costruito sulla misura dei propri desideri.
La Chiesa è attaccata proprio sui suoi fondamenti, la carità e la verità. La difesa della verità è considerata fondamentalismo, quindi lontano dalla ragione, anche quando si difendono realtà naturali che dovrebbero essere banali, come l’esistenza di una differenza sessuale primaria fra donne e uomini. Ma è soprattutto sul piano della misericordia che la Chiesa è giudicata inadempiente, e quindi "cattiva", cosa intollerabile in un contesto culturale in cui tutti fanno a gara ad essere considerati "buoni". Se l’unico orizzonte morale di un cristiano sono l’accoglienza e la condivisione, perché dire di no al matrimonio omosessuale o ai funerali religiosi per Welby? Il futuro immediato chiede ai cattolici di essere anticonformisti in quanto difensori della verità. Ben consapevoli che la verità non consiste nell’opinione della maggioranza.

postato da fabiotar alle ore dicembre 30, 2006 20:36 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 30 dicembre 2006

Insegnare il Corano nelle scuole significa educare all’odio

Nessuno potrebbe giudicare men che nobile l’idea, lanciata da Gianfranco Fini, di onorare la diversità maomettana introducendo nello nostre scuole lo studio del Corano. Ma il comune sentire europeo – che, sebbene unico, è tuttavia pluralistico, nonché multiculturale – esige che questa magnanima idea venga subito arricchita delle necessarie precisazioni.

Per esempio, si potrebbe in primo luogo specificare (ma questa è ovviamente soltanto una modesta proposta) che lo studio di quel libro sacro dovrà basarsi sulla lettura di tutti, nessuno escluso, i suoi 114 capitoli. Solo una lettura integrale potrà infatti assicurare ai giovanetti formati e sfornati dalle nostre scuole il diritto di vantarsi di conoscere il capolavoro di Maometto molto meglio di quelle uggiose espressioni della boria giudaico-cristiana che sono il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Sarebbe inoltre opportuno precisare quale fra le tante diverse versioni che si conoscono del Corano converrà adottare nelle nostre scuole. Secondo i più apprezzati islamologi le versioni sarebbero almeno 14, dal che sembrerebbe doversi dedurre che il problema della scelta sia piuttosto complicato. La cosa tuttavia risulterà molto semplificata se si prende atto umilmente dell’opportunità di far nostra la scelta effettuata già da un pezzo dalle moschee italiane, nelle quali, com’è noto, le versioni più diffuse sono soltanto due, quella detta di Warsh e quella detta di Hafs.

Secondo alcuni imam le differenze fra le due citate versioni sarebbero molte e profonde. Secondo altri, invece, esse sarebbero poche e irrilevanti. Questa diversità di pareri potrebbe indurre le nostre autorità scolastiche a proporre di risolvere il problema prescrivendo la lettura comparata di entrambe le versioni. Si può però prevedere che molti dubbi si dissolveranno come neve al sole quando si constaterà che in nessuna delle versioni di quel mirabile libro mancano queste soavi invettive di Allah: «Ecco, sto per gettare il terrore nel cuore dei miscredenti: decapitateli, mozzate loro le dita... Questo dovranno soffrire, perché essi si sono opposti ad Allah, e chiunque si oppone ad Allah e al suo profeta deve sapere che Allah sarà terribile nel castigarlo... Questo è il vostro castigo, verrà detto loro: il tormento del fuoco agli infedeli... Allah sconfessa gli infedeli e li sconfessa anche il Profeta... Pentitevi, dunque, sarà meglio per voi... Castighi atroci Egli annuncia ai miscredenti... Ammazzateli dovunque li troviate... Assediateli, catturateli, fateli cadere nelle imboscate... Lasciateli andare liberi soltanto se si pentono... Combatteteli fino a che non si siano umiliati, e non abbiano pagato, uno ad uno, il “pizzo”...».

Questi sono alcuni versetti di due famose sure del Corano: l’ottava, sul tema della guerra e del bottino, e la nona, sul tema del pentimento. Li ho citati fedelmente permettendomi una sola libertà: al posto di «tributo», con cui viene di solito tradotto il termine arabo «jizya», ho messo «pizzo». Mi sembra infatti evidente che appunto questo sia il vero nome di un obolo che se non lo paghi ti accoppano.
Ruggero Guarini
postato da GLOVAGLIO alle ore dicembre 30, 2006 16:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 30 dicembre 2006

E' morto Saddam

LA VIGNETTA DI GIANNELLI Dal Corriere della Sera di sabato 30 dicembre 2006

Bush: «L'atto di giustizia che lo stesso Saddam aveva negato alle vittime del suo brutale regime».

Maliki: «Si tratta di una lezione per tutti i despoti che compiono crimini contro il proprio popolo».

Il Vaticano: «E' motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti. La posizione della Chiesa cattolica, contraria alla pena di morte - ha ricordato padre Lombardi - è stata più volte ribadita. L'uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società».

 

postato da fabiotar alle ore dicembre 30, 2006 09:51 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: storia vera


venerdì, 29 dicembre 2006

Caso Welby e religione «fai da te»

Sul negato funerale religioso a Piergiorgio Welby sono state dette parole autorevoli e, per molti aspetti, esaustive. Penso a quanto scritto da Gianni Baget Bozzo su questo stesso giornale ma anche alle sofferte considerazioni, sia pure di segno opposto, di monsignor Maggiolini, vescovo di Como, intento, lui stesso, a misurarsi con la sofferenza.

Se torno a parlarne è perché tanti credenti, nel clima natalizio di questi giorni, chiedevano spiegazioni, divisi interiormente tra due opposti sentimenti: la fedeltà alla Chiesa e alle sue indicazioni e la pietà per l’uomo. Si trattava spesso di considerazioni amare, talvolta ostili, benché venissero da gente convinta, che va in chiesa e fa tanto di comunione.

Non entro nel merito di una possibile valutazione politica sulla scelta del Vicariato di Roma. Indubbiamente il consenso per un funerale religioso in quel preciso contesto avrebbe dato un messaggio che andava ben oltre il semplice significato sacramentale qual è la celebrazione di una messa, o anche solo al gesto di pietà per il defunto. Così come sarebbe ingenuo non vedere dietro alla vicenda di Welby una precisa regia, partita dal presidente Napolitano, con il suo appello iniziale, e poi gestita dal Partito radicale. Dopo mesi di confronto serrato tra una visione cristiana della malattia e della morte e una radicalizzazione politica in senso opposto, risultava abbastanza incongruente uno «sposalizio liturgico» tra la chiesa cattolica e i «sacerdoti» di Pannella, come se l’esito della vicenda fosse patrimonio di comune condivisione. Se proprio la celebrazione religiosa era considerata prioritaria dalla famiglia, sarebbe bastato chiedere ai radicali di fare un passo indietro, una rinuncia momentanea a cavalcare il caso, perché la pietas cristiana potesse esprimersi senza condizionamenti e fraintendimenti.

A prescindere da queste considerazioni, il dato emergente sembra nascere da un equivoco di fondo, è cioè dall’idea che il Vangelo sia materna misericordia,
mentre la Chiesa sia solo matrigna. Un sentire che, dietro l’apparente buonismo che lo ispira, di fatto nega la legittimità all’operare dei credenti, quasi che il loro pronunciarsi su grandi temi morali sia piuttosto un arbitrio, una farisaica appropriazione di potere, che una fedeltà a Gesù Cristo. Di conseguenza, sembra emergere nella gente un individualismo religioso, un fai da te dell’anima, che emargina il senso di appartenenza e anche l’idea di obbedienza alla Chiesa. Il cardinale Dopfner sosteneva che essa sta diventando una specie di cantiere, dove è andato perduto il progetto e ognuno fabbrica secondo il proprio gusto.

Considerazioni realiste, che vanno a intercettare una visione essenzialmente sentimentale della fede. In questo orizzonte, dove la spiritualità è funzionale a scaldare i cuori, si capisce il rifiuto per una Chiesa che dice dei no, mentre si privilegia un qualunquismo new age, dove tutte le religioni si equivalgono e dove tutti i comportamenti finiscono per essere equiparati sotto l’ombrello della misericordia.

Ci troviamo così con una Chiesa che si vorrebbe senza progetto, che non ha più diritto a chiedere regole di appartenenza e di identità, dalla quale è sparita l’obbedienza e il rigore della correzione fraterna. È una realtà svuotata dentro, buona come luogo di consolazione emotiva, ma incapace di intercettare le contraddizioni dell’uomo, per proporgli un cammino di liberazione. Di fatto, una Chiesa inutile, che dovrebbe demandare alla scienza, all’economia e alla politica, intese come lo spazio della ragione, il compito di creare le vere occasioni di libertà. E così, mentre i partiti decidono cos’è bene e cos’è male per l’uomo, essa viene marginalizzata come un’antica signora, buona al massimo per fervorini consolatori. E invece la Chiesa, proprio perché è attesa a purificare la storia attraverso la carità del Vangelo, non può rinunciare a dire dei no, come insegna ogni autentica maternità pedagogica e a porre regole di appartenenza.

Bruno Fasani
postato da GLOVAGLIO alle ore dicembre 29, 2006 15:24 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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venerdì, 29 dicembre 2006

Giuseppe, il padre che ci manca

 Mai immagine di potere, bensì mediatore che risolve situazioni complicate. Un modello contro la crisi della figura maschile

Di Lucetta Scaraffia

Oggi, quando la figura del padre è indebolita e messa in discussione dalla procreazione artificiale, più volte si è sottolineato che il santo ricordato nel giorno della «festa del papà», Giuseppe, non è un padre naturale. L'indagine su questa figura evangelica e sulla sua storia nelle società cristiane è di grande interesse, come prova un'importante ricerca appena pubblicata in Francia (Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l'occident médiéval, Aubier), che parte dagli inizi della devozione allo sposo di Maria. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani. Giuseppe è un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della perpetua verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nello spinoso ruolo dello sposo forzatamente casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui. Per rendere credibile questa situazione l'apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano, per adombrarne l'inattività sessuale, e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei «fratelli» di Gesù nei Vangeli. E l'età avanzata gli è rimasta addosso, nonostante i tentativi - il più importante fu quello di Jean Gerson - di diminuirne l'età, facendo così della castità di Giuseppe una scelta non obbligata che lo avvicina spiritualmente alla Vergine. Anzi, una delle ragioni della diffidenza dei cristiani verso lo sposo di Maria sta proprio in questa sua somiglianza con un personaggio tipico delle novelle satiriche, lo sposo anziano tradito dalla giovane moglie e costretto ad allevare un figlio non suo. Versione dileggiante del ruolo di Giuseppe riproposta anche da molte opere d'arte sacra: queste lo ritraggono come un contadino goffo, che suscita il riso per la sua inabilità di artigiano, riverber andosi sull'incapacità di mantenere dignitosamente la moglie e il figlio. E sino alla fine del medioevo egli non viene mai rappresentato da solo, e sempre un po' separato dai personaggi più importanti, Gesù e Maria. Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione. È difficile rivolgere le proprie preghiere a un uomo così umile che non sembra capace di soccorrere i fedeli come altre figure più eroiche di martiri o difensori della fede. Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa quindi solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davvero una devozione popolare fino all'Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio IX lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d'origine socialista. Nel cristianesimo antico Giuseppe era percepito come l'ultimo patriarca, anello di unione fra antica e nuova economia: proprio per questo è stato rappresentato spesso lontano dalla scena principale, pensoso, testimone dell'incarnazione di Cristo, ma poi anche in veste di ultimo ebreo, che come copricapo talvolta portava proprio il berretto a tre punte imposto in molte città medievali agli ebrei. Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio. Ma sono i francescani, nell'ambito della loro complessiva valorizzazione dell'umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine «abate», che significa padre, ma quello di «custode», attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i Servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell'Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l'identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti. Ma il vero riscopritore dell'importanza teorica del padre putativo di Gesù fu Gerson, che influenzò l'ambiente universitario parigino del primo Quattrocento proponendolo come modello politico di pace e di unione. In un momento di forte crisi del papato, durante lo scisma d'Occidente, il teologo scrive che la Chiesa ha bisogno di nuovi punti di riferimento e di nuovi modelli di mediazione perché Pietro non sembra più sufficiente, e in un sermone pronunciato al concilio di Costanza propone Giuseppe come nuovo modello di guida politica, capofamiglia ma anche umile servitore di Gesù. La proposta di Gerson non ebbe seguito immediato, ma fu ripresa nel Cinquecento dai francescani, che fecero di san Giuseppe un esempio di padre spirituale, e quindi del clero, mediatore fra Dio e gli uomini. Ma, al tempo stesso, anche modello per i padri naturali in un'epoca che, dopo la svalutazione della paternità naturale di fronte a quella spirituale, aveva il problema di ricostruire in ambito cattolico il modello paterno di fronte alla Riforma che, abolendo il clero, aveva accentuato il ruolo del padre di famiglia. In questa lunga e affascinante storia Giuseppe dunque non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. E di un padre così c'è molto bisogno anche oggi.

postato da fabiotar alle ore dicembre 29, 2006 10:58 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: chiesa, famiglia


giovedì, 28 dicembre 2006

Insieme o separati in casa?

Prima, Piergiorgio Welby deve morire! Adesso, Saddam Deve vivere!
Ma chi sono questi signori del partito radicale che accampano tutti questi diritti sulle questioni etiche? Un partito di minoranza nella grande compagine dell’armata Brancaleone di Prodi, piccolo ed ostativo ma capace di tenere in ostaggio i grandi partiti, e gli elettori tutti. Da sinistra e per forza di cose fino a destra, tutti sotto ricatto. Ricattati da Rifondazione su lavoro e pensioni, ricattati dai Verdi sui grandi, e per chi conosce le realtà locali, piccoli progetti; ricattati dai Mastella sui temi giuridici. Leggi fatte accettare a oltranza con l’uso terroristico della fiducia. Ma chi decide al Governo oggi? Ma dove è la maggioranza degli italiani?
Che s’indigni e si faccia sentire quel popolo di elettori normali, di famiglie normali che si sta vedendo costruire una gabbia intorno da gente che non ha idea di quello che vuol dire società. In quest’epoca dove tutti rivendicano qualcosa e lamentano qualche privazione, qualche negazione, in cui il singolo e i suoi desideri e bisogni sono al primo posto abbiamo perduto la prima e più importante caratteristica che identifica una società: la capacità di costruire, di fare insieme qualcosa che sia buono per tutti.
In una società che ci spinge tutti a chiedere e rivendicare qualcosa, in cui l’uno sa come fare meglio quello che fa l’altro, e in cui ognuno sa cosa è buono per l’altro, abbiamo dimenticato il significato di una parola importante che simboleggia la costruttività più reale, la parola “insieme”.

Ernesto Rossi

postato da Ernestor alle ore dicembre 28, 2006 16:21 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: cultura, vita


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