“Santità rispetti gli accordi, non condanni il comunismo”
Lo scandalo della mancata condanna del comunismo (e perfino della mancata sua menzione) al Concilio Vaticano II ha un giorno chiave: il 15 novembre 1965. Momenti concitati in Vaticano.
C’è il terrore che la stampa si accorga del colpo di mano con cui si sta imbavagliando il Concilio, sottraendo irregolarmente al voto dei Padri l’emendamento di condanna del comunismo.
Si succedono riunioni tese e colloqui riservati con papa Montini. Ricostruiamo dunque quelle ore convulse.
Quella mattina – è un lunedì – si riunisce d’urgenza la Commissione. Si decide di rispondere al ricorso di mons. Carli dicendo che era parso “sufficiente includere il comunismo, senza nominarlo, nell’espressione generica di condanna dell’ateismo”.
Questa incredibile risposta viene illustrata, subito dopo, nella Congregazione. Ma mons. Carli si dice insoddisfatto e conferma il suo ricorso.
Secondo il regolamento a questo punto si dovrebbe riunire il Consiglio di Presidenza per esaminare tale ricorso, ma questo – osserva monsignor Felici in una nota – “potrebbe avere riflesso sulla stampa, attesa soprattutto la delicatezza della materia”.
C’è anche un altro motivo per cui – in barba al Regolamento – si evita di riunire il Consiglio di Presidenza. Lo confessa il cardinale Tisserant, che è il Presidente, durante una riunione riservata col papa il 26 novembre: “il cardinale Tisserant” si legge nel verbale di quella riunione “dice di non aver convocato il Consiglio di Presidenza perché vi è il Cardinale Wyszinski molto fermo nella sua idea contro il comunismo!”.
Dunque, per tenere il primate polacco all’oscuro dell’operazione in corso si evita di rispettare il Regolamento e si rimette tutto nelle mani del Papa. Il quale nel pomeriggio di lunedì 15 risponde a monsignor Felici con un appunto in cui si chiede se il ricorso di Carli “si conserva o si ritira” e se “è stata illegale la condotta della Commissione mista”. Poi Montini manifesta il suo vero timore: che “la tesi dei ricorrenti” sia “portata a conoscenza dei Padri con le relative osservazioni”. Ciò, insinua, non sarebbe “prudente”. Infatti, se il ricorso sarà respinto “il Concilio sembra aver rifiutato la condanna del comunismo già condannato. Se approva: quale sorte dei cattolici nei Paesi comunisti?”.
Quest’ultimo timore è un evidente pretesto, infatti il rappresentante più autorevole dei cattolici dell’Est, il primate polacco Wyszinski, come si è visto, è stato tenuto del tutto all’oscuro.
Il vero timore di Montini è ben altro e lo annota subito dopo: “(tale condanna del comunismo, ndr) è coerente con gli impegni del Concilio di non entrare in temi ‘politici’, di non pronunciare anatemi, di non parlare di comunismo (1962)?”.
Il messaggio del Papa è chiaro: 1) bisogna evitare che scoppi un caso, sui giornali, se c’è stata un’illegalità, e 2) soprattutto bisogna che si eviti una discussione e una condanna del comunismo perché il Vaticano ha preso impegni con Mosca di tacere.
Il giorno dopo, 16 novembre, monsignor Felici invia al Papa una nota per rispondere alle sue domande. Innanzitutto lo informa che la petizione di condanna del comunismo “fu presentata entro i limiti di tempo fissati” (contrariamente a quanto era stato detto prima, per silenziare quella mozione).
“Poiché la richiesta dei più di 300 Padri era formulata in termini concreti, la Commissione aveva il dovere di riportarla nei suoi termini e dare motivazione del suo atteggiamento in proposito. Questo non può dirsi sia stato fatto nella forma dovuta”.
Felici informa inoltre il Papa di aver chiamato, in mattinata, mons. Carli per spiegargli il pensiero del Pontefice.
Carli “dopo aver deplorato la irregolarità procedurale si è detto disposto a ritirare il ricorso e di stare a quanto il Papa deciderà” aggiungendo però che “attese le esigenze di un orientamento dottrinale e pratico per il nostro clero e popolo cristiano, ed attese altresì le false interpretazioni che potrebbero sorgere da un silenzio assoluto da parte del Concilio, è opportuno che si dica qualcosa in merito al problema del comunismo in quanto tale”.
A questo punto dunque la decisione è tutta nelle mani di Paolo VI. Il 23 e 24 novembre sui giornali esce l’indiscrezione secondo cui è stata bloccata da mons. Glorieux, segretario della commissione che si occupa dell’ateismo, la lettera-petizione contro il comunismo firmata da centinaia di Padri.
Il cardinale Tisserant scrive dunque al papa perché non dia peso a qualche isolato articolo e tenga fede al “patto” con Mosca.
Tisserant è colui che nel 1962, per conto di Giovanni XXIII, firmò quell’accordo. Secondo la testimonianza successiva del suo segretario, mons. Roche: “egli ricevette degli ordini formali sia per firmare l’accordo che per sorvegliarne durante il Concilio l’esatta esecuzione”.
Tisserant – che non a caso presiede il Concilio – scrive dunque a Paolo VI e gli ricorda che Giovanni XXIII “annunziò” che il Vaticano II non doveva “comportare condanne, ciò che Vostra Santità confermò… Gli anatemi non hanno mai covertito nessuno… Come io dissi già a Vostra Santità, una condanna conciliare del comunismo sarebbe considerata dai più come una mossa di carattere politico, ciò che porterebbe un danno immenso all’autorità del Concilio e della stessa Chiesa”.
Queste righe di chi presiedeva il Concilio segnano una rottura assoluta con duemila anni di storia della Chiesa.
Sempre infatti la Chiesa ha ritenuto suo dovere condannare il Male e l’errore.
Il comunismo è un “flagello satanico” fra i peggiori mai verificatisi, secondo i pontefici precedenti. Mentre adesso, di colpo, si pretende di non condannarlo più. Oltretutto non è vero che il Concilio non ha lanciato anatemi. Per esempio contro la “guerra totale” ha emesso “con fermezza e senza esitazione” una “condanna” assoluta (Gaudium et spes, 80).
Perché per il comunismo no?
Dal punto di vista della teologia cattolica il comunismo è di gran lunga peggiore della guerra, non solo perché implica in sé guerra, genocidi e persecuzioni, ma soprattutto perché è un’esplicita guerra contro Dio che provoca la perdizione di moltitudini (secondo S. Agostino e S. Tommaso una sola anima ha un valore più grande dell’intero cosmo). Dunque la tesi di Tisserant appare un totale tradimento della tradizione cattolica.
Purtroppo risulterà però vincente nella riunione riservatissima che si terrà – su questo problema – il 26 novembre, alle ore 9, nello studio del Papa. Presiede Paolo VI. Presenti i cardinali Tisserant e Cicognani, mons. Garrone e mons. Felici. Quest’ultimo espone il problema. Innanzitutto denuncia “l’irregolarità” commessa. Ma la si chiude “assolvendo” mons. Gloriueux come se avesse fatto solo un innocente “errore materiale” da riconoscere in sede di Relazione.
“Quanto alla questione di merito”, annota Felici “dopo breve discussione, si è d'accordo di non rinnovare espressamente la condanna del comunismo, ma nella Relazione dire che gli errori del comunismo sono già condannati nel testo, come del resto sono condannati nel magistero della Chiesa; e se si evita di entrare esplicitamente ora nella questione è per evitare interpretazioni politiche; nel testo (in nota) poi richiamare le Encicliche, ove il comunismo stesso è apertamente denunziato e condannato”.
Con questo escamotage Paolo VI evita che il Concilio emetta una condanna esplicita del comunismo.
Il 4 dicembre Tisserant scrive a Glorieux per confortarlo e rassicurarlo: “la vostra responsabilità non vi sarà fatta gravare troppo dagli storici del Concilio”.
Evidentemente il cardinale Tisserant non pensava che si deve rispondere dei nostri atti a Dio, ma “agli storici del Concilio”, cioè ai mass media.
In effetti sapeva il fatto suo. Proprio in quei mesi erano iniziate sui media gli attacchi contro il defunto Pio XII accusato di non aver condannato il nazismo (cosa non vera: l’aveva condannato).
Ma allo stesso tempo si lodava il Concilio che non aveva emanato condanne del comunismo il quale stava consumando nuovi genocidi (in Cina: l’orrenda rivoluzione culturale, poi in Cambogia), nuove guerre (Cina-Russia, Indocina, Afghanistan) e nuove repressioni all’Est (oltre a infiammare con il ’68 l’Occidente: l’Italia conobbe un ventennio di terrorismo rosso).
Il 4 dicembre 1965 Paolo VI presiede una cerimonia ecumenica nella Basilica di San Paolo fuori le mura dove ringrazia gli osservatori non cattolici venuti al Concilio.
La delegazione russa può ripartire soddisfatta alla volta di Mosca. Nel discorso di chiusura del Concilio, il 7 dicembre, Paolo VI proclama testualmente: “La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio”.
Fino ad allora questa “anti-religione” era sempre stata considerata dalla Chiesa il connotato del Maligno (il serpente tentatore nella Genesi disse ad Adamo di mangiare la mela per “diventare come Dio”).
Ma al Concilio – dice compiaciuto Paolo VI – con quella anti-religione non c’è stato “né scontro, né lotta, né anatema”, ma “incontro”.
ANTONIO SOCCI