Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
mercoledì, 31 gennaio 2007

Legge lombarda sui bimbi non nati: saranno sepolti i feti abortiti

di MATTEO LEGNANI

MILANO - Non più "rifiuti", ma esseri umani a tutti gli effetti, da trattare come tali anche dopo la morte. E' questo il senso del provvedimento approvato all'unanimità ieri pomeriggio dal Consiglio regionale delle Lombardia, che dispone la sepoltura dei feti abortiti prima delle 24 settimane. Il Pirellone, con alcune aggiunte al comma 1 dell'articolo 11 del nuovo regolamento delle imprese funebri (che modifica quello esistente dal 2004), obbliga le direzioni sanitarie degli ospedali a chiedere ai genitori (o alla genitrice) se vogliono dare degna sepoltura al feto morto. Fino ad oggi, invece, erano i genitori a dover richiedere che il feto non fosse trattato come un rifiuto ospedaliero ed eliminato come tale. [Libero]

postato da FrancescoDando alle ore gennaio 31, 2007 11:34 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: vita, aborto


mercoledì, 31 gennaio 2007

Famiglie numerose, mazzata Irpef in Lazio

La busta paga di un padre di quattro figli
Alessandro Spalvieri: «Mi sono trovato un aumento del 61% rispetto al 2006: ben oltre le previsioni. E' costituzionale?»
MILANO - La brutta sorpresa della nuova busta paga per le famiglie numerose. Lo stipendio a fine mese è importante un po' per tutti (almeno per tutte le persone normali che lavorano). Con quattro figli e una moglie diventa quasi indispensabile. Vitale, verrebbe da dire se non fosse retorico.
Oggi insieme alla busta è arrivata anche una sorpresa di cui Alessandro Spalvieri, romano, faceva volentieri a meno. La cifra in addizionale Irpef da sborsare in comode rate alla regione Lazio ammonta a 540 euro. L'anno scorso era di 340. «Ben oltre il 61% della precedente gabella del 2006 - dice Spalvieri - un aumento incredibile. E' costituzionale un aumento di una tassa del 61%?»
Impiegato all'Acea, la municipalizzata di Roma, 47 anni, una moglie e quattro figli (di 14, 12, 10 e 3 anni), oggi Spalvieri ha saputo quanto dovrà pagare di addizionale Irpef per tutto l'anno. «Una famiglia come la mia, con quattro figli nel Lazio si trova un aumento medio del 60%. Le famiglie numerose con Tremonti avevano le deduzioni fiscali che valevano anche per le addizionali regionali. Ora invece con la nuova riforma sono state abolite le deduzioni fiscali e quindi il monte da cui viene prelevata l'Irpef è più alto perché non è più al netto delle deduzioni ma è esattamente uguale al lordo. Avendo levato le deduzioni pago le tasse su tutti i miei redditi: 50mila euro l'anno. Questa riforma ha provocato un duplice aumento: da parte delle regioni e da parte dello stato».
«Le domande che mi vengono sono queste - prosegue Spalvieri - Presidente Marrazzo, il mio reddito vale per me stesso o diviso sei? Se vale diviso sei perché non devo essere oggetto di tutte le esenzioni compreso la sanità? Se un pensionato ha 15mila euro l'anno di reddito è esente per quanto rigurda la sanità. Noi invece siamo sei e con 50mila euro di reddito paghiamo tutto. Non si tiene conto del quoziente del reddito per le esenzioni. Mentre lo Stato giustamente riconosce detrazioni per figli e moglie a carico, perché la Regione non la riconosce allo stesso modo? Perché lo Stato fa le detrazioni e le Regioni no? L'Irpef mi è passato dallo 0.9% al 1.4% per cento: mentre prima con Tremonti pagavo l'addizionale Irpef al netto delle deduzioni fiscali, ovvero su 28mila euro, ora le pago su tutto, ovvero 50mila».
Al di là delle risposte tecniche, resta la certezza della busta paga. Numeri e soldi. E la busta di Spalvieri va esattamente nella direzione opposta di tutti quelli (e sono tanti) che in un Paese a crescita zero dicono tutti i giorni che occorre tornare a fare figli e investire in politiche per la famiglia.
Iacopo Gori - 30 gennaio 2007 [corriere.it]
postato da FrancescoDando alle ore gennaio 31, 2007 11:18 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: famiglia, economia


mercoledì, 31 gennaio 2007

Fede e ragione

Ogni volta che si perde di vista la prospettiva trascendente, «l'uomo si impoverisce». Per questo il rapporto tra fede e ragione «costituisce una seria sfida per la cultura attualmente dominante nel mondo occidentale».
È stata, domenica scorsa, la festa di San Tommaso d'Aquino a offrire a Benedetto XVI lo spunto per riproporre, all'Angelus, una delle questioni a lui più care. Proprio ricordando il «grande dottore della Chiesa», infatti, Papa Ratzinger ha posto in evidenza come «egli offre un valido modello di armonia tra ragione e fede, dimensioni dello spirito umano, che si realizzano pienamente nell'incontro e nel dialogo tra loro».
Secondo san Tommaso, ha spiegato alle migliaia di fedeli riuniti in piazza San Pietro, la ragione umana «si muove in un orizzonte ampio, aperto, dove può esprimere il meglio di sé. Quando invece l'uomo si riduce a pensare soltanto a oggetti materiali e sperimentabili e si chiude ai grandi interrogativi sulla vita, su se stesso e su Dio, si impoverisce». In realtà, ha osservato Benedetto XVI, «lo sviluppo moderno delle scienze reca innumerevoli effetti positivi, che vanno sempre riconosciuti. Al tempo stesso, però, occorre ammettere che la tendenza a considerare vero soltanto ciò che è sperimentabile costituisce una limitazione della ragione umana e produce una terribile schizofrenia, ormai conclamata, per cui convivono razionalismo e materialismo, ipertecnologia e istintività sfrenata».
È urgente, pertanto, «riscoprire in modo nuovo la razionalità umana aperta alla luce del Logos divino e alla sua perfetta rivelazione che è Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo». La fede infatti, «quando è autentica», per il Papa «non mortifica la libertà e la ragione umana; e allora, perché fede e ragione devono avere paura l'una dell'altra, se incontrandosi e dialogando possono esprimersi al meglio? La fede suppone la ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Di o e delle realtà spirituali».
Al contrario la ragione umana «non perde nulla aprendosi ai contenuti di fede, anzi, questi richiedono la sua libera e consapevole adesione». [avvenire]

postato da fabiotar alle ore gennaio 31, 2007 10:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: magistero, scienza e fede


martedì, 30 gennaio 2007

Berlusconi il baluardo al ritorno dei dc
Le grandi manovre contro il «berlusconismo» sono in corso ed hanno per protagonisti il Corriere della Sera e l'Udc: si tratta di fare delle liberalizzazioni il luogo di intesa di centro tra destra e sinistra, logorando la stabilità politica bipolare in cambio della perfetta concorrenza. Non che la liberalizzazione sia la filosofia di governo del presidente dell'Iri divenuto presidente del Consiglio. Al contrario, il tentativo di Angelo Rovati di fare di Palazzo Chigi il centro di potere economico usando la Cassa depositi e prestiti e le azioni in essa contenute, si delinea più chiaramente con l'accordo della Cassa con la Banca Intesa e con la benedizione del ministro dell'Economia.La filosofia politica del centrodestra è la libertà, non la liberalizzazione: e il popolo del centrodestra, che ha sentito la morsa fiscale del nuovo governo, è ben disposto a credere che il controllo delle sue iniziative e della sua vita sia la vera missione politica del governo Prodi. Chi pensa che un popolo che ha votato per le libertà si accontenti in cambio di acquistare benzina ai supermercati o dell'abolizione del registro automobilistico come riconoscimento del proprio voto, non conosce questo popolo. Proprio perché è una passione di libertà esso si concentra bene sul volto di un uomo.Nel «berlusconismo» l'opera di Silvio Berlusconi si manifesta non soltanto nella Casa della libertà e in Forza Italia, ma nel bipolarismo: cioè nel tentativo di fare della democrazia l'unico criterio di legittimità, desacralizzando la Costituzione e il nucleo ideologico antifascista che le è annesso.Certamente il punto vulnerabile del progetto di Berlusconi è la tradizione del personale politico democristiano.Lo specifico della Democrazia cristiana fu quello di cercare, con una soluzione costituzionale, il compromesso con i comunisti facendo del consenso dei due maggiori partiti la chiave di legittimità delle istituzioni.La definizione di «centro» propria della Dc comportava due aspetti: la delegittimazione della destra come forza di governo e la legittimazione della sinistra come forza della Costituzione.Nei democristiani la ricerca del compromesso con i postcomunisti è naturale e diviene tanto più facile dopo che i comunisti hanno fatto tante concessioni sul piano ideologico, pur essendo riusciti a conservare ugualmente la loro qualifica politica e la loro struttura organizzativa, unica rimasta in piedi tra quelle dei partiti italiani. «Centro» in realtà è una categoria che, nella storia reale del personale democristiano vuole dire compromesso con le tesi postcomuniste: e oggi questo è così facile che si può pensare anche al partito unico, il «partito democratico».È significativo che il partito democratico crei difficoltà a sinistra nei Ds che si spaccherebbero, e trovi il pieno consenso della Margherita. Se si guarda bene, si vede che il partito democratico sarebbe la ripetizione non del Pci ma della Democrazia cristiana. Esso creerebbe una maggioranza di governo e lascerebbe di lato gli «opposti estremismi»: Lega Nord e An a destra, la sinistra radicale a sinistra. E fa del centro l'unico partito legittimo del sistema.Senonché un partito di pura mediazione era concepibile con una Dc che si fondava sull'unità ecclesiastica dei cattolici, e non aveva quindi un proprio contenuto politico. È impossibile a farsi con i Ds, che sono riusciti a conservare come patrimonio proprio la memoria della propria identità; quindi sono tutt'altro che politicamente vuoti. La linea del grande centro è possibile solo tra un partito fondato con una unità prepolitica come la Dc; e quindi capace di esistere come mediazione di principio. Non per un partito che ha la storia politica dei Ds. Per questo la linea centrista che Casini persegue con la benedizione di Mario Monti, non è praticabile. L'opera di Berlusconi, il bipolarismo, troverà a sinistra i suoi più accaniti difensori.
bagetbozzo@ragionpolitica.it

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lunedì, 29 gennaio 2007

ilGiornale.it n. 4 del 29/01/2007

Perugia, per far cassa il Comune «trucca» i semafori
Avvocati armati di cronometro piazzati davanti ai semafori per misurare la durata del giallo, una psicosi da incrocio e atti di teppismo che dalle parti di Perugia sono cosa rara. Poi, soprattutto, un malcontento sconosciuto in una città che in sessant’anni non ha mai voluto cambiare colore all’amministrazione. La causa è un’epidemia di multe. Uno «tsunami» di verbali, tutti figli degli stessi genitori: il Foto-red e il T-red. Nomi entrati nel gergo dei perugini e che indicano due apparecchi posti negli incroci tra le strade più trafficate della città, installati da una società, la Citiesse, su incarico del Comune. Il meccanismo è lo stesso dell’Autovelox: le telecamere inquadrano le vetture che passano con il rosso e scattano la foto. Il comune intasca la multa tranne una parte che va alla società.All’inizio i due cilindri piazzati sopra i semafori non hanno preoccupato più di tanto gli automobilisti perugini. Poi, a partire da gennaio, sono cominciate ad arrivare le multe: tante (tra 15 e 20mila su una popolazione di 160mila abitanti) e salatissime (158 euro e sei punti di patente in meno). Ci sono automobilisti che si sono visti recapitare anche quattro verbali, che significano uno stipendio polverizzato e la certezza di avere la patente ritirata.Troppo anche per i pacifici perugini che, subito dopo le feste, si sono ammassati davanti all’ufficio dei vigili urbani per chiedere spiegazioni e ricevere copia dell’immagine incriminata, sostenuti da alcuni consiglieri dell’opposizione di centrodestra che si sono piazzati con un camper davanti al municipio per dare assistenza legale. Anche le associazioni dei consumatori si sono mobilitate e sono fioccati i ricorsi.La temperatura è salita a livelli critici quando è scoppiato il caso del «giallo». Il sospetto che si è fatto strada negli ultimi giorni è che la durata del tempo intermedio tra il verde e il rosso sia stata artificiosamente diminuita in modo da cogliere in fallo gli automobilisti umbri, forse troppo disciplinati per far scattare un numero soddisfacente di sanzioni. Quando l’assessore alla Mobilità, Antonello Chianella, ha smentito («nessuna manipolazione, basta controllare la scatola nera presente in ogni semaforo»), un avvocato perugino - racconta il Corriere dell’Umbria - si è munito di cronometro e telecamera e ha documentato l’anomalia: «Nei semafori con il Foto-red T-red, il giallo dura tre secondi e non quattro come è stato detto dal comune». Senza contare che in altri incroci sprovvisti di telecamere, il giallo dura fino a cinque secondi. Fondata o no, la tesi del giallo ha spinto i multati più arrabiati a darsi al teppismo. Giovedì notte, armati di bastoni, hanno sabotato le telecamere, puntandole verso il cielo.Sulle ragioni di un’applicazione tanto rigida e sistematica del Codice della strada l’oppozione ha pochi dubbi. Il Comune guidato dal sindaco Ds, Renato Locchi, questa in sintesi la tesi del centrodestra, sta cercando di ripianare il buco nei conti. Un altro modo di fare cassa, dopo l’aumento delle addizionali Irpef. È di questa idea il capogruppo di Forza Italia in Regione, Fiammetta Modena, che in qualità di avvocato, insieme alla sorella Laura, è andata oltre il ricorso per annullare multe e ha chiesto il risarcimento dei danni al comune per un suo cliente.Il sindaco Locchi ha lasciato ancora una volta rispondere l’assessore Chianella: «Nessun secondo fine, se non quello di salvaguardare vite umane». Se questo era l’obiettivo è stato mancato, ha protestato il consigliere di An, Daniele Porena, che ha notato un aumento dei tamponamenti in prossimità degli incroci a causa di automobilisti che inchiodano al primo accenno di giallo.Una situazione imbarazzante anche per il centrosinistra. Tanto che ieri i principali esponenti dell’Unione hanno preso le distanze. A partire dalla potentissima presidente della Regione, Rita Lorenzetti, che si è chiesta se «gli automobilisti che circolano per Perugia siano davvero quelli che risultano dal numero delle infrazioni».


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lunedì, 29 gennaio 2007

Il complotto del Kgb contro Pio XII
Dietro la campagna di accuse contro Pio XII, culminata con l’uscita del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth rappresentato per la prima volta a Berlino nel 1963, ci sarebbe stato direttamente il Kgb. Lo sostiene l’ex generale Ion Mihai Pacepa, l’esponente di più alto grado dei servizi segreti del regime comunista romeno passato a collaborare con gli americani nel 1978. Pacepa, classe 1928, rifugiato negli Stati Uniti durante la presidenza di Jimmy Carter, ha messo nero su bianco i suoi ricordi sulla cosiddetta «Posizione 12», un’operazione di disinformazione gestita dai servizi segreti della Romania per conto di Mosca e finalizzata a screditare la Santa sede. Il lungo articolo dell’ex spia è stato pubblicato dal National Review Online, una rivista telematica americana che si occupa di storia.Pacepa, che nel 1960 dirigeva sotto copertura i servizi segreti romeni nella Germania occidentale, racconta di essere stato incaricato dal generale sovietico Aleksandr Sakharovsky di prendere contatti con il Vaticano a nome del governo di Bucarest in vista di un possibile (ma falso) ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Romania e Santa sede, interrotte nel 1951 dopo che Mosca aveva accusato la nunziatura di essere un covo della Cia. A favorire i contatti di Pacepa con il Vaticano sarebbe stato il fatto che la spia romena sotto copertura diplomatica aveva trattato negli anni precedenti la liberazione del vescovo greco-cattolico di Timisoara, incarcerato dal regime e «scambiato» con due spie comuniste nella Germania occidentale.L’ex generale scrive di avere avuto un contatto a Ginevra con monsignor Agostino Casaroli (che conduceva per conto di Papa Giovanni contatti riservati con i governi dell’Est per ottenere qualche miglioramento delle condizioni di vita della Chiesa in quei paesi) e di essere riuscito a infiltrare tre giovani ufficiali del servizio segreto romeno presentati come sacerdoti incaricati di trovare negli archivi vaticani degli appigli storici che permettessero al regime di Bucarest di giustificare il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la Santa sede. Pacepa afferma di aver anche offerto un considerevole prestito a interessi zero alla Santa sede, che però non venne accettato. Grazie all’azione dei falsi preti, il servizio segreto sarebbe venuto in possesso di vari documenti provenienti dall’Archivio vaticano e dalla Biblioteca, anche se «non c’era carte che incriminavano Pio XII». Tutto il materiale sarebbe stato trasmesso al Kgb.«Nel 1963 - scrive Pacepa - il generale Ivan Agayants, capo dell’ufficio disinformazione del Kgb, volò a Bucarest per ringraziarci dell’aiuto. Ci disse che "Posizione 12" si era trasformata in un potente attacco a Pio XII intitolato Il Vicario. E disse anche che il dramma era accompagnato da una voluminosa appendice documentaria messa insieme dai suoi esperti con l’aiuto dei documenti che noi avevamo trasmesso». Come valutare questa memoria dell’ex spia romena? Sono documentati tentativi dei servizi comunisti di infiltrare seminaristi nei collegi ecclesiastici, ma ci sono notevoli dubbi sul fatto che alle spie in Vaticano sia stato concesso di vedere documenti importanti e se l’incontro con Casaroli è davvero avvenuto, sicuramente l’abile diplomatico della Santa sede, futuro cardinale Segretario di Stato, deve aver capito subito che non c’era da fidarsi. Un altro dubbio è dato dal fatto che il dramma Il Vicario ha sì della documentazione «storica» allegata, ma non ci si trovano documenti inediti di provenienza vaticana. Bisogna dunque fare molta attenzione perché le memorie di Pacepa non rappresentino a loro volta un tentativo di calunniare Casaroli e la sua Ostpolitik.Quello che è certo, però, è che queste rivelazioni si inseriscono in un quadro ben preciso. Lo stesso Casaroli, nelle sue memorie (Il martirio della pazienza), ricorderà: «Era diventata quasi una moda per i regimi comunisti dell’Europa cercare di discreditare vescovi e preti accusandoli di collaborazione con i tedeschi durante la guerra».Il Vicario, scritto da Rolf Hochhuth e prodotto da Erwin Piscator, un comunista convinto che si era rifugiato in Unione Sovietica dopo la salita al potere di Hitler, per le sue tesi estreme e per le forti polemiche da subito suscitate, ha esercitato un influsso enorme sulla formazione dell’immagine di Pio XII e della Santa sede nell’opinione pubblica e nello stesso dibattito storiografico, presentando il Papa come un collaboratore di Hitler. Ha dichiarato padre Pierre Blet, uno dei massimi conoscitori dei documenti vaticani riguardanti Pacelli: «Il dramma di Hochhuth non fa parte della storiografia, e pertanto è come se non esistesse. Se ha prodotto tanto chiasso è perché si tratta di un artificio (presumo imbastito dall’Est, ossia da Mosca) per guidare una campagna contro Pio XII e screditarlo». Già il 7 giugno 1945, Radio Mosca aveva dettato la linea alla stampa di tutto il mondo su Papa Pacelli sviluppando alcuni elementi della «leggenda nera» che diventeranno centrali nei decenni successivi. Nel 2004, Giovanni Maria Vian, sulla rivista Archivium Historiae Pontificiae ha ricordato come già il cardinale Montini, alla vigilia di essere eletto Papa, difendendo Pio XII nella rivista cattolica inglese The Tablet aveva notato la similitudine tra Il Vicario di Hochhuth e una «pubblicazione comunista» sul Vaticano e la seconda guerra mondiale, uscita in russo e poi tradotta in tedesco e in inglese nel 1955. «L’Urss aveva messo in atto - spiega Matteo Luigi Napolitano docente di storia delle relazioni internazionali all’università del Molise - le cosiddette “misure attive” contro l’Occidente, fatte anche di false accuse e falsi memoriali che hanno purtroppo ingannato anche alcuni storici. Il Vaticano rientra tra gli obiettivi. Non dimentichiamo che Mosca tenterà di screditare anche la figura di Giovanni Paolo II».L’Unione Sovietica non aveva perdonato a Papa Pacelli il grande e personale impegno profuso nel 1948 per impedire la vittoria del fronte social-comunista in Italia.
ANDREA TORNIELLI

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lunedì, 29 gennaio 2007

“Santità rispetti gli accordi, non condanni il comunismo”

Lo scandalo della mancata condanna del comunismo (e perfino della mancata sua menzione) al Concilio Vaticano II ha un giorno chiave: il 15 novembre 1965. Momenti concitati in Vaticano.
C’è il terrore che la stampa si accorga del colpo di mano con cui si sta imbavagliando il Concilio, sottraendo irregolarmente al voto dei Padri l’emendamento di condanna del comunismo.
Si succedono riunioni tese e colloqui riservati con papa Montini. Ricostruiamo dunque quelle ore convulse.

Quella mattina – è un lunedì – si riunisce d’urgenza la Commissione. Si decide di rispondere al ricorso di mons. Carli dicendo che era parso “sufficiente includere il comunismo, senza nominarlo, nell’espressione generica di condanna dell’ateismo”.
Questa incredibile risposta viene illustrata, subito dopo, nella Congregazione. Ma mons. Carli si dice insoddisfatto e conferma il suo ricorso.
Secondo il regolamento a questo punto si dovrebbe riunire il Consiglio di Presidenza per esaminare tale ricorso, ma questo – osserva monsignor Felici in una nota – “potrebbe avere riflesso sulla stampa, attesa soprattutto la delicatezza della materia”.
C’è anche un altro motivo per cui – in barba al Regolamento – si evita di riunire il Consiglio di Presidenza. Lo confessa il cardinale Tisserant, che è il Presidente, durante una riunione riservata col papa il 26 novembre: “il cardinale Tisserant” si legge nel verbale di quella riunione “dice di non aver convocato il Consiglio di Presidenza perché vi è il Cardinale Wyszinski molto fermo nella sua idea contro il comunismo!”.
Dunque, per tenere il primate polacco all’oscuro dell’operazione in corso si evita di rispettare il Regolamento e si rimette tutto nelle mani del Papa. Il quale nel pomeriggio di lunedì 15 risponde a monsignor Felici con un appunto in cui si chiede se il ricorso di Carli “si conserva o si ritira” e se “è stata illegale la condotta della Commissione mista”. Poi Montini manifesta il suo vero timore: che “la tesi dei ricorrenti” sia “portata a conoscenza dei Padri con le relative osservazioni”. Ciò, insinua, non sarebbe “prudente”. Infatti, se il ricorso sarà respinto “il Concilio sembra aver rifiutato la condanna del comunismo già condannato. Se approva: quale sorte dei cattolici nei Paesi comunisti?”.

Quest’ultimo timore è un evidente pretesto, infatti il rappresentante più autorevole dei cattolici dell’Est, il primate polacco Wyszinski, come si è visto, è stato tenuto del tutto all’oscuro.
Il vero timore di Montini è ben altro e lo annota subito dopo: “(tale condanna del comunismo, ndr) è coerente con gli impegni del Concilio di non entrare in temi ‘politici’, di non pronunciare anatemi, di non parlare di comunismo (1962)?”.

Il messaggio del Papa è chiaro: 1) bisogna evitare che scoppi un caso, sui giornali, se c’è stata un’illegalità, e 2) soprattutto bisogna che si eviti una discussione e una condanna del comunismo perché il Vaticano ha preso impegni con Mosca di tacere.

Il giorno dopo, 16 novembre, monsignor Felici invia al Papa una nota per rispondere alle sue domande. Innanzitutto lo informa che la petizione di condanna del comunismo “fu presentata entro i limiti di tempo fissati” (contrariamente a quanto era stato detto prima, per silenziare quella mozione).
“Poiché la richiesta dei più di 300 Padri era formulata in termini concreti, la Commissione aveva il dovere di riportarla nei suoi termini e dare motivazione del suo atteggiamento in proposito. Questo non può dirsi sia stato fatto nella forma dovuta”.
Felici informa inoltre il Papa di aver chiamato, in mattinata, mons. Carli per spiegargli il pensiero del Pontefice.
Carli “dopo aver deplorato la irregolarità procedurale si è detto disposto a ritirare il ricorso e di stare a quanto il Papa deciderà” aggiungendo però che “attese le esigenze di un orientamento dottrinale e pratico per il nostro clero e popolo cristiano, ed attese altresì le false interpretazioni che potrebbero sorgere da un silenzio assoluto da parte del Concilio, è opportuno che si dica qualcosa in merito al problema del comunismo in quanto tale”.

A questo punto dunque la decisione è tutta nelle mani di Paolo VI. Il 23 e 24 novembre sui giornali esce l’indiscrezione secondo cui è stata bloccata da mons. Glorieux, segretario della commissione che si occupa dell’ateismo, la lettera-petizione contro il comunismo firmata da centinaia di Padri.
Il cardinale Tisserant scrive dunque al papa perché non dia peso a qualche isolato articolo e tenga fede al “patto” con Mosca.
Tisserant è colui che nel 1962, per conto di Giovanni XXIII, firmò quell’accordo. Secondo la testimonianza successiva del suo segretario, mons. Roche: “egli ricevette degli ordini formali sia per firmare l’accordo che per sorvegliarne durante il Concilio l’esatta esecuzione”.
Tisserant – che non a caso presiede il Concilio – scrive dunque a Paolo VI e gli ricorda che Giovanni XXIII “annunziò” che il Vaticano II non doveva “comportare condanne, ciò che Vostra Santità confermò… Gli anatemi non hanno mai covertito nessuno… Come io dissi già a Vostra Santità, una condanna conciliare del comunismo sarebbe considerata dai più come una mossa di carattere politico, ciò che porterebbe un danno immenso all’autorità del Concilio e della stessa Chiesa”.

Queste righe di chi presiedeva il Concilio segnano una rottura assoluta con duemila anni di storia della Chiesa.
Sempre infatti la Chiesa ha ritenuto suo dovere condannare il Male e l’errore.
Il comunismo è un “flagello satanico” fra i peggiori mai verificatisi, secondo i pontefici precedenti. Mentre adesso, di colpo, si pretende di non condannarlo più. Oltretutto non è vero che il Concilio non ha lanciato anatemi. Per esempio contro la “guerra totale” ha emesso “con fermezza e senza esitazione” una “condanna” assoluta (Gaudium et spes, 80).
Perché per il comunismo no?
Dal punto di vista della teologia cattolica il comunismo è di gran lunga peggiore della guerra, non solo perché implica in sé guerra, genocidi e persecuzioni, ma soprattutto perché è un’esplicita guerra contro Dio che provoca la perdizione di moltitudini (secondo S. Agostino e S. Tommaso una sola anima ha un valore più grande dell’intero cosmo). Dunque la tesi di Tisserant appare un totale tradimento della tradizione cattolica.
Purtroppo risulterà però vincente nella riunione riservatissima che si terrà – su questo problema – il 26 novembre, alle ore 9, nello studio del Papa. Presiede Paolo VI. Presenti i cardinali Tisserant e Cicognani, mons. Garrone e mons. Felici. Quest’ultimo espone il problema. Innanzitutto denuncia “l’irregolarità” commessa. Ma la si chiude “assolvendo” mons. Gloriueux come se avesse fatto solo un innocente “errore materiale” da riconoscere in sede di Relazione.
“Quanto alla questione di merito”, annota Felici “dopo breve discussione, si è d'accordo di non rinnovare espressamente la condanna del comunismo, ma nella Relazione dire che gli errori del comunismo sono già condannati nel testo, come del resto sono condannati nel magistero della Chiesa; e se si evita di entrare esplicitamente ora nella questione è per evitare interpretazioni politiche; nel testo (in nota) poi richiamare le Encicliche, ove il comunismo stesso è apertamente denunziato e condannato”.
Con questo escamotage Paolo VI evita che il Concilio emetta una condanna esplicita del comunismo.
Il 4 dicembre Tisserant scrive a Glorieux per confortarlo e rassicurarlo: “la vostra responsabilità non vi sarà fatta gravare troppo dagli storici del Concilio”.
Evidentemente il cardinale Tisserant non pensava che si deve rispondere dei nostri atti a Dio, ma “agli storici del Concilio”, cioè ai mass media.
In effetti sapeva il fatto suo. Proprio in quei mesi erano iniziate sui media gli attacchi contro il defunto Pio XII accusato di non aver condannato il nazismo (cosa non vera: l’aveva condannato).
Ma allo stesso tempo si lodava il Concilio che non aveva emanato condanne del comunismo il quale stava consumando nuovi genocidi (in Cina: l’orrenda rivoluzione culturale, poi in Cambogia), nuove guerre (Cina-Russia, Indocina, Afghanistan) e nuove repressioni all’Est (oltre a infiammare con il ’68 l’Occidente: l’Italia conobbe un ventennio di terrorismo rosso).

Il 4 dicembre 1965 Paolo VI presiede una cerimonia ecumenica nella Basilica di San Paolo fuori le mura dove ringrazia gli osservatori non cattolici venuti al Concilio.
La delegazione russa può ripartire soddisfatta alla volta di Mosca. Nel discorso di chiusura del Concilio, il 7 dicembre, Paolo VI proclama testualmente: “La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio”.
Fino ad allora questa “anti-religione” era sempre stata considerata dalla Chiesa il connotato del Maligno (il serpente tentatore nella Genesi disse ad Adamo di mangiare la mela per “diventare come Dio”).
Ma al Concilio – dice compiaciuto Paolo VI – con quella anti-religione non c’è stato “né scontro, né lotta, né anatema”, ma “incontro”.
ANTONIO SOCCI
postato da GLOVAGLIO alle ore gennaio 29, 2007 22:10 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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