Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
sabato, 30 giugno 2007

L’antica messa in latino non è una controriforma

Benedetto XVI ha presentato il Motu proprio con cui liberalizza la celebrazione della Messa con il rito detto di san Pio V, in lingua latina e secondo la versione del 1962 dell’antico Messale. Il documento era atteso da mesi e non è un mistero per nessuno che fosse avversato da alcune conferenze episcopali - anzitutto quella francese - che vi vedevano il rischio di «dare ragione» ai seguaci dello scisma di monsignor Marcel Lefebvre. In realtà, contrariamente a quanto si legge in questi giorni, non è affatto probabile che in seguito al Motu proprio i seguaci del defunto monsignor Lefebvre tornino all’ovile. I problemi che li dividono da Roma non riguardano solo la liturgia. Essi rifiutano anche l’ecumenismo e gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, temi che a Benedetto XVI sono carissimi e su cui il Papa non intende transigere.

Ma, se non si tratta di una strategia per recuperare l’insidioso scisma lefebvriano, perché Benedetto XVI liberalizza la Messa di san Pio V? Il problema riguarda un tema cruciale del pontificato di Joseph Ratzinger: l’interpretazione del Concilio Vaticano II. Come illustrato già nei suoi primi auguri di Natale alla Curia romana, del 22 dicembre 2005, il Papa ritiene che uno dei maggiori problemi della Chiesa sia l’esatta comprensione del ruolo del Concilio. Benedetto XVI distingue fra i documenti del Vaticano II - che ritiene fondamentali per definire il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, specie in tema di rapporti con le altre religioni e con gli Stati - e la loro interpretazione «postconciliare». Con chi, come i «lefebvriani», rifiuta i documenti del Concilio i margini di dialogo rimangono molto stretti. Ma del tutto diverso è il discorso che riguarda il cosiddetto «postconcilio». Qui, secondo il Papa, si sono scontrate due linee di interpretazione del Vaticano II: «due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra ha portato frutti». Quella che ha creato confusione, secondo Benedetto XVI, è l’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» secondo cui il Concilio è stato una rivoluzione nella storia della Chiesa che ha fatto diventare fuori moda, reazionario e inutile tutto quanto esisteva prima. Al contrario, per portare frutti il Vaticano II deve essere interpretato non come una rottura, ma in continuità con tutto il magistero precedente. La descrizione dei tempi del postconcilio da parte di Benedetto XVI è a tinte fosche. Il Papa paragona il caos di quegli anni a una battaglia navale di notte su un mare in tempesta.


Ora, la bandiera di chi interpreta il Concilio secondo il paradigma della «rottura» è la riforma della liturgia (fatta non dal Concilio, ma dopo il Vaticano II) e soprattutto le restrizioni che vietano o rendono molto difficile celebrare la Messa di san Pio V. Infatti, se il Concilio rompe con tutta la tradizione precedente, chi resta attaccato al simbolo di quella tradizione - la Messa antica in latino - è fuori della Chiesa e deve essere isolato e perseguito. Ma se invece il Vaticano II va interpretato in continuità con il passato, allora anche la Messa antica può coesistere con la nuova. Il Motu proprio di Benedetto XVI toglie allora ai sostenitori dell’«ermeneutica della discontinuità» la loro bandiera, e avvia una stagione dove - senza indulgenze per chi rifiuta i documenti del Vaticano II - la loro interpretazione in continuità con la tradizione diventa normativa.

MASSIMO INTROVIGNE
postato da GLOVAGLIO alle ore giugno 30, 2007 18:04 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 30 giugno 2007

La sfiga radicale

I radicali coniano lo slogan Blair, Zapatero, Fortuna? e Blair si fa cattolico per fargli un dispetto. Capezzone è stato licenziato da Radio Radicale...   


postato da fabiotar alle ore giugno 30, 2007 09:58 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 29 giugno 2007

Non è mai troppo tardi

Mediaset abolisce il wrestling
Clamorosa decisione di Italia 1: «Contaminato dalla cronaca. C'è il rischio di confondere la realtà con la fantasia»
Il wrestler Chris Benoit (Ansa)
Il wrestler Chris Benoit (Ansa)
- Coraggiosa iniziativa editoriale della direzione di Italia 1 «nel rispetto dei più piccoli»: non trasmetterà più combattimenti di wrestling. Una iniziativa innescata dalla tragedia che nei giorni scorsi ha visto come protagonista e vittima al tempo stesso il campione Chris Benoit, componente della WWE, la World Wrestling Entertainment. Benoit ha ucciso dapprima la moglie, quindi il figlioletto e poi si è impiccato, il tutto nella propria lussuosa abitazione in Georgia.

STOP AL WRESTLING - Il direttore di Italia 1, Luca Tiraboschi, ha fatto sapere che si tratta di una rinuncia al programma di successo «Wrestling Smack Down!», in onda ogni domenica alle 10.45, fatta «nel rispetto del pubblico dei più piccoli che non può correre il rischio di confondere la realtà con la fantasia». Tiraboschi sottolinea in una dichiarazione che «finché si trattava di botte tra personaggi al confine tra i supereroi dei fumetti e i protagonisti dei cartoni animati, tutto funzionava nei giusti canoni dello spettacolo e del divertimento. Quando poi la cronaca nera più efferata contamina la nostra proposta, allora Italia Uno non ci sta più».                                                               
postato da fabiotar alle ore giugno 29, 2007 22:58 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 29 giugno 2007

Ci vuole coraggio!

Almunia stronca Dpef e pensioni

Bruxelles - Il commissario Ue agli Affari economici e monetari Joaquin Almunia, commentando il varo del Dpef da parte del governo italiano, "esprime profonda preoccupazione per il limitato consolidamento dei conti pianificato per il 2008 e gli anni seguenti, che non è in linea con gli orientamenti stabiliti dall’eurogruppo. Questo limitato consolidamento - afferma Almunia - rallenterà la riduzione del livello del debito pubblico, ancora significativamente sopra il 100% del Pil. Gli interessi pagati su questo debito si attestano sopra i 68 miliardi nel 2006, assorbendo circa il 5% del Pil italiano, un ammontare due volte più grande degli investimenti pubblici che impedisce di utilizzare le risorse in maniera più produttiva. Senza contare - aggiunge il commissario Ue - che una riduzione del debito più lenta è molto negativa per le future generazioni, che dovranno affrontare le conseguenze legate all’aumento dell’età della popolazione".

Riforma delle pensioni Almunia continua dicendo che la Ue "prende atto della persistente incertezza che riguarda la riforma del sistema pensionistico italiano". Il commissario sottolinea "il principio per cui ogni cambiamento dell’attuale legislazione per le pensioni dovrà essere, dal punto di vista del bilancio, neutrale nel medio e lungo termine e non dovrà peggiorare la sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche italiane". In una nota si spiega che il commissario Almunia riceverà il testo del Dpef dalle autorità italiane "solo la prossima settimana".

Il Giornale 29 06 2007


TRADUZIONE:
mentre utilizziamo tra l'1 e il 2% del PIL per sovvenzionare gli interventi pubblici, ne spendiamo il 5% per pagare i debiti contratti, però non facciamo nulla né per ridurre questo 5%, né per ridurre il debito pubblico attraverso politiche rivolte allo sviluppo e alla creazione di ricchezza. Si preferisce tutelare la ricchezza delle rendite (comprese le pensioni) col fare cinico e miscredente consolidato di oggi, sacrificando il futuro dei giovani, soprattutto delle classi intermedie, non rappresentati, che dovrebbero affidarsi alle concessioni dei già tutelati, come a dire, se rimangono le briciole...

 E' necessaria quanto mai la testimonianza di giovani generazioni in politica che possono far leva sulla loro condizione altrimenti lasceremo sempre che siano altri a curarsi  dei nostri interessi e non è detto che lo sapranno far bene, non è detto che saranno così imparziali nel farlo.
Ci vuole fiducia in sé stessi per essere adulti tra gli adulti. Finché si lascerà fare agli altri si sarà sempre trattati come secondi, può essere comodo per il trentenne che non vuol responsabilità e rimane a casa con i genitori, poi, però non dovrebbe lamentarsi se non è preso in considerazione, però poi non dovrebbe lamentarsi se va a manifestare per l'orgoglio gay senza curarsi di cosa fare per far avanzare l'economia, poi però non dovrebbe lamentarsi se manifesta per l’energia pulita e poi è costretto a comprarla a quattro volte il prezzo dalla Francia per mandare aventi la baracca e il datore di lavoro non lo paga abbastanza, tutto è collegato. Poi però non dovrebbe lamentarsi, quando scende in piazza per l’Europa ma protesta per la TAV. Però poi non dovrebbe lamentarsi se gli sono offerti solo posti in call center perché non ha avuto il coraggio di organizzarsi autonomamente aspettando il posto garantito dall'alto e magari si accorge che certi (pochi) posti sono già prenotati da (pochi) privilegiati che hanno a disposizione le leve giuste e poco importa se non sono qualitativamente all’altezza, in qualche modo il ragazzo si farà e intanto gli altri si arrangino.

Si diventa grandi solo diventando grandi, si diventa grandi solo mostrando il coraggio delle scelte nei successi e nei fallimenti. Abbiamo talmente puntato sulla società dei vincenti che oggi non si prova neanche più a partecipare nel terrore di non essere considerati tali. Ad oggi, prima ancora che dei vincenti abbiamo bisogno del coraggio di chi si mette in gioco.


Ernesto Rossi

postato da Ernestor alle ore giugno 29, 2007 15:43 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 29 giugno 2007

Libertà di scuola = Scuola di libertà

Il buono scuola è sicuramente la migliore terapia per i gravi mali della scuola italiana, intossicata dallo statalismo, e quindi di burocratismo e di inefficienza. Qualsiasi riforma scolastica, anche la più accorta, è destinata a sprofondare nel pantano di una bassa qualità e degli sprechi, qualora non venga immersa in un sistema di competizione, in grado di migliorare simultaneamente le scuole statali e quelle non statali. La verità è che sono gli statalisti a danneggiare ogni giorno di più il sistema scolastico italiano. E a tutti i cosiddetti "solidaristi" contrari al buono scuola va ripetuto che il buono scuola rappresenta una carta di liberazione per i poveri.

Di tutto ciò era ben consapevole don Luigi Sturzo. Nel luglio del 1947 Sturzo pubblica un articolo su La Libertà della scuola, dove con acume e preveggenza impressionanti, egli punta il dito su di una piaga che da quei giorni non si è più rimarginata. Leggiamo: "L'eredità fascista nel campo della scuola è stata disastrosa come in campo militare e politico. Il monopolio statale fu completo, la scuola privata credette giovarsi delle concessioni e dei favori che pagò con la perdita di ogni libertà didattica e funzionale". Dunque: per salvare la scuola è necessario, urgente, cambiare rotta: sennonché - egli annota - "il disorientamento persiste, e le linee sostanziali tracciate dagli articoli 27 e 29 della Costituzione (che poi diventarono gli articoli 33 e 34 del testo costituzionale), invece di fissare una chiara direttiva accettabile, con il loro pesante impaccio legislativo ne aggravarono la crisi".

Ed ecco come Friedrich A. von Hayek – forse il più grande teorico del liberalismo del nostro secolo e Premio Nobel per l’economia (1974) – precisa la sua idea di buono scuola: "Si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese di istruzione di ciascun ragazzo buoni da consegnare alla scuola da loro scelta". Hayek afferma ancora: "nei confronti della stragrande maggioranza della popolazione, sarebbe senza dubbio possibile lasciare l'intera organizzazione e amministrazione dell'istruzione agli sforzi privati, mentre da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente provvedere al finanziamento di base e a garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui' potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro dei grandi vantaggi di questo piano sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all'alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un'istruzione un po' più cara".

Altri articoli sull'argomento

CHISSA' VELTRONI COSA NE PENSA

postato da fabiotar alle ore giugno 29, 2007 09:48 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: scuola


giovedì, 28 giugno 2007

La non politica che ferma l'Italia

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L’agenzia Aris ha studiato, con i soldi dati dal governo, quanto il governo sia inefficiente nel condurre a termine i lavori avviati. Dei cantieri che ogni hanno si aprono in Italia, per opere di vario genere, il 90% va incontro a contestazioni popolari o di enti locali. Lo scorso anno il 56% di questi cantieri si è fermato, in attesa che qualcuno si decida a dire che cosa si deve fare. La notizia è pubblicata (meritoriamente) dal Corriere della Sera, ma l’accento, ancora una volta, è messo sulla tendenza di ciascuno a non volere lavori imponenti vicino casa, per non parlare degli impianti destinati allo smaltimento dei rifiuti o alla produzione d’energia, che sono divenuti la contemporanea peste italiana. Come se tutti non producessimo rifiuti e consumassimo energia elettrica.
Ma il punto politicamente rilevante non è nell’atteggiamento di quelle comunità locali, bensì nella debolezza politica ed istituzionale che presiede all’intero processo per la realizzazione di queste opere. C’è un aspetto politico: quando si prende una decisione la si difende, ci si reca in loco e si spiega il come ed il perché. Se la politica non sa convincere e creare consenso, e se non sa affrontare il dissenso, allora è negazione di se stessa. Per inciso: Veltroni ha fatto bene a dire, in quel di Torino, che la Tav deve farsi, ma se avesse avuto cura d’informarsi (o se avesse avuto il coraggio di parlar chiaramente) si sarebbe accorto che la Tav la vogliono tutti e quasi nessuno la nega, solo che non la vogliono chi in quel posto e chi in quell’altro, il vero tema, quindi, non è stabilire che la Tav deve farsi, ma che deve farsi secondo il tracciato stabilito. E su questo il candidato leader s’è guardato bene dal dire alcunché.

Poi c’è un aspetto istituzionale: l’iter per l’approvazione delle opere, comprese localizzazioni e modalità, è regolare o no? Se non lo è i responsabili devono essere denunciati e chiamati a rispondere di danno erariale, se invece lo è allora l’opera va difesa, se necessario con la forza pubblica. Se, al contrario, si da l’impressione che la legge sia un optional non si farà che soffiare sul fuoco delle proteste locali. E tali proteste non è affatto detto che siano tutte frutto di piccoli egoismi, perché talora sono fomentate da grandi interessi.
Nel complesso i dati della Aris dimostrano che in Italia manca la certezza del diritto. Il che si accompagna alla vigliaccheria politica ed all’insorgere di un federalismo demenziale e masochista dal quale è stato escluso, con la modifica del titolo quinto della Costituzione, il concetto stesso d’interesse nazionale.

Ergo, è pur vero che esistono ecologisti da barzelletta pronti a tutto pur di farsi pubblicità, ma il guasto è assai più profondo e non ha a che vedere con l’esibizionismo, bensì con il crollo della credibilità istituzionale e politica.

 Davide Giacalone

postato da fabiotar alle ore giugno 28, 2007 16:28 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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mercoledì, 27 giugno 2007

NOvitA'

Avete notato qualcosa di nuovo? Che ne dite?

postato da fabiotar alle ore giugno 27, 2007 23:58 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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