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venerdì, 31 agosto 2007
Luigi Geninazzi
Sembra proprio che nella battaglia per la difesa dei diritti in Europa i radicali abbiano trovato la loro testa di turco. Di nome e di fatto. Stiamo parlando del deputato della "Rosa nel Pugno", Maurizio Turco, talmente inchiodato al palo delle sue fissazioni anti-clericali da diventare fin troppo facile bersaglio. In un lungo articolo sul Riformista di ieri lanciava l’allarme: «Su diritti e laicità la Ue ha due pesi e due misure». Dev’essere successo qualcosa di grave, abbiamo pensato. Qualcosa che è colpevolmente sfuggito all’attenzione di tutti gli osservatori (eccetto beninteso il Riformista). Vuoi vedere che l’Unione Europea ha riconosciuto un regime talebano? Peggio ancora, vuoi vedere che tra i 27 Paesi membri della Ue si nasconde una teocrazia più pericolosa di quella degli ayatollah? Tenetevi forte: quel Paese esiste e si chiama Italia. Parola di Maurizio Turco che dai microfoni di Radio Radicale spiega a tutti noi, poveri cattolici, che all’ombra del Vaticano «la fede è sempre meno riconducibile al concetto di religiosità», mentre s’avvicina a quello di «simonia». Forse si crede la reincarnazione di Lutero, ma non riuscendo ad essere all’altezza di chi affiggeva le Tesi al portone di Wittenberg s’accontenta d’affliggere la Commissione europea con fanta-politiche interpellanze. Ce l’ha con il Vaticano ma anche con il Ppe, accusati di doppiezza nei confronti della Turchia, ufficialmente favorevoli al suo ingresso nell’Unione Europea ma in realtà ostili. Siamo comprensivi: in questa difesa della Sublime Porta l’esponente radicale mostra una certa coerenza, se non altro col proprio nome. Ma a suo avviso «la valutazione da parte della Ue sul rispetto della democrazia e dei diritti umani in un paese aderente, per essere credibile, dovrebbe misurarsi innanzitutto con la capacità di valutare quella dei paesi membri». La prosa è claudicante, il ragionamento ancor di più. L’Unione europea ha paura di mettere il naso negli affari di un Paese membro? Ma quando mai, lo fa ad ogni occasione. E spesso a ragione. Ma Turco vorrebbe che intervenisse per difendere la laicità delle istituzioni in Italia. Magari imponendo la modifica, anzi l’abrogazione, dell’articolo 7 della Costituzione che «per quanto non attribuisca alla religione cattolica il rango di religione di Stato le garantisce un piano diverso e superiore rispetto alle altre confessioni». Il deputato con la rosa nel pugno sembra ignorare che dopo l’articolo 7 viene l’8 in cui si garantisce libertà e bilateralità nei rapporti con lo Stato a tutte le confessioni religiose. L’unica differenza che riguarda la Chiesa Cattolica è lo strumento giuridico bilaterale: non una semplice intesa ma un Concordato, cioè un Trattato internazionale (che ha prodotto «pace sociale e collaborazione», come ha sostenuto monsignor Betori facendo infuriare il Turco giacobino). Ora tutto può accadere ma non che la Ue intervenga su questa materia. E stupisce che un ex euro-deputato non lo sappia. Vada a leggersi l’articolo 51 del Trattato costituzionale dove si dice che «la Ue rispetta e non pregiudica lo status previsto dalle legislazioni nazionali per le Chiese e le comunità religiose negli Stati membri». Ma c’è qualche testa di Turco che sogna per il nostro Paese una sovranità limitata.
Il patto tra sinistra e mondo cattolico che a Telese, alla Festa del Campanile, è stato proposto da Fausto Bertinotti, tra gli applausi dei giovani dell'Udeur, ha una sua sottigliezza: non si tratta, ha detto il presidente della Camera, di comporre il governo del Paese, ma di «ricomporre la società italiana», per opporsi alla crescente delegittimazione della politica e all'avanzamento dei «poteri forti». Questo fine può essere conseguito - nell'opinione di Bertinotti - riattivando significative convergenze tra «parrocchie, leghe e organizzazioni sindacali» che già in anni passati hanno costruito il tessuto sociale dell'Italia. E per meglio esplicitare il suo pensiero Bertinotti ha ricordato l'idea di Padre Chenu sulla solidarietà, come fusione tra la nozione socialista di eguaglianza e quella cristiana di carità.
Parole suggestive, che meritano apprezzamento e riflessione almeno a due diversi livelli. A un primo livello non si può non registrare con soddisfazione l'esplicito riconoscimento all'intenso e prezioso ruolo sociale della Chiesa, per contrastare la degenerazione della democrazia. Dobbiamo augurarci che queste parole vengano meditate da coloro che, nella più beata ignoranza dell'impegno sociale dei cattolici, continuano a riattivare polemiche pretestuose sui "privilegi" fiscali di cui godrebbe la Chiesa in Italia. A questo stesso livello, si può forse discutere sulla correttezza teologica della citazione di Chenu, se cioè sia davvero fondato vedere nella solidarietà una sintesi tra eguaglianza e carità, ma non c'è dubbio che questa citazione coglie nel segno, nei limiti in cui la carità presuppone quella dimensione dell'eguaglianza che chiamiamo fraternità e nei limiti in cui, a sua volta, senza la carità, l'eguaglianza non può che degradarsi in un formalismo freddo e spesso impietoso.
Ma il discorso di Bertinotti può e deve essere analizzato anche ad un secondo livello, che non poteva divenire oggetto di disamine in un contesto come quello della festa dell'Udeur, ma che, in ambiti più propri, dovrebbe impegnare seriamente la riflessione di tutti coloro cui sta a cuore un impegno per «ricomporre la società italiana». Bertinotti auspica un patto tra sinistra e mondo cattolico, anche per contrastare l'avanzamento di «poteri forti» che operano al di fuori della «rappresentanza».
Sarebbe ingenuo chiedere al presidente della Camera di "nominare" esplicitamente questi poteri; del resto, se essi fossero facilmente "nominabili" per ciò stesso darebbero la prova di non esser "forti". Possiamo comunque facilmente immaginare che questi poteri abbiano diversi caratteri: alcuni sono di certo connotati da una identità economica, altri ideologica, altri ancora etnico-religiosa: tutti, comunque, appaiono negativi e meritevoli di essere combattuti, perché operano esclusivamente per potenziare interessi settoriali e contraddicono, per ciò solo, il comune bene umano.
Se la sinistra offre al mondo cattolico un patto perché, attraverso la lotta contro questi poteri, il bene umano venga difeso e promosso, come rifiutarlo? Ad una condizione però: che la sinistra riconosca, con uno sforzo di onestà intellettuale di non poco peso, di essersi in passato colpevolmente fatta essa stessa strumento di poteri forti e di continuare a volte ad esserlo anche oggi. Per fare l'esempio di un passato nemmeno tanto remoto, basterà ricordare i vaneggiamenti ideologici che dopo il Sessantotto contagiarono tutta la sinistra - fino alle esaltazioni infantili ed isteriche del maoismo, la cui memoria è oggi accuratamente e indebitamente rimossa.
Ma veniamo all'oggi: nessun patto tra sinistra e mondo cattolico può essere credibile, se prima la sinistra non mette definitivamente in chiaro la sua posizione sulla famiglia, sulla difesa della vita umana, sull'eugenetica, sulla libertà religiosa, sull'etica pubblica e sulla violenza politica, cioè su quelle poche - ma decisive - questioni che non a caso sono state qualificate come «non negoziabili». Molti, i più malevoli, sospettano che dietro le incertezze della sinistra, in specie in merito a questioni di bioetica, ci sia lo zampino di innominabili "poteri forti". Sarebbe estremamente interessante se il presidente Bertinotti, proseguendo le riflessioni svolte a Telese, liberasse una volta per tutte la sinistra, o almeno quella sinistra che in lui si riconosce, da tante perduranti ambiguità. Sarebbe un immenso passo avanti verso quella definitiva de-ideologicizzazione della politica, che sola può garantire la credibilità di qualsiasi patto tra sinistra e mondo cattolico. [Francesco D'Agostino - Avvenire]
di Massimo Introvigne

Il balletto dei politici di centro-sinistra intorno all'intervento del cardinale Bertone a Rimini - che ha definito un dovere «pagare le tasse», ma a condizione che corrispondano a «leggi giuste» - per cercare di dimostrare che in realtà il segretario di Stato vaticano voleva dare ragione a loro ha davvero raggiunto il colmo dell'ipocrisia con la dichiarazione vacanziera di Prodi, il quale si è detto «d'accordo su tutto» con il porporato. Su quali leggi fiscali siano «giuste» il patrimonio di documenti pontifici noto come dottrina sociale della Chiesa non è avaro d'indicazioni, anzi è molto preciso. Fa riferimento a tre principi: solidarietà, moralità e sussidiarietà.
Il principio di solidarietà è quello secondo cui tutti devono contribuire al bene comune, specie a vantaggio dei più deboli e dei più poveri, e non è lecito tirarsi indietro per ragioni egoistiche. Qui si situa la tradizionale critica cattolica dell'evasione fiscale, dove tra l'altro la parola «evasione» assume anche un significato analogo a quello che ha in espressioni come «letteratura di evasione» e simili. La Chiesa condanna una mentalità in cui non solo e non tanto si evadono le tasse, ma - nei casi di leggi ingiuste e di governi iniqui - si finge di poter evadere dalle tasse, rifugiandosi in una immaginaria dimensione «apolitica» dove l'evasione fiscale, come mentalità e come costume, è alternativa rispetto a una più consapevole ed efficace «protesta fiscale». Più che «evadere» individualmente, di fronte a forme di persecuzione fiscale il cittadino consapevole dovrebbe protestare collettivamente e operare per far cessare la persecuzione cambiando il governo.
La critica dell'evasione - nei due sensi del termine - si accompagna però alla condanna delle «leggi ingiuste». Qui entrano in gioco gli altri due principi. Per il principio di moralità il governo che chiede tasse elevate deve dimostrare di spendere il denaro pubblico secondo altrettanto elevati principi morali e criteri di oculatezza. Diversamente, il suo diritto alla solidarietà dei cittadini viene meno e, come insegnava Giovanni Paolo II, «il crollo della moralità porta con sé il crollo della società».
Per il principio di sussidiarietà, cui i governi sono - sempre secondo Papa Wojtyla - «gravemente obbligati ad attenersi», lo Stato non deve assorbire attività e risorse che non gli competono e che una corretta valutazione del bene comune indurrebbe a lasciare ai privati. Se lo Stato non rispetta questo principio, nasce lo statalismo che - secondo la classica e ancora valida formula di Pio XII - è «l'estensione smisurata dell'attività dello Stato, dettata da ideologie false e malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio di preoccupazioni di un ordine diverso».
Il governo Prodi rispetta il principio di moralità spendendo con giustizia e senza sprechi? Rispetta il principio di sussidiarietà ripudiando le politiche stataliste e illiberali tipiche dell'estrema sinistra? Prodi sa che la risposta è «no», e che questo «no» fa sì che le sue leggi fiscali non siano, dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, le «leggi giuste» evocate dal cardinale Bertone.
giovedì, 30 agosto 2007
Pera: «Doppio schiaffo all’Italia dall’Europa governata dai laicisti»
Intervista di Mario Sechi
Il giornale
Senatore Marcello Pera, l’Ue chiede lumi sui rapporti fiscali tra l’Italia e la Chiesa cattolica. Atto dovuto o ingerenza?
«Doppio schiaffo. Uno tipicamente laicista. L’Unione Europea della signorina Kroes vede la Chiesa cattolica tanto bene quanto il Parlamento europeo e i socialisti del signor Schulz vedeva il cristianesimo di Buttiglione. Se possono, mordono: così la Chiesa impara a mettersi contro le magnifiche sorti e progressive del laicismo, ogni volta che si parla di radici cristiane, aborto, eugenetica, eutanasia, pedofilia, matrimoni omosessuali, e tutte le altre consimili “conquiste civili”. In Europa ragionano così: o la chiesa la pianta e allora qualche beneficio le si può accordare, oppure continua a predicarci contro e allora niente aiuti».
E l’altro schiaffo?
«Quello è tipicamente antitaliano. Siccome a Bruxelles hanno capito che noi siamo sempre col cappello in mano, anche stavolta applicano un doppio standard con l’Italia nelle vesti della nazione meno favorita. Dopo l’ultimo Consiglio europeo, non solo sono stati ammainati i simboli della retorica europeista, la bandiera, l’inno, il motto, è stato messo nel cassetto anche uno dei pilastri dell’unificazione economica, il principio della concorrenza. Questo significa che i Paesi forti come la Francia sono liberi di sussidiare chi vogliono, quelli invece che contano poco come l’Italia, e che dall’Europa si fa sempre bacchettare, spesso con cupidigia, non hanno la stessa libertà. Là una laica fabbrica la puoi aiutare, basta dire che è “strategica”, qui uno ospedale cattolico no».
Ma la chiesa non è una fabbrica italiana.
«E infatti la Chiesa è libera di farsi sussidiare in tutti i Paesi dell’Unione senza che nessuno alzi un dito, ma non in Italia. È vero che in Italia c’è il concordato ed è anche vero che la defunta Costituzione europea riconosceva i concordati delle chiese, ma il Concordato italiano si può discutere, mica è francese o tedesco. Il regime finanziario della Chiesa in Germania la signorina Kroes non si sognerebbe neppure di toccarlo, così come non tocca il protezionismo francese».
Il Concordato è da cambiare? La Chiesa ha mostrato aperture in questo senso.
«Certo che si può e non ho dubbi che la Chiesa lo farebbe, come ha già fatto. E io sono convinto anche che meno sussidi statali e più contribuzioni personali sarebbero una cosa utile per entrambi i soggetti: per la chiesa, che imparerebbe che la fede e la libertà si testimoniano, anche col portafoglio dei fedeli, e per lo Stato, che imparerebbe che avere più scuole e ospedali e ostelli cattolici è un servizio pubblico. Ma una revisione del concordato ora, in questo clima, non mi sembra una buona idea. Ce lo vede un patto Bertone-Bonino, o Ferrero o Damiano? Vedrà quando sarà pubblicato il nuovo best-seller “La casta dei cardinali”, o “La cupola dei vescovi”. Un altro emendamento alla finanziaria in senso antiecclesiastico, e questa volta senza avverbi ambigui, è già pronto».
Chi paga le attività che la Chiesa svolge al posto dello Stato?
«Gli stessi che pagano le funzioni sussidiarie che lo Stato non svolge: i cittadini. Chi paga la sanità due volte? Loro. Chi paga le rette scolastiche due volte? Sempre loro. In Italia, i cittadini sono obbligati a pagare tutto, sono impediti solo dal versare le rette per servizi resi dalla Chiesa».
Pensa che vi sia un pregiudizio contro la Chiesa Cattolica ?
«L’ho già detto, c’è, eccome. La cosa nuova è che ora la Chiesa cattolica lo denuncia ad alta voce, senza lasciarsi intimorire. E forse è più disposta a pagare il prezzo della sua libertà».
Il presidente del Consiglio è cattolico e pure adulto. Non ha proferito parola. Fa bene a stare in silenzio?
«Non c’è bisogno che parli. Il pensiero cattolico del presidente del Consiglio è ben noto. Di recente ha invitato la chiesa a denunciare gli evasori fiscali come peccatori: che altro deve aggiungere? Che la Chiesa faccia autodafé? Che Bertone si confessi da Padoa-Schioppa?».
Il centrodestra difende la Chiesa. Non sarà un semplice riflesso condizionato, privo di una proposta?
«La mia opinione è che il centrodestra dovrebbe porsi con intelligenza a difesa dei valori cristiani, per il bene dell’intera società, e non baloccarsi col laicismo della sinistra. La Chiesa come istituzione temporale ha i suoi eccellenti avvocati e fiscalisti».
Questa vicenda alimenta dei dubbi sul ruolo dei cattolici in politica. Serve un nuovo partito che sia il riferimento dei cattolici?
«Signore onnipotente e misericordioso, salvaci! Al partitello cattolico ci stanno pensando già in tanti, da Casini a Pezzotta a Mastella. Sono gli antiberlusconiani antropologici, quelli che “se non ci fosse Berlusconi”, “sì, però c’è Berlusconi”, “mai con quel ricco di Berlusconi”, e così via. Purtroppo Berlusconi sembra fatto apposta per fargli venire le voglie a questi terzisti cattolici. La mia vera paura è che a questo partitello cattolico, il quale faccia da ago fra qua e là e succhi da tutte e due la parti in un bel sistema deutsch-proporzionale, ci sia anche qualche prelato che ci pensi davvero. Signore, abbiamo già avuto tante disgrazie, non mandarci anche questa!».
Meglio una Chiesa ricca o una Chiesa francescanamente povera?
«Che domanda, io sono un credente nel cristianesimo non un clericale! Meglio una Chiesa coraggiosa che predica e testimonia che una Chiesa timorosa debitrice dello Stato. Ha visto come cresce l’obolo di San Pietro? Aumenta proporzionalmente alla frequenza delle udienze papali. Tantissima gente capisce che c’è una causa da difendere, fa la fila e fa le offerte. Quello sì che è un tesoretto!».
Una delle poche menti lucide presenti in un mare di avanzi clericali di vario colore
Eugenia Roccella
Che i bambini affetti da trisomia 21, cioè da sindrome di Down, vengano ormai sistematicamente eliminati prima di nascere, l'abbiamo denunciato più d'una volta su queste pagine. E più d'una volta abbiamo lamentato come la legge 194 sull'interruzione di gravidanza sia ormai diventata un colabrodo, un testo che in alcune sue parti non è mai stato attuato, in altre è male applicato, e in altre ancora è tranquillamente violato.
L'intervento di aborto selettivo con cui, all'ospedale San Paolo di Milano, è stata uccisa per errore la gemella sana anziché quella malata, non è che la spia di pratiche che si diffondono fino a modificare la nostra sensibilità, la percezione che abbiamo degli avvenimenti. Chi si ricorda del piccolo Tommaso, nato nel marzo scorso dopo un aborto alla 22° settimana praticato al Careggi di Firenze? Il caso divenne pubblico solo perché il bimbo, a cui era stata diagnosticata una malformazione che non c'era, era rimasto vivo per alcuni giorni: pochi, ma abbastanza per suscitare commozione e scandalo. Se Tommaso non fosse sopravvissuto, non se ne sarebbe parlato affatto; e altrettanto sarebbe accaduto se la bimba eliminata al San Paolo fosse stata effettivamente la piccola Down.
Ogni volta che un episodio del genere viene alla luce, si riapre la polemica tra chi è a favore di una legge sull'aborto e chi no, e il dibattito etico si arroventa. Dopo alcuni giorni, però, tutto torna come prima, e una pesante coltre di silenzio e indifferenza copre la terribile marcia che stiamo compiendo verso la selezione genetica, travestita da libera scelta dei genitori. In questo modo stiamo approdando a risultati di pulizia etnica che nemmeno la peggiore violenza razzista dei governi totalitari è mai riuscita ad ottenere. Si scrivono articoli politicamente corretti sull'accoglienza nei confronti dei Down, si girano film emozionanti con protagonisti diversamente abili, ma poi si chiudono gli occhi di fronte alla realtà di una pratica di selezione genetica diventata ormai ordinaria routine.
Sembra che non si possa fare niente, che si tratti di una deriva inarrestabile, consentita dalla legge. Non è così. La 194 non considera lecita la selezione genetica, così come - se fosse stata applicata - non avrebbe permesso che Tommaso venisse abortito.
Su Avvenire del 23 maggio scorso noi l'abbiamo fatta, la nostra "modesta proposta per prevenire", chiedendo al ministro Turco una risposta, un segnale. La 194 ha ormai trent'anni, e li dimostra; forse le servirebbe un tagliando. Le nuove tecniche mediche, e le scelte che implicano, tendono a svuotarla di senso, approfittando delle incertezze interpretative. Il Ministero potrebbe fornire indirizzi e regole, stilando delle linee guida, senza toccare la legge. Quella parte della 194 che riguarda la prevenzione non è mai stata messa in pratica, e in tutti questi anni le donne che avevano bisogno di aiuto per diventare madri si sono trovate vicine solo i volontari dei Centri di aiuto alla vita.
La diffusione e lo sviluppo delle diagnosi prenatali hanno scardinato gli articoli 6 e 7 della legge, fatti in origine per circoscrivere il ricorso all'aborto terapeutico, ed escluderlo quando il bambino ha possibilità di sopravvivenza autonoma (quindi a partire dalla 22° settimana).
Per mettere qualche paletto basta dunque un atto amministrativo, senza modificare la legge, e probabilmente il ministro potrebbe contare su un'ampia area trasversale di consenso. C'è stato un tavolo dei volonterosi sui temi economici. Perché non provare a farne uno sui temi della vita umana?
mercoledì, 29 agosto 2007
Il governo, per Famiglia Cristiana, è in difficoltà sul tema delle tasse e allora qualcuno individua «la madre di tutti i guai fiscali nella Chiesa cattolica che gode di privilegi enormi, che vanno sbaragliati. Possiede immensi beni e benefici, che vanno naturalmente tassati. E dunque non può atteggiarsi a paladina della lotta all’evasione. Insomma, da quel pulpito non può venire la predica». Ma in realtà, spiega l’editoriale, si fa confusione tra Vaticano e Chiesa e solo a quest’ultima è destinato l’8 per mille, che «non è un privilegio». Per il resto, l’intesa approvata dal Parlamento «prevede che le attività economiche della Chiesa italiana siano tassate al pari degli altri contribuenti». Quanto all’Ici, non si paga «solo per gli immobili dove si fa un’attività sociale e non commerciale. Forse Cento pensa che le mense della Caritas facciano concorrenza ai ristoranti?». Per la rivista dei Paolini, tanta confusione serve solo ad attirare l’attenzione su una sinistra radicale che si è autoesclusa dal dibattito sul Partito democratico. Così, si rispolvera la legge della «manomorta», cioè la tassazione sulla rendita dei beni e sulla carità praticata da giacobini, Borboni e dai piemontesi di Cavour e abolita solo da De Gasperi. Ciò «non fa onore all’intelligenza di un sottosegretario di Stato all’Economia, né al governo che rappresenta».
Io avrei una proposta: chiudere la caritas per una settimana e dirottare i poveri, affamati, ignudi, in cerca di lavoro nelle sedi di partito dei Verdi, dei comunisti italiani, di rifondazione comunista si insomma dei compagni di tutti specie dei poveri e dei bisognosi, sono certo che saprebbeo offrire loro un servizio con i fiocchi, con gli stipendi dei parlamentari della sinistra radicale (loro sì che sanno cosa è necessario per i poveri...) poi si potrebbe risolvere per almeno 10 anni il problema della fame nel mondo!!! Ora più che mai VAFFANCULO DAY 8 SETTEMBRE
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Mons. Betori
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«Chiesa, fisco, esenzioni: il 'privilegio' che non c'è». Titola così «Avvenire», il quotidiano dei vescovi italiani, un intervento dello segretario della Cei, mons. Giuseppe Betori. «Non possiamo fare a meno di precisare che l'esenzione dall'Ici è materia del tutto estranea agli accordi concordati, che nulla prevedono al riguardo, e ricordare ancora una volta che essa si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale, che deriva dalla legislazione ordinaria ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare il terzo settore», scrive mons. Betori. «Chi contesta un tale atteggiamento dello Stato verso soggetti senza fine di lucro operanti per la promozione sociale in campo esistenziale, sanitario, culturale, educativo, ricreativo e sportivo, manifesta una sostanziale sfiducia nei confronti di molteplici soggetti sociali di diversa ispirazione, particolarmente attivi nel contestare il disagio e la povertà. Sarebbe incongruo che lo Stato gravasse quelle realtà, ecclesiali e non, che perseguono fini di interesse collettivo».
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