CircoloLaPira di Perugia

   Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).

 



link
anerella
annav
antonio socci
asara il satirico
berlicche
bernardo
chistianismus
corsaro
culturanuova
debernardi
ducadegandia
fabiotarblog
Fattisentire
filaretum
floscarmeli
gens
gino
kattolikamente
labre
laparola
legnostorto
molta osservazione
pensare cristiano
pesce vivo
sandromagister
siticattolici
socraticamente.info
solo900
uncas
viriditas
www.asianews.it
wxre
zammerumaskil
il mio archivio
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
le mie categorie
aborto
amministrazione comunale
avvenire s repubblica
buona politica
cattolici adulti e dialoganti
chiesa
circololapira
comunismi
costume
cultura
darwinismi
deficienti
economia
europa
eutanasia
famiglia
fannulloni e paraculi
furbetti
islam ismi
jus
laic ismi
lavoro
libero pensiero
ma vaff
magistero
mal costume
massmedia
massoneria
omosessualita
onu
peggior giornale
politica internazionale
politica laicità e fede
politica nazionale
politica regionale
potere
prodiadi
relativismo
saper fare politica
satira
scelto per voi
scienza e fede
scuola
storia vera
vita
counter
*loading* visite



venerdì, 28 settembre 2007
 

L'Europa sfigurata da anacronismi e omissioni

La questione delle radici più pagane che cristiane

Gian Maria Vian

Torna la questione delle radici europee: davvero sono più pagane che cristiane? Questa sembra essere la tesi di Luciano Pellicani, lo studioso socialista che la sostiene in un libro di prossima uscita e dal titolo netto (Le radici pagane dell’Europa, Rubbettino). Tesi anticipata sulla rivista "Mondoperaio" e in un convegno su "La risposta laica ai fondamentalismi religiosi" che si conclude oggi, contrapponendo, per l’ennesima volta, una laicità di per sé positiva a religioni connotate in modo negativo.
A presentare il tema è stato, con attente sfumature, Antonio Carioti sul "Corriere della Sera" di ieri, in un articolo dove affermazioni radicali si affiancano ad argomenti storicamente più fondati da parte dello stesso Pellicani. Così lo studioso parla di "dittatura spirituale" del cristianesimo e delle sue istituzioni, pur riconoscendo che il "merito maggiore" della fede cristiana è stato quello di "introdurre un principio di solidarietà verso i deboli, la caritas, che il mondo pagano non conosceva". E non è un riconoscimento da poco.
Troppe sono però le contrapposizioni che Pellicani disegna con apparente fondatezza ma che le fonti antiche non autorizzano. Come quando sostiene che il Dio biblico "pronuncia dall’alto sentenze, comandi e divieti, senza argomentarli. Invece la filosofia greca ritiene che ogni proposizione vada giustificata in termini razionali". Schierando da una parte Cicerone e Seneca, razionali e umanisti, mentre dall’altra li fronteggerebbe un sant’Agostino intollerante persino più dell’imperatore Tiberio.
Semplificazioni, si dirà. Certo, ma semplificazioni che poi restano e si sedimentano in un sentire comune che prescinde sempre di più da una vera conoscenza dell’antichità, che fu, nel bacino mediterraneo in età imperiale e tardoantica, tanto classica quanto cristiana. In un’armonia che gli intellettuali seguaci di Gesù seppero ricercare ed elaborare con tenacia e originalità: dapprima gli apologisti greci dei secoli II e III e poi gli autor i dell’età costantiniana, fino a Girolamo e ad Agostino - sì, l’Agostino a cui Pellicani non rende giustizia dimenticando i debiti del grande africano nei confronti della cultura classica, per esempio proprio di Cicerone - e a figure come Boezio, fino a Isidoro di Siviglia.
Radici classiche e cristiane insieme, dunque, consolidatesi in una dialettica feconda che è un dato acquisito dagli specialisti. Come conferma un piccolo libro di Manlio Simonetti, anch’esso imminente (Classici e cristiani, Medusa), nato dalla rubrica che il grande filologo e storico ha tenuto su "Avvenire". Si può discutere a lungo sulle componenti pagane e cristiane del nostro continente, e quindi del mondo occidentale, ma è necessario condurre la discussione senza anacronismi che ravvivano le tinte delle attuali contrapposizioni e accentuano la sempre più radicale incomprensione del fatto religioso. Anacronismi che, nel caso delle tesi di Pellicani, sembrano aggiungersi alla macroscopica omissione di un fenomeno storico fondamentale come quello del giudaismo ellenistico, non a caso centrale nel discorso che Benedetto XVI ha tenuto a Ratisbona.
Un intervento, quello di papa Benedetto, tanto importante quanto incompreso, e che è stato rivolto in primo luogo a un Occidente sempre più materialista e dimentico di Dio. Con un appello pacato alla ragione: quel Logos che - presente nei testi filosofici e religiosi del giudaismo ellenistico come principio razionale dell’universo - viene identificato dai primi autori cristiani con Cristo, il Dio definitivamente vicino alla ragione e al cuore dell’uomo. Che si rintraccia nelle radici pagane, ebraiche e cristiane della tradizione occidentale e che con i suoi semi di verità è presente in ogni essere umano.

postato da fabiotar | settembre 28, 2007 20:10 | commenti
 

La pensione dopo un giorno di "lavoro"...

Che la «casta» costi se ne sono accorti tutti, a prescindere dal meritorio libro-denuncia di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Che i cittadini siano arrivati a un minimo livello di sopportazione rispetto ai privilegi dei politici è evidente, a prescindere dai «vaffa...» di Beppe Grillo. Ma quando il quotidiano Italia Oggi spulcia l’archivio e tira fuori questa storia da guinness dei primati del privilegio, c’è da fare un salto sulla sedia. Quattro ex parlamentari hanno lavorato un giorno, un giorno soltanto. Eppure percepiscono un assegno di 1.733 euro netti al mese come pensione. Vita natural durante per di più.

Tra gli anni 1976 e 1987 si svolgono ben cinque elezioni politiche. Il Partito radicale ha un discreto successo: nel 1976 manda alla Camera 4 suoi uomini; nel 1979, 18 e 2 al Senato; nel 1983, 11 alla Camera e 1 al Senato; nel 1987, 13 alla Camera e 3 al Senato. In questi anni, per il gioco dei subentri, succede che Angelo Pezzana, Piero Craveri, Luca Boneschi e René Andreani, appena entrati in Parlamento, decidono di uscirne immediatamente: corrono, chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama (Piero Craveri il 9 luglio del 1987) e si dimettono. Un primo e ultimo giorno di scuola. Meritorio il non attaccamento alla poltrona. Peccato che a loro è stato sufficiente «lavorare» per pochi minuti (il tempo di dire addio agli onorevoli colleghi) per guadagnarsi una pensione quella sì più che onorevole: 1.733 euro netti al mese più adeguamenti vari.

Tutto regolare, tutto secondo la legge. Vigeva allora una norma che garantiva un’assicurazione contro lo scioglimento anticipato delle Camere. Qualcosa va storto e il povero parlamentare rimane a piedi? Ci penserà lo Stato-Pantalone a staccare un assegno per risarcire il politico. Per tutta la vita. Anche se ha faticato poco, pochissimo, solo qualche minuto come in questo caso limite. Oggi non funziona più così ma i diritti acquisiti non si toccano e i quattro ex onorevoli continuano a ricevere più di ventimila euro l’anno: cifra ben superiore a quella che porta a casa un operaio sudando sette camicie.

postato da fabiotar | settembre 28, 2007 15:54 | commenti (1)


giovedì, 27 settembre 2007
 

Il fallimento educativo di una generazione


 

E’ surreale, ma da alcuni giorni gli studenti del liceo classico Mamiani, uno dei più prestigiosi di Roma, stanno protestando vivacemente per rivendicare il “diritto” a entrare tardi a scuola e a trasformare la lezione in un fastidioso via vai. Pietra dello “scandalo” è la decisione del preside Cosimo Guarino di impedire la violazione delle regole (posizione peraltro ovvia) e di garantire lo svolgimento della lezione nella sua totalità (altra ovvietà), a tutela di chi in una scuola autorevole ci va per imparare (terza ovvietà). Questi “eroi” delle libertà, solitamente viziati figli di papà, invece gridano a gran voce che vogliono fare quel che gli pare e che se vogliono fare metà lezione nessuno glielo dovrebbe impedire.

Siamo di fronte al fallimento educativo ed esistenziale di una generazione di lavativi, diventati oggi classe dirigente (economica, culturale e politica) dell’Italia, che qualche decennio fa lottavano per il “diritto” al voto politico senza studiare e i cui figli oggi chiedono di poter nemmeno stare in classe. Il prossimo passo sarà il conferimento dei titoli di studio alla nascita, perché il pezzo di carta è un “diritto”, e così magari risparmiamo anche sui costi delle strutture scolastiche e dei libri.

[harry]

postato da fabiotar | settembre 27, 2007 17:43 | commenti (1)
 

Antipolitica, per chi suona la campana

C'è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull'assalto dell'antipolitica al cielo italiano di questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un'altra crisi ben più profonda che continuiamo a ignorare perché non la vogliamo vedere. E' la decadenza del Paese, l'indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di peso specifico e di identità culturale. Ciò che dà forma contemporanea ad un'idea dell'Italia, la custodisce aggiornandola nel passaggio delle generazioni, la testimonia nel mondo, garantendo una sostanza identitaria agli alti e bassi della politica, ai cicli dell'economia, all'autonoma rappresentazione del Paese che la cultura fa nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella musica, nei media o in televisione. Se questa idea che il Paese ha di se stesso, e che il mondo ha di noi, non si fosse fiaccata fino a confondersi e smarrirsi, il sussulto di ribellione ai costi crescenti della politica, alla lottizzazione di ogni spazio pubblico con l'umiliazione del merito, all'esibizione pubblica dei privilegi avrebbe preso la strada di una spinta forzata al cambiamento e alla riforma. Non di un disincanto che si trasforma in disaffezione democratica mentre la protesta diventa una sorta di secessione dalla vita pubblica: un passaggio in una dimensione parallela - ecco il punto - dove l'idea stessa di cambiamento cede alla ribellione, e alla cattiva politica si risponde cancellando la politica e abrogando i partiti. Come se cambiare l'Italia fosse impossibile. O, peggio, inutile. Un Paese che dedica quattro serate tv a miss Italia, riunisce una trentina di persone in un vertice di maggioranza attorno a Prodi, inventa un cartoon politico come la Brambilla per esorcizzare il problema politico della successione a Berlusconi, vede restare tranquillamente al suo posto il presidente di Mediobanca rinviato a giudizio con altri 34 per il crac Cirio, forma due partiti anche per discutere l'eredità Pavarotti e dà ogni sera al Papa uno spazio sicuro nel suo maggior telegiornale, ha la proiezione internazionale che questo triste perimetro autunnale disegna. Un'Italia in forte perdita di velocità, dove l'unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne mentre il ceto politico è l'elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo. Perché la moda, il Chianti e le Langhe non possono da soli sostenere e rinnovare la tradizione e l'ambizione di un Paese che non può essere soltanto l'atelier dell'Occidente, o la sua casa di riposo. Ma se tutto questo è vero, e purtroppo lo è, l'antipolitica è soltanto una spia - e parziale - dell'indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale, qualcosa che va molto al di là delle dimensione strettamente politica e istituzionale. È quel che potremmo chiamare il senso di una perdita progressiva di cittadinanza in un Paese che perde intanto ogni piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento. Come può questo Paese non perdere sicurezza, coscienza, peso, capacità di rappresentare se stesso e di valorizzarsi, innovando e modernizzando? Il "V-day", a mio giudizio, è una prova di questo impoverimento. Solitudini politiche sparse, delusioni individuali, secessioni personali si riuniscono in uno show, come se cercassero "soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche". È quella che Zygmunt Bauman chiama la comunità del talk-show, con gli idoli che sostituiscono i leader, mentre il potere dei numeri - la folla - consegna loro il carisma, capace a sua volta di trasformare gli spettatori in seguaci. Attorno, la celebrità sostituisce la fama, la notorietà vale più della stima, l'evento prende il posto della politica e trasforma i cittadini da attori a spettatori: pubblico. Ma come si fa a non vedere che in questa atrofia del discorso politico, che cortocircuita se stesso trasformando il "vaffanculo" nella massima espressione di impegno civile dell'Italia 2007, c'è la decadenza di ogni autorità, il venir meno di ciò che si chiamava "l'onore sociale" dei servitori dello Stato, il logoramento vasto del potere nel suo senso più generale: il potere in forza della legalità, in forza "della disposizione all'obbedienza", nell'adempimento di doveri conformi a una regola. Se è questo che è saltato, il vuoto allora riguarda tutti, non soltanto la classe politica. È l'establishment del Paese nel suo insieme che invece di sentirsi assolto dal pubblico processo al capro espiatorio politico, deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, di questa secessione strisciante, dello smarrimento non solo del senso dello Stato ma anche di uno spirito repubblicano comune e condiviso. Troppo comodo partecipare al valzer dell'antipolitica dagli spalti di un capitalismo asfittico nelle sue scatole cinesi, di una finanza che cerca il comando senza il rischio, di un'industria che dello Stato conosce solo gli aiuti e mai le prerogative. Quando la crisi è di sistema e l'indebolimento del Paese è l'unico risultato visibile ad occhio nudo, davanti alla secessione strisciante di troppi cittadini dalla cosa pubblica bisognerebbe che l'establishment italiano evitasse di contare in anticipo le monetine da lanciare contro la politica, aspettando la supplenza e sognando l'eredità. Meglio chiedersi, finché c'è tempo, per chi suona la campana. [EZIO MAURO - editoriale di oggi su Repubblica]



mercoledì, 26 settembre 2007
 

Avvisate i comunisti: quel programma era uno scherzo

I comunisti hanno ragione a protestare: al di là degli annunci americani di Prodi, la tassazione delle rendite finanziarie fa parte del programma dell'Unione. E' vero, basta controllare quel benedetto programma a pagina 203. La tassazione c'è, scritta nero su bianco nel programma col quale la sinistra si è presentata agli elettori.
Già sotto elezioni era chiaro ai sani di mente che quel programma rappresentava soltanto un mero esercizio di scrittura, e nulla di più. Pero' forse qualcuno ci credeva veramente, come i comunisti. Chi non ci ha mai creduto è senza dubbito il senatore della Margherita Polito che, l'altra sera in tv, ha ammesso candidamente la verità: quel programma è una buffonata. Ora sarebbe interessante sapere perchè Polito non lo ha detto un anno fa, ma lasciamo stare. Intanto lo ha detto, oggi. Ma avvisate i comunisti: quel programma era tutto uno scherzo. Rassegnatevi, e siate seri, su.

• Ecco, dalle agenzie: una simpatica carrellata di dichiarazioni dei comunisti (tutte di oggi):
BERTINOTTI: PROGRAMMA VALE, ALTRIMENTI PERCHE' SCRIVERLO?
GIORDANO: DOMANI RIUNIONE COSA ROSSA PRIMA DEL VERTICE
RUSSO SPENA: TASSAZIONE RENDITE PREVISTA DA DPEF
GIORDANO: DINI? MI AUGURO SIANO FINITI I GIOCHI DI PALAZZO
GIORDANO: AUMENTO TASSAZIONE RENDITE STAVA IN DPEF
DI SALVO (SD): TASSAZIONE RENDITE, PERCHE' NO?
MIGLIORE, DIMINUISCANO
LE SPESE MILITARI
MIGLIORE
, PRODI RECUPERI COLLEGIALITA' E TASSI RENDITE

postato da fabiotar | settembre 26, 2007 18:36 | commenti
 

Cagliari, pensionato ruba pacco di pasta per fame:
la negoziante lo perdona, il quartiere si mobilita

CAGLIARI (25 settembre) - Non sapeva più come fare. La magra pensione da artigiano questa volta era già finita e non aveva nemmeno la possibilità di comprarsi il pane. Così un settantacinquenne di Cagliari, vedovo, questa mattina è andato nel solito negozio e ha messo nella borsa un pacco di pasta. La scatola gli è caduta proprio davanti alla cassa e l'uomo è scoppiato a piangere. Più mortificata di lui la proprietaria dell'alimentari che gli ha regalato il cibo e anzi tutti gli abitanti del quartiere venuti a conoscenza della situazione hanno deciso di mettere in moto una gara di solidarietà per cui l'anziano non resterà più senza cibo.

«Il pacco di pasta gli è caduto per terra proprio davanti alla cassa - ha raccontato la negoziante, che gestisce assieme al marito il piccolo market - mi ha guardato e si è messo a piangere. È sempre stato un buon cliente, mi ha detto che non lo aveva mai fatto ma è stato costretto a rubare per fame. Mi ha spiegato tutto e se lo avessi saputo prima avremmo fatto qualcosa».

Le associazioni dei consumatori «E' già la seconda volta che accade un caso come quello di Cagliari di stamattina, con un pensionato sorpreso a rubare merci di prima necessità come la pasta. Casi pietosissimi che provano che siamo di fronte ad un disagio profondo di una larga parte di cittadini italiani». Così Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, rispettivamente presidenti di Federconsumatori e Adusbef, commentano la storia del pensionato. «Casi come questo - spiegano - sono dovuti al fatto che questi prodotti sono aumentati tantissimo negli ultimi mesi. Sono conseguenze tristi, che impongono decisioni rapide a sostegno delle famiglie, temi peraltro già all'ordine del giorno del tavolo di confronto con il governo, aperto lo scorso 12 settembre».

Si attiva il Comune. Il comune di Cagliari si è attivato per rintracciare e aiutare il pensionato, spiega l'assessore alle Politiche Sociali Anselmo Piras. «Quando gli parleremo - spiega - gli spiegheremo che gode di alcuni diritti che gli consentono di non andare a rubare. Può beneficiare di un tipo di assistenza che gli permette di avere tre pasti caldi al giorno. Cagliari ha una capillare rete di solidarietà ed emergenza, efficiente, discreta e anonima».



martedì, 25 settembre 2007
 

Betori: "No all'antipolitica"

"I vescovi italiani non si sentono di cavalcare un’onda di antipolitica: la dottrina sociale ritiene la politica un grande valore, anche se va rigenerata". Il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori chiude la porta ai "Grillo boys" e al metodo del "Vaffa" in piazza. Il problema sollevato da Grillo, cioè, è reale, ma la soluzione proposta non è condivisibile. "I vescovi - ha infatti spiegato Betori - hanno ribadito la percezione di una malattia sociale che riguarda l’ethos condiviso". Per Betori, quella ecclesiale "è una risorsa che andrebbe valorizzata e non demonizzata nel dibattito pubblico, perché ad essa si può ricorrere". [fonte: Il Giornale]

intanto, anche Dio decide di divertirsi a volte: dopo l'infelice battuta di Grillo sul Papa, al comico va via la voce ed è costretto ad annullare la serata in programma...