CircoloLaPira di Perugia

   Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).

 



link
anerella
annav
antonio socci
asara il satirico
berlicche
bernardo
chistianismus
corsaro
culturanuova
debernardi
ducadegandia
fabiotarblog
Fattisentire
filaretum
floscarmeli
gens
gino
kattolikamente
labre
laparola
legnostorto
molta osservazione
pensare cristiano
pesce vivo
sandromagister
siticattolici
socraticamente.info
solo900
uncas
viriditas
www.asianews.it
wxre
zammerumaskil
il mio archivio
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
le mie categorie
aborto
amministrazione comunale
avvenire s repubblica
buona politica
cattolici adulti e dialoganti
chiesa
circololapira
comunismi
costume
cultura
darwinismi
deficienti
economia
europa
eutanasia
famiglia
fannulloni e paraculi
furbetti
islam ismi
jus
laic ismi
lavoro
libero pensiero
ma vaff
magistero
mal costume
massmedia
massoneria
omosessualita
onu
peggior giornale
politica internazionale
politica laicità e fede
politica nazionale
politica regionale
potere
prodiadi
relativismo
saper fare politica
satira
scelto per voi
scienza e fede
scuola
storia vera
vita
counter
*loading* visite



venerdì, 30 novembre 2007
 

PAPA: LA SPERANZA CONTRO LE IDEOLOGIE

CITTA' DEL VATICANO - Bisogna tornare a parlare di speranza, in un mondo reso vuoto dalla fine delle ideologie e in cui anche la "crisi della fede" si configura come crisi di speranza. La speranza è ciò che il Papa oppone ai delitti dell'ateismo, alle distruzioni lasciate dalle rivoluzioni comuniste, ai rischi di una scienza che perda la dimensione etica e può distruggere l'umanità fino agli "abissi" del male, a un mondo di gente che vive senza una prospettiva di futuro e senza più aspirare alla vita eterna. Il "cielo non è vuoto", ammonisce Benedetto XVI nella "Spe salvi (nella speranza siamo stati salvati)", seconda enciclica del pontificato, e ci sarà il giudizio di Dio, che non sarà un colpo di spugna: "la giustizia è l'argomento essenziale in favore della vita eterna", perché l'ingiustizia non può essere l'ultima parola. Settantasei pagine nella versione italiana, firmata e pubblicata il 30 novembre, nella festa di sant'Andrea, l'enciclica è frutto della riflessione personalissima del papa-teologo; è intrisa di sant'Agostino, si fonda sulle più importanti lettere paoline (dai Romani agli Ebrei), si muove nella filosofia da Bacone alla scuola di Francoforte cercando i motivi della crisi della ragione a partire dalla fiducia nel progresso, e denunciando i limiti del marxismo; si confronta con la teologia protestante e chiede al cristianesimo moderno di fare autocritica perché troppo concentrato sulla salvezza individuale e inadeguato nello spiegare il senso della speranza cristiana.

I DELITTI DELL'ATEISMO E DEL MARXISMO L'ateismo dell'era moderna ha provocato "le più grandi crudeltà e violazioni dela giustizia"; il marxismo, in particolare, ha lasciato dietro di sé "una distruzione desolante". Il Pontefice contesta tutte quelle ideologie che pretendono di portare giustizia tra gli uomini senza Dio. "Un mondo che si fa giustizia da solo è un mondo senza speranza".

LA SPERANZA CONTRO STRAPOTERE IDEOLOGIE E POLITICA Il Papa rilancia la speranza contro il vuoto di senso del mondo contemporaneo e contro lo strapotere dell'ideologia e della politica. E' "la speranza", "questa nuova libertà", che permette a tanti cristiani di opporsi "allo strapotere dell'ideologia e di suoi organi politici". E la speranza si oppone a ideologie e poteri sia nel martirio che nelle "grandi rinunce" alla san Francesco.

LA SCIENZA SENZA ETICA PUO' PERDERE L'UMANITA' Scienza e progresso possono perdere l'umanità E come ha osservato Theodor Adorno, col progresso si arriva "dalla fionda alla megabomba" aprendo "possibilità abissali di male". Il progresso senza etica è "una minaccia per l'uomo e per il mondo".

CI SARA' IL GIUDIZIO E NON SARA' COLPO DI SPUGNA Esiste il Giudizio Finale di Dio, non sarà quello dell'iconografia "minacciosa e lugubre" dei secoli scorsi, ma nemmeno un colpo di spugna "che cancella tutto"; esso chiamerà "in causa le responsabilità" di ciascun uomo. Papa Ratzinger riafferma l'esistenza del Purgatorio e dell'Inferno e lega il motivo della speranza cristiana proprio alla giustizia divina.

CIELO NON E' VUOTO, PERCHE' NESSUNO PENSA PIU' A VITA ETERNA? "Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo". Nessuno vuole la morte, ma allora "che cosa vogliamo veramente?" [ANSA]

postato da FrancescoDando | novembre 30, 2007 13:54 | commenti
chiesa, magistero


giovedì, 29 novembre 2007
 

Girotondini dove diavolo siete?

 scritto da daw
Stamattina passando davanti al Tribunale di Milano mi aspettavo di vedere una folla disumana di girotondini, impegnati nel loro presidio a favore della legalità e della giustizia. La folla non c'era, e nemmeno quello che solitamente resta di una manifestazione, di un corteo, di un girotondo! Niente di niente. Beh, l'avranno fatta da un'altra parte. E invece no, nulla.

Di fronte alla pesante azione disciplinare contro Clementina Forleo, promossa dalla Cassazione, non c'è stato nessun girotondo. Eppure quel provvedimento è oggettivamente devastante: la condotta della Forleo viene giudicata "abnorme, eccessiva, non richiesta". E ancora: "una negligenza grave e inescusabile". Caspita, questa Forleo deve aver combinato qualcosa di grosso. Qui sostanzialmente vogliono farla stare zitta! Ma l'indipendenza della magistratura? Le gravi, pesanti e indegne interferenze del sistema politico sul lavoro dei magistrati? Tutte quelle belle parole che di solito in questi casi gli amici girotondini amano raccontare? Silenzio assoluto.

Beh, tranquilli, sarà per la prossima occasione. Magari quando non ci sarà più un governo di sinistra, o meglio ancora quando gli indagati non si chiameranno Fassino e D'Alema.

postato da fabiotar | novembre 29, 2007 16:14 | commenti (3)
 

le economie dietro le ideologie

i consumatori omosessuali sono diventati un target «di fatto»

Grandi marchi in fila per i clienti gay

Reddito medio-alto e buona propensione all'acquisto. Peccato che in Italia non ci sia un'offerta ad hoc

Una celebre campagna di D&G

MILANO - Tutti i marchi li vorrebbero, nessuno li sposa. Eppure rappresentano un target «di fatto»: sono i consumatori gay. Con un reddito medio-alto e una buona propensione all'acquisto, fungono spesso da modello per le scelte dei clienti eterosessuali e non hanno remore a provare nuovi tipi di prodotti. Peccato che le aziende continuino a non investire su un segmento di mercato dalle forti potenzialità. In Italia non ci sono infatti offerte ad hoc per gay, in televisione o sui giornali non compaiono campagne pubblicitarie mirate.

DIMENSIONI MISTERIOSE - Una comunità dalle dimensioni misteriose. E' difficile per le ricerche di mercato stimare quanti sono i gay nella Penisola, visto che per saperlo bisogna oltrepassare la cortina protettiva della privacy, ma diverse stime sono concordi nell'indicare che la popolazione tricolore «Glbt» (gay, lesbiche, bisessuali e transessuali) oscilla tra i 1,5 milioni e i 3 milioni di persone, anche se potrebbe arrivare a quota 4 milioni. Un po' più ristretta la comunità spagnola, che supera di poco i 2,6 milioni, e un po' più numerosa quella britannica con 3,6 milioni di persone. Lontani non solo geograficamente i 19 milioni di americani gay, con un potere d'acquisto intorno agli 800 miliardi di dollari l'anno (oltre 547 miliardi di euro). In tutto il mondo, invece, ci sarebbero almeno 45 milioni di gay su una popolazione complessiva intorno ai 6 miliardi d'individui.

BUONA CAPACITA' DI SPESA - «I numeri della Penisola non sono molto elevati, ma sicuramente significativi perché un marchio si interessi», interviene Giovanni Siri, docente di psicologia dei consumi all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Il problema è che il consumatore medio italiano accetta l'omosessualità solo in linea di principio. La tollera, ma non la considera come terzo genere. Non si tratta di razzismo; semplicemente non vuole che suo figlio possa ispirarsi a modelli gay visti in tv». Le aziende non investono quindi nel segmento, nel timore che il loro nome venga associato indelebilmente a persone omosessuali.

IDENTIKIT - La contropartita da pagare è trascurare clienti italiani con una disponibilità di reddito del 30% superiore alla media, spesso con due stipendi a disposizione per casa e nessun figlio da mantenere. Spendono circa 330 euro a persona ogni mese solo in abbigliamento e accessori, amano la vita all'aperto e nei locali, il 74% naviga su internet abitualmente e l'81% s'informa sempre online, prima di ogni acquisto. «L'atteggiamento dei marchi verso i gay assomiglia a quello che le aziende tengono nei confronti degli anziani», precisa Siri. «Nei paesi latini non si può comunicare con allegria la vecchiaia, così come fanno nel Nord Europa. In entrambi i casi, c'è ancora un misto di pudore, rispetto e vergogna».

ALL'ESTERO - Oltreconfine le marche non solo lanciano pubblicità su misura, ma soprattutto fanno spot con protagonisti gay. Per esempio Nokia, American Express, Fiat e ancora Lufthansa o Lancome. Senza tralasciare Volvo, D&G, gli alberghi Holiday Inn e Ikea. Allora, perché in Italia non ci sono pianificazioni gay? «Le resistenze sono radicate nella società, ma anche nei responsabili marketing aziendali», precisa Marco Durazzi, general manager dell'agenzia creativa Rapp Collins Tribal Ddb. «Nessuno ha il coraggio d'impegnarsi. In Italia strizza l'occhio alla comunità omosessuale solo chi parla a una fascia alta di mercato, perché i consumatori evoluti possono accettare lo stereotipo del gay come maestro di stile. Altrimenti, bisogna accontentarsi di un linguaggio casto o conviene estremizzare, giusto per creare polemiche e poi magari costruire una seria politica promozionale su internet, che rimane meno sotto l'occhio di tutti». La soluzione ideale? Sempre quella di mezzo: «Una strategia soft - chiosa Durazzi - soprattutto per le aziende del largo consumo. Si allude, ma si finisce per rivolgersi a tutti».

PROVOCAZIONI - Addio, perciò, a provocazioni che possono fare da apripista. «Perché la verità è che in Italia - rilancia il pubblicitario Oliviero Toscani - non è difficile pianificare sui gay, ma semplicemente è difficile pianificare qualcosa di mirato». Nella Penisola, quindi, i marchi preferiscono rivolgersi a un non meglio precisato, indifferenziato pubblico, piuttosto che studiare le diversità tra consumatori. Un altro esempio? Quello degli immigrati, ignorati o presi in considerazione in blocco, tralasciando religioni, origini geografiche, costumi.

Una campagna di Ikea
MARCHI STRANIERI
- Nello spazio lasciato vuoto dalle società tricolore iniziano a infilarsi i concorrenti stranieri. «Non avvicinare i consumatori gay è un'occasione persa per fidelizzare clienti che si affezionano ai marchi che hanno il coraggio di dialogare direttamente con loro. Li sostengono acquistandoli o li consigliano agli amici», spiega Davide Della Pedrina, direttore marketing dell'agenzia 6X6 Advertising. Nel frattempo, comprano spazi pubblicitari sulle riviste italiane marchi dell'arredo o dell'abbigliamento che arrivano dagli Stati Uniti, dalla Germania e persino dalla lontana Australia. Con l'aumentare degli investimenti, i magazine gay italiani adotteranno modelli più simili a quelli europei, di cui il francese Tetu o l'iberico Zero sono due esempi. Periodici letti anche dal pubblico eterosessuale, che affrontano temi seri d'attualità e ospitano interventi del presidente della Repubblica transalpina, Nicolas Sarkozy. «Attualmente, il panorama delle testate gay è ancora, tranne qualche eccezione, troppo autoreferenziale, poco aperto verso l'esterno. Sarebbe importante che anche gli editori mettessero a disposizione capitali per creare nuovi tipi di pubblicazioni», sottolinea Della Pedrina.

LINGUAGGIO - In barba agli stereotipi: a ogni consumatore (gay e non solo) il suo prodotto. E' un falso problema che le aziende si blocchino al pensiero che clienti eterosessuali non comprino più i loro prodotti, perché li collegano al mondo gay: «Può essere vero anche il contrario - rilancia Daniele Iannaccone, responsabile commericale di Gay.it - compro quel prodotto perché voglio essere trendy. Più che un rischio, si tratta di un'opportunità. La caratterizzazione di un bene non condiziona la vita futura del marchio. Le associazioni d'idee indirizzano le scelte d'acquisto solo in senso positivo». La vera questione è il linguaggio usato, ribadisce Iannaccone, «sarebbe meglio trovare una formula creativa equilibrata per il contesto italiano». Terra d'incontro è ancora una volta Internet dove il portale Gay.it, per esempio, attira le inserzioni di Alfa Romeo, Benetton e Braun, zmarchio Procter & Gamble del largo consumo che a differenza del suo comparto», conclude il responsabile commerciale del sito che conta 580 mila utenti unici al mese, «non ha la casalinga di Voghera come interlocutrice di riferimento».

NE' ETERO NE' GAY - In Italia, comunque, c'è già chi ha iniziato a segmentare i prodotti, per dare a ogni marca il posizionamento che preferisce e aggirare così temute definizioni. «E' impegnativo superare e armonizzare il divario tra consumatori gay ed etero, ma è difficile anche definire un profilo unico del cliente omosessuale basandosi sull'unica informazione delle sue scelte di letto», dichiara Luca Massimiliano Visconti, docente di marketing all'Università Bocconi di Milano. «Comunicazioni pretestuosamente gay finiscono per indispettire gli stessi gay; o ancora non sempre un prodotto può aspirare a essere adottato dagli omosessuali e diventare poi trendsetter per gli eterosessuali». Meglio sapere allora, a giudizio di Visconti, che esistono prodotti generici, né etero né gay, che possono però riempirsi col tempo di connotazioni sessuali, come nel caso di Dolce & Gabbana che ha deciso di avvicinarsi al mondo gay solo in un secondo momento, giocando di sponda con lo stile di vita dei due stilisti. I clienti eterosessuali finiscono spesso per appropriarsi di stili di abbigliamento gay friendly, sia per emulazione sia per per assuefazione. Seguono i prodotti funzionali, come quelli di agenzie turistiche o d'incontri personali dedicati al target «Glbt», tagliati su misura per il segmento ma certe volte rifiutati perché segno di ghettizzazione sociale, e infine quelli simbolici. Come Gucci, Prada, Alessi, Bmw-Mini o Coca-Cola che spingono sull'idea di appartenenza, autoidentificazione, piacendo a entrambi gli schieramenti perché cavalcano i binomi lusso-esclusività, trash-eccesso oppure originalità-orgoglio da trendsetter. Il paradosso del marketing è, però, il marchio di convergenza: pensato per o fatto proprio dalla comunità gay, ma sdoganato dalla società. Una conferma? Il numero di eterosessuali che conosce la canzone dei Village People,  YMCA.

BUSINESS - E le aziende che fanno? Non parlano, non vedono, non sentono. Nessun marchio vuole firmare in Italia prodotti o pubblicità dichiaratamente gay. E anche quelli che si arrischiano a farlo negli altri paesi membri dell'Unione europea non ne vogliono parlare nella Penisola. I motivi? Alcuni per paura di danni all'immagine, pur a distanza di chilometri; altri semplicemente e senza pregiudizi solo perché le loro iniziative all'estero non hanno raggiunto gli obiettivi economici attesi. Ma il risultato è sempre lo stesso: le aziende perdono un'occasione di business.

Camillo Dimitri

27 novembre 2007

E se in fondo in fondo, tutto questo gran parlare di sdoganamento dell'omosessualità, che di fatto è sdoganata da tempo come costume privato, non nascondesse una retroguardia interessata a far affari anche con questa ben identificabile classe di consumatori?
A molti giova il "parlatene pure, purché parlandone si abbia il modo di  allestire il banchetto per i souvenir". Tutto sommato l'idologia di genere è una costruzione filosofica debole che fa gioco alla congiuntura attuale perché nasconde una grande finzione di democraticità, in realtà anche da quanto si scrive nell'articolo di cui sopra, mostra di strumentalizzare l'omosessuale come uomo oggetto, al pari di altrettanti stereotipi già apparsi nel contesto indifferenziato, e quando in questi casi mi sono sentito tirato in causa mi sono indignato. Se fossi un'omosessuale, credo che m'indignerei allo stesso modo per la superficialità con cui vengo trattato ma di fatto non si sente sovente parlare di questi aspetti dalle organizzazioni omosessuali e la cosa mi rattrista e m'insospettisce alquanto, ché soltanto alcuni aspetti inerenti la comunità omosessuale sono propagandati, il ché fa sorgere il dubbio anche della democraticità interna a tali organizzazioni e al pensiero dominante in esse rispetto a posizioni meno radicali, quasi che tutti abbiano una sola voce, mi risulta realisticamente improbabile. Molto più imbarazzante è la nevrosi delle associazioni omosessuali di vedere sempre il persecutore dietro ogni divergente opinione senza democraticamente accettare che un punto di vista di parte su una questione così delicata della sfera privata necessariamente non può essere fatto passare come un dato di fatto acquisito da tutti, perché semplicemente non coinvolge tutti nello stesso modo, con la stessa profondità e con lo stesso
fondo di principio. Sarà anche una dura verità da accettare, ma nella vita, noi tutti dobbiamo accettare anche quelle verità che ci fanno male e per crescere dobbiamo fare i conti con esse anche se vorremmo non vederle.

Con tutto il mio rispetto.
Ernesto Rossi
 
postato da Ernestor | novembre 29, 2007 09:08 | commenti


mercoledì, 28 novembre 2007
 

Laïcité, si volta pagina

DI LORENZO FAZZINI
S e non si rischiasse di passare per irriverenti, sarebbe ora di gridare – evangelicamente – sui tetti che il modello di netta separazione tra Stato e religioni deve essere superato da una 'benedetta ingerenza'. Il perché è presto detto: vi è chi autorevolmente sostiene che non sono le tradizioni religiose a «minacciare gli Stati (almeno in Occidente), perché sono proprio questi ultimi a manifestare gravi segnali di debolezza e di impotenza quando devono regolare i segni di violenza che non cessano di minacciare le nostre società, come le ingiustizie, le esclusioni, la crisi del sistema educativo, il saccheggio dell’ambiente». Detto con una metafora, devono esserci più ingredienti religiosi nel menù della politica contemporanea, se questa vuole districarsi nei meandri dell’attuale condizione attuale. E in tutto ciò il cristianesimo rappresenta un’anomalia feconda e un 'messaggio rivoluzionario' valido anche per il XXI secolo, perché lungi dall’esaurirsi nella distinzione tra le cose di Dio e gli affari di Cesare, esso offre un orizzonte di 'alterità' – riassumibile nel concetto dinamico di 'regno di Dio' – che libera la politica dalla ristrettezza dei propri riferimenti. A argomentare tale tesi è un pensatore di razza, Paul Valadier, gesuita francese, direttore degli Archives de philosophie, docente di Filosofia politica al prestigioso Centre Sèvres di Parigi. Valadier ha condensato queste riflessioni nel libro Détresse du politique, force du religieux ('Debolezza del politico, forza del religioso'), pubblicato di recente da Seuil (pagine 298, euro 22,00). Si tratta di un vigoroso saggio in cui la tematica del rapporto tra sfera politica e dimensione religiosa viene tratteggiata in quella modalità innovativa ormai assodata negli Stati Uniti, ma che nel Vecchio Continente fatica ancora ad affermarsi. È singolare che la proposta di Valadier provenga dalla Francia, la République patria di una laicità spesso scivolata nel laicismo.
Già, perché annota il nostro, il rischio attuale non è l’ingerenza delle fedi nella res publica,
quanto – la storia del Novecento lo dimostra con ampiezza di testimonianze – il predominio tirannico ieri, oggi relativista, della politica: «Al contrario del XVI secolo, la fonte della violenza nel XX secolo è venuta da parte degli Stati, tra i quali alcuni, mossi dall’ideologia, erano dominati da una forma di oppressione totalitaria molto peggiore di quella che le religioni hanno mai introdotto nella storia». Ma è all’oggi che Valadier – attraverso un excursus filosofico che partendo da Platone e Agostino, e passando per Machiavelli e Locke, approda ad Habermas – volge l’attenzione. Appunto per 'difendere' la politica dalla propria assolutizzazione, che scadrebbe in una democrazia puramente procedurale, il gesuita invoca il ritorno in campo di quella 'saggezza religiosa' che può diventare prezioso pungolo verso una dimensione pienamente umanistica della politica. Un esempio? Ecco «l’universalismo cristiano», il quale per Valadier è apportatore di «un’unità essenziale del genere umano che proviene da un legame religioso fondamentale, propri quando si stanno imponendo tutta una serie di differenze (razziali, etniche, sessuali, politiche, culturali…)». Con un riferimento trascendente – a questo aspetto è dedicata l’ultima sezione del libro, inesauribile 'miniera' di interessanti spunti intellettuali – la politica può vincere la tentazione del relativismo culturale. Per rifarsi all’esempio precedente, l’universalismo cristiano «obbliga a considerare l’umanità come un corpo solidale con la creazione. Le conseguenze politiche ed etiche sono ben chiare se si oppone questa visione all’universalismo livellatore che, dimenticando tutte le diversità, non vede per nulla le differenze tra l’umanità e le altre speciale animali o la natura». Valadier snocciola ulteriori dimensioni sociali in cui questo nuovo legame tra religioni e politica deve esplicarsi.
Affronta il tema dell’educazione, che deve liberarsi da quella visione statalista (e un po’ 'totalitaria') in cui l’aveva relegata la laicité alla francese, secondo il modello dell’ex presidente transalpino Jacques Chirac, secondo il quale «l’educazione è il santuario della Repubblica»: «Il legame tra scuola e Repubblica ha bloccato la scuola su se stessa e l’ha tagliata fuori rispetto alla società civile», denuncia Valadier. Ma è soprattutto nel rapporto con i sistemi democratici che le tradizioni religiose hanno ancora – argomenta l’intellettuale parigino – un incarico significativo: «Il ruolo delle religioni è di mantenere aperta la trascendenza. Il cristianesimo, rivolgendosi alla libertà che esso costruisce, la stimola e la provoca ponendo in primo piano la legge della carità e l’invito al rispetto dell’uomo nella sua interezza, in modo particolare il più povero».
«Occorre ripensare il rapporto tra religione e politica: oggi i pericoli vengono dagli Stati ideologici, contro i quali si erge l’universalismo cristiano. L’Europa deve capire, come gli Usa, la gravità delle minacce relativiste»

postato da suorroberta | novembre 28, 2007 16:38 | commenti
 

comunicato stampa

FORUM
delle
ASSOCIAZIONI FAMILIARI DELL’UMBRIA
Comunicato stampa


Il Forum delle Associazioni Familiari ha preso conoscenza dei contenuti del nuovo sito web curato dal Consultorio per i Giovani dell’ASL 2 e inaugurato in pompa magna lunedì 26 novembre.

La veste grafica accattivante e il linguaggio quasi gergale certamente sono in grado di catturare
l’attenzione degli adolescenti, sempre a caccia di sensazionali novità circa il monso del sesso.

Scorrendo il contenuto tuttavia si scopre un coarcervo di banalità, scempiaggini e notiziole puerili,
a metà tra il diario segreto di una quindicenne i muri delle toilette autostradali.
Secondo il Presidente del Forum avv. Simone Pillon le conseguenze di un’approccio tanto banale alla sessualità già sono assai diffuse tra i giovani che manifestano spesso spregio del proprio e dell’altrui corpo: tale disordine porta in taluni casi a tristi sotrie di sopraffazione, a tragici ricatti basati sull’uso di immagini a sfondo sessuale oppure nei casi più gravi a violenze sessuali di gruppo tra minori. In questo modo – tra l’altro – si privano in modo subdolo le famiglie del loro diritto dovere all’educazione dei propri figli anche e soprattutto ad aspetti tanto importanti e delicati.

Dall’ASL di Perugia ci saremmo aspettati contenuti seri e professionali che anziché perseguire il

sesso esplicito orientassero i più giovani a comprendere, anche con l’aiuto dei loro familiari, il senso profondo di quel meraviglioso valore che è la sessualità umana.
Informare i ragazzi circa le tecniche masturbatorie ovvero spingerli a confrontare le dimensioni del pene o il tono muscolare del seno somiglia più a un triviale gioco da caserma che a un’iniziativa di carattere socio sanitario oltretutto finanziata dalle casse pubbliche.

Chiediamo pertanto che i redattori del sito provvedano a modificarne i contenuti; mettiamo sin

d’ora la struttura e le associazioni del Forum a completa disposizione per aiutare nel proporre un informazione sana e corretta sulla vita affettiva dei nostri ragazzi.
Diversamente dovremo valutare se rivolgerci all’Autority delle Telecomunicazioni per chiedere che il sito sia vietato ai minori di 18 anni.

Perugia, 27 novembre 2007

(Forum delle Associazioni familiari dell’Umbria)
 

Moratoria europea: mobilitiamoci!

 Moratoria europea: mobilitiamoci!

Cari Presidenti e cari amici,

 l´Associazione Scienza & Vita non può rimanere indifferente di
 fronte all´iniziativa promossa da Avvenire: una moratoria europea
 sulla distruzione di embrioni umani.

 La lettera della presidenza con cui si annuncia l´adesione di
 Scienza & Vita nazionale sarà pubblicata domani su Avvenire e sul
 nostro sito internet www.scienzaevita.org .
 Nel sostenere con convinzione tale proposta, vi invitiamo ad essere
 partecipanti attivi: fate sottoscrivere la petizione ai membri
 dell´associazione locale, agli amici, alla famiglia e, se potete,
 anche alla gente per strada.
 E´ importante che le firme siano corredate, ove possibile, da un
 breve testo, nel quale si manifestano le motivazioni che spingono a
 partecipare a questa campagna.

 Per rendere più agevole il vostro lavoro, vi forniamo un fac simile
 di modulo, che potrete personalizzare e stampare in più copie da
 distribuire e raccogliere.
 L´obiettivo è quello di raggiungere, entro lunedì alle 13.00, il
 maggior numero di adesioni possibile, in modo che già martedì o,
 al più tardi, nei primi giorni della prossima settimana i messaggi
 e i nominativi possano essere trasmessi ad Avvenire.

 Ci rendiamo conto che il tempo a disposizione è poco, ma la
 modalità di adesione è molto semplice.

 Potete inviarci i messaggi e le firme raccolte tramite fax
 (06-68195205), e-mail (segreteria@scienzaevita.org ).
 Vi ricordiamo di specificare sempre - oltre all´indicazione della
 vostra associazione locale - cognome, nome, città e professione di
 chi sottoscrive.

 Un caro saluto a tutti


 I Presidenti

 Maria Luisa Di Pietro Bruno Dallapiccola

postato da Ernestor | novembre 28, 2007 08:54 | commenti


martedì, 27 novembre 2007
 

La confessione secondo Augias

di zambelli massimo

Augias nella sua trasmissione su Rai3 “Le storie” intervista il giudice Davigo; ne esalta i libri, che consiglia di leggere prima delle elezioni, e gli chiede, all’incrca: “Perchè l’Italia è un paese così corotto?” Prima di passare la parola al giudice anticipa alcune risposte “risapute”: siamo un paese gettato nel mezzo del Mediterraneo, confinante con i Balcani e altre nazioni; e siamo un paese cattolico. La confessione ci predispone a fare il male, tantop poi c’è la lavatina dei peccati. Mentre nei paesi protestanti, lì sì che sono onesti. Davigo ricorda che anche la Francia è un paese cattolico, che però non ha il nostro indice di corruzione. Ma Augias insiste, perchè la Francia non è proprio cattolica, la riforma ha attecchito di più che da noi. Non importa che la Francia sia chiamata  Fille ainee de l’Eglise, primogenita della Chiesa fin da Clodoveo (V secolo), piena di santi e santuari (dice niente Lourdes o La Salette?), ordini religiosi e missionari, con un re la cui investitura era considerata quasi un ottavo sacramento, e ricca di capolavori artistici.

Però Augias va oltre alle sempre possibili interpretazioni storiche. Afferma che colpevole dell’abbassamento del livello di coscienza pubblica sia il sacramento della penitenza in quanto tale. Ma come, proprio l’introduzione dell’introspezione (poi secolarizzata con la psicanalisi), dell’esame di coscienza, del bilancio etico, è causa del male? Pensavo invece che derivasse dall’ottundimento dell’esame del proprio sé, non certo dall’esaltazione della capacità introspettiva e della capacità della virtù, aiutata dalla Grazia, di reagire al male. La degenerazione della Confessione in una spolveratina che prescinde dall’osservazione onesta della coscienza e dal proponimento di non ripetere il male, non dipende dal sacramento, quanto piuttosto da quella forza di gravità che smorza ogni senso (analisi) ed impegno (proponimento) etico.