LONDRA - Nelle scuole elementari britanniche sarà proibito usare l'espressione «mamma e papà» e diventerà obbligatorio utilizzare l'espressione neutra «genitori», in modo particolare nelle comunicazioni a casa. Come scrive mercoledì il popolare quotidiano Daily Mail, il ministro per la Scuola e l’infanzia Ed Balls farà propria la proposta lanciata dall'organizzazione per i diritti degli omosessuali Stonewall, mirante ad abituare i bambini britannici delle elementari all'idea che potrebbero esserci genitori dello stesso sesso.
DIRITTI GAY - Secondo gli attivisti di Stonewall, l'espressione «mamma e papà» lede i diritti dei genitori omosessuali e favorirebbe pregiudizi anti-gay, inoltre ritengono che i bambini non dovrebbero avere un'idea «convenzionale» della famiglia. Ma non solo: l'iniziativa prevede che, quando si discuterà di matrimonio nelle scuole medie, gli insegnanti dovranno parlare anche delle unioni civili e dei diritti sulle adozioni gay.
"Gilbert Keith Chesterton diceva che «il guaio dell’uomo moderno non è quello di avere perso la fede, ma quello di avere perso la ragione». Basterebbe questa battuta per liquidare l’idiozia di un altro molto meno illustre cittadino inglese, il ministro per la scuola e per l’infanzia Ed Balls (nomen omen) che ha deciso di vietare ai bambini delle elementari l’utilizzo dei termini «mamma» e «papà», i quali sarebbero gravemente offensivi nei confronti degli omosessuali.
Poiché in teoria - ma solo in teoria - dovrebbe esserci un limite all’imbecillità umana, il lettore può pensare che abbiamo capito male, e che le cose non stanno proprio così. E invece stanno proprio così, anzi un po’ peggio. Cito testualmente dall’agenzia: «L’espressione “mamma e papà” lede infatti i diritti dei genitori omosessuali e favorisce le tendenze omofobiche, diffondendo l’idea che esista solo una famiglia tradizionale». Fantastico. Secondo questo ministro - che è riuscito nella titanica impresa di farci rivalutare i nostri, di ministri - quella che i bambini nascano da una mamma e da un papà sarebbe «un’idea», e non un dato di fatto. Viceversa, Balls parla di «genitori omosessuali» come se, quelli sì, fossero un dato di fatto. Ora, il sottoscritto sarà anche un becero reazionario, ma se l’etimologia ha ancora un senso «genitore» vuol dire «colui che genera, che procrea, che dà la vita». Tutte cose che una coppia omosessuale non può né potrà mai fare, e non perché glielo impedisca qualche pretacchione: è la natura a frapporre qualche non marginale impedimento.
È dunque la realtà, e non una chiesa o un partito politico, a mostrarci che dire «mamma» e «papà» non è un’offesa per nessuno, ma la cosa più naturale del mondo. Balls segue però, evidentemente, il metodo hegeliano secondo il quale «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».
“Per il bene del Paese” e’ la frase piu’ abusata dai politici italiani. Fatto del tutto singolare se si pensa che proprio gli stessi politici vengono additati dai cittadini come il male del Paese.
E’ per questo che la proposta di Veltroni di rinviare le elezioni “per il bene del paese” e’ solo una scusa per evitare il confronto elettorale che lo vedrebbe molto probabilmente sconfitto. Intendiamoci, la tattica di Veltroni e della Sinistra e’ del tutto legittima e comprensibile. Rimane, tuttavia, il fatto che al bene del paese dovevano pensarci prima quando hanno deciso di andare a governare con un’armata brancaleoni, un programma fumoso e, soprattutto, senza aver vinto le elezioni.
La piu’ bella di tutte, comunque, l’ha detta il segratario di Rifondazione, Franco Giordano. Riferendosi alla sparata di Berlusconi che intendeva portare in piazza un milione di persone per convincere il capo dello Stato ad indire le elezioni, il Rifondarolo ha parlato di «Avvertimenti inquietanti», «Intimidazioni» e «Minacce». Detto da uno che ha costruito la sua carriera politica sulle manifestazioni in piazza, che nella passata legislatura scendeva in strada un giorno si’ e l’altro anche, che addirittura e’ riuscito a scendere in piazza a manifestare contro il governo uscente di cui era parte integrante, cioe’ in pratica ha manifestato contro se stesso, la critica suona a dir poco ridicola. Ma si sa’, “la piazza e’ buona solo quando e’ rossa”.
Al bene dell’Italia, dicevo, dovevano pensarci prima quando in barba all’evidenza di un risultato elettorale di pareggio hanno dichiarato vittoria e tirato dritto per la loro strada. Su quelle basi il governo Prodi e’ stato un puro azzardo politico, una scommessa non sul Se ma sul Quando sarebbe caduto. Prodi ha voluto scommettere forte e adesso il prezzo da pagare e’ salatissimo.
In un colpo solo Prodi e’ riuscito a:
- Concludere definitivamente la sua carriera politica o, per lo meno, decretare la fine del Prodismo, inteso come fenomeno cultural-politico avente l’obiettivo di creare un trade d’union tra Centro e Sinistra Estrema. Un revival post-litteram e di basso profilo del catto-comunismo dossettiano.
- Ricompattare il Centro Destra e, quindi, la Casa della Liberta’ che era gia’ mezza diroccata. Ha spianato la strada ad un nuovo governo Berlusconi. Come ha detto De Bortoli in tv, Prodi ha spianato un’autostrada a Berlusconi ed e’ stata l’unica buona infrastruttura creata dal suo governo
- Infliggere un colpo al Partito Democratico di Veltroni che e’ ancora in fase embrionale. Anche se e’ una nuova creatura politica, il PD rimane sempre il partito principale della maggioranza uscente e, quindi, il “perdente” della situazione.
- con la vicenda Mastella, portare su posizioni critiche nei confronti di certa magistratura il vicepresidente del Csm, Nicola Macino, e persino Gerardo D’Ambrosio. Manca all’appello Borrelli e poi il capolavoro e’ finito.
- far fallire miseramente la prima esperienza della Sinistra Estrema al governo.
Direi che ce n’e’ abbastanza per descrivere una situazione alquanto imbarazzante per il Paese. Ci pensi bene, quindi, il compagno Napolitano prima di dare l’incarico a presunti uomini super-partes (Marini?!) per un governo di transizione. L’ultima volta lo fece Scalfaro con Dini e ce lo siamo tenuti per due anni.
Che liberazione, che spasso: ora possiamo chiamarli buffoni e non temere condanne. Conviene approfittarne subito: Prodi è un buffone. E assieme a lui sono buffoni pure D'Alema, Rutelli, Fassino e tutti gli altri. Centinaia, migliaia di buffoni popolano le segreterie dei partiti, i ministeri, i municipi grandi e piccoli, le sedi delle Regioni e delle Province. Buffoni di tutti i tipi e per tutti i gusti. C'è quello con i baffi e quello con la pancetta, il buffone alto e il basso, il meridionale e il settentrionale. Una galleria sterminata. Guardateli. Anzi, guardateli e diteglielo in faccia, anche voi, in coro. E non abbiate paura. Si può. A sancirlo è stata la Corte di Cassazione (quinta sezione penale, sentenza numero 4129 depositata ieri) che ha annullato con rinvio la condanna di un cittadino che aveva dato del buffone (appunto) e del ridicolo al sindaco del suo paese.
Gino Capotosti, avvocato e deputato Udeur, era presente mercoledì pomeriggio nel cortile di Montecitorio insieme a Mauro Fabris, vicesegretario Udeur e ad altri due esponenti del partito: Paolo Del Mese, presidente della commissione Finanze di Montecitorio e Pasqualino Giuditta. In attesa del voto di fiducia a Romano Prodi il capannello si è messo a parlare di nomine pubbliche. E con un sospiro Paolo Del Mese ha spiegato la rinuncia a 30 poltrone. Fabris ha commentato :"l'Udeur non è Giuda, non prende 30 denari". Al colloquio erano presenti due giornalisti, io e l'inviato de La Stampa, Augusto Minzolini. Entrambi abbiamo riportato su Italia Oggi e su La Stampa il contenuto di quel colloquio (www.italiaoggi.it). Il giorno dopo hanno reagito duramente Romano Prodi ed Enrico Micheli, negando l'offerta. In Senato ne abbiamo riparlato con i diretti protagonisti. Ecco la prima testimonianza, quella di Gino Capotosti, che era presente a quel colloquio e che spiega come l'offerta fosse una percentuale di circa 600 poltrone in consigli di amministrazione vari su cui i principali partiti di maggioranza stavano già discutendo. Nel documento audio-video tutti i particolari...
Non c'è altro da aggiungere. O forse sì, ricordiamo le parole della Finocchiaro nello scorso novembre: "Espliciti anche sui tentativi di corruzione, così si chiama ovunque nel mondo , corruzione politica di nostri senatori". Ecco, la trave e la pagliuzza.
La sconfitta subita al Senato da Romano Prodi non ha segnato solo la fine dell’esecutivo nato dalla vittoria elettorale dell’Unione del 2006. Ha anche e soprattutto decretato la morte della formula di centro sinistra. Quella che aveva consentito a Romano Prodi di battere per ben due volte Silvio Berlusconi e il centro destra. E che era nata dall’eredità dello storico rapporto che si era costituito negli anni 70 tra i cattolici democratici e la sinistra marxista e post marxista. La batosta testardemente ricercata ed ottenuta da Prodi a palazzo Madama indica in maniera incontrovertibile che la spinta propulsiva del centro sinistra si è definitivamente esaurita. Da adesso in avanti non sarà più possibile che gli eredi dei cattolici democratici possano allearsi contemporaneamente con le due diverse anime della sinistra, quella riformista e quella massimalista. E, con ogni probabilità, le due sinistre non riusciranno più a presentarsi unite di fronte al corpo elettorale. Senza aspettare Walter Veltroni ed i suoi annunci di autonomia, ognuno andrà avanti da solo. Con tutte le conseguenze del caso. Ma chi pensa che l’archiviazione della formula di centro sinistra e del governo Prodi esaurisca gli affetti di quanto avvenuto giovedì notte, sbaglia di grosso.
Morto un governo e sotterrata una strategia, inizia la fase del regolamento dei conti personali. Nessuno crede che il presidente del consiglio dimissionario si accontenti di tornare a Bologna ad occuparsi degli antichi studi. L’uomo è tanto stimato quanto vendicativo. Ed è facile prevedere che fin dalle prossime settimane si metterà di traverso sulla strada del partito democratico e di Walter Veltroni. Già si parla della possibilità che alle prossime elezioni possa spuntare una lista Prodi. O per coagulare i partiti più piccoli del vecchio centro sinistra. O, addirittura, per riunire gli antichi cattolici dossettiani e costituire il nucleo progressista della cosiddetta “cosa bianca”. Nessuno, al momento, è in grado di prevedere le mosse del professore. L’unica certezza è che punterà a spaccare il partito a cui attribuisce la principale responsabilità della caduta del governo e della fine del centro sinistra. Cioè il Pd. Il centro destra però sbaglierebbe se si limitasse ad osservare e a rallegrarsi dell’esplosione delle lotte intestine del campo avversario. Di fronte alla prospettiva di tornare alla guida del paese i partiti della CdL debbono farsi carico di favorire i processi innovativi in atto nello schieramento nemico. Non si tratta di scegliere tra Veltroni e Prodi. Si tratta di scegliere tra il nuovo e il vecchio. Per assicurare un futuro stabile al prossimo governo ed una più facile soluzione dei problemi del Paese.