Milano. Irrilevanza è la parola stregata, da esorcizzare. Invece ristagna nell’aria come certi malumori sottili che accomunano in questo debutto di legislatura le sponde diverse, forse anche lontane, del cattolicesimo politico italiano. Di quel che ne resta o di quello che sarà. Enrico Farinone, deputato ulivista in forza alla scarna pattuglia dei cattolici eletti dal Pd in Lombardia, l’altro ieri si lamentava: “Oggettivamente abbiamo perso voti nel nostro elettorato cattolico. Voti che sono andati all’Udc o addirittura alla Lega”. Una mezza bocciatura del progetto iniziale di contare molto, soprattutto al nord, dentro a un partito che invece proprio lì ha fatto un brutto scivolone. Meno pessimista, ma ragionevolmente preoccupato, il suo collega lombardo Lino Duilio, ex cislino, ex Ppi, di quelli che hanno scommesso sul “partito delle due cittadinanze”, come lo chiama. Duilio continua a credere nel progetto di un partito che sia sintesi laica di culture politiche diverse. Ma a patto “che quella di cui noi siamo espressione ritrovi un proprio radicamento sociale, una propria vitalità nella società civile. Prima che nella politica, è lì che la nostra tradizione popolare, sturziana, deve ritrovarsi. Altrimenti la pretesa di ‘contare’ nel partito diventa velleitaria e non pertinente”. Il nodo è proprio quello di un cattolicesimo politico che si va perdendo, spesso sulle vie della Lega: “E’ innegabile che una certa tradizione politica del cattolicesimo democratico sia diventata a poco a poco ‘aristocratica’, intellettuale, lontana dalla gente. Il caso di Brescia è chiaro. Se poi questo fa il paio con un partito che diventa leaderistico, senza radicamento, il famoso ‘partito leggero’, questo sì sarebbe il fallimento del nostro progetto. Questo è il vero punto, un radicamento popolare vero da cui poi escano le forze per la sintesi politica. Non la visibilità, o l’identità, che sono la vecchia strada”. Resta però, a tormentare la componente cattolica del Pd anche un problema di incidenza reale, destinata a calare. I non troppi “cattolici adulti” sopravvissuti – Rosy Bindi, Giuseppe Lumia, Mimmo Lucà, Giovanni Bachelet – peseranno meno all’opposizione. Il nuovo governo non sarà interessato a imprese “zapateriste”, così che agli esponenti “identitari”, da Paola Binetti a Enzo Carra a Luca Volontè, saranno richiesti meno eroismi e meno esposizione anche mediatica.
E’ per questo che c’è anche chi sta “sulla riva del fiume”. Come dice il centrista pezzottiano Battista Bonfanti, altro ex Margherita che ha però rifiutato di “traghettare verso l’irrilevanza”, e ha scommesso sulla Rosa per l’Italia. Sulla riva, Bonfanti aspetta il possibile transito in senso contrario di qualche vecchio amico; cosa giudicata tutt’altro che impossibile, nel medio periodo, soprattutto alle latitudini lombarde. Per ora, la strategia dei pezzottiani per resistere alla magra pesca elettorale e alla situazione da “rari nantes” parlamentari è semplice e chiara: “Abbiamo avuto la conferma che l’offerta politica di destra e sinistra è insufficiente per esprimere la rappresentanza cattolica”, dice Bonfanti, “nel Pd sconfitto è molto chiaro, ma lo stesso Formigoni, che esce mortificato dalla trattativa per Roma con Berlusconi, ne è conferma. Noi continueremo a fare un’altra offerta, moderata, diversa dal bipartitismo, per evitare che il sistema si fossilizzi”.
Ma lì al centro la partita è tutt’altro che facile. In difficoltà è soprattutto Pier Ferdinando Casini, e non solo per i numeri. La scelta di astenersi dal voto per le presidenze di Camera e Senato non parla di equidistanza, o di “un’opposizione repubblicana”, come dichiarato dal leader dell’Udc, ma di una incipiente irrilevanza del cartello elettorale (o progetto politico, se si preferisce) formato dalla Rosa per l’Italia con l’Udc. Il problema del fantomatico centro dei cattolici è infatti, prima di tutto, un problema geometrico. Anzi longitudinale. Per essere un centro, il partito di Casini non ha più il baricentro a Roma. Se il voto per il Campidoglio ha qualcosa da dire anche su questo, dice che Mario Baccini e Savino Pezzotta sono finiti subito ai ferri corti sull’idea di “equidistanza” e sull’appoggio ad Alemanno. Tanto che Casini ha dovuto invocare una “libertà di coscienza” del tutto improbabile in un ballottaggio. Mentre, però, Gaetano Caltagirone si esprimeva a favore del “cambiamento” e in Laterano non risulta siano state versate lacrime per la sconfitta di Rutelli. Segno che la gerarchia cattolica, se pure poteva avere interesse a verificare la consistenza di un partito cattolico, non avrà difficoltà di sorta a convivere con il centrodestra. E pure con un sindaco di destra.
A fronte dell’indebolimento del “centro del centro” c’è un partitino con due anime poste sull’asse longitudinale. A nord Bruno Tabacci, con forti spruzzate di popolarismo pezzottiano, che a questo punto sembra la componente utopica del progetto. Mentre il peso politico reale sta tutto in Sicilia. I tre senatori Udc, come commentava spietato Gianni Baget Bozzo, sono in realtà di Totò Cuffaro. Ma Cuffaro stesso, “felice di essere al Senato”, ha già dichiarato nemmeno tanto sibillino che “tra due anni sarò ministro”. La verità è che la massa d’urto che ha permesso al “solo partito che mantiene vivo il simbolo e i valori del cattolicesimo politico” di superare gli sbarramenti di Camera e Senato è quella dei siciliani dell’Udc. Insomma “gli scampati”, come dicono immaginificamente da quelle parti, al terremoto politico del centrodestra che ha tolto il controllo dell’isola a Cuffaro per metterlo nelle mani degli autonomisti di Raffaele Lombardo. Lombardo ha sbaragliato gli avversari, ha tagliato l’erba sotto i piedi anche all’ex Forza Italia. Può diventare, come molti pensano, l’equivalente siculo della Lega, nel senso di un radicamento stabile nel governo delle istituzioni e del territorio. Soprattutto, i numeri dovrebbero garantirgli lunghi anni di tranquillità politica, nei quali consolidare i molti granai del consenso siciliano che già furono proprietà dell’Udc di Cuffaro. Un quadro politico che dunque prevede un indebolimento progressivo degli scampati dell’Udc.
Quadro che però non convince per niente un ex democristiano di lungo corso come Calogero Mannino. Mannino è forse il nome di maggior prestigio politico nella pattuglia siciliana che ha salvato dal fallimento Casini. Da buon ex dc, ama le distinzioni sottili e le visioni politiche basate su pazienti tempi lunghi. Spiega ad esempio che non bisogna confondere “il progetto dell’Udc con quello di rifare la Dc”. Piuttosto, la convinzione è che serva ancora, oggi, “un partito di iscritti, di militanti che votano, popolare nel senso pieno”. E che questo invece non è garantito dall’attuale offerta partitica. Spiega che il problema non è “attestarsi in difesa dell’orgoglio”, non è per nulla convinto, soprattutto, della lettura tombale offerta da Baget Bozzo: “Se fosse davvero prevalsa la sua visione, non ci sarebbe più spazio per la dottrina sociale e l’impegno dei cattolici, ma non è vero. Oggi ci sono due partiti radicali di massa, li definisco così, che sono culturalmente e antropologicamente distanti, sul piano dei valori, dalla visione che esce dalla dottrina sociale cattolica”. Per Mannino vale anche per Silvio Berlusconi, “che vuole un partito alieno da ogni influenza culturale cattolica”.
Ma questo non risolve, da solo, il problema di un ruolo possibile per l’Udc. E non avere ruolo, Mannino lo sa benissimo, è l’equivalente di un fallimento. Il politico siciliano ha però in testa un suo piano B, che giocoforza è anche l’unico a disposizione di Casini: “Innanzitutto questo governo, in cui l’unica testa pensante sarà Tremonti, la testa economica del nord, comincerà ad avere problemi seri già in autunno, quando ci sarà il Dpef. In secondo luogo, tra un anno ci sono le elezioni europee, saranno quelle il banco di prova per altre aggregazioni, non costrette nello schema del voto utile”. I conti sulla consistenza di un voto cattolico differente, insomma, si faranno lì. Nel frattempo, secondo Mannino, si può stare fermi e prendere nota che la famosa irrilevanza dei cattolici è un problema che riguarda piuttosto Roberto Formigoni, perché “lo scarto che Berlusconi ha imposto a lui è della stessa natura della preclusione ideologica che Berlusconi ha imposto all’Udc”.
Allora bisogna cambiare fronte, e vedere da vicino se l’analisi di Mannino a proposito del Pdl, e del potenziale contributo alla politica dei cattolici che esprime, cioè la sua corrente formigoniana, è corretta oppure no. Lunedì, ad Arcore, l’incontro tra Berlusconi e il governatore lombardo, accompagnato dal vicepresidente dell’Europarlamento Mario Mauro, abile mediatore ciellino dalle movenze morotee, e celebrato alla presenza dei due “padrini” Sandro Bondi e Mariastella Gelmini, ha prodotto quello che appare un dignitoso compromesso di realismo. Formigoni poteva perdere la partita e tenersi la sua legittima incazzatura, o sublimarsi in versione padre della patria. Ha scelto la seconda, ha fatto buon viso al dovere di restare al Pirellone, si è pure detto felice di correre per un quarto mandato: condizione indispensabile per non gettare la regione nell’ingovernabilità, con la Lega da subito a far campagna elettorale. Soprattutto, ha salvato il salvabile, nelle condizioni date, di un progetto politico più ambizioso. In cambio del suo magnanimo passo indietro, Formigoni avrebbe ottenuto, condizionale d’obbligo, un lasciapassare ministeriale per il “fratello minore” Maurizio Lupi (la Funzione pubblica potrebbe essere una scelta tatticamente lungimirante) e soprattutto la promessa di un ruolo importante nel partito. E questo è il punto. Negli ambienti ciellini nessuno nega che il governatore puntasse alla presidenza del Senato, ruolo chiave per cinque anni di magistero politico a mani libere, per tessere all’interno del Pdl la tela di una componente cattolico-moderata. Forte, se non abbastanza da diventare egemonica, almeno da potergli garantire la corsa per la futura leadership. Insomma, il progetto di trasformare a poco a poco “l’ospitalità” di una componente cattolica dentro a un grande contenitore laico in qualcosa di più organico. Scalata respinta con perdite, e sul perché forse non ha torto Mannino. Ma progetto in grado di proseguire, spiega invece il tessitore Mario Mauro, “nell’idea che noi abbiamo di una politica non più intesa come egemonia, ma come testimonianza: come capacità di realizzare delle cose”. Insomma la strada attualmente individuata dai ciellini per contrastare il virus dell’irrilevanza dei cattolici.
di Maurizio Crippa

L'UOMO-FAI-DA-TE «L'usura della terra» (voleva dire "il logoramento") è da attribuire alla «tradizione giudaico-cristiana», che considera la natura come «semplice materia da dominare al servizio dell'uomo [...] A partire da queste premesse cristiane l'uomo occidentale non conosce più il suo limite». Lo afferma il pertinace Umberto Galimberti, che non rinuncia al suo anticristianesimo e trascura che quel biblico «dominare» va letto alla luce dell'ordine del Creatore all'uomo di "coltivare e custodire il giardino dell'Eden" come un dominus, cioè da "signore" e non da "padrone". «Chi ci ha insegnato " conclude Galimberti " a oltrepassare il nostro limite?». Non certamente il cristianesimo ("Guardate i gigli del campo", dice Gesù), ma semmai l'illuminismo razionalista che, negando Dio, illude l'uomo di essere onnipotente e lo fa credere autopoietico, cioè che-si-fa-da-sé.
da Avvenire
rieccomi, catapultato da Marte (Crotone), dopo oltre una settimana di assenza da Perugia e, evidentemente, dal dibattito post-elettorale al Circolo. ho appena finito di recuperare la lettura dei vostri commenti e vorrei inserirmi con un contributo che rappresenta in larga parte il mio pensiero, in attesa di riprendere il dialogo di persona dopo questi tentativi "virtuali" di comunicazione. qui sotto vi propongo un piccolo estratto, suggerendovi di proseguire la lettura su http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=306 Francesco
Quando un paese è al palo, vince sempre l'alternanza
Leonardo Becchetti
Al di là delle consuete esaltazioni dei vincitori e condanne degli sconfitti, i risultati delle elezioni sembrano rispettare una legge ferrea delle competizioni elettorali dalla seconda repubblica in poi: quella dell’alternanza per la quale nessuna coalizione in carica riesce ad essere confermata per un secondo mandato. La spiegazione di questa regolarità finora mai violata è semplice: l’integrazione globale dei mercati vede da tempo l’Italia come l’anello più debole del sistema economico mondiale (con una crescita più bassa degli altri paesi europei, delle economie in transizione, dei paesi emergenti, degli Stati Uniti e persino dei paesi africani). Nessun governo (tra i due precedenti governi Prodi e Berlusconi) è riuscito ad invertire questa tendenza. Di conseguenza le coalizioni al potere arrivano usurate al momento delle elezioni e gli elettori (con memoria ben chiara della legislatura in corso e un po’ più labile di quella precedente) sperano con il cambiamento possa invertire la rotta.
Queste elezioni in particolare sono arrivate in un momento internazionale particolarmente delicato. La crisi finanziaria dei mutui subprime ha duramente colpito le nostre prospettive di crescita (anche se per fortuna non ha avuto ripercussioni gravi sul nostro sistema finanziario), le dinamiche dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari (non certo sotto il controllo della politica nazionale) hanno creato un improvviso peggioramento della situazione dei ceti più poveri. Tutto questo ha alimentato il risentimento nei confronti del passato governo.
Alla luce di questa situazione l’esaltazione delle doti strategiche e premonitrici dei vincitori e la condanna senza appello degli sconfitti sembra sinceramente un po’ sopra le righe. Abitudine tipica di un costume nazionale nel quale allenatori e squadre sono giudicati sulla base delle vittorie/sconfitte delle ultime due partite. La genialità dei leader di partito si vede quando riescono a mantenere o ad aumentare i consensi dopo essere stati per cinque anni al governo e non quando raccolgono i facili frutti del desiderio di cambiamento e della sfiducia verso chi ha governato sino al momento delle elezioni.
Un dato nuovo importante però è che mai come questa volta la maggioranza ha ampi margini di manovra ed appare relativamente meno disomogenea che nel passato.
Ci attendiamo adesso una politica attenta alla situazione dei più deboli capace di non allentare il controllo sul debito, grazie alle risorse generate dal proseguimento della lotta all’evasione e da una politica di valorizzazione del patrimonio pubblico. Capacità d’iniziativa sul fronte delle infrastrutture. Una guardia alta sui temi della legalità come desiderato e auspicato finalmente dagli stessi industriali vittime dell’economia criminale. Soluzioni sul fronte della politica dell’energia e della tutela ambientale. Maggiore attenzione ai problemi delle famiglie e capacità di valorizzare e vitalizzare le iniziative dal basso della società civile.
Come ha saggiamente ricordato Casini, al di là delle nostre idee politiche, da italiani dobbiamo sperare (è nostro dovere sperare) che il futuro governo in carica ce la faccia perché il paese non si può permettere altri passi falsi.