Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
mercoledì, 30 aprile 2008

è ora di una politica nuova per i cattolici


Delusione cattodem, piani futuri nell’Udc, realismo formigoniano

Il virus dell’irrilevanza si insinua nei tre rami dei cattolici in politica

La ridotta siciliana del partito di Casini, la mortificazione (con trattativa) del governatore lombardo

Milano. Irrilevanza è la parola stregata, da esorcizzare. Invece ristagna nell’aria come certi malumori sottili che accomunano in questo debutto di legislatura le sponde diverse, forse anche lontane, del cattolicesimo politico italiano. Di quel che ne resta o di quello che sarà. Enrico Farinone, deputato ulivista in forza alla scarna pattuglia dei cattolici eletti dal Pd in Lombardia, l’altro ieri si lamentava: “Oggettivamente abbiamo perso voti nel nostro elettorato cattolico. Voti che sono andati all’Udc o addirittura alla Lega”. Una mezza bocciatura del progetto iniziale di contare molto, soprattutto al nord, dentro a un partito che invece proprio lì ha fatto un brutto scivolone. Meno pessimista, ma ragionevolmente preoccupato, il suo collega lombardo Lino Duilio, ex cislino, ex Ppi, di quelli che hanno scommesso sul “partito delle due cittadinanze”, come lo chiama. Duilio continua a credere nel progetto di un partito che sia sintesi laica di culture politiche diverse. Ma a patto “che quella di cui noi siamo espressione ritrovi un proprio radicamento sociale, una propria vitalità nella società civile. Prima che nella politica, è lì che la nostra tradizione popolare, sturziana, deve ritrovarsi. Altrimenti la pretesa di ‘contare’ nel partito diventa velleitaria e non pertinente”. Il nodo è proprio quello di un cattolicesimo politico che si va perdendo, spesso sulle vie della Lega: “E’ innegabile che una certa tradizione politica del cattolicesimo democratico sia diventata a poco a poco ‘aristocratica’, intellettuale, lontana dalla gente. Il caso di Brescia è chiaro. Se poi questo fa il paio con un partito che diventa leaderistico, senza radicamento, il famoso ‘partito leggero’, questo sì sarebbe il fallimento del nostro progetto. Questo è il vero punto, un radicamento popolare vero da cui poi escano le forze per la sintesi politica. Non la visibilità, o l’identità, che sono la vecchia strada”. Resta però, a tormentare la componente cattolica del Pd anche un problema di incidenza reale, destinata a calare. I non troppi “cattolici adulti” sopravvissuti – Rosy Bindi, Giuseppe Lumia, Mimmo Lucà, Giovanni Bachelet – peseranno meno all’opposizione. Il nuovo governo non sarà interessato a imprese “zapateriste”, così che agli esponenti “identitari”, da Paola Binetti a Enzo Carra a Luca Volontè, saranno richiesti meno eroismi e meno esposizione anche mediatica.
E’ per questo che c’è anche chi sta “sulla riva del fiume”. Come dice il centrista pezzottiano Battista Bonfanti, altro ex Margherita che ha però rifiutato di “traghettare verso l’irrilevanza”, e ha scommesso sulla Rosa per l’Italia. Sulla riva, Bonfanti aspetta il possibile transito in senso contrario di qualche vecchio amico; cosa giudicata tutt’altro che impossibile, nel medio periodo, soprattutto alle latitudini lombarde. Per ora, la strategia dei pezzottiani per resistere alla magra pesca elettorale e alla situazione da “rari nantes” parlamentari è semplice e chiara: “Abbiamo avuto la conferma che l’offerta politica di destra e sinistra è insufficiente per esprimere la rappresentanza cattolica”, dice Bonfanti, “nel Pd sconfitto è molto chiaro, ma lo stesso Formigoni, che esce mortificato dalla trattativa per Roma con Berlusconi, ne è conferma. Noi continueremo a fare un’altra offerta, moderata, diversa dal bipartitismo, per evitare che il sistema si fossilizzi”.
Ma lì al centro la partita è tutt’altro che facile. In difficoltà è soprattutto Pier Ferdinando Casini, e non solo per i numeri. La scelta di astenersi dal voto per le presidenze di Camera e Senato non parla di equidistanza, o di “un’opposizione repubblicana”, come dichiarato dal leader dell’Udc, ma di una incipiente irrilevanza del cartello elettorale (o progetto politico, se si preferisce) formato dalla Rosa per l’Italia con l’Udc. Il problema del fantomatico centro dei cattolici è infatti, prima di tutto, un problema geometrico. Anzi longitudinale. Per essere un centro, il partito di Casini non ha più il baricentro a Roma. Se il voto per il Campidoglio ha qualcosa da dire anche su questo, dice che Mario Baccini e Savino Pezzotta sono finiti subito ai ferri corti sull’idea di “equidistanza” e sull’appoggio ad Alemanno. Tanto che Casini ha dovuto invocare una “libertà di coscienza” del tutto improbabile in un ballottaggio. Mentre, però, Gaetano Caltagirone si esprimeva a favore del “cambiamento” e in Laterano non risulta siano state versate lacrime per la sconfitta di Rutelli. Segno che la gerarchia cattolica, se pure poteva avere interesse a verificare la consistenza di un partito cattolico, non avrà difficoltà di sorta a convivere con il centrodestra. E pure con un sindaco di destra.
A fronte dell’indebolimento del “centro del centro” c’è un partitino con due anime poste sull’asse longitudinale. A nord Bruno Tabacci, con forti spruzzate di popolarismo pezzottiano, che a questo punto sembra la componente utopica del progetto. Mentre il peso politico reale sta tutto in Sicilia. I tre senatori Udc, come commentava spietato Gianni Baget Bozzo, sono in realtà di Totò Cuffaro. Ma Cuffaro stesso, “felice di essere al Senato”, ha già dichiarato nemmeno tanto sibillino che “tra due anni sarò ministro”. La verità è che la massa d’urto che ha permesso al “solo partito che mantiene vivo il simbolo e i valori del cattolicesimo politico” di superare gli sbarramenti di Camera e Senato è quella dei siciliani dell’Udc. Insomma “gli scampati”, come dicono immaginificamente da quelle parti, al terremoto politico del centrodestra che ha tolto il controllo dell’isola a Cuffaro per metterlo nelle mani degli autonomisti di Raffaele Lombardo. Lombardo ha sbaragliato gli avversari, ha tagliato l’erba sotto i piedi anche all’ex Forza Italia. Può diventare, come molti pensano, l’equivalente siculo della Lega, nel senso di un radicamento stabile nel governo delle istituzioni e del territorio. Soprattutto, i numeri dovrebbero garantirgli lunghi anni di tranquillità politica, nei quali consolidare i molti granai del consenso siciliano che già furono proprietà dell’Udc di Cuffaro. Un quadro politico che dunque prevede un indebolimento progressivo degli scampati dell’Udc.
Quadro che però non convince per niente un ex democristiano di lungo corso come Calogero Mannino. Mannino è forse il nome di maggior prestigio politico nella pattuglia siciliana che ha salvato dal fallimento Casini. Da buon ex dc, ama le distinzioni sottili e le visioni politiche basate su pazienti tempi lunghi. Spiega ad esempio che non bisogna confondere “il progetto dell’Udc con quello di rifare la Dc”. Piuttosto, la convinzione è che serva ancora, oggi, “un partito di iscritti, di militanti che votano, popolare nel senso pieno”. E che questo invece non è garantito dall’attuale offerta partitica. Spiega che il problema non è “attestarsi in difesa dell’orgoglio”, non è per nulla convinto, soprattutto, della lettura tombale offerta da Baget Bozzo: “Se fosse davvero prevalsa la sua visione, non ci sarebbe più spazio per la dottrina sociale e l’impegno dei cattolici, ma non è vero. Oggi ci sono due partiti radicali di massa, li definisco così, che sono culturalmente e antropologicamente distanti, sul piano dei valori, dalla visione che esce dalla dottrina sociale cattolica”. Per Mannino vale anche per Silvio Berlusconi, “che vuole un partito alieno da ogni influenza culturale cattolica”.
Ma questo non risolve, da solo, il problema di un ruolo possibile per l’Udc. E non avere ruolo, Mannino lo sa benissimo, è l’equivalente di un fallimento. Il politico siciliano ha però in testa un suo piano B, che giocoforza è anche l’unico a disposizione di Casini: “Innanzitutto questo governo, in cui l’unica testa pensante sarà Tremonti, la testa economica del nord, comincerà ad avere problemi seri già in autunno, quando ci sarà il Dpef. In secondo luogo, tra un anno ci sono le elezioni europee, saranno quelle il banco di prova per altre aggregazioni, non costrette nello schema del voto utile”. I conti sulla consistenza di un voto cattolico differente, insomma, si faranno lì.  Nel frattempo, secondo Mannino, si può stare fermi e prendere nota che la famosa irrilevanza dei cattolici è un problema che riguarda piuttosto Roberto Formigoni, perché “lo scarto che Berlusconi ha imposto a lui è della stessa natura della preclusione ideologica che Berlusconi ha imposto all’Udc”.
Allora bisogna cambiare fronte, e vedere da vicino se l’analisi di Mannino a proposito del Pdl, e del potenziale contributo alla politica dei cattolici che esprime, cioè la sua corrente formigoniana, è corretta oppure no. Lunedì, ad Arcore, l’incontro tra Berlusconi e il governatore lombardo, accompagnato dal vicepresidente dell’Europarlamento Mario Mauro, abile mediatore ciellino dalle movenze morotee, e celebrato alla presenza dei due “padrini” Sandro Bondi e Mariastella Gelmini, ha prodotto quello che appare un dignitoso compromesso di realismo. Formigoni poteva perdere la partita e tenersi la sua legittima incazzatura, o sublimarsi in versione padre della patria. Ha scelto la seconda, ha fatto buon viso al dovere di restare al Pirellone, si è pure detto felice di correre per un quarto mandato: condizione indispensabile per non gettare la regione nell’ingovernabilità, con la Lega da subito a far campagna elettorale. Soprattutto, ha salvato il salvabile, nelle condizioni date, di un progetto politico più ambizioso. In cambio del suo magnanimo passo indietro, Formigoni avrebbe ottenuto, condizionale d’obbligo, un lasciapassare ministeriale per il “fratello minore” Maurizio Lupi (la Funzione pubblica potrebbe essere una scelta tatticamente lungimirante) e soprattutto la promessa di un ruolo importante nel partito. E questo è il punto. Negli ambienti ciellini nessuno nega che il governatore puntasse alla presidenza del Senato, ruolo chiave per cinque anni di magistero politico a mani libere, per tessere all’interno del Pdl la tela di una componente cattolico-moderata. Forte, se non abbastanza da diventare egemonica, almeno da potergli garantire la corsa per la futura leadership. Insomma, il progetto di trasformare a poco a poco “l’ospitalità” di una componente cattolica dentro a un grande contenitore laico in qualcosa di più organico. Scalata respinta con perdite, e sul perché forse non ha torto Mannino. Ma progetto in grado di proseguire, spiega invece il tessitore Mario Mauro, “nell’idea che noi abbiamo di una politica non più intesa come egemonia, ma come testimonianza: come capacità di realizzare delle cose”. Insomma la strada attualmente individuata dai ciellini per contrastare il virus dell’irrilevanza dei cattolici.

di Maurizio Crippa

 

Sono convinto che l'impostazione che predispone alla politica dei cattolici sia stata per troppi lunghi anni intrisa di spirito "democrats" che oggi fa più o meno eco al PD di Veltroni (e che nella realtà trova il gusto del concreto nel PdL), che non ad altri partiti più tradizionalmente cattolici, ma tutti sembrano comunque un restiling in chiave moderna della DC, come le riedizioni della 500 e della mini ma che hanno il sapore snob del sushi piuttosto che degli spaghetti al sugo. Finché il PD non chiarirà definitivamente a quali ascendenze vorrà rifarsi, se quella socialdemocratica europeista o quella democratica americana e non è dato saperlo in tempi brevi, appare oggi un adolescente di cui si fatica a capire i talenti.
Di fatto lo spirito di rinascita, di dinamismo, di voglia di fare lo troviamo oggi nel PdL, mentre paradossalmente, il partito riformista per antonomasia sembra quello che difende le posizioni delle rendite acquisite, dello statalismo aziendalista che non sa dire chiaro e tondo a chi impone a un'impresa come Alitalia l'esubero di 10000 posti di lavoro e però pretende che l'azienda sia competitiva sul mercato internazionale, che tutto questo è una follia da pagare a suon di finanziamenti pubblici e perciò di soldi che gli italiani non hanno più. Meglio sarebbe allora il sussidio di disoccupazione, almeno non ci sarebbe l'ipocrisia del finto posto di lavoro, quello che per intenderci infarcisce di amministrativi inutili le nostre amministrazioni. Mentre intanto il mondo lotta per la sopravvivenza con muscoli veri, con quale forza riusciamo ad opporci se almeno non proviamo a diventare bravi in qualcosa? E, soprattutto, chi ci da la sicurezza di essere bravi se non sappiamo neanche chi siamo? Quanto paga il PD questa mancanza di identità, questo saper abbozzare le cose ma mancare di decisione al momento di stringere? quanto guadagna il PdL dall'aver scelto consapevolmente da che parte stare? Di fatto, uno spirito cattolico non è e non dovrebbe avere un ghetto quant'anche partitico in cui rimanere confinato, sarebbe in contraddizione con l'aspirazione stessa del cristianesimo. Meglio tanti cristiani a salare il mondo che tutti lì nella saliera, che è poi come la parabola dei talenti. Trovo tra l'altro triste e strumentale il tentativo di relegare tutti i cattolici in un solo gruppo o schieramento di sinistra o di destra o di centro che sia. Detto questo, è necessario ritrovare con forza le radici cristiane dell'Europa e dell'Italia, uscire dalla crisi d'identità, dall'incapacità provocata dalla paura di prendere una decisione che non sia semplicemente frutto di un calcolo statistico, da una linea dettata dall'alto, dalla maggioranza tout court che diffida dei suoi stessi leaders, ma che invece sia il risultato dalla fiducia che si ripone in chi prende le decisioni e al quale si è deciso, per quel limitato arco di tempo di dar fiducia. Questo, mi sembra un atto di maturità del quale non sempre l'italiano medio è riuscito a fregiarsi, benché quest'ultima tornata elettorale abbia finalmente fatto alzare la testa a molti che erano rimasti lì a guardarsi la punta dei piedi.
A me sembra che il cattolico oggi pecchi di due difetti: uno di presunzione, di cultura vicina alla sinistra per cui l'attitudine è sempre quella di ritenere di saper guardare talmente tanto avanti da non vedere più dove si mettono i piedi e l'altro, di timore e nichilismo, e vengono entrambi dallo stesso atteggiamento di perdita di fiducia per il prossimo per cui o uno si sente troppo "avanti" per questo mondo o questo mondo è troppo crudele perché valga la pena di far qualcosa. Se i cattolici desiderano veramente tornare a far sentire le proprie ragioni è ora che tornino ad amare un po' di più questo mondo che qualcuno, ci piaccia o meno, sta tentando di tenere insieme come può. E' meglio un impegno, soprattutto se consapevole, che un non impegno. Detto questo e per rimanere qui vicino, la cultura del fare ha bisogno di gente che sappia prendere delle decisioni e in un momento storico come l'attuale, che le sappia prendere col coraggio della scelta e non del giochino della politichetta infantile e quattrinara a cui la sinistra umbra ci a abituati. Forse il Popolo della Libertà è una realtà troppo giovane per un'Umbria dalle rendite di potere fortissime ma di certo è una realtà peggiore del peggior incubo che questa classe politica potesse immaginare e di certo è un vento che non porta semplicemente l'eco del nuovo che avanza ma è il nuovo che avanza.
Ernesto Rossi
postato da Ernestor alle ore aprile 30, 2008 20:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 29 aprile 2008

meglio cambiare né!?

Il lupo in Campidoglio

Con lo strappo di Alemanno tocca il culmine la rivolta dei populares
La classe senatoria è definitivamente sconfitta con la vittoria viscerale, contro un sistema di potere formidabile ma in decadenza, del più catilinario dei leader della destra. Il paese aveva votato con la pancia raddoppiando i voti di Bossi, dando al Berlusconi del predellino un terzo mandato sovrano, schiacciando in Sicilia e nel sud gli avversari del nuovo autonomismo di Lombardo, ed eliminando tutto il resto, tutti i corpi elettorali intermedi, con un residuo democristiano condannato all’ininfluenza minoritaria, come un centro che stia in periferia, e già in fase di squinternamento politico. Mancava la conferma più cruda, ed è arrivata con puntualità inesorabile: la destra alla guida di Roma, e che destra. Gianni Alemanno è anche uomo di mondo, ma è il leader dell’identità neofascista che resiste e che ora vince nel plebiscito personale di un ballottaggio da brivido, che è novità assoluta in sessant’anni di storia repubblicana. Fini nel 1993 perse per pochi voti contro Rutelli: era ancora a capo del Msi, e di lì cominciò la sua marcia verso l’omologazione democratica, con il sostegno di Berlusconi. L’ironia della storia vuole che quella marcia arrivi infine sulla scalinata del Campidoglio, e invada festosamente la piazza michelangiolesca, ma stavolta nel pieno corso di un ritorno identitario, giocato sui temi della sicurezza e della lotta contro un sistema di potere percepito come chiuso, castale, effimero, lontano appunto dalla pancia popolare della città e del paese.
postato da Ernestor alle ore aprile 29, 2008 01:41 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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lunedì, 28 aprile 2008



CU' CU'
E LA DESTRA
E' SEMPRE PIU' SU'.
ALEMANNO
UBER ALLES
postato da GLOVAGLIO alle ore aprile 28, 2008 19:29 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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lunedì, 28 aprile 2008

Laicismo Autopoietico

 

L'UOMO-FAI-DA-TE «L'usura della terra» (voleva dire "il logoramento") è da attribuire alla «tradizione giudaico-cristiana», che considera la natura come «semplice materia da dominare al servizio dell'uomo [...] A partire da queste premesse cristiane l'uomo occidentale non conosce più il suo limite». Lo afferma il pertinace Umberto Galimberti, che non rinuncia al suo anticristianesimo e trascura che quel biblico «dominare» va letto alla luce dell'ordine del Creatore all'uomo di "coltivare e custodire il giardino dell'Eden" come un dominus, cioè da "signore" e non da "padrone". «Chi ci ha insegnato " conclude Galimberti " a oltrepassare il nostro limite?». Non certamente il cristianesimo ("Guardate i gigli del campo", dice Gesù), ma semmai l'illuminismo razionalista che, negando Dio, illude l'uomo di essere onnipotente e lo fa credere autopoietico, cioè che-si-fa-da-sé.

da Avvenire

postato da fabiotar alle ore aprile 28, 2008 09:55 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: laic ismi


sabato, 26 aprile 2008

I comuniscti di una volta

postato da fabiotar alle ore aprile 26, 2008 11:09 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 24 aprile 2008

Rapporto del ministero della Salute sulla 194, calano gli aborti e crescono i medici obiettori

Tratto da Il Sussidiario.net il 23 aprile 2008

Il numero degli aborti in Italia cala leggermente e si consolida a circa 130mila, ma il ricorso all’interruzione di gravidanza aumenta nelle fasce più critiche (minorenni e donne straniere). Questo, in estrema sintesi, quanto emerso dal rapporto annuale sull’interruzione di gravidanza pubblicato dal ministero della salute relativo al 2007.

I dati: diminuiscono gli aborti
I dati relativi al 2007, con un totale di 127. 038 IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), evidenziano un ulteriore calo del 3% rispetto al dato definitivo del 2006 (131. 018 casi) e un decremento del 45, 9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG (234. 801 casi).

In calo anche il numero degli aborti clandestini, che si stima siano stati nel 2005 circa 15mila (mentre nella relazione dell'anno passato se ne valutavano 20mila). Stabile il numero degli aborti tardivi effettuati dopo il 90/mo giorno di gravidanza, nel 2006 pari al 2, 9% del totale.

La polemica sull’obiezione di coscienza
Un altro dato tratto dal rapporto su cui è stata posta enfasi è la crescita del numero dei medici obiettori, in modo molto marcato nel Sud, con punte elevate in alcune regioni dove i dati sono raddoppiati. In Campania i ginecologi obiettori sono saliti dal 44, 1% all' 83%, e in Sicilia passano dal 44, 1% al 84, 2%.

La crescita di questo dato viene vista quasi con preoccupazione dello stesso uscente ministro della Sanità Livia Turco, che chiede alle regioni «di controllare e garantire l'attuazione della legge, anche attraverso la mobilità del personale, visto l'aumento dell'obiezione di coscienza».

Di contro, si può osservare che se accostato al tasso di abortività delle singole regioni, questo dato riserva qualche sorpresa rispetto a una analisi più superficiale. Per esempio, in Liguria e in Puglia i rapporti di abortività - cioè il numero di aborti per mille nati vivi - sono quasi uguali e fra i più alti d'Italia (304. 7 e 304. 6, rispettivamente), ma mentre gli obiettori in Liguria sono il 56. 3%, al di sotto della media nazionale (70%), e in Puglia sono al di sopra (79. 9%), il che suggerisce che non c'è correlazione tra il numero di aborti e l'obiezione di coscienza.
postato da fabiotar alle ore aprile 24, 2008 14:58 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: aborto


martedì, 22 aprile 2008

un'analisi della redazione di benecomune.net all'indomani del voto

rieccomi, catapultato da Marte (Crotone), dopo oltre una settimana di assenza da Perugia e, evidentemente, dal dibattito post-elettorale al Circolo. ho appena finito di recuperare la lettura dei vostri commenti e vorrei inserirmi con un contributo che rappresenta in larga parte il mio pensiero, in attesa di riprendere il dialogo di persona dopo questi tentativi "virtuali" di comunicazione. qui sotto vi propongo un piccolo estratto, suggerendovi di proseguire la lettura su http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=306 Francesco

Quando un paese è al palo, vince sempre l'alternanza
Leonardo Becchetti
Al di là delle consuete esaltazioni dei vincitori e condanne degli sconfitti, i risultati delle elezioni sembrano rispettare una legge ferrea delle competizioni elettorali dalla seconda repubblica in poi: quella dell’alternanza per la quale nessuna coalizione in carica riesce ad essere confermata per un secondo mandato. La spiegazione di questa regolarità finora mai violata è semplice: l’integrazione globale dei mercati vede da tempo l’Italia come l’anello più debole del sistema economico mondiale (con una crescita più bassa degli altri paesi europei, delle economie in transizione, dei paesi emergenti, degli Stati Uniti e persino dei paesi africani). Nessun governo (tra i due precedenti governi Prodi e Berlusconi) è riuscito ad invertire questa tendenza. Di conseguenza le coalizioni al potere arrivano usurate al momento delle elezioni e gli elettori (con memoria ben chiara della legislatura in corso e un po’ più labile di quella precedente) sperano con il cambiamento possa invertire la rotta.
Queste elezioni in particolare sono arrivate in un momento internazionale particolarmente delicato. La crisi finanziaria dei mutui subprime ha duramente colpito le nostre prospettive di crescita (anche se per fortuna non ha avuto ripercussioni gravi sul nostro sistema finanziario), le dinamiche dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari (non certo sotto il controllo della politica nazionale) hanno creato un improvviso peggioramento della situazione dei ceti più poveri. Tutto questo ha alimentato il risentimento nei confronti del passato governo.
Alla luce di questa situazione l’esaltazione delle doti strategiche e premonitrici dei vincitori e la condanna senza appello degli sconfitti sembra sinceramente un po’ sopra le righe. Abitudine tipica di un costume nazionale nel quale allenatori e squadre sono giudicati sulla base delle vittorie/sconfitte delle ultime due partite. La genialità dei leader di partito si vede quando riescono a mantenere o ad aumentare i consensi dopo essere stati per cinque anni al governo e non quando raccolgono i facili frutti del desiderio di cambiamento e della sfiducia verso chi ha governato sino al momento delle elezioni.
Un dato nuovo importante però è che mai come questa volta la maggioranza ha ampi margini di manovra ed appare relativamente meno disomogenea che nel passato.
Ci attendiamo adesso una politica attenta alla situazione dei più deboli capace di non allentare il controllo sul debito, grazie alle risorse generate dal proseguimento della lotta all’evasione e da una politica di valorizzazione del patrimonio pubblico. Capacità d’iniziativa sul fronte delle infrastrutture. Una guardia alta sui temi della legalità come desiderato e auspicato finalmente dagli stessi industriali vittime dell’economia criminale. Soluzioni sul fronte della politica dell’energia e della tutela ambientale. Maggiore attenzione ai problemi delle famiglie e capacità di valorizzare e vitalizzare le iniziative dal basso della società civile.
Come ha saggiamente ricordato Casini, al di là delle nostre idee politiche, da italiani dobbiamo sperare (è nostro dovere sperare) che il futuro governo in carica ce la faccia perché il paese non si può permettere altri passi falsi.

postato da FrancescoDando alle ore aprile 22, 2008 11:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica nazionale


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