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lunedì, 30 giugno 2008
Sacconi: «Ecco il patto per far crescere il Paese: meno tasse sui salari in cambio di produttività»
di Luciano Costantini
ROMA (29 giugno) - Obiettivo: far crescere insieme il Paese. Tempi: prima dell’estate, se possibile entro luglio. Strumento: un Patto tra governo-sindacati-imprese. Il master plan del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, è disegnato. «Tra pochi giorni - dice - ci sarà la convocazione delle parti. Il contenuto del Patto non è complicato. Determinante è, invece, la reciproca volontà di arrivare ad un’intesa. E penso che ci sia».
E’ sicuro?
«Be’ non vedo quali possano essere la ragioni di contrarietà se non eventuali pregiudizi nei confronti del governo».
In cosa consiste questo Patto?
«C’è una vera e propria emergenza internazionale di tipo strutturale alla quale corrisponde un’emergenza ancora più strutturale della nostra economia e della nostra società e la combinazione di stagnazione e inflazione ha ovviamente effetti pesanti sui redditi delle fasce meno protette. Da qui lo scambio, l’idea di condividere l’esigenza di produrre crescita e, quindi, ricchezza con l’impegno a condividerne i risultati».
Questa è la filosofia...
«Sì e l’abbiamo già messa in pratica con la detassazione dei salari di produttività. Sostanzialmente è stato introdotto un criterio di complicità tra capitale e lavoro dopo anni di conflitto e di indifferenza. Capitale e lavoro, invece, devono dialogare quotidianamente. Usciamo da una lunghissima stagione, partita con il Patto del ’93%, fatta di bassi salari e bassa produttività e la cui morte era già stata certificata da Gino Giugni nel ’97. La condivisione dell’impegno e dei risultati che stiamo incoraggiando in dimensione aziendale, vogliamo estenderla a livello nazionale. Negli ultimi anni i lavoratori sono stati espropriati degli incrementi di produttività, oggi dobbiamo spingere per trasformare in salario una parte dei risultati. E dobbiamo farlo insieme, attraverso tutte quelle forme di promozione, che vengono definite bilaterali, tra le parti sociali del territorio».
Concretamente?
«Dobbiamo investire sulla persona che lavora. Dalla sicurezza agli ammortizzatori sociali».
Sta pensando magari ad un sistema di concertazione più moderno?
«No, vado oltre. La concertazione è un concetto un po’ sovietico che appartiene al passato. Parlerei di una forma di gestione condivisa, non dell’impresa, ma di tutto ciò che riguarda il lavoro e il lavoratore. Ancora, di diritto alla formazione, di diritto del lavoratore a essere accompagnato quando deve cercare un nuovo posto, di diritto alla sanità e alla previdenza integrativa. Gli organismi bilaterali si dovranno occupare ogni giorno di come rendere i posti di lavoro sicuri e di come fare al meglio formazione in azienda. E di fronte a questo tipo di percorso condiviso, lo Stato dovrà fare un passo indietro».
Questa sorta di rivoluzione che lei sta indicando non presuppone una riforma del sistema contrattuale?
«Guardi che ormai la riforma della contrattazione avverrà per caduta, attraverso la spinta alla condivisione».
Ma questo schema non mette, inevitabilmente, in crisi il contratto nazionale?
«Lo ridimensiona a livello di cornice. Anche se necessaria e importante. La dimensione dove si collabora, dove le parti si coordinano, diventerà l’azienda e il territorio. E per il sindacato significherà risorgere a nuova vita. Troppo spesso i sindacalisti sono stati grandi affabulatori in termini politicistici e magari incapaci di leggere una busta paga o di organizzare un sistema concreto per la salute dei lavoratori».
D’accordo, ma lei vede un sindacato pronto al salto?
«Quella che ho descritto corrisponde a una precisa cultura sindacale».
Perchè c’è una parte del sindacato che non è per nulla d’accordo con le sue tesi...
«Vero. C’è anche una parte della sinistra che ancora non ha capito ed è rimasta fuori dal Parlamento. Credo che, alla fine, il problema sia identico. Tanto per essere chiari, penso che la Cgil sia in mezzo al guado ed abbia tutte le possibilità per fare una scelta giusta. Non mi permetto di dare giudizi, dico solo che sta vivendo un travaglio che è quello della vecchia sinistra».
Intanto però Epifani ha invitato il governo a tenersi alla larga dalla trattativa sulla riforma dei contratti.
«Siamo d’accordo. Tanto è vero che siamo rimasti fuori dal negoziato. Noi vogliamo soltanto incoraggiare la condivisione nelle aziende e nei territori attraverso la bilateralità».
Un termine un po’ vago. Cosa può produrre questa bilateralità?
«Per esempio, gestire per intero la sicurezza sul lavoro, il collocamento, la formazione, gli ammortizzatori sociali su base mutualistica, la cassa integrazione, la previdenza integrativa. Tutte queste cose potranno essere decise da aziende e sindacati. Su queste basi chiediamo ai lavoratori uno sforzo per ricostruire la capacità di crescita dell’economia italiana, li garantiamo attraverso una tassazione agevolata di tutta la parte del salario collegata alla produttività e redditività. In definitiva, vogliamo dire loro: più produrremo ricchezza, più abbasseremo la pressione fiscale».
In che modo si potrà intervenire sul fisco?
«Decideremo insieme alle parti, però pensiamo alla stabilizzazione della norma sperimentale sulla detassazione dei premi aziendali, a interventi sui nuclei familiari, a misure per le pensioni più basse. Più precisamente, alla protezione del potere di acquisto delle pensioni più basse».
E se il piano Sacconi fallisse?
«L’alternativa è il declino. Questo è l’ultimo slot per decollare. E non perchè siamo i più bravi, ma perchè siamo stati incaricati dagli italiani di governare ora. E’ vero che molto dipende da quello che accadrà nel mondo, però è altrettanto vero che dobbiamo prendere dal mondo le cose buone e di attenuare l’impatto delle cose cattive. E questo può soltanto essere il frutto di uno sforzo nazionale».

Qualche giornale ha dato asetticamente, la notizia che la Camera bassa del Parlamento spagnolo ha approvato la proposta del governo Zapatero di riconoscere alle gran simias, vale a dire alle grandi scimmie, alcuni "diritti umani". Promotore della decisione il famoso "bioeticista" australiano Peter Singer, che da tempo si batte per - dice - «estendere la comunità umana anche ai grandi primati». E perché non estendere a Singer, ai membri del governo e del Parlamento spagnoli i diritti delle scimmie? Quelli, ovviamente, che rendono i loro titolari non responsabili dei propri atti.
pgliverani
sabato, 28 giugno 2008
venerdì, 27 giugno 2008
L´omofobia, specie in un paese bigotto come il nostro, è una questione così seria che il povero Rino "Ringhio" Gattuso non meritava di finirci dentro fino al collo. Alla domanda impervia di un cronista ("che cosa pensa dei matrimoni gay in Spagna"?), Ringhio ha risposto come poteva, cioè malamente, dicendo che lui è contrario perché gli piace "il matrimonio in Chiesa tra un uomo e una donna": argomento che con le unioni civili e le leggi dello Stato c´entra come i cavoli a merenda. Mi sono ricordato di quando un´anziana e amatissima tata, alla vigilia del referendum sul divorzio, mi disse che avrebbe votato contro perché non voleva essere obbligata a divorziare. È lo stesso candido equivoco nel quale è caduto il macho Gattuso, del tutto ignaro del fatto che i diritti altrui sono appunto altrui, e niente hanno a che fare con le nostre scelte individuali e la nostra libertà di vivere come preferiamo.
Naturalmente, il reddito di "Ringhio" è di un migliaio di volte superiore a quello della mia tata, e volendo avrebbe avuto modo di comperare qualche giornale e addirittura qualche libro in grado di spiegargli come stanno le cose. Ma i soldi, come è noto, non bastano a emancipare lo spirito, e dunque l´opinione di Gattuso rimane solidamente nell´alveo dell´eterna ingenuità popolare. Penso che sarebbe stato meglio non fargli la domanda.
*a giudicare dallo sguardo sembra che il Serra sia stato in danimarca qualche giorno fa...
L’audacia delle cose semplici. Gattuso ha provato a dirle
MARINA CORRADI
Per me, le nozze sono tra un uomo e una donna. Ma è audace, di questi tempi, dire una cosa semplice. L’Arcigay risentita ha annunciato che avrebbe tifato per la Spagna, e pazienza. Poi dalle colonne di
Repubblica è giunta – breve, ironica – l’inevitabile ammonizione di Michele Serra. « I soldi – ha commentato grave Serra – non bastano a emancipare lo spirito, e dunque l’opinione di Gattuso rimane solidamente nell’alveo dell’eterna ingenuità popolare » . Per poi concludere: volendo, con tutti i soldi che Gattuso guadagna potrebbe comprarsi qualche giornale, e « addirittura » qualche libro in grado di spiegargli « come stanno le cose » . « Come stanno le cose » : che, naturalmente, stanno in un solo modo, e cioè quello condiviso da Michele Serra. Si legga qualche libro, quel calciatore ignorante, legga i giornali – Repubblica,
possibilmente. C’è tutto un modo di essere di certi intellettuali in quelle dieci righe. Un uomo, a domanda, civilmente risponde: per la mia storia e la mia religione, il matrimonio è fra un uomo e una donna. Si può non essere d’accordo.
Replicare invece « leggiti qualche libro » , « impara come stanno le cose » , sembra fare riferimento a una verità oggettiva, a un dogma. Le cose « stanno » in un modo, e Gattuso, affetto da « eterna ingenuità popolare » , colpevolmente lo ignora. Sotto la spocchia da maestro in cattedra di Serra emerge una nota aspra da chierico del politicamente corretto, che bacchetta chi devia dall’obbligatorio comune sentire. In realtà, un sondaggio fra gli italiani rivelerebbe che in moltissimi, pure nel rispetto per gli omosessuali, si riconoscono nella cosa semplice detta dal calciatore della nazionale: « Per me, le nozze sono fra un uomo e una donna » .
Tuttavia, nei media parla una classe di giornalisti e intellettuali che non proviene da questa cultura popolare, o la ha abbandonata – anche perché il vento soffiava in un’altra direzione. Così che leggendo certi quotidiani, ascoltando la radio, sembra spesso che l’Italia sia in preda a un’ansia di zapaterizzazione repressa da oscure forze clericali. Ma la « cosa semplice » detta da Gattuso è la stessa che – pure nella tolleranza e nel rispetto delle ' differenze' - direbbero i più degli italiani. « Popolari » forse, probabilmente non lettori chic e dunque non edotti su « come stanno le cose » ; tuttavia – diciamolo – la grande maggioranza. ( D’altronde, benché desueto, non è stato ancora abrogato un certo articolo della Costituzione, numero 29 ci pare, che « riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio »). Si riproduce in Italia un ' gioco' mediatico che già è stato analizzato negli Usa: c’è una disparità culturale, religiosa e anche economica fra il media system e la popolazione, per cui spesso la realtà rappresentata dai giornali non è quella del Paese. E un calciatore di Corigliano Calabro, scampato grazie ai piedi ( e alla testa) al destino di tanta della sua gente, se tuttavia la pensa ancora come dalle sue parti incappa nella rampogna del catechista del pensiero corretto obbligatorio.
mercoledì, 25 giugno 2008
Segnalo un articolo molto bello di Vittorio Possenti, è un po' lungo ma vale la pena di leggerlo.
La religione nello spazio pubblico
e la tentazione del potere
Come ormai si riconosce da parte di molti, confinare la religione in una sfera solo individuale è riduttivo: questa valutazione comporta che lo schema illuministico europeo sul nesso religione-politica, egemone per due secoli, sia obsoleto. Il problema che abbiamo dinanzi conduce ad oltrepassare l’antica illusione secondo cui i conflitti religiosi si possono superare soltanto riportando la religione all’interno del privato. La religione è un sistema di cultura e di vita che pensa in grande, offre contenuti di senso e per sua natura si rivolge a tutto l’uomo nel suo aspetto privato quanto in quello pubblico e comunitario. Il campo d’azione d’ogni religione è la totalità umana, incluse cultura, civiltà, società. Le religioni sono strutture comunitarie di dimensioni immense (valga l’esempio della ecclesia cristiana) a petto delle quali i modelli di socialità e convivenza che provengono dallo Stato risultano assai meno imponenti. La religione ‘entra’ nell’uomo più dello Stato in quanto dischiude dimensioni esistenziali, emotive, spirituali, estetiche che coinvolgono l’essere umano sino in fondo, che creano comunità e che necessariamente possiedono una dimensione pubblica.
Tra Stato e religione esiste un dislivello oggettivo: la religione promette tutto (vita eterna, felicità, amore, visione di Dio), lo Stato promette welfare, pensioni, giustizia, democrazia, diritti, elementi fondamentali ma che non rappresentano il tutto. La prima promette l’assoluto, l’altro il finito: entrambi sono indispensabili ma in modo diverso, e sulla questione del senso è ultimamente l’evento religioso a prevalere.
1. La presenza della religione (del cattolicesimo) nella sfera pubblica è tema intensamente rilanciato in Italia. Se volgiamo lo sguardo verso le aree culturali che manifestano una posizione critica, incontriamo la tradizione nostrana di ‘laicismo’ che si richiama a posizioni radicali e della sinistra estrema, e un diverso filone, in cui all’ingrosso si individuano una posizione comunista e togliattiana, ed una azionista. Tra queste due quella più virulenta è la seconda, ben rappresentata nei media. La tradizione togliattiana era ed è attenta alla ‘questione cattolica’, almeno perché il cattolicesimo è un fenomeno di massa. Il suo giudizio sullo Stato laico è più articolato di quello di provenienza azionista e radicale, che fa perno sulla categoria ‘potere’ e individua nel potere della religione e della Chiesa una minaccia sempre incombente, in specie oggi in cui si parla di ‘onda neoguelfa’.
Questi punti sono risuonati in un recente seminario su religione e democrazia, promosso dalla Fondazione Italianieuropei, chiuso da un notevole intervento di Massimo D’Alema in cui si legge: “E’ da temersi che la Chiesa ceda alla tentazione del potere e che il peso politico dei cattolici si indirizzi da una parte per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto e fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti, colpendo la laicità dello Stato”. La frase include due valutazioni importantissime: il possibile cedimento della Chiesa al potere; il suo uso per imporre a tutti i cittadini leggi che tutelino principi e valori cari alla tradizione cattolica, ma che – si lascia intendere – sono confessionali e non universali. Nello sfondo sta forse l’idea che la Chiesa cattolica entri nello spazio pubblico per individuare nemici e avversari da indicare a dito, più che per sostenere valori, o anche per cercare rivincite, ad esempio regolare i conti con la democrazia, approfittando di sue debolezze. Questo sembra essere l’assunto di G. Zagrebelsky: “La Chiesa cattolica è direttamente coinvolta. Le si offre l’occasione di una rivincita con un aspetto costitutivo del ‘mondo moderno’, la democrazia: una rivincita che una parte di essa forse ha sempre desiderato e aspettato. I nostri procacciatori di identità sono i nuovi teologi politici”, i quali offrono alla Chiesa un’alleanza di identità inquinata dalla tentazione del potere (Contro l’etica della verità).
La preoccupazione che la religione si allei o si subordini al potere di turno, perdendo il suo sale e la sua anima, è realissima, e nessuno la può prendere sottogamba. Che il potere sia una tentazione è vero per ogni uomo, tanto credente quanto non credente. Può anche darsi che la tentazione sacerdotale e ‘pretesca’ per eccellenza sia quella del potere, più di quelle del denaro e della donna. Per non prendere alla leggera il tema la via migliore è meditare sulle tre tentazioni patite da Gesù nel deserto, in specie sulla terza. Un capitolo del Gesù di Nazareth di Ratzinger è dedicato alle tentazioni di Gesù, incentrate sulla lotta interiore per salvaguardare la sua missione. Dopo aver ricevuto il battesimo di Giovanni il Battista, Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. La sua è, secondo Ratzinger, una discesa nei pericoli che minacciano l’uomo con lo scopo di risollevarlo da essi: “Stando al nucleo originario della sua missione, Gesù deve entrare nel dramma dell’esistenza umana, attraversarlo sino in fondo, per ritrovare così la ‘pecorella smarrita’, caricarsela sulle spalle e ricondurla a casa”. L’accettazione dei pericoli aumenta sino al climax della terza tentazione, la più spirituale, allettante e difficile, poiché le tentazioni sono disposte in ordine crescente di difficoltà. “Il tentatore non è così rozzo da proporci di adorare il diavolo”, ci propone talvolta mète razionali e tinte di qualche giustizia: cambiare pietre in pane e darne a tutti. Questa è una tentazione comprensibile e quasi alla portata di mano, non così la terza che “si rivela così come quella fondamentale – concerne la domanda su che cosa debba fare un salvatore del mondo”.
Al culmine della lotta instauratasi nel deserto, la sovrana intelligenza di Satana – che è intelligentia sine charitate - appare con grande éclat. In effetti tra le tentazioni che assediano il cuore umano e che regolarmente si ripresentano lungo tutto il corso della storia: piacere, denaro, potere, l’ultima è la più ardua da respingere. Discendendo nell’abisso, Gesù accetta la tentazione per salvare tutto, compresa la politica, poiché la politica, il potere e il loro rapporto col bene sono l’oggetto primo e realissimo della terza tentazione.
Questa è decisiva poiché, se accettata, sovvertirebbe l’intera missione del Cristo. Da un monte altissimo Satana gli mostra tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli getta davanti la promessa: “Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai” (Mt 4, 9). E ne ottiene la risposta: “Vattene Satana poiché è scritto: adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”. La risposta che Cristo diede a Satana rigetta una volta per tutte ciò che possiamo chiamare la tentazione imperialistica, o con maggiore profondità la tentazione del successo e della potenza attraverso la sconfessione dei valori.
Se avesse accolto la proposta di Satana, il Messia si sarebbe autoannientato, avrebbe accettato il successo e la gloria attraverso la negazione del bene, la ricerca del potere, l’adorazione di Satana. Avrebbe distrutto il proprio compito di salvatore, quello di portare Dio agli uomini, e li avrebbe invece lasciati in balia dell’avversario. Avrebbe posto l’adorazione di Satana e di tutto ciò che questi rappresenta al posto dell’adorazione di Dio. Tutto sarebbe stato perduto, ben più gravemente e profondamente che trasformando pietre in pane. Anche la politica sarebbe stata consegnata interamente all’odio, alla violenza, al potere. Resistendo a Satana, Gesù ha salvato la politica e lasciato aperto un cammino affinché possa, sia pure con grave fatica, mantenersi in rotta col suo compito. La buona novella cristiana è collocata originariamente in uno spazio estraneo al potere e alla violenza, di cui invece si nutre il Grande Inquisitore.
2. Tentazione del successo attraverso la sconfessione dei valori? E’ questa la tentazione cui soggiace l’ecclesia contemporanea, particolarmente in Italia? O essa ha assunto piuttosto la confessione dei valori? La differenza tra sconfessione e confessione è saldissima, e la seconda nasce dalla Chiesa come comunità di credenti e non da un’istituzione sovrana: il concetto di sovranità è retaggio nefasto di gran parte del pensiero politico moderno, e andrebbe abolito per la Chiesa e per lo Stato, perché in specie per quest’ultimo gronda sangue e morte (qui considero definitiva la critica al concetto di sovranità svolta da Maritain in L’uomo e lo Stato). Secondo i critici la confessione porta la Chiesa a entrare nello spazio pubblico e a schierarsi con alcuni e contro altri, ad avere amici e nemici: con maggiore verità si dovrebbe dire che la Chiesa si pronuncia a favore di valori e scopi che in vario modo possono essere riconosciuti anche da chi muove da altri presupposti e su cui possono instaurarsi importanti convergenze, per cooperare prendendoci cura dell’altro e di quanto accade intorno. La confessione dei valori è per, non contro. Per essere significativa si rivolge a tutti: ecclesia semper reformanda e societas semper reformanda. I dialoganti si pongono sullo stesso piano, non uno più in alto dell’altro. Il compito è la promozione dell’altro. Il punto centrale risiede non nell’alleanza tra religione e potere ma nell’alleanza tra religione e mondi vitali, nell’idea che la religione è promotrice di vita e di umanità. Proponendo esigenze e valori, la Chiesa incontra la differenza tra coloro che con-sentono e coloro che dis-sentono. L’intento originario non è di dividere ma di proporre, anche attraverso le figure della legge civile e dei valori non negoziabili, ossia in base ad un criterio non relativistico del bene umano. Entrano così in gioco argomenti ad alto potenziale di controversia, dove la prospettiva non può essere il potere ma il bene, a partire da quel bene massimo, massimamente ragionevole e laico che è il rispetto dell’altro: la garanzia del neminem laedere è il principio reggente della convivenza civile, tolto il quale ci attende solo la barbarie.
3. Sollevo la domanda nevralgica riguardante il compito della legge civile e il modo con cui essa incorpora il rispetto dell’altro. Alla legge va riconosciuto un compito di indirizzo verso la giustizia e il bene comune, che non è un’astrazione indeterminata ma è il bene umano di tutti i componenti della società, o essa è soltanto una veste mutevole che deve adattarsi alle più varie circostanze? Nel diritto/jus si esprime qualcosa che vale essenzialmente, o esso è solo il prodotto di una mediazione variabile e contingente? Qui si presenta l’argomento liberale, ormai consunto tanto è stato proposto e riproposto, secondo cui nella legislazione dovrebbero prevalere norme permissive che consentono comportamenti sulla base della libera scelta delle persone rispetto a norme restrittive che vietano. D’altra parte il compito di riprendere a meditare sul compito della legge è urgente: ce lo impongono le grandiose dinamiche politiche, etiche, biopolitiche. Tutto suggerisce di visitare nuovamente l’incrocio di etica, diritto, Stato, dove ci muoviamo in paesaggi nuovi e sconosciuti, in cui la cosa più saggia è guardare la realtà senza paraocchi o passatismi.
Ora se la legge non traccia più un indirizzo verso il bene comune, deve adattarsi a recepire quasi ogni richiesta. Non si fa rientrare l’esistenza reale nella legge, ma si adatta la legge - elastico estensibile in ogni direzione - ai mille casi della realtà: così le leggi si particolarizzano, perdendo ogni carattere di universalità. Dall’autorità politica si esige che legiferi nel più ampio rispetto della libertà e delle opinioni di ogni genere dei cittadini. La nuova idea è che lo Stato e la legge non devono vietare ciò che l’individuo preferisce, o anche che il compito del legislatore è di legiferare in modo da non offendere chi non riesce a far valere il suo punto di vista. Ne consegue un’interpretazione molto estensiva dei diritti umani, che lascia da parte la visione dignitaria della persona e segue una lettura libertaria. Da tempo si tratta la Dichiarazione universale del 1948 come una lista da cui si può scegliere a piacere i diritti che meglio fanno al caso nostro, ossia alla battaglia cui ci siamo votati, privilegiando nettamente i diritti di libertà dell’adulto bianco e sviluppato.
Il dramma sconvolgente consiste nel fatto che non vi è oggi accordo su chi è l’altro che dobbiamo non danneggiare e rispettare. E’ un vero dramma, per risolvere il quale le dotte disquisizioni a favore o contro l’etica della verità, a favore o contro un certo tipo di rapporto tra religione e politica rischiano di essere diversivi.
Dinanzi ad una situazione conflittuale come quella appena dipinta, da varie parti si chiede di procedere ad una mediazione politica, capace di trovare una soluzione di compromesso. Sia qui consentito richiamare un punto notevole: avendo valori e diritti a che fare con i principi, in molti casi non si può arrivare ad una mediazione tra posizioni contrapposte, poiché i principi, diversamente dagli interessi, non hanno punto medio: non esiste infatti un punto medio tra uccidere e non uccidere, tra rubare e non rubare. La tolleranza liberale pensa di sfuggire al problema, varando leggi che né obbligano, né vietano, ma permettono e vi ricorra chi vuole. Ma il problema permane: chi, favorevole all’aborto in base al pro choice, lo promuove, impone pesanti costi morali all’antiabortista che non se ne avvale ma che sente come una violazione intollerabile l’eliminazione del feto quale essere umano. Chi al contrario lo vieta, in base al pro life, impone un limite a chi intende farvi ricorso che questi sentirà come un inaccettabile attentato alla sua libertà. “Se tu non vuoi, perché impedire che io possa?” si obietta di frequente da parte di chi è a favore della libera scelta. Il valore supremo, per alcuni la vita, per altri la libertà, risulta violato comunque, a meno che non si pongano in scala gli imperativi, ad es. collocando il non uccidere più in alto della rivendicazione di libertà. La domanda, pur suggestiva, è mal posta, perché chi si espone a favore di principi non negoziabili li intende validi erga omnes e procede a provarlo. ‘Non uccidere l’innocente’ è appunto uno di tali principi, che è realtà diversa da mere istanze del desiderio. In esso si afferma il valore della persona che ci trascende tutti.
La fondamentale non negoziabilità dei principi naturalmente suppone che ciò che è in questione sia un principio reale e non una mera pretesa. Inoltre suggerisce di dare loro forma, ed in ciò sta il vero problema, poiché forse nessuno è in grado di conoscere il principio integralmente, ossia nel complesso arco delle sue conseguenze e applicazioni e nel suo eventuale interagire con altri principi e criteri. Vi sono zone grigie nell’applicazione concreta del principio, il che persuaderà al dialogo e a presentare il più onestamente possibile la propria posizione.
Riemerge la necessità di riflettere sulle condizioni che rendono fiorente una vita civile, fra cui in primo luogo il rispetto dell’altro. Lo scontro di civiltà che paventiamo nasce ultimamente non dalla differenza di fedi e identità forti, ma dalla mancata risposta alla questione: chi è l’altro? E qui emerge la domanda decisiva dell’etica pubblica che ci è necessaria e verso cui guardiamo per un’adeguata laicità: chi è l’altro che dobbiamo rispettare? L’embrione umano è o non è un altro reale? Osservo che questa domanda si pone vicina al criterio di Kant del rispetto e della pari libertà dell’altro, seppure in condizioni nuove, poiché vi sono ‘altri’ cui Kant non pensava, ed a cui non pensa una quota considerevole del laicismo contemporaneo italiano, fortemente marcato dalle opzioni del radicalismo, la cui quintessenza sta nel porre la libertà di scelta dell’adulto sopra tutto. La domanda pertinente chiede se l’etica pubblica possa fondarsi sulla libera contrattazione di mani forti che volta per volta decidono le regole (con il gravissimo rischio, per non dire realtà, che i più deboli, i senza voce non siano considerati in questa contrattazione), oppure se invece esistano limiti all’esercizio della indifferenziata libertà dell’adulto.
La presenza della Chiesa nella sfera pubblica può contribuire ad avviarci verso una cultura dei diritti più integra di quanto le ali radicali e libertarie ci abbiano proposto da trent’anni in qua con una asfissiante enfasi sul singolo e sui suoi veri o presunti diritti. E non trasformiamo un problema di valori in un problema di poteri: Stato e Chiesa diventano allora due potestà, due canizie, due abilità consumate che si sfidano per conquistare il terreno dell’altro. E’ questo il problema che ci sta davanti e a cui molti guardano con una sorta di fascinazione che rischia di allontanarli dal concreto, o il problema non è di potere ma di dignità e di servizio all’uomo? La realtà è che società civile e Stato vivono di fondamenti prepolitici che devono costantemente nutrire. Mettiamo da parte le immagini dell’assedio reciproco e cerchiamo di cooperare.
Vittorio Possenti
martedì, 24 giugno 2008
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