Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
martedì, 30 settembre 2008

eva

DNA - La vita dell'uomo ebbe origine da un unico evento nella storia
Scienza - mar 30 set
 Marco Pierotti
Tratto da Il Sussidiario.net il 29 settembre 2008

È affascinante, e in qualche modo stupefacente, che le moderne tecnologie della biologia molecolare affiancate alle più tradizionali metodologie dello studio dei fossili possano cominciare a dare delle risposte ad una delle domande fondamentali che l’uomo si pone : “da dove veniamo”.

L’analisi dell'architettura del DNA ha rivelato che l’informazione in esso contenuta è veicolata dal modo in cui sono disposte, in diverse sequenze di lunghezza variabile, le quattro molecole contraddistinte dalle lettere dell’“alfabeto della vita” A, T, C, G. L’analisi di tale architettura ha rivelato che, in un quadro di sostanziale costanza dei messaggi (sequenze) scritti con queste lettere, esistono variazioni (polimorfismi) che cambiano una di queste in posizioni omologhe nei diversi DNA. Tecnicamente queste variazioni sono definite SNPs (Single Nucleotide Polymorphisms). Analizzando questi SNPs in DNA diversi è poi possibile tracciare le relazioni esistenti tra questi ultimi: i rapporti di parentela tra i diversi individui, le relazioni tra le diverse popolazioni ecc. In altre parole quanto più sono condivisi molti SNPs tanto più stretti sono i vincoli tra le persone da cui il DNA esaminato proviene. Dal punto di vista numerico basti pensare che l’intero codice genetico è composto di 3 miliardi di lettere e che uno SNPs può essere trovato ogni mille di queste ultime. Disponiamo, quindi, di circa 3 milioni di “marcatori” con cui caratterizzare i DNA dei singoli individui. Un altro aspetto che ci permette di capire l’approccio sperimentale e di valutarne le conclusioni è dato dal fatto che anche il cromosoma Y, caratterizzante gli individui di sesso maschile, contiene SNPs, come pure il DNA dei mitocondri. Il primo fatto ci dice che, ovviamente, possiamo usare ciò per stabilire relazioni di vicinanza ovvero di distanza genetica tra soggetti di sesso maschile. La questione legata ai mitocondri è invece per certi aspetti più interessante. Questi ultimi, infatti, sono delle strutture intracellulari specializzate in funzioni legate alla “respirazione” della cellula e sono caratterizzate dall’interessante proprietà di essere le uniche strutture cellulari al di fuori del nucleo ad avere un proprio DNA che si replica autonomamente. Inoltre, essi sono contenuti nell’oocita e non negli spermatozoi: i mitocondri presenti in tutte le nostre cellule derivano solamente dal sesso femminile, ossia dalle madri. Tutto ciò rende lo studio del DNA mitocondriale e dei suoi SNPs assolutamente importante per tracciare la storia dell’origine del genere umano e seguire i suoi flussi migratori.

Cosa ci hanno indicato questi studi? Paragonando i profili di questi SNPs in individui di diverse popolazioni di diverse parti del mondo e combinando questi dati con quelli ottenuti da reperti fossili, i ricercatori hanno potuto stabilire che il genere umano si è diffuso nel mondo attraverso una serie di migrazioni che sono originate da una singola località vicino all’attuale Addis Ababa in Etiopia e che questo è accaduto all’incirca 100. 000 anni fa. Nessun elemento in nostro possesso contraddice, quindi, l’ipotesi di una nostra origine da una singola Eva africana, conclusione di una qualche suggestione e di grande interesse. L’origine dell’uomo da un singolo avvenimento trova d’altra parte un possibile riscontro in un ambito ancora più ampio e speculativo che è quello sull’origine della vita.

Senza entrare troppo in tecnicismi, ma invitando il lettore ad approfondire questo concetto, è noto che due mattoni della materia vivente, gli amminoacidi e i carboidrati, quando vengono colpiti da luce polarizzata la deviano a destra (forma R) o a sinistra (forma L). In altre parole esistono due possibili configurazioni per queste molecole. Producendo in laboratorio per sintesi queste due famiglie di molecole si generano entrambe le forme (racemo). Al contrario, in natura, in tutti i viventi gli amminoacidi hanno solo la forma L e i carboidrati biologicamente rilevanti solo la forma R. Questo porterebbe a concludere che la vita ha avuto origine da un singolo, unico evento.

È facile immaginare quante e quali conseguenze queste considerazioni possano avere, specialmente in tempi in cui, come riporta nel numero del 25 settembre la seguitissima e autorevole rivista Nature, il direttore dell’educazione della Britain’s Royal Society, Michael Reiss, è stato costretto a dimettersi in seguito a certi suoi commenti su alcuni aspetti della teoria del “creazionismo” che lo avevano fatto ritenere sostenitore di quest’ultima e con ciò incompatibile con l’incarico ricoperto.
postato da fabiotar alle ore settembre 30, 2008 18:50 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 30 settembre 2008

FORUM DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI DELL’UMBRIA

COMUNICATO STAMPA

Nella serata di Venerdì 26 settembre 2008 a Todi si è tenuto un incontro pubblico cui hanno partecipato tra gli altri il presidente del Forum delle associazioni familiari dell’Umbria avv. Simone Pillon e  il sen. Carlo Giovanardi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega per la famiglia. Ospite inatteso del convegno è stato lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, cui è stata consegnata copia della proposta di legge regionale per la famiglia presentata dal Forum delle famiglie dell’Umbria con il supporto di 12000 firme. Il Presidente Berlusconi, rispondendo alle sollecitazioni del Forum, rivolto alla folta platea ha manifestato il proprio apprezzamento per l’iniziativa e ha dichiarato che “la famiglia è quella che ci deriva dalla nostra tradizione cristiana e dalla nostra costituzione repubblicana”, che è “formata da un uomo e da una donna che si sposano” e che sono aperti alla generazione dei figli. Nel prosieguo del convegno il Presidente del Forum regionale avv. Pillon ha sostenuto che l’unico modo per liberare le immense energie morali del nostro paese è quello di sostenere il valore della famiglia in tutti i campi – e sono molti – in cui si svolge la sua opera. Il sottosegretario Giovanardi ha garantito pubblicamente tutto il proprio appoggio e ha ribadito di essere attento ad ogni proposta che proviene dal Forum. Durante la cena che è seguita all’evento, l’avv. Pillon ha illustrato al sottosegretario Giovanardi – tra le tante tematiche trattate - la situazione di abbandono in cui si trovano in particolare le famiglie in crisi, costrette alla separazione e al divorzio senza possibili alternative che rendano possibile una diversa soluzione alle incomprensioni coniugali. Il sottosegretario si è detto molto colpito dalla questione e ha chiesto di essere informato circa le soluzioni a tale problematica che sono state individuate dal Forum dell’Umbria. A tal fine ha chiesto all’avv. Pillon di recarsi a Roma con i membri della commissione giuridica del Forum dell’Umbria per sottoporre all’attenzione dei consulenti del sottosegretariato la proposta di legge regionale.

Il testo della proposta di legge è reperibile sul sito www.forumfamiglieumbria.org

Il Presidente del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria - Avv. Simone Pillon
Mail: tacito@infinito.it Internet: www.forumfamiglieumbria.org

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categoria: famiglia, politica nazionale, politica regionale


mercoledì, 24 settembre 2008

Claudio Risé, da “Il Giornale”, 22 settembre 2008, www.ilgiornale.it

La “società femminilizzata” è una grandissima fregatura per tutti, uomini e donne. Le donne perché sono state spodestate anche della loro “regalità” domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno tenere la cucina spesso meglio di loro.
I maschi perché ricacciati dal circo politico-mediatico (del resto ancora in gran parte maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di massa del DNA, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways.
Donne spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio sociale: questo, e non altro, è la “società femminilizzata” sviluppatasi in modo accelerato dagli anni 70 in poi.
Non a caso donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta americano Robert Bly, denunciano da molti anni questa “società degli eterni adolescenti” che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne, mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per comandare con più ampi consensi e sottrarre il potere (ancora massicciamente maschile) ad ogni controllo.
La società femminilizzata ha persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il Governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore “soft” che teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato il delirio della finanza “derivata”, e si è preparato il grande crash che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte.
Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di “società femminilizzata”? E’ un altro modo, più spostato sul versante degli orientamenrti culturali, per descrivere la “società senza padri”, come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già da quarant’anni la società occidentale.
L’Occidente viene così identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione nel aiutare nell’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con la madre. Il cuore di questa faccenda non è però, come sembrerebbe dalla disputa tra Soffici e de Benoist, questione di pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre, e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo, durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni.
Naturalmente il padre quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente, rimanendone dipendente.
Tutti i fenomeni che de Benoist elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’“ideologia vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà” non sono manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del potere, ma in realtà risposte che il “mercato sociale”, guidato prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli.
Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo. Non c’è proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società.
Per questo, la società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.

postato da suorroberta alle ore settembre 24, 2008 09:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: cultura


venerdì, 19 settembre 2008




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giovedì, 18 settembre 2008

All’Università di Perugia cattedre per soli parenti

Il preside della facoltà è figlio di un docente. E nell’ateneo entra la terza generazione: a Ugolini junior il posto di Pedagogia. Ma è laureato in matematica
di Giuseppe Marino
Tratto da Il Giornale del 18 settembre 2008

Sarà perché le nobili radici dell’Università di Perugia affondano fin nel Medioevo, ma pare che nell’ateneo umbro la trasmissione feudale del potere sia tuttora in voga.

L’anno scorso, poco prima dell’elezione del rettore Francesco Bistoni, un fascicolo stracolmo di accuse di nepotismo e intrallazzi in cattedra fu inviato a oltre tremila indirizzi internet da un misterioso «corvo». Un caso che fece parecchio rumore e su cui la magistratura sta indagando, con tanto di blitz all’interno dell’università e sequestro di computer. Tanto clamore, che ha riguardato soprattutto la facoltà di Medicina, uno dei «feudi» più importanti di questo antico regno universitario, ha finito per oscurare le incredibili vicende di una provincia «minore»: la piccola facoltà di Scienze della Formazione. Qui il vassallo, da otto anni, è Romano Ugolini, docente di Storia e preside della facoltà. Un nome che conta nel mondo della ricerca storica. Un nome che il mondo universitario non perderà nemmeno quando l’emerito storico andrà in pensione. A perpetuarlo infatti c’è già pronto Francesco Claudio Ugolini, figlio del professore e a sua volta uno dei due fortunati vincitori del concorso per ricercatore di Pedagogia sperimentale indetto dalla stessa facoltà.

E qui è importante sgomberare il campo da ogni illazione, perché Ugolini junior vanta titoli e ben due pubblicazioni. A osservare che è laureato in matematica e non in pedagogia e che le pubblicazioni sono in informatica sono le solite malelingue. In ogni caso il giovane ricercatore ha avuto modo di farsi le ossa, in quanto la facoltà presieduta da papà gli aveva già accordato un contratto d’insegnamento presso la sede di Terni, prima di accoglierlo come vincitore del concorso.

Criticare il preside Ugolini del resto sarebbe ingiusto. In fondo anche lui è figlio d’arte: suo padre è il professor Francesco A. Ugolini, per anni preside della Facoltà di Lettere di Perugia. Sicuramente non lo criticheranno i colleghi della facoltà di Scienze della Formazione. A partire dalla vicepreside, la professoressa Maria Caterina Federici, docente di Sociologia generale. Se lo criticasse, Ugolini potrebbe ricordarle che il 13 maggio scorso il concorso per un posto di ricercatore in Sociologia dei processi culturali è stato vinto da un tal Raffaele Federici. Che però, si badi bene, non è mica il figlio della vicepreside. Infatti è il fratello.

E se poi a protestare fosse il professor Lanfranco Rosati, preside di un altro corso di laurea della stessa facoltà, gli verrebbe ricordato come il 6 marzo scorso la figlia Agnese Rosati abbia vinto un altro dei posti di ricercatore messi a concorso (in Pedagogia generale e sociale). La dottoressa Rosati in realtà, oltre che dai suoi meriti accademici, è stata favorita soprattutto dall’inspiegabile ritiro di un valido avversario che, dopo uno scritto che pare fosse impeccabile, per motivi imperscrutabili non si è presentato all’orale. Ma in fondo è andata bene anche a lui, perché pochi giorni dopo si è aggiudicato l’altro posto da ricercatore nel concorso in cui ha vinto anche il figlio del preside Ugolini.

Cerchi che si chiudono o semplici coincidenze? Per alcuni dei ricercatori rimasti esclusi dal piccolo ma importante feudo umbro perché scavalcati dall’infornata di parenti, i conti non tornano e sotto a tutto ci sarebbe un reciproco scambio di taciti favori di cui si starebbe interessando la Procura. Ma al di là di eventuali profili illeciti, tutti da verificare, di certo a Perugia d’ora in avanti si potrà forse studiare ancora pedagogia. Ma per l’etica sarà meglio rivolgersi altrove.
postato da fabiotar alle ore settembre 18, 2008 11:43 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: scuola


martedì, 16 settembre 2008

E sottovoce Ratzinger conquista la roccaforte del laicismo

In quattro giorni sono caduti i pregiudizi sul Pontefice
di Andrea Tornielli
Tratto da Il Giornale del 16 settembre 2008

È bastato un fine settimana perché Benedetto XVI stupisse la Francia e la Francia stupisse Benedetto XVI.

Quello che è accaduto nei quattro giorni appena trascorsi era inimmaginabile anche nelle previsioni più rosee: la nazione un tempo definita «figlia prediletta della Chiesa» trasformatasi nella patria dell’anticlericalismo, il Paese delle stupende cattedrali medievali diventato l’emblema della laicità e della secolarizzazione galoppante, dove appena l’otto per cento della popolazione va a messa almeno una volta al mese, ha scoperto il vero volto di Papa Ratzinger.

La copertura mediatica del viaggio papale, nelle sue tappe di Parigi e Lourdes, è stata eccezionale. Ore e ore di dirette televisive e radiofoniche, la messa celebrata nell’Esplanade des Invalides, a pochi metri di distanza dalla tomba di Napoleone, è stata trasmessa da ben tre delle sei grandi reti televisive francesi. I cittadini di questo grande Paese conoscevano poco Papa Ratzinger e quel poco che conoscevano era per lo più filtrato attraverso commenti giornalistici ostili o al meglio freddi nei confronti del pontefice tedesco, anche nei media cattolici. Sentire parlare il Papa in francese - lingua che padroneggia alla perfezione - sentirlo predicare e farsi capire sia al mondo degli intellettuali come a quello dei semplici pellegrini alla grotta di Massabielle, ha colpito positivamente molti, credenti e no. Lo dimostrano le reazioni positive e i commenti della stampa. A Parigi e Lourdes non è arrivato un conquistatore, nemico della laicità; non è arrivato un retrogrado conservatore attaccato agli antichi merletti dei paramenti; non è arrivato il soffocatore della libertà di un cattolicesimo sempre più minoritario ma vivo. È arrivato un uomo umile, pellegrino tra i pellegrini, venuto innanzitutto a confermare dei fratelli nella fede e poi dialogare con il mondo delle istituzioni e della cultura francesi, cosciente di una «funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze» e del contributo che la Chiesa «può apportare, insieme ad altre istanze» a creare un «consenso etico di fondo nella società».

Anche con la Chiesa francese, travagliata da tensioni e colpita da una preoccupante emorragia di vocazioni, il Papa ha preferito usare la medicina della misericordia e mostrarsi come un padre premuroso e un fratello, non un sovrano venuto a bacchettare i suoi vassalli. Ha parlato chiaro, ma sempre incoraggiando. Ha spiegato il senso profondo della decisione di liberalizzare la messa secondo l’antico rito, invitando i vescovi ad accogliere e fare ogni sforzo perché i tradizionalisti - gli unici qui a non soffrire della crisi di vocazioni - non si sentano rifiutati. Ha sollecitato un’attenzione particolare alla catechesi chiedendo che la fede cattolica sia trasmessa nella sua integralità, ha spiegato che il dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre fedi religiose deve mirare alla verità.

Ma anche la Francia laica, come quella cattolica, hanno stupito il Papa. L’accoglienza del presidente Sarkozy ha testimoniato un’innegabile sintonia, e le folle che hanno accolto Ratzinger con vivacità ed entusiasmo, hanno mostrato come la fiammella della fede non si sia spenta in questo Paese, nonostante le difficoltà. C’è una Chiesa viva, minoritaria, ma convinta. I cattolici francesi hanno accolto il Papa con un calore e una capacità di ascolto che hanno sorpreso non poco il pellegrino tedesco venuto da Roma. Le polemiche da parte dei socialisti che hanno criticato Sarkozy per l'accoglienza fatta a Benedetto XVI all'Eliseo, e poi hanno criticato lo stesso pontefice per il discorso ai vescovi, giudicato troppo «integralista» non incidono sul giudizio globalmente positivo di un'opinione pubblica che si aspettava un Papa completamente diverso da quello che hanno visto.
postato da fabiotar alle ore settembre 16, 2008 08:27 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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lunedì, 15 settembre 2008

FINI E L'ANTIFASCISMO

Caro Presidente Fini lei ha dimostrato, una volta per tutte,  i suoi limiti e se mi permette una scarsa coerenza intellettuale e politica: non sono il solo a dirlo ma anche brillanti firme e non tutte appartenenti al mondo della destra, con la quale non so più lei cosa abbia a che fare. Chi parla è un semplice consigliere comunale e con una carica nella federazione provinciale,  nato nel 1961 e iscritto a questo partito dal 1995, quindi che non può essere accusato di alcun tipo di nostalgia ma che ha vissuto da ragazzino studente liceale il politicamente corretto del pensiero unico di sinistra degli anni ’70 che ancora oggi viviamo con le parole di Sofri e Caruso e che ha provocato la morte di tanti giovani militanti missini, senza essere mai stato sconfessato dalla sinistra di potere sia parlamentare che culturale alla quale lei si è sottomesso definitivamente. Infatti la confusione che lei fa usando le categorie di giustizia, libertà ed uguaglianza, come se queste appartenessero solo ad una parte politica, sembra anche far credere che questi concetti nascano con l’antifascismo e che siano propri di chi si etichetta con questa appartenenza. Niente di più falso! Intanto perché, pur essendo il fascismo un regime autoritario,  a differenza di quelli totalitari quali il nazismo e  il comunismo sovietico, tra loro non belligeranti per un buon periodo sulla pelle di altri popoli (si legga  rispetto a questi regimi “Senza radici” dell’allora Card. Ratzinger), con esso le conquiste dello stato sociale e lo sviluppo industriale realizzate prima del secondo conflitto mondiale, fecero attenuare l’ingiustizia, trovando largo consenso negli italiani che portarono Mussolini al potere, ricordiamolo, con il voto degli elettori. Inoltre le faccio presente che le categorie di giustizia, libertà ed uguaglianza non nascono  con le ideologie e con le radici illuministe ma hanno una radice cristiana e che la stessa democrazia quando le rinnega, come nel caso dell’uccisione di milioni di innocenti con l’aborto o con la deriva eugenetica (si ricorda la sua posizione sulla legge 40 Presidente Fini?)  sconfina nel più subdolo totalitarismo come ci ha insegnato Giovanni Paolo II. L’antifascismo non può essere una categoria morale separata dalla realtà storica dei fatti che ha dimostrato come  durante il ‘900, anche con l’avvento delle democrazie, le guerre e gli stermini siano continuati con i silenzi se non con le complicità delle stesse società democratiche. Altro è invece fare un’ analisi storica per una memoria condivisa, senza negare le gravissime responsabilità del regime fascista ma anche capendo le cause che ne determinarono l’arrivo al potere: qualcuno in questo partito ha provato a dirlo ma lei li ha, supinamente e antidemocraticamente, ammutoliti in nome di un pensiero elitario che dispensa patenti di idoneità costituzionale, sebbene la stessa Costituzione vieta sì la ricostituzione del Partito Fascista ma non si fonda di per sé sull’antifascismo come principio assoluto.


Giovanni Lo Vaglio
Responsabile Provinciale
Consulta Etico Religiosa AN
Federazione di Perugia
postato da GLOVAGLIO alle ore settembre 15, 2008 19:54 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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