Ordine del Giorno delle associazioni pedagogiche
sul maestro unico nella scuola primaria
Le associazioni pedagogiche (Siped – Società italiana di pedagogia, Sird – Società italiana di ricerca didattica, Cirse – Centro italiano di ricerca storico-educativa, Siref – Società italiana di ricerca educativa e formativa) esprimono il più netto dissenso verso la scelta di tornare al docente unico nei primi anni della scuola primaria, e nell'interesse dei bambini, delle famiglie e del futuro del nostro Paese, chiedono al Governo di riconsiderare la questione.
In un'economia globale basata sulla conoscenza, lo stato di salute del sistema socio-economico nazionale è legato al tenore delle competenze disciplinari e relazionali acquisiste dalle persone nei percorsi di formazione. Il nostro Paese è di fronte ad una vera e propria sfida dell'istruzione. Per affrontarla con successo occorre assicurare a tutti la padronanza delle conoscenze fondamentali dei saperi linguistici, storici e matematico-scientifici.
Tale padronanza può essere garantita solo da un'alfabetizzazione forte fin dall'inizio della scuola primaria.
La possibilità di realizzare un'alfabetizzazione forte ha come condizione un processo di parziale specializzazione disciplinare dei docenti. Non è pensabile che un singolo insegnante possa avere un'adeguata padronanza di tutti e tre questi ambiti e delle loro forme d'insegnamento.
Occorre un modello combinato di formazione iniziale e in servizio dei docenti che, oltre a garantire la necessaria preparazione pedagogica e didattica, e una cultura di tipo interdisciplinare volta a preservare l'unità del sapere, assicuri l'approfondimento di un ambito disciplinare tra il linguistico, lo storico, e il matematico-scientifico.
Il modulo organizzativo della scuola primaria, sancito dalla legge n.148/1990, prevedendo tre docenti su due classi, ha consentito ai docenti stessi un progressivo approfondimento dell'ambito disciplinare insegnato, ed è stata dunque una misura che è andata nella direzione di un irrobustimento dell'alfabetizzazione di base, oltre a garantire una pluralità di punti di vista preziosa per sviluppare l'intelligenza nella molteplicità delle sue forme.
Gli ottimi risultati ottenuti in questi anni dalla scuola primaria nelle comparazioni internazionali del profitto mostrano che il modulo di tre docenti sta producendo effetti positivi sulle competenze dei nostri bambini.
La direzione tracciata dalla 148/90 appare perciò quella giusta, può essere migliorata dando compiutezza al Corso di Laurea di Scienze della formazione primaria, ma non si può tornare indietro; sarebbe una scelta anacronistica ed infelice.
Un solo maestro può limitare l'esperienza socio-affettiva degli alunni, che risulta invece arricchita dall'attuale pluralità di figure. Ritornare al maestro unico significherebbe, inoltre, indebolire la preparazione specifica dei docenti sui fondamenti dei diversi saperi, e quindi rendere più fragile ed incerta l'alfabetizzazione dei nostri allievi. Il tenore complessivo delle competenze realizzate dagli alunni nel corso della formazione scolastica verrebbe inevitabilmente a soffrirne. In prospettiva, il capitale intellettuale prodotto dal nostro sistema scolastico tenderebbe a diminuire, e con esso la competitività socio-economica del nostro Paese.
Le associazioni pedagogiche chiedono, perciò, al Governo un serio e accurato ripensamento in merito alla questione della pluralità dei docenti nella scuola primaria. Si dichiarano, inoltre, fin da ora disponibili a portare il proprio contributo a qualsiasi progetto di miglioramento della struttura della scuola primaria che muova dalla conferma di tale pluralità e che avvenga attraverso forme diverse dalla decretazione d'urgenza.
firmato:
Il Presidente della Siped – Società italiana di pedagogia
Prof. Massimo Baldacci
Il Presidente della Sird – Società italiana di ricerca didattica
Prof. Gaetano Domenici
Il Presidente del Cirse – Centro italiano di ricerca storico-educativa
Prof. Franco Cambi
Il Presidente della Siref – Società italiana di ricerca educativa e formativa
Prof. Umberto Margiotta
di Gianni Gandola e Federico Niccoli
Ricordate Letizia Moratti quando, ministro del MIUR, nei dibattiti televisivi si sforzava di mandare un messaggio rassicurante alle famiglie e all'opinione pubblica dicendo che non era vero che la sua riforma aboliva il tempo pieno? State tranquilli – diceva la Moratti– tutto “rimane come prima” , il tempo pieno a 40 ore resta. Ora, ministro la Gelmini, si sta un po' ripetendo lo stesso copione. Con una differenza di fondo. Mentre la riforma Moratti introduceva diversi modelli orari più l'insegnante prevalente e/o tutor ma non intaccava l'assetto di base della scuola primaria (i moduli, il gruppo docente), ora invece si stravolge definitivamente tutto l'impianto didattico-organizzativo con il ritorno al maestro unico. Un insegnante una classe, secondo la filosofia di Tremonti, che è di fatto il vero ministro dell'istruzione.
Certo, sul piano orario, si prospettano diverse opzioni, anzi diverse “opportunità per le famiglie”, per dirla con le parole di Valentina Aprea, ineffabile viceministro del Miur in epoca morattiana ed ora presidente della commissione cultura della Camera. Al modello base delle 24 ore “obbligatorie” (quindi, supponiamo, comprensive di inglese o religione) si aggiunge la “possibilità” -su richiesta delle famiglie- di modelli orari di 27 e 30 ore. E di 30 ore più la mensa, laddove possibile (in totale, appunto, 40 ore). Quindi il “tempo pieno”, secondo la vulgata gelminiana e, a quanto pare, di Tuttoscuola, rivista negli ultimi tempi sempre più filogovernativa.
Ma proprio qui sta il “grande inganno”. E' qui che casca l'asino. La Gelmini può anche non conoscere la storia del Tempo Pieno in Italia (a Milano, Torino, Bologna, ecc.). Tuttoscuola, rivista pedagogica per eccellenza, e l'Aprea, già direttrice didattica in provincia di Milano, dovrebbero invece conoscerla molto bene. E sapere che è cosa molto diversa – come modello pedagogico, organizzativo e didattico – dalla proposta delle 40 ore di Moratti-Gelmini.
Le “40 ore” nell'impianto che si va prospettando altro non possono essere che un prolungamento orario, un'appendice per così dire del modello di base (l'insegnante unico). Gli insegnamenti principali sono affidati al maestro unico (titolare di classe per definizione) nell'orario base delle 24 ore obbligatorie. Le rimanenti ore (fino a 40 mensa inclusa) possono essere effettuate da un altro docente oppure con l'utilizzo di ore aggiuntive (in parte dello stesso insegnante titolare -in questo caso un super maestro unico- in parte di altri). E' evidente che si tratta di un tempo scuola aggiuntivo e non più “unitario”. Uno “spezzatino” pedagogico, come è stato a suo tempo definito in maniera appropriata.
Quello che ha caratterizzato e caratterizza il Tempo Pieno é invece l'impianto fortemente unitario. Innanzi tutto la “pari dignità” fra i due docenti assegnati alla classe che si suddividono le principali aree disciplinari e le educazioni (in genere un docente insegna italiano e storia-geografia, l'altro matematica-scienze, in modo da approfondire i rispettivi ambiti di competenza).
Il “doppio organico” è sempre stato, storicamente, un elemento strutturale del TP, confermato anche di recente da un provvedimento legislativo del governo Prodi, ministro della P.I. Fioroni (vedi art. 1 della legge 25 ottobre 2007, n.176 )*.
L'assoluta unitarietà del progetto educativo e l' unitarietà didattica tra mattino e pomeriggio (l'alternarsi di attività curricolari, di insegnamenti disciplinari e di attività educativo-espressive nell'arco della giornata) consente il rispetto dei ritmi di apprendimento dei bambini in tempi distesi.
Quindi: contitolarità dei docenti, corresponsabilità nelle decisioni, programmazione didattico-educativa di team. Tutto questo evidentemente è destinato a scomparire in un modello ove un docente è il titolare unico o principale (prevalente) nella classe, attorniato da qualche altra figura destinata a coprire la rimanente quota oraria.
Nel Tempo Pieno storico altro elemento “caratterizzante” erano (e sono) le ore di “compresenza” dei due docenti contitolari. Queste ore -in genere quattro la settimana- consentono la possibilità di suddividere la classe in gruppi, o nella forma delle “classi aperte” con alunni delle sezioni parallele, o in “gruppi omogenei” di alunni della stessa classe, per il recupero/avanzamento degli apprendimenti. Consentono lo svolgersi di attività laboratoriali (ad esempio: un conto è andare nel laboratorio di informatica con un gruppo di dieci-dodici alunni per docente un altro è andarci con un'intera classe di 20-24 alunni, discorso che vale anche per altre attività creativo-espressive…). Consentono di effettuare le cosiddette “uscite didattiche” nel territorio (visite ai musei, ricerca d'ambiente, ecc.) per gruppi di alunni per docente e non con la classe intera. Consentono infine la possibilità di formare piccoli gruppi classe per l'alfabetizzazione degli alunni stranieri.
Tutto questo non sarà più possibile, con grave pregiudizio per la didattica. Insomma, quello che cambia, che è radicalmente diverso tra il modello pedagogico del Tempo Pieno (tempo scuola 40 ore, due insegnanti contitolari) e quello delle “40 ore” (semplice copertura oraria con l'emergere di una figura di docente prevalente) sta proprio nella diversa organizzazione della didattica, nel rapporto docenti/alunni, e quindi nei processi di insegnamento/apprendimento. Si tratta di due “cose” completamente diverse. La “quantità” oraria è la stessa, la “qualità”, il potenziale didattico è ben diverso.
Non solo, ma una volta affermato il principio che il modello base della scuola elementare sono “24 ore e maestro unico”, il passo successivo è facilmente immaginabile. Si dirà, chiaro e tondo, che le rimanenti ore, aggiuntive e supplementari rispetto all'istruzione di base, sono prevalentemente di carattere “assistenziale” . Ci pensi dunque qualcun altro a garantirle, sia esso l'ente locale, le cooperative o le scuole private. E così si torna, a piè pari, al doposcuola di un tempo, per i bambini “bisognosi” di assistenza, appunto.
L'obiettivo principale di questo governo é il risparmio della spesa per l'istruzione, a scapito della qualità dei modelli e dei processi organizzativi e didattici. Tremonti l'ha esplicitato chiaramente, dicendo nella sostanza che due-tre insegnanti per classe costano molto di più di uno e che questo “è un lusso che non ci possiamo permettere”. Qualcun altro (la Gelmini, Tuttoscuola e altri nostalgici della maestrina dalla penna rossa) cerca di indorare la pillola con motivazioni di carattere psicopedagogico assolutamente deboli e pretestuose. Sarebbe più onesto non parlare più di Tempo pieno, allora. E infatti, in uno sprazzo di verità, nel Piano programmatico questa parola non viene mai usata. Lapsus freudiano?
Gianni Gandola, Federico Niccoli
Da www.scuolaoggi.org del 3.10.2008
LE BUGIE DI QUESTI GIORNI
SCUOLA
IL TEMPO PIENO
ØCon la media di 21 alunni per classe, in cinque anni 82.950 alunni in più avranno il tempo pieno.
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ANNO |
Aumento numero classi con il tempo pieno |
Aumento numero alunni con il tempo pieno |
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2009-2010 |
2.350 |
49.350 |
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2010-2011 |
2.750 |
57.750 |
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2011-2012 |
3.150 |
66.150 |
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2012-2013 |
3.550 |
74.550 |
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2013-2014 |
3.950 |
82.950 |
ATTUALE
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PREVISTO
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1 ora – I elementare |
Nessuna variazione |
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2 ore – II elementare |
Nessuna variazione |
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3 ore – III IV V elementare |
Nessuna variazione |
Ø Alle medie lo studio delle lingue, se richiesto dalle famiglie, sarà potenziato a 5 ore settimanali
Ø 3 ore di inglese + 2 ore di una seconda lingua comunitaria sostituita dall’inglese se richiesto dalle famiglie
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Si fa sempre più duro lo scontro fra Governo e Regioni in materia di scuola. Adesso anche le regioni del centro-destra iniziano a protestare e a minacciare il ricorso alla Corte Costituzionale. |
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Mentre sindacati di base e precari riempiono le piazze, un nuovo fronte di dissenso si apre nei confronti dei provvedimenti del Governo in materia scolastica.Questa volta ad alzare la voce sono le Regioni, e non solo quelle del centro-sinistra come era facilmente prevedibile.
Oggetto del contendere il decreto legge 154, il cui esame è già stato avviato dalla Commissione Bilancio, e soprattutto la disposizione inserita nell’articolo 3 che prevede la nomina di un commissario ad acta per quelle regioni che non predisporranno i piani di dimensionamento della rete scolastica entro il prossimo 30 novembre.
" L'idea di commissariare le Regioni, se non applicheranno alla lettera le decisioni del Governo è una scelta incostituzionale e pericolosissima “ afferma per esempio il vice-presidente della regione Calabria Domenico Cersosimo che aggiunge: “La Costituzione, all'articolo 120, prevede il commissariamento delle Regioni solo per fatti gravissimi. Il Governo si vuole illegittimamente appropriare della competenza regionale sull'organizzazione scolastica"
La Regione Lazio, insieme con altre 5 Regioni (Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Puglia e Sardegna) intende invece fare ricorso alla Corte Costituzionale contro l'articolo 64 del decreto legge 112 “che - dichiara l’assessore Silvia Costa - lede le competenze regionali di programmazione scolastica oltre al principio della autonomia''.
''Tale articolo - sostiene la Costa - è in conflitto non solo con il titolo V della Costituzione ma anche con il Dpr 233 del 1998 che regola l'organizzazione della rete scolastica in funzione dell'attribuzione delle autonomie''. Anche dalla Sicilia arrivano segnali poco rassicuranti: nel corso della seduta della assemblea regionale dell’8 ottobre sono state approvate all’unanimità due mozioni contro i tagli previsti dal decreto legge 112, mentre la Giunta regionale ha già deciso di ricorrere alla Consulta. Il fatto paradossale è che la Sicilia è governata da Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa, partito della coalizione di centro-destra che in Parlamento ha votato senza difficoltà, sia il decreto 112 sia il 137 ma che a Palermo - per bocca dell’onorevole Nicola Leanza - sostiene che della riforma Gelmini “non condivide quasi nulla”.
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fonte tecnicadellascuola

| I ragazzi di Cl: Berlusconi o sinistra, arrivano solo tagli | |
| FLAVIA AMABILE | |
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"È il nuovo welfare di destra: gli aiuti di Stato alle aziende fallite, in cambio di tagli ai servizi essenziali. Dobbiamo pagare le tasse per avere meno scuole e ospedali, ma in compenso garantire utili a Colaninno e al giovane Elkann, e stipendi da due milioni al mese ai manager da strapazzo. Davvero un grande affare".
(Curzio Maltese da Il Venerdì di Repubblica del 24/10/08)