Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
lunedì, 25 maggio 2009

Cei: «I lavoratori non sono una zavorra»

Cei: «I lavoratori non sono una zavorra»

Il cardinale e le critiche al governo: «Serve un fisco più equo. Ammortizzatori sociali fin qui davvero modesti»

 

CITTÀ DEL VATICANO
- Critiche alla politica del governo. In particolare a quella economica, e difesa dei lavoratori «troppo spesso licenziati come inutile zavorra». A sollevare riserve di fondo sulle scelte sin qui adottate dalla maggioranza è una delle voci più importanti della Chiesa, quella del presidente della Cei Angelo Bagnasco. Un «fisco più equo», farsi carico della «fascia dei precari» e approntare «ammortizzatori sociali», che fin qui sono stati «davvero modesti». Lo ha chiesto il cardinale, nella prolusione con cui ha aperto i lavori della 59/ma assemblea generale dei vescovi.

IMMIGRAZIONE, SI RISPETTINO I DIRITTI - Il cardinale Angelo Bagnasco ha poi affrontato un altro dei temi caldi dell'agenda politica: l'immigrazione. «Criterio fondamentale con cui valutare» l'arrivo di immigrati clandestini via mare deve essere il «valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili» ha detto il presidente della Cei, anche se «accanto a questo valore dirimente», ci sono altri valori, «come la legalità, l'affrancamento dai trafficanti» «diritto di asilo», «sicurezza dei cittadini», «libertà di tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese ma anche la libertà di emigrare...». L'immigrazione non si affronta con «singoli provvedimenti», «fatalmente inadeguati», serve una «strategia più ampia e articolata» di fronte a un «fenomeno epocale». «Se non la si governa si finisce per subirla». E per il cardinale Angelo Bagnasco i punti centrali di tale strategia devono essere la «cooperazione internazionale» che diventi «caposaldo trasversale della politica italiana» e una «effettiva integrazione degli immigrati»: niente «enclave etniche», non «solo provvedimenti di ordine pubblico», non «malinteso multiculturalismo, ma »meccanismi di convivenza».

«LAVORO PROTETTO» - Le parole di Bagnasco provocano una lunga sequela di reazioni. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «l'allarme è comprensibile da parte dell'autorità religiosa che invita a tenere sempre alta la guardia su questo fronte». «Credo che per fortuna in Italia - aggiunge però il ministro - si possa riconoscere che molto più che altrove, ce lo dicono le ricerche comparate, si è protetto il rapporto di lavoro».

«STIAMO FACENDO IL POSSIBILE» - Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, assicura: «Noi stiamo facendo tutto il possibile, i dati dimostrano che gli imprenditori italiani stanno facendo più degli altri colleghi europei». «Certo - aggiunge - servono chiaramente ammortizzatori sociali, cassa integrazione e cassa in deroga. Su questo fronte siamo impegnati».

LE ALTRE REAZIONI - Le parole pronunciate dal presidente della Cei, secondo il leader del Pd, Dario Franceschini, sono «molto importanti e devono far riflettere». «Il rischio più grande - ha detto il leader del Partito democratico - è dimenticarsi di quelli che da soli non ce la possono fare ad aspettare la fine della crisi. Che siano i lavoratori senza protezione o le piccole imprese rispetto alle grandi imprese, non si possono considerare le persone soltanto come dei numeri». Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni dice di condividere l'appello di Bagnasco e sottolinea tra l'altro la necessità di «una vera politica di integrazione ed accoglienza per i lavoratori immigrati che sono e saranno una risorsa indispensabile per lo sviluppo economico e sociale della nazione». Per Bonanni ««dobbiamo impegnarci tutti di più per far uscire il paese dalla crisi attraverso una politica di concertazione che fissi obiettivi condivisi su cui governo, banche, imprese, enti locali, sindacati, devono fare, ciascuno, la propria parte». «La saggezza quando viene dal mondo della chiesa è importante per i credenti e credo per i laici - ha detto invece il ministro Ignazio La Russa - il card. Bagnasco ha fatto un intervento che trovo molto pertinente: in un colpo solo ha fatto l'uomo di chiesa dicendo che giustamente pretende sempre maggiore attenzione verso gli umili e i derelitti, ma nello stesso tempo ha messo a posto le strumentalizzazioni ricordando che l'azione di riaccompagnamento è stata pratica in maniera molto più massiccia, questo lo aggiungo io, da altri Paesi». Condivide le parole di Bagnasco anche l'Udc: secondo Luca Volonté «le parole comprensibilmente preoccupate e pienamente condivisibili del cardinale affondano la carretta della politica sull'immigrazione attuata finora da questo governo»; per Pier Ferdinando Casini, invece, le parole del capo della Cei «sollecitano tutti noi ad unire da un lato accoglienza e comprensione, dall'altro fermezza e rispetto della legalità nel governare i delicati processi di una società multietnica». Per Maurizio Lupi, vicepresidente del Pdl alla Camera, dalla Cei «arriva una spinta all'azione del governo. Immigrazione, sicurezza, un fisco più equo, la tutela dei lavoratori precari, il miglioramento del sistema degli ammortizzatori sociali, sono tutti temi che in questi mesi l'esecutivo ha considerato prioritari. I risultati sono davanti agli occhi di tutti e sono sicuramente migliorabili, ma nessuno può dirci che siamo stati con le mani in mano. Sappiamo bene che il nostro lavoro non è finito e proprio per questo apprezziamo le parole di Bagnasco che ci invita a continuare lungo la strada intrapresa».

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mercoledì, 20 maggio 2009

La libertà vi farà veri...ma anche no!

In Spagna adesso il feto «non è un essere umano»
Un feto di 13 settimane è «un essere vivente, chiaro», ma «non possiamo parlare di essere umano, perché questo non ha nessuna base scientifica». Non si tratta di un’opinione anonima spuntata in un blog sconosciuto. Sono le parole della ministro dell’Uguaglianza del governo Zapatero, Bibiana Aído, pronunciate ai microfoni di "radio Ser". La Aído è la principale promotrice della riforma approvata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri: interruzione libera della gravidanza entro le prime 14 settimane, aborto senza il permesso dei genitori anche per le minorenni fra i 16 e i 18 anni. Le sue frasi hanno scatenato inevitabilmente una bufera. Se il feto non è un essere umano, la ministro spieghi «pubblicamente cosa crede che sia», ha detto la pediatra Gador Joya, portavoce del movimento Diritto di Vivere (Dav).

«È un’affermazione assurda», «nessuno può negare che un essere umano è un essere umano e non appartiene a nessun’altra specie» ha sottolineato il professore universitario Cesar Nombela attraverso la "Cope", radio della Conferenza episcopale spagnola: l’uomo «ha varie tappe nella sua vita e una di queste è quella fetale». Anche la Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici (Fiamc) ha criticato la Aído: la ministro è un’«incompetente» ha detto il presidente, Josep Maria Simó. «Un feto di 13 settimane ha una testa, un cuore e si muove». La valanga di critiche ha spinto la Aído ad aggiustare parzialmente il tiro delle sue dichiarazioni. «Non c’è prova scientifica per dire che» un feto di 13 settimane «è un essere umano né per non dirlo, mi baso sul manifesto che hanno elaborato gli scienziati», ha chiarito più tardi Aído.

La ministro fa riferimento ad un documento firmato da importanti nomi della ricerca spagnola, in cui si sostiene che «il momento in cui si può considerare un essere umano non può stabilirsi con criteri scientifici», perché rientrerebbe «nell’ambito delle credenze personali, ideologiche o religiose». Il testo è la risposta al Manifesto di Madrid contro l’aborto, sottoscritto da 2.000 intellettuali, medici ed esperti: un documento che la ministro non cita.
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mercoledì, 20 maggio 2009

Fini si accordi con Fini

L’intrinseco rilievo pubblico della fede
«Cristo è venuto per salvare l’uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall’inizio, hanno avuto una di­mensione e una valenza anche pub­blica »: così Papa Benedetto XVI, il 19 ottobre 2006, nel discorso al Conve­gno ecclesiale di Verona. Il rilievo ci­vile, pubblico della fede non è prete­sa abusiva o addirittura una prepo­tenza dei credenti, ma esito coerente di una fede che esprime una visione di uomo e di società. Senza prevari­cazioni, perché questo avviene – pro­seguiva il Papa – riconoscendo che «sui rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità so­stanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più li­bero, attraverso la distinzione e l’au­tonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio».

La fede cristiana è sì in­trinsecamente, originariamente, que­stione che interpella direttamente il singolo uomo, la singola donna – la salvezza non può essere altro che per­sonale –, ma è ad un tempo, con la stessa forza, un fatto pubblico: chi la professa – semplice cittadino o poli­tico investito di responsabilità rap­presentativa – non può non modula­re a partire da essa orientamenti e scelte, personali e pubblici.

La fede è valore centrale, non accessorio tra­scurabile, opinione interlocutoria. La Chiesa, come ha ancora ribadito a Ve­rona il Papa «non è e non intende es­sere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un du­plice livello il suo contributo specifi­co. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale per­tanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere effi­cacemente riconosciuto e poi anche realizzato». L’intendimento della Chiesa trova interpreti consequenziali nei suoi figli, immersi nel mondo e chiamati a dare ragione pubblica del­la speranza – cioè della visione – che c’è in loro. Sono loro che devono, con intelligenza e competenza, senza ri­trarsi dalla fatica che l’impegno può ri­chiedere, elaborare proposte il più possibile coerenti, sulle quali cercare di coagulare il massimo consenso.

Un’adesione non fideistica, ma soste­nuta dalla ragione, dalla pertinenza ai problemi. È singolare che mentre prendono piede servizi espressamen­te dedicati al «lobbying», cioè a cal­deggiare presso i parlamentari gli in­teressi di questa o quell’azienda, si o­bietti al fatto che qualcuno ritenga di farsi ispirare dalla propria fede. In­somma, pare proprio che la risposta migliore all’auspicio di Gianfranco Fi­ni per leggi «non orientate da precet­ti di tipo religioso», l’abbia data il suo omonimo, presidente della Camera, che appena tre mesi fa ebbe ad au­spicare «una laicità non certo aggres­siva nei confronti della religione, alie­na da degenerazioni laiciste ed anti­clericali, aperta al riconoscimento del ruolo attivo e positivo della Chiesa nel­la società italiana.

Una laicità dello Stato che deve però tenere conto che viviamo in un Paese la cui storia è i­nestricabilmente intrecciata alla vi­cenda del cristianesimo e della Chie­sa romana, perché si possa minima­mente immaginare un reciproco di­sinteresse » (G. Fini, Lettera a 'La Re­pubblica', 19/2/2009).
L’auspicio è che i due si parlino. E mentre non ci illudiamo che l’Italia adotti il motto degli Usa «In God we trust» («Confi­diamo in Dio»), non vorremmo tutta­via si cadesse nel suo contrario e che si intendesse per buona laicità la dif­fidenza verso Dio e chi in lui crede o­nestamente.
Piero Chinellato
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martedì, 19 maggio 2009

Disorientato


"NO a leggi orientate dalla fede"




«I temi sui quali il mondo cattolico intende portare il suo contributo sono temi non definibili come precetti religiosi, ma sono iscritti nella natura umana, difendibili con la ragione e iscritti anche nella Costituzione. I cattolici non hanno mai preteso che si facessero leggi basate unicamente sui precetti religiosi, come andare a messa. Quello su cui si discute sono tutti qualificabili come diritti fondamentali della persone. Vorremmo anzi che il fatto che siano i cattolici a difenderli non facesse pensare che per questo sono meno carichi di valore umano e che la difesa fatta dai cattolici sia di una razionalità minore. A noi la fede ci conforta nell’argomentazione razionale, non sostituisce mai la ragione umana. Non vanno alzati steccati perchè i cattolici hanno tutte le carte in regola nel lanciare appelli su famiglia, eutanasia, gravità dell'aborto».
monsignor Elio Sgreccia
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domenica, 10 maggio 2009

ESCLUSIVO: IL TESTAMENTO BIOLOGICO DI SILVIO !!!

Io Berlusconi Silvio ho deciso di donare i miei organi all'umanità nel giorno remoto della mia dipartita per donare vita al prossimo e continuare a vivere, se pure in forma rateale, ed ho disposto alla presenza del notaio Bruno Vespa e dei testimoni Apicella Mariano e Brambilla Marinella, la seguente suddivisione del mio corpo:

Lascio i miei occhi a Santa Madre Chiesa perché chiuda un occhio sui miei peccati, in isconto di quel che  offrii in video agli occhi dei telepeccatori. Lascio così alla Chiesa l’otto per mille del mio corpo in cambio del vaucher per il paradiso.
Lascio il mio cuore a Mediaset, non solo per ragioni affettive ma anche perché lo possa mostrare nella teca di vetro della TV a milioni di spettatori devoti nella festa del Sacro Cuore di Silvio.
Lascio il mio sangue a Fede Emilio perché possa organizzare ad ogni mia ricorrenza  il miracolo della sua liquefazione, con diretta su Retequattro.
Lascio il mio fegato a Napolitano Giorgio perché lo usi con la casta e sia più Capo e meno Coda dei partiti.
Lascio il mio viso rifatto a Fini Gianfranco perché faccia parure con il suo cervello rifatto (io feci il lifting per simulare Giovinezza, lui per abiurarla).
Lascio la mano sinistra a Schifani Renato perché possa continuare, me scomparso, il baciamani.
Lascio invece la mia mano destra attaccata alle tette morbide delle veline, perché è un vero peccato staccarsene.
Lascio la mia testa  a Letizia Noemi e famiglia, per poterla usare nelle foto dei prossimi compleanni.
Lascio il mio gozzo a Bossi Umbro, in omaggio ai gozzuti padani delle valli.
Lascio la mia lingua a Bondi Sandro, che ha consumato la sua a leccare i miei sacri piedi.
Lascio il mio sorriso permanente a Tremonti Giulio perché ne è carente.
Lascio i miei polmoni  a Previti Cesare per raddoppiare la sua ora d’aria.
Lascio le mie orecchie grandi a Lario Veronica perché ascolti prima di parlare. E le tirate d’orecchie le faccia in casa.
Lascio i due emisferi del mio cervello a Calderoli Roberto e Ronchi Andrea perché so che li lascerebbero intatti.
Lascio il mio scheletro a Moratti Letizia perché lo esponga alla venerazione di Milano che finora si è dovuta accontentare degli scheletri di Leonardo da Vinci, un mio confusionario predecessore in campo televisivo che mi dipinse mentre cenavo l’ultima volta con una dozzina di amici fidati (eccetto uno).
Lascio i miei testicoli…no, maligni, a nessuna ministra; li lascio invece a Franceschini Dario per compensare la sua carenza e per aumentare la base del suo partito.
Lascio i miei baffi a D’Alema Massimo perché non li ho mai avuti.
Lascio il mio ombelico a Casini Pierferdinando perché come lui sta al centro del ventre molle, ma non serve a nulla.
Lascio i miei piedi a Prodi e Veltroni che già in vita finirono sotto i medesimi.
Lascio la bile a Di Pietro Antonio che già provvide a farmela versare.
Lascio la milza alla sinistra perché è rossa, situata a sinistra e non si sa bene a che cosa serve.
Lascio la mia coratella ai gatti, ai telegatti e quel che avanza delle mie viscere ai comunisti perché sono sempre stato un anticomunista viscerale.
Lascio l’orifizio anale a Santoro Michele perché continui le sue meticolose introspezioni, lasciando a Travaglio Marco l’analisi dei peli limitrofi.
Lascio il mio posteriore al mio postero successore, perché non avrà il mio talento ma abbia almeno il mio culo.
Lascio il mio pene…no non lo lascio, lo porto via con me; non si sa mai se in paradiso, come dice Allah, ci toccano davvero le settanta vergini…….


tratto da Libero, a cura dI quel genio di MARCELLO VENEZIANI.
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sabato, 09 maggio 2009

Quella feroce crociata laica contro i credenti

di Susanna Tamaro
Tratto da Il Giornale del 1° maggio 2009

Da un paio d’anni a questa parte, quando incontro giornalisti o conosco persone nuove, mi capita una cosa strana. Dopo i primi convenevoli, tutti improvvisamente si irrigidiscono e, con uno sguardo imbarazzato, precisano: «Guardi che io sono laico».

Avendo ben chiara l’etimologia delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l’osservazione - li rassicuravo. Sono laica anch’io, non ho mai preso nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che c’era una grande battaglia in corso, una battaglia feroce e senza esclusione di colpi.

Il mondo sembrava diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici, difensori del progresso e della civiltà, e dall’altra i credenti, oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della libertà dell’uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontravano, rientravo nella seconda categoria. Non ero preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento completamente spiazzata.

Che cosa vuol dire credere? Obbedire ciecamente a una persona? Osservare dei rituali rassicuranti? Vivere nella paura dello scandalo, del peccato? Ho una natura anarchica e ribelle e difficilmente avrei potuto adattarmi a una qualsiasi di queste opzioni. Non sono cresciuta in un ambiente cattolico e dunque non ho assorbito - per fortuna - i nefasti condizionamenti di una fede trasformata in usanza, nella ripetizione vuota di formulette dal sapore dolciastro. Sono inoltre voracemente curiosa. Le cose che non comprendo, le voglio capire, come voglio costantemente riuscire a superare i limiti e gli ostacoli. Non ho mai avuto una folgorazione sulla via Damasco come San Paolo né quella più moderna di André Frossard. Piuttosto ho sempre sentito in me il forte desiderio di ricercare un senso e altrettanto forte la voce della coscienza. Sono stati proprio questi due fattori a spingermi verso un cammino di conoscenza e di studio che dura tutt’ora.

La maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade l’universo dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la libertà dell’uomo?

Non c’è forse dietro questa crociata delle certezze - perché queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la volontà di rimuovere la parte più profonda dell’uomo, la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso?

È proprio da questa ricerca che nascono le inquietudini, i dubbi e le domande. E le domande, inseguendosi l’un l’altra, a un certo punto si scontrano con qualcosa che non è più fonte di ragionamento, ma di meraviglia, perché, a un tratto, ci si rende conto che la realtà dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo sfugge alla percezione della nostra mente.

La consapevolezza del divino non nasce dunque dalla paura né dal conformismo, ma piuttosto dalla meraviglia, dal saper vivere con emozione e stupore la ricchezza - anche tragica - che la realtà di ogni giorno ci propone. Vivere con la fede non vuol dire chiudere delle porte perché si teme quel che c’è dietro, ma aprirle tutte perché non c’è niente dietro che ci possa far paura. Né la morte - questo grande mistero che tutti ci attanaglia - né la malattia, né l’imprevedibilità della vita.

L’accettazione del mistero ci permette di far scivolare in secondo piano quella cosa così noiosa e ingombrante che si chiama «io» e che ci ossessiona con le sue monotone cantilene dalla nascita alla tomba, questo tronfio nanerottolo che ci vuol far credere che la realtà sia solo quella che lui è in grado di proiettare sullo schermo della nostra mente, che sa domare e manipolare secondo i suoi desideri, e che nulla - al di fuori del suo raggio d’azione - possa esistere. Io penso in realtà che la vita non sia stare in una gabbia, seppur confortevole, e difendere con alti strilli il suo perimetro - come vuole quel nanerottolo - ma fuggire da tutte le gabbie, da tutto ciò che rimpicciolisce e umilia la misteriosa grandezza e dignità dell’uomo.

La fede nella mia vita non ha portato alcuna chiusura, alcuna paura. Anzi, quelle che c’erano, le ha spazzate via, spazzando via anche molte certezze. Per questo resto strabiliata davanti all’immagine spauracchio del credente che viene agitata in questa battaglia, diventata ormai guerra aperta. E questa guerra, alla fine, non è la guerra tra le ottuse truppe del Papa e i paladini del progresso autodeterminato, ma tra chi è in grado di ascoltare ancora la voce della propria coscienza - che sia credente, agnostico, buddista, ebreo o musulmano - e ha a cuore la delicata complessità dell’uomo e chi ascolta invece unicamente la rumorosa grancassa dei media.
postato da fabiotar alle ore maggio 09, 2009 11:42 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: laic ismi


venerdì, 08 maggio 2009

Una renualt...fin che morte non vi separi!

 

 

Le automobili Renault hanno deciso di proporsi al nostro paese tramite la pubblicità (cliccare su http://www.renault.it/ ) di un uomo sposatosi tre volte e che ha un quinto figlio da un rapporto occasionale.
Che si tratti di subalternità alla cultura dominante o di un subdolo tentativo di corrodere ulteriormente le radici del nostro popolo, poco importa.
Infatti, "la pubblicità da' l'impressione che sia normale cambiare moglie quattro volte, come è normale conservare una Renault. Cambiare auto, anche se è una Renault, non ha conseguenze particolari. Invece, le conseguenze in caso di divorzio, con bambini abbandonati, sono ben diverse" (
Mons. Fihey, vescovo di Coutances e d' Avranches, in Normandia).

Se desiderate protestare contro questa pubblicità, vi invitiamo a scrivere ai responsabili della Renault attraverso il nostro sistema portalettere:
http://www.fattisentire.org/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=70

postato da fabiotar alle ore maggio 08, 2009 09:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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