Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
domenica, 30 agosto 2009

Quelle distanze con la chiesa


È certamente un fatto nuovo nel dopo­guerra lo scontro al calor bianco che si registra in queste ore tra una parte delle alte gerar­chie cattoliche e il centrode­stra. Non è certo un dato da sottovalutare, anche se è probabile che nel giro di qualche tempo esso sarà in un certo modo riassorbito, non convenendo una rottu­ra a nessuna delle due parti in causa. E allora emergerà in tutta evidenza un dato so­stanziale: il mutamento del­l’opinione pubblica circa i rapporti tra Chiesa e Stato e tutto ciò che essi significa­no e comprendono. Si trat­ta di un mutamento di fon­do. Questa svolta dell’opi­nione pubblica comincerà a far sentire sempre di più il suo peso.

Il mutamento di cui sto parlando ha un effetto so­prattutto: quello di rendere progressivamente inattuale la vecchia distinzione antago­nistica laici-cattolici. Una lun­ga fase della storia italiana è stata percorsa da questo anta­gonismo. Esso aveva il pro­prio epicentro nella periodi­ca disputa circa la legislazio­ne dello Stato in alcune mate­rie «sensibili» (istruzione, matrimonio, ecc.), ma era per così dire tenuto sotto controllo dall’esistenza nel Paese di un’opinione assolu­tamente maggioritaria circa un punto decisivo: il ricono­scimento dell’imprescindibi­le carattere istituzionale del­la Chiesa cattolica. Cioè che questa, per svolgere la sua missione, ha bisogno di una totale e piena autonomia che in pratica solo la riconosciu­ta sovranità nei propri ambi­ti può assicurarle, nonché di adeguati strumenti (anche fi­nanziari) di presenza e d’in­tervento nella società. È da ta­le opinione diffusa che è di­scesa per tutti i decenni della prima Repubblica la presso­ché unanime accettazione del Concordato come stru­mento regolativo dei rappor­ti tra Stato e Chiesa. Alla cui base, difatti, non c’è una que­stione di oggettiva «libertà» della Chiesa (a tal fine baste­rebbe qualunque Costituzio­ne democratica), ma la que­stione della sua «sovranità»: per cui essa si «sente» libera solo se in qualche modo è an­che «sovrana».

Ciò che sta mutando (e ve­nendo meno) è proprio la pressoché unanime accetta­zione di cui ora ho detto. Sia tra i credenti che tra i non credenti va facendosi strada, infatti, l’idea che la Chiesa non debba possedere un ca­rattere istituzionale di segno forte. I primi lo pensano per il rinnovato sogno di una fe­de capace di vivere e di affer­marsi nel mondo per la sola forza dello Spirito e della Pa­rola; nonché per la sempre rinnovata paura di contami­nare l’altezza dei «principi» con la miseria della «realtà». Tra i secondi, invece, va dif­fondendosi la convinzione — fatta propria in preceden­za da pochi laici doc — che una Chiesa istituzionalizzata e «sovrana», e dunque il Con­cordato che ne è il riconosci­mento, non solo rappresenti­no un attentato all’eguaglian­za dei cittadini e all’esercizio di una sfera dei diritti sem­pre più ampia e orientata soggettivisticamente, ma configurino altresì un’indebi­ta presenza della religione nello spazio pubblico. La di­stinzione si sta appunto spo­stando su questo piano: non più tra «laici» e «cattolici» ma tra chi è favorevole e chi è contrario al riconoscimen­to del carattere istituzionale della Chiesa e di un suo spa­zio sociale. Il che comporta una completa dislocazione dei vecchi schieramenti: sic­ché così come credenti e non credenti possono tran­quillamente trovarsi da una medesima parte contro la Chiesa ufficiale considerata « autoritario- temporalisti­ca », egualmente sul versante opposto può avvenire lo stes­so, considerando comunque la religione, anche i non cre­denti, un contributo prezio­so all’identità collettiva e alla definizione dei valori di fon­do della società.

Ernesto Galli della Loggia
postato da fabiotar alle ore agosto 30, 2009 12:48 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 27 agosto 2009

FINI TROVA CASA: LA STESSA DEL PD

Lungamente sospirato, arrivò in un pomeriggio d’agosto all’altare della sinistra perduta, la Sposa del Partito Democratico, al secolo Gianfranco Fini. Due ali di folla che si allargano per far passare il Presidente della Camera con il suo velo invisibile che suscita tra i compagni commossi invisibili lanci di riso. Un tifo caloroso in platea dopo giorni di marcia nuziale su la Repubblica e le sue sorelle, in attesa euforica del Convertito, salutato come antifascista, anticlericale ma soprattutto antiberlusconiano. Poi la Sposa firma autografi ai compagni e si ferma a parlare con loro, come evita di fare negli incontri con il Popolo della libertà. Articolesse di elogi, attestati di ammirazione e fiumi di paragoni in suo onore con l’Orco feroce Umberto Bossi, con l’Assatanato Silvio Berlusconi, e con i sette nani del suo vecchio partito, i suoi luogotenenti costretti a un’indecorosa difesa del cadavere, la destra buonanima. Loro le bestie, lui la Vergine Rifatta, venuta a Genova, città tremenda per chi viene dal Msi, a miracol mostrare. Un tifo della madonna per la nuova sposa che non ha tradito le premesse, limitandosi a tradire i suoi elettori e il suo passato anche più recente. Stimolato da Mario Orfeo, nuovo direttore del Tg2, a lui assai caro e non a caso venuto da la Repubblica e da sinistra, Fini ha parlato da prete progressista della legge Bossi-Fini, quel suo omonimo bestiale e razzista di qualche anno fa. Poi ha parlato da laicista progressista del testamento biologico, con implicito disprezzo della pessima accozzaglia cattolico-conservatrice-tradizionalista che fino a pochi anni fa un suo omonimo cercava di rappresentare. Infine ha parlato da leader della sinistra soffusa contro la Lega, Berlusconi e la destra italiana. Con toni misurati, come s’addice al personaggio. Ma a Genova Fini ha perfezionato il suo lungo viaggio da Almirante a ET, l’extraterrestre.
Non lasciamoci trasportare dall’euforia dei compagni, ricomponiamoci. Dunque, per cominciare, Fini ha fatto bene ad andare alla festa del Partito Democratico. È il presidente del Parlamento, ha un ruolo bipartisan e non può seguire la decisione, discutibile, di Berlusconi e del suo governo di disertare la festa perché i democratici hanno perfidamente alluso ai suoi festini. Fini ha fatto bene ad andarci, come farà bene ad andarci l’altra figura istituzionale, Schifani. Ha fatto bene Fini a mazzolare alcune posizioni radicali della Lega, l’infelice battuta - poi rientrata - sul ripensamento del Concordato con la Chiesa, insomma alcune cadute nel rozzismo. Fa bene Fini a difendere l’unità d’Italia, anche se lo fa in modo assai più moscio di Napolitano e Ciampi, con cadute nell’internazionalismo catto-progressista. E fa bene, dal suo punto di vista, a smarcarsi da posizioni di partito, fa bene a dialogare... Però che volete, a me fa qualche impressione vederlo ridotto al ruolo di Cristoforo Colombo della sinistra, scopritore genovese di un Partito che non c’è più. E mi fa impressione pensare che pochi anni fa parlai pubblicamente assieme a Fini proprio lì, a Genova, in quei luoghi precisi dove è riapparso dopo il lifting mentale. Era una festa di Alleanza nazionale e quel Fini lì mi scavalcò, come era ovvio, a destra. Sui temi classici della destra, immigrazione inclusa. O magari sulla legge anti droga, che Fini firmò con Giovanardi; ma evidentemente Giovanardi falsificò la sua firma, perché lui ora dice cose opposte. E così vale per il presidenzialismo, che piaceva da matti a Fini e alla sua destra, fino a pochi anni fa: ma ora il decisionismo è sparito e quel che conta per il Fini bis è il Parlamento.
Fa impressione incontrare uno che gli somiglia tanto, persino con lo stesso cognome, che ora ti scavalca a sinistra e dice cose opposte a quelle che diceva, non da ragazzo, non da missino, ma da leader della destra moderna italiana del terzo millennio. Era vice di Berlusconi all’epoca in cui parlammo insieme al pubblico di Genova; ora ha fatto carriera e fa il vice di Napolitano o il fratello maggiore di Franceschini che è la sua versione parrocchiale, un Fini minore che ha studiato dalle monache.
Sono contento che la sinistra abbia finalmente trovato un leader su cui non si divide ma che elogia compatta. È un buon auspicio per le primarie. Fino a ieri ero convinto che Pdl volesse dire semplicemente Partito del Leader, inteso come Berlusconi; e Pd volesse invece dire Partito del, ma non si sapeva di che cosa. Ora finalmente viaggia in Pdf, come Partito di Fini. Sono contento per loro, anche se le posizioni di Fini non sono nemmeno di sinistra, sono neutre come il sapone dei bambini; forse terziste, cerchiobottiste, e approdano nella terra di nessuno. Ma sono contento per la sinistra che ha trovato finalmente un leader con cui condivide l’assenza di idee. Meno contento sono per la destra, lo dico ormai da turista curioso e disinteressato. Ecco, vorrei chiedervi: chi è il leader della destra oggi in Italia? Non riesco a trovare una risposta. Mi arrampico e deliro: Ratzinger? Calderoli? Arisa? Non so, non mi sovviene nessun leader della destra, nuova, vecchia, surgelata. Intanto, auguri a Fini l’astronauta per il suo lungo viaggio verso Marte. Come i fascisti di una celebre satira di Corrado Guzzanti...

Marcello Veneziani

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giovedì, 27 agosto 2009

Europa, la nuova tirannia dei diritti

Una riflessione del filosofo francese Pierre Manent

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martedì, 25 agosto 2009

Inedito di Benedetto XVI "La Messa del futuro? Ecco come deve essere"



"Caro dottor Barth, la ringrazio cordialmente per la sua lettera del 6 aprile cui trovo il tempo di rispondere solo ora. Lei mi chiede di attivarmi per una più ampia disponibilità del rito romano antico. In effetti, lei sa da sé che non sono sordo a tale richiesta. Nel contempo, il mio lavoro a favore di questa causa è ben noto. Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». E si dovrebbero fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale.

Diverso è tuttavia pensare a una riammissione limitata. La stessa domanda verso l’antica liturgia è limitata. So che il suo valore, naturalmente, non dipende dalla domanda nei suoi confronti, ma la questione del numero di sacerdoti e laici interessati, ciononostante, gioca un certo ruolo. Oltre a ciò, una tale misura, a soli 30 anni dalla riforma liturgica di Paolo VI, può essere attuata solo per gradi. Qualunque ulteriore fretta non sarebbe di sicuro buona cosa.

Credo tuttavia, che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da «gestire» in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso - più scelta di prima, ma non troppa -, una «oratio fidelium», cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione.

Caro dott. Barth, se lei si impegnerà a lavorare per la causa della liturgia in questa maniera, sicuramente non si troverà solo, e preparerà «l’opinione pubblica ecclesiale» a eventuali misure in favore di un uso esteso dei libri liturgici di prima. Tuttavia bisogna essere attenti a non risvegliare aspettative troppo alte o massimali tra i fedeli tradizionali.

Colgo l’occasione per ringraziarla del suo apprezzabile impegno per la liturgia della Chiesa romana nei suoi libri e nelle sue lezioni, anche se qua e là desidererei ancora più carità e comprensione verso il magistero del Papa e dei vescovi. Possa il seme da lei seminato germinare e portare molto frutto per la rinnovata vita della Chiesa la cui «sorgente e culmine», davvero il suo vero cuore, è e deve rimanere la liturgia. Con piacere le impartisco la benedizione che lei ha domandato".

postato da fabiotar alle ore agosto 25, 2009 16:12 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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martedì, 25 agosto 2009

Pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del presidente della Repubblica.
La normativa non tiene conto della recente sentenza del Tar del Lazio

Ecco le nuove regole di valutazione
i prof di religione daranno i crediti

Per l'ammissione alla maturità servirà la sufficienza in tutte le materie
All'esame di terza media sarà quasi impossibile ottenere il massimo dei voti
di SALVO INTRAVAIA


Giro di vite sull'ammissione alla maturità, superbravi alla media in via d'estinzione e docenti di religione che dopo lo stop del Tar Lazio ritornano in pista per l'attribuzione del credito scolastico. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del presidente della Repubblica numero 122, il Regolamento sulla Valutazione degli alunni è legge. Un provvedimento che conferma una serie di cambiamenti introdotti già quest'anno (come i voti numerici sin dalla scuola primaria e il voto di condotta) ma che contiene almeno tre importanti novità.

La prima, che susciterà certamente polemiche, è quella sui docenti di religione, recentemente estromessi dal Tar Lazio dal computo del credito. Il regolamento non tiene affatto conto della sentenza e siccome ha valore di legge a tutti gli effetti potrebbe "sanare" definitivamente la questione relativa ai crediti e rendere superfluo anche il ricorso al Consiglio di stato annunciato dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.

Se così fosse la frequenza della religione cattolica potrebbe garantire agli alunni che se ne sono avvalsi, alla stessa stregua di altre attività anche extrascolatiche, un punticino di credito in più. Il tutto, a partire dai prossimi esami di riparazione di settembre e a discrezione dei singoli collegi dei docenti.
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lunedì, 24 agosto 2009

«DIETRO GLI ATTACCHI A BERLUSCONI I VESCOVI CHE GUARDANO A SINISTRA»

Intervista a Francesco Cossiga
IL GIORNALE  del 24.08.09

Presidente emerito Francesco Cossiga, dopo il tormentone con le domande di «Repubblica», il «Corsera» promette di tormentarci con l’«effetto Veronica».
«Spero di no. Ma non è buon segno l’intera pagina, richiamata pure in prima, che l’altro giorno è stata dedicata a una sbrodolata "autorecensione" della Latella al libro già passato inosservato cinque anni fa, Tendenza Veronica. Con passaggi che indugiano su particolari o consigli pruriginosi, propri di una sessualità non maturata o deviata. Una cosa impensabile... Devo ammettere che a confronto di questo scritto trash la campagna di Repubblica contro Berlusconi assume i contorni decisamente british».

Ne è rimasto così turbato?
«Ho provato un misto di meraviglia, dolore e indignazione».

Meraviglia, lei che ne ha viste tante.
«Non mi meraviglia che la Latella abbia scritto una nuova edizione del libro e che, a fine di cassetta, ne sia stata fatta pubblicità gratuita sul prestigioso quotidiano, ma che il direttore, persona che stimo, abbia fatto questo scivolone. Dev’essere stato senz’altro in vacanza e malinformato».

L’«ottobre rosso» di Berlusconi è cominciato con la falsa prima pagina di «Avvenire» pubblicata dalla «Stampa»?
«Non so. Anche in quel caso pare che il direttore fosse in vacanza. A voler essere dietrologi, però si potrebbe dire che nel quotidiano della famiglia Agnelli venisse covato un certo "scontento" per l’ottimo lavoro di Tremonti nella lotta all’evasione fiscale... ».

Eppure Berlusconi, con la maggioranza che ha, può dormire sonni tranquilli.
«Se continua così, non ne sarei più tanto sicuro. Quando anche il figlio di Murdoch capirà che non c’è più nulla da fare per tenere Rai e Mediaset sulla piattaforma Sky, è facile intuire che ci sarà un bombardamento sul quartier generale».

Cosa che un certo «interventismo» della Chiesa rischia di aver già cominciato a fare, con le sue lezioni di morale.
«Non siamo in presenza di un "interventismo" della Chiesa, ma di prese di posizione di singole personalità della Curia o della Conferenza episcopale».
Personalità che alzano un po’ il tiro.
«Be’, il paragone fatto dall’Avvenire tra la tragedia degli immigrati e l’Olocausto si commenta da sé... Bisognerebbe che ci fosse qualcuno, se non altro per non farsi rimbeccare dagli stessi ebrei, che ricordi la storia a chi scrive certe cose».
È la pietà che l’uom a l’uomo più deve, scrisse Pascoli.
«Certo, questi immigrati sono dei poveracci spinti dalla fame, dalle guerre. Ma vengono volontariamente e muoiono per disgrazia, non perché vengano uccisi. Noi non abbiamo ucciso nessuno, sia chiaro».

Quando le «singole prese di posizione» riguardano però vicende che riguardano la vita privata del premier...
«... allora si è già passato il segno. Altro che "festini e libertinaggio": sarebbe bastata una dichiarazione sull’etica, riferita alla situazione generale, come s’è sempre fatto. Tutto il resto storpia. Mi chiedo se il segretario della Cei, don Crociata, oserebbe mai far scrivere o condurre omelie altrettanto ispirate sulla vita privata del presidente Sarkozy e della sua Carlà Brunì... ».

Ma che significato può avere l’insistenza su certi temi da parte di questi settori?
«Sta a segnalare la profonda spaccatura che esiste nel mondo cattolico: spaccatura che riguarda la politica, non certo l’etica. Vogliono tenersi buona una parte dell’episcopato e del movimento ecclesiale, vicina da sempre al centrosinistra. Hanno puntato sul Pd di Franceschini, tirano la volata all’unico leader post dc rimasto... Se il direttore dell’Avvenire vanta che all’interno del suo giornale ognuno decide liberamente a chi devolvere l’8 per mille, siamo in presenza di un gruppo in dissidenza non con il centrodestra, ma potenzialmente con la parte della Chiesa che fa capo al Papa».
Ce l’ha con il direttore Dino Boffo?
«Trovo persino qualche giustificazione al reverendo don Sciortino, direttore del settimanale Famiglia cristiana, che più propriamente dovrebbe oggi chiamarsi Famiglia allargata, vista l’apertura a ogni evoluzione del costume. Ma nessuna giustificazione o spiegazione riesco a dare agli scritti del non-reverendo Boffo che, posto inopportunamente alla direzione del giornale pur sempre organo ufficiale della Cei, dovrebbe astenersi da questi continui attacchi, dovuti in parte alle sue note preferenze politiche, ammantate da scelte religiose».

È lecito che il magistero morale della Chiesa si traduca in ammonimenti del genere?
«La Chiesa ha non il diritto, ma il dovere di esprimere giudizi in materia di morale. Ma gli ammonimenti debbono essere fatti in caritate e in modo che il giudizio non appaia mai come istigazione a combattere qualcuno, eventualmente anche sul piano politico. Ormai invece sembra che l’unica preoccupazione di certi ambienti sia quella di esprimersi sui festini a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli. Ma se la Chiesa ritiene incrinato per motivi etico-cultural-religiosi il vincolo che la lega allo Stato italiano, attraverso il regime concordatario e i suo corposi allegati finanziari, non esiti a proporre l’abrogazione del Concordato. In Parlamento la maggioranza sarebbe larghissima, e voterei anch’io a favore».

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postato da GLOVAGLIO alle ore agosto 24, 2009 19:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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mercoledì, 12 agosto 2009

UNA SENTENZA CHE PREMIA IL DISIMPEGNO DEGLI STUDENTI
IL TAR LAZIO ESCLUDE I DOCENTI DI RELIGIONE DALLA VALUTAZIONE FINALE PER IL CONFERIMENTO DEI CREDITI

   Una sentenza che premia il disimpegno degli studenti. La sezione terza “quater” del Tar Lazio, che annulla l’ordinanza dell’ex Ministro dell’Istruzione Fioroni, esclude l’insegnamento della religione cattolica dalla valutazione ai fini dell’attribuzione del credito scolastico.
   Il tribunale amministrativo ha, infatti, accolto il ricorso presentato da 24 soggetti (associazioni di varia estrazione, laica e religiosa) per l'annullamento dell'ordinanza dell'allora ministro dell'Istruzione per gli esami di Stato 2007/2008. In particolare, la frequenza dell'ora di religione cattolica non concorrerà a "l'attribuzione del credito scolastico per gli esami di maturità” e “i docenti di religione cattolica" non potranno partecipare "a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l'attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento".
   Un no deciso a questa sentenza viene dal sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione Snadir, che da anni porta avanti  le rivendicazioni di questi lavoratori della scuola, sostenendo il valore fortemente culturale e non confessionale di tale disciplina. “L'insegnamento della religione cattolica - commenta il segretario nazionale dello Snadir, Orazio Ruscica - è facoltativo ma curriculare. Questo significa che i programmi sono definiti a livello ministeriale, le lezioni tenute da docenti di ruolo e in orario scolastico. La decisione della sezione “quater” del Tar disattende quanto la legge 121/1985 stabilisce riguardo l’insegnamento della religione cattolica. E cioè che tale insegnamento  è impartito nel "quadro delle finalità della scuola" ed è "compreso tra gli altri insegnamenti del piano didattico, con pari dignità culturale".   Si confonde il momento della SCELTA di avvalersi o meno dell'insegnamento della religione con quello della VALUTAZIONE del profitto con cui, chi HA SCELTO tale insegnamento, segue le lezioni. Quando uno studente ha deciso di avvalersi dell'insegnamento della religione, che è una materia scolastica con dignità formativa e culturale identica a quella delle altre materie, ha DIRITTO a vedersi riconosciuto l'impegno con cui frequenta le lezioni di religione e il profitto che ne trae (vedi sentenze Corte Costituzionale n.13 del 1991; Corte Costituzionale n.290 del 1992;  Tar Lazio n.7101 del 15 settembre 2000)”.
   Orazio Ruscica sottolinea inoltre come “a tale sezione non era bastata la bocciatura da parte del Consiglio di Stato che nel 2007, con ordinanza definiva,  aveva respinto la sospensiva di questa sezione del Tar Lazio che ora pronuncia una sentenza che ha il sapore di una illogica ostinazione. Come molti ricorderanno, a seguito di un ricorso, la suddetta sezione del Tar Lazio, contraddicendo un’altra sezione (la terza bis) dello stesso Tar, sospese gli effetti della Ordinanza Ministeriale n.26 del 15 marzo scorso (commi 13 e 14 dell’art. 8) che confermava la valutazione dell’insegnamento della religione nella determinazione del credito scolastico. Il 12 giugno 2007 il Consiglio di Stato era entrato nel merito della questione ed aveva confermato la sua precedente decisione: l’insegnamento della religione concorre a pieno diritto alla determinazione del credito scolastico e, di conseguenza, fu riconfermata la validità e l’efficacia dei commi di cui sopra inseriti nell’O.M. n° 26 del 15 marzo 2007”.
   Il testo dell’allora ministro Fioroni non fa altro che riprendere l’ordinanza n.128 del 1999 (quando era ministro della P.I. Berlinguer), in cui per la prima volta venne stabilito che avvalersi dell’insegnamento di religione cattolica concorreva alla possibilità di formare il credito. A differenza di allora, l’attuale ordinanza 28 del 2007 prevede che anche i non avvalentesi concorrano a crediti qualora seguano attività alternative, o facciano lo studio assistito.
   Il segretario nazionale dello Snadir ritiene che questa sentenza avrà come conseguenza quella “di premiare e incentivare il disimpegno, penalizzando gli studenti che scelgono di seguire un percorso didattico che li porta a capire e comprendere come gli uomini hanno vissuto il loro rapporto con l’Altro e come tutto ciò ha lasciato un affascinante segno di presenza nella loro cultura”.
   Deciso dunque lo Snadir su questo fronte, come ribadisce Ruscica: “Occorre assolutamente tutelare – cosa che hanno fatto la sezione terza del Tar Lazio e il Consiglio di Stato – il diritto degli studenti a vedere riconosciuto il profitto con cui hanno studiato e lavorato  nel corso dell’anno scolastico, sia che si tratti di religione cattolica che di materia alternativa. Se il profitto ottenuto nell’ora di religione (o in quella della  materia alternativa) non fosse valutato nel credito scolastico, la vera discriminazione sarebbe perpetrata nei confronti degli studenti (la maggioranza) che hanno scelto l’impegno, mentre sarebbero favoriti coloro che hanno scelto il nulla, ovvero di uscire da scuola per andare al bar o in sala giochi. E’ questa la scuola che vogliamo?   Noi, avendo a cuore la formazione dei nostri studenti, vogliamo impegnarci per una scuola ‘non selettiva, ma esigente, impegnata, severa, non permissiva, con una forte carica culturale’”. Ruscica conclude ricordando che “il Consiglio di Stato ha definito il ricorso, che oggi la sezione “quater” ha sostenuto, privo di ‘sufficiente consistenza’”.
   La sentenza, ed è bene ricordarlo, è del febbraio 2009, pubblicata il 17 luglio e pubblicizzata la vigilia di ferragosto, quando tutti sono in ferie. Anche questo deve far riflettere.
  Lo Snadir, che ha a cuore il futuro degli studenti e la dignità professionale degli insegnanti, farà ricorso al Consiglio di Stato.

Emanuela Benvenuti

postato da fabiotar alle ore agosto 12, 2009 19:37 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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