Circolo Giorgio La Pira di Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).
martedì, 29 settembre 2009

Famiglie allargate: La felicità non è un caos

«Il giorno più brutto della mia vita? Quando papà e mamma si sono separati»: la bambina che mi parla così ha 7 anni, dunque siamo arrivati ai tempi in cui una bambina di 7 anni cataloga i giorni brutti della sua vita, e stabilisce qual è il peggiore? E se il giorno in cui papà e mamma si son separati è il più brutto, ci potrà mai essere, in futuro, un giorno ancora più brutto? Sì: «Quando il papà o la mamma avranno un nuovo fidanzato».

La bambina è la prima della classe, scrive perfino delle poesie. Senza rima, ma ormai chi usa più la rima? Leggevo, ieri, che ci sono bambini per i quali avere tre o quattro genitori è una festa: si divertono di più. Se poi i nuovi genitori hanno dei bambini, i figli nati dai due-tre matrimoni formano una squadra, giocano sempre, è come se fossero continuamente al parco. Questo leggevo. Ma la mia esperienza non me lo conferma. Ogni tanto la madre della bambina che ho introdotto all’inizio di questo articolo fa qualche viaggio, per stare in pace col nuovo compagno, e per non far sentire l’abbandono alla figlia la chiama col cellulare, e la prima risposta della figlia è: «Dove sei? sei sola? o sei con X?». La piccola ha un’ossessione: che la madre introduca un nuovo marito, e cioè un nuovo padre. Il bambino sente padre-madre come una coppia perfetta, si sente il frutto di una perfezione.

Se la coppia si spacca, nel bambino s’infiltra un’autosvalutazione, si sente frutto di un errore. Avevo un amico che era uscito di casa, viveva con un’altra donna, e da queste donna ebbe un nuovo figlio. Il figlio avuto dalla moglie precedente andò a trovarlo, stava al quinto piano, guardò il fratellastro in culla, uscì sul terrazzino e si buttò. Ricordi come questo, di figli finiti male o sbandati perché papà e mamma si son separati, a una certa età si fan numerosi.

Leggo che son nati termini nuovi, per indicare i nuovi ruoli introdotti col secondo o terzo matrimonio: "papigno", "mammastra", "cugipote". Non vedo la scia di affettività che questi termini si trascinano dietro. "Papigno" è il maschile di "matrigna", e la matrigna sta nelle favole come l’incarnazione del peggior male che l’inconscio delle bambine teme: è l’anti-madre. So che le matrigne eccellenti non sono poche, ma so che le bambine con questo terrore sono molte. E "papigno" è un neologismo funebre. In genere la matrigna appare quand’è morta la madre, se c’è il papigno vuol dire che non c’è il papà. Il figlio c’è perché c’è la mamma che lo ha voluto.

Se c’è la "mammastra" ci sono altri figli che lei ha voluto, non tu. La famiglia allargata è un caos generazionale, ma anche lessicale. Poiché le famiglie allargate son numerose, in Inghilterra han deciso che a scuola non si dica più ai bambini "tua madre" o "tuo padre", perché è possibile che il bambino non viva con loro. Allora si dice: "gli adulti che vivono con te". La parola "madre" è cancellata. La parola è un albero, la lingua una foresta. Se tagli una parola, tagli un albero. Ma dalla parola "mamma" derivano tanti altri alberi, germogliati dalle sue radici: se tagli quella parola, crei una radura vuota nel mezzo della società.

Un ministro italiano in carica ha confidato ieri: «Anch’io pensavo che mio figlio, intelligente, non ne risentisse, e mi sono separato. Ma si è destabilizzato. Non è giusto cercare la propria felicità a danno dei figli». È l’intuizione di un concetto profondo che va portato in superficie: se uno vive da solo, insegue una felicità individuale; se si unisce a formare una coppia, entra in un altro concetto di felicità, la felicità di coppia, che comporta anche dei doveri, la felicità dell’altro; se poi forma una famiglia, entra in una felicità di gruppo, e non può rompere impunemente il gruppo, e uccidere la felicità degli altri per chiudersi nella propria. La felicità della famiglia – e il Papa ce lo ha ricordato – non è fatta di tante felicità individuali separate, ma dalla loro fusione e dal loro accordo.
Ferdinando Camon
postato da fabiotar alle ore settembre 29, 2009 09:36 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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sabato, 26 settembre 2009

Il dossier - I costi della politica e le richieste degli organi costituzionali al Tesoro


I costosi asciugamani di Palazzo Madama

Il Senato chiede un aumento della dotazione pari all’1,5 per cento

Il presidente del Senato Renato Schifani (Eidon)
Il presidente del Senato Renato Schifani (Eidon)
Il Cavaliere invita gli italiani a consumare di più? Detto fatto, al Senato consumano. Per le stanze della presidenza a Palazzo Giustiniani, ad esempio, hanno appena comprato 50 asciugamani deluxe. A 88 euro l’uno. Pari a tre giorni di cassa integrazione di un operaio metalmeccanico. Totale: 4.400 euro. Giorgio Napolitano, che giovedì aveva spronato tutti dicendo che «le istituzioni devono dare l’esempio» ha avuto la sua risposta.

Vi chiederete: ma di che materiale so­no mai fatte, queste salviette per le ma­ni, per costare una cifra che all’italiano medio appare spropositata? Sono di li­no. E ricamate. Direte allora che sul sito e-bay.it si possono comprare asciuga­mani di lino e ricamati al prezzo di 29,99 per una confezione da sei e cioè a cinque euro l’uno, venti volte di meno. Per non parlare di quelle di spugna. Co­nosciamo l’obiezione: il decoro delle toilette di palazzo Giustiniani esige ben altro. Esattamente come le cucine presi­denziali: non meritano forse una quali­tà adeguata al livello dell’istituzione per essere all’altezza delle raffinate pa­pille gustative di Renato Schifani e dei suoi ospiti? Ecco allora una spesa asso­lutamente in-dis-pen-sa-bi-le: un co­stoso corso di perfezionamento fatto se­guire presso la scuola culinaria del Gambero Rosso ai 9 (nove) cuochi in­terni. Così che possano poi scodellare sui prestigiosi deschi quei piatti griffati che, con innata modestia, vengono defi­niti «divine creazioni»: bauletti con ri­cotta e pistacchi con bottarga di tonno e sedano, intrighi con stracotto d’oca e burro al ginepro, quadrelli di cacao con scorzette d’arancia ai due ori… Per carità, negare che nella scia delle polemiche sui costi della politica, qual­che taglio sia stato fatto pure a Palazzo Madama sarebbe ingiusto. Le famose agendine 2009 di Nazareno Gabrielli co­state la bellezza di 260 mila euro (più de­gli stipendi annuali dei governatori del Colorado, dell’Arkansas, del Tennessee e del Maine messi insieme) sono state ad esempio sforbiciate, per il 2010, del 20%. Un sacrificio doloroso ma necessa­rio. Come ancora più dolorosi e necessa­ri sono stati il blocco delle indennità, il giro di vite ai contributi dei gruppi par­lamentari e altro ancora...

Eppure, pare impossibile, nonostan­te i tagli palazzo Madama si appreste­rebbe a battere ancora cassa. Ancora po­chi giorni e il 30 settembre scade il ter­mine entro il quale gli organi costituzio­nali devono presentare al Tesoro le ri­chieste per la dotazione finanziaria del 2010. Una data importante, tanto più dopo gli ultimi appelli lanciati, alla vigi­lia di un autunno che potrebbe essere critico, non solo del capo dello Stato ma anche del cardinale Angelo Bagna­sco: misura e sobrietà. Fino a due o tre anni fa gli stanzia­menti degli organi costituzionali veni­vano adeguati con il giochetto del co­siddetto «pil nominale». Si prendeva cioè a riferimento la crescita economi­ca prevista, che di norma era più o me­no il doppio dell’inflazione, e ogni an­no la dotazione cresceva di quel tot. In seguito, sull’onda delle polemiche, le pretese si ridimensionarono al «sempli­ce » recupero dell’inflazione program­mata. Come è stato fatto l’ultima volta. Poi la crisi economica ha cominciato a mordere davvero, al punto che se si fos­se applicato stavolta il vecchio criterio del «pil nominale», gli stanziamenti sa­rebbero crollati del 5%. Una batosta in­sopportabile. Ma mentre Quirinale e Ca­mera decidevano di rinunciare per i prossimi tre anni al recupero dell’infla­zione programmata, dal Senato non è arrivato alcun segnale. Evidentemente palazzo Madama considera ancora vali­da la richiesta relativa al 2009, con un aumento della dotazione pari all’1,5% sia per il 2010 sia per i due anni succes­sivi.

Il Tesoro dovrebbe così versare nel­le casse della camera alta 527 milioni di euro contro i 519 del 2009. Per salire poi a 535 e 543 milioni nel 2011 e nel 2012. Qualche goccia nel mare immen­so del bilancio statale. Ma talvolta ba­sta qualche goccia a far traboccare il va­so. Soprattutto considerando che l’infla­zione programmata è almeno il doppio di quella reale. Come si giustifica allora l’esigenza di maggiori risorse per otto milioni l’an­no? Forse con il progetto di realizzare un nuovo canale televisivo digitale ter­restre (oltre a quello satellitare già esi­stente) affidato a un comitato istituito il 29 luglio e coordinato dal questore Benedetto Adragna? O con l’idea, ben più fumosa, di impiantare una struttu­ra medica interna con tanto di sala di rianimazione pur essendo palazzo Ma­dama a un chilometro dall’ospedale Santo Spirito?

La verità è che l’andazzo seguito per anni è stato tale (nella legislatura 2001-2006 le spese correnti s’impenna­rono del 39% oltre l’inflazione) che la «macchina» lanciata verso costi sem­pre più folli va avanti per inerzia, a pre­scindere perfino dalla volontà di Schifa­ni e dei questori. Tanto è vero che, non essendo mai stati cambiati sul serio cer­ti automatismi del contratto interno, le retribuzioni e le pensioni dei dipenden­ti (che in molti casi possono ancora an­darsene a 50 anni: tre lustri dopo la ri­forma Dini!) seguitano a crescere pe­sando immensamente di più che gli asciugamani. Dati alla mano: le pensio­ni medie variano dai 122 mila euro lor­di l’anno per i commessi ai 325 mila eu­ro per i funzionari.

Una domanda, tuttavia, meriterebbe risposte convincenti. Perché il Senato continua a chiedere soldi se ha deposi­tati presso la filiale interna della Bnl, li­quidi, 108,9 milioni di euro? Avete capi­to bene: 108,9 milioni. Da dove arriva­no tutti quei quattrini è presto detto: palazzo Madama non spende, nella real­tà pratica, tutti i soldi che ogni anno il Tesoro gli dà. Il bilancio si chiude infat­ti regolarmente con avanzi di cassa che non vengono restituiti all’Erario, ma si accumulano in banca. Lo stesso avvie­ne, e in misura addirittura maggiore, per la Camera dei deputati, che ha già da parte qualcosa come 380 milioni di euro. Il «tesoretto del Parlamento», per usare la definizione data dal Sole24ore lo scorso maggio, avrebbe quindi rag­giunto, secondo gli ultimissimi calcoli, circa 490 milioni. Il doppio dei fondi oc­correnti per rimettere in piedi le strut­ture universitarie dell’Aquila e pagare le rette di tutti gli studenti.

La Camera si tiene stretti quei soldi con la giustificazione che alla scadenza degli onerosi contratti d’affitto degli uf­fici per i deputati nei «Palazzi Marini» (una quarantina di milioni l’anno) do­vrà acquistare nuovi immobili. Ma il Se­nato, che gli edifici li ha già comprati e ha avuto dal Cipe anche i soldi per ri­strutturarli? Ci si dirà che, con le proce­dure e le macchinosità attuali, è diffici­le restituirli, i soldi. Sarà… Eppure c’è un illustre precedente. Alla fine degli an­ni Novanta l’Antitrust, all’epoca presie­duta da Giuseppe Tesauro, rese al Teso­ro l’equivalente di una cinquantina di milioni di euro: erano gli avanzi delle dotazioni annuali che l’autorità non ave­va speso. E che tornarono così nelle cas­se dello Stato. Certo, bisogna volerlo...

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella
postato da fabiotar alle ore settembre 26, 2009 23:54 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 25 settembre 2009

Comunicato Stampa su proposta di legge del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria

Sono trascorsi oltre diciannove mesi da quando, nel Febbraio 2008, quasi dodicimila cittadini umbri hanno sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Disposizioni per la promozione e la tutela della famiglia” elaborata dal Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria, presieduto dall’ Avv. Simone Pillon.

 

La proposta di legge è articolata in diciassette articoli:

  • Art. 1. Promozione e tutela della famiglia, fondata sul matrimonio come stabilito dagli artt. 29 e segg. Della costituzione italiana e dagli artt. 12 e 16 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.
  • Art. 2. Affermazione del principio del sussidiarietà che, riconoscendo nella famiglia una risorsa, spinga le istituzioni regionali e locali non a sostituirsi ma ad alimentare la potenzialità di questo soggetto uscendo da logiche assistenzialistiche.
  • Art. 3. Sostegno delle famiglie in formazione tramite: corsi di preparazione affidati ai Comuni, aiuti fiscali ed economici per la prima casa ed aiuti per l’acquisto dell’arredamento.
  • Art. 4. Tutela della maternità e della vita a partire dal concepimento attraverso: la prevenzione dell’aborto realizzabile mediante la completa attuazione della l. 194/78 anche nella fase preventiva con la partecipazione di associazioni e consultori, concreti aiuti alle donne in difficoltà, l’agevolazione della maternità con: bonus bebè, sussidi sanitario farmaceutici (parto in caso ed iniezione epidurale), conciliazione della maternità con il lavoro (asili nido, orari di lavoro part-time, aspettative retribuite collegate con la maternità).
  • Art. 5. Riconoscimento della funzione genitoriale e tutela della stessa mediante: forme di assistenza al lavoro precario e nei casi di decesso o infortunio di uno dei genitori, misure economiche sostitutive nel caso di inadempienza del genitore separato che non ottempera ai propri obblighi.
  • Art. 6. Istituzione di una “Carta Famiglia” che preveda sconti ed agevolazioni su: tasse, imposte, tariffe, spese sanitarie, prezzi al consumo.
  • Art. 7. Sostegno economico alle famiglie per tutto l’iter relativo all’adozione o affido
  • Art. 8. Affermazione della libertà di educazione tramite: “Buoni scuola” che coprano fino al 75% delle spese di iscrizione a scuole pubbliche o paritarie, contributi per l’acquisto di libri e computer, contributi per le spese, per il trasporto scolastico.
  • Art. 9. Creazione di forme di asilo nido “familiare”.
  • Art. 10. Tutela del lavoro endofamiliare tramite: polizze assicurative agevolate, promozione delle varie forme di associazionismo, aiuto nel reinserimento nel mondo del lavoro.
  • Art. 11. Sostegno alle famiglie con anziani o malati terminali garantendo terapie del dolore anche a domicilio ed assegni di cura per affrontare le spese mediche.
  • Art. 12. Interventi in favore di famiglie con problemi di tossicodipendenza, o di patologie fisiche o psichiche con: misure di supporto economico, prestiti agevolati e strutture residenziali per le vittime di abusi.
  • Art. 13. Aiuti alle famiglie in genere, favorendo: il reperimento di babysitter, attività di consulenza per le coppie in crisi volte a conciliare e prevenire le separazioni e i divorzi, attività di mediazione per prevenire i conflitti.
  • Art. 14. Collaborazione ed interazione tra strutture pubbliche ed associazioni familiari.
  • Art. 15. Realizzazione di un “Fondo regionale per la famiglia”.
  • Art. 16. Previsione di un “Assessorato per le politiche familiari”.
  • Art. 17. Istituzione di una “Consulta regionale per la famiglia” composta di 15 membri, con funzione consultive e propositivi in ordine alle esigenze delle famiglie.

 

L’iniziativa legislativa è stata depositata nell’agosto del 2008 presso la segreteria del Consiglio Regionale dell’Umbria con l’esatto adempimento di tutte le formalità burocratiche richieste dalla normativa vigente.

 

A distanza del notevole lasso di tempo trascorso, ancora ad oggi, la proposta di legge, non è stata ancora formalmente calendarizzata, nè per l’esame da parte della Commissione, né, tanto meno, dall’Assemblea del Consiglio Regionale nonostante lo Statuto regionale, all’art. 36 comma 3 preveda espressamente che il Consiglio discuta ed esamini le proposte di legge di iniziativa popolare entro sei mesi dalla data della loro presentazione.

 

Il Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria, le 27 associazioni che lo sostengono e le famiglie umbre chiedono che tale proposta di legge sia iscritta all’ordine del giorno della prima seduta del Consiglio Regionale e discussa con precedenza su ogni altro argomento.

 

Inoltre si anticipa che nelle prossime settimane, il Forum delle Associazioni Familiari si lancerà in una serie di iniziative per ricordare tale impegno alla Politica Umbra. In particolare, saranno distribuite alle famiglie umbre alcune migliaia di cartoline indirizzate al Presidente del Consiglio Regionale; cartoline che ogni famiglia potrà sottoscrivere e spedire. E’ già stata inviata, inoltre, una formale messa in mora con cui si invitavano i presidenti della Giunta del Consiglio e della commissione competente a prendere finalmente in esame la proposta di legge.

 

“La preoccupazione” – spiega l’Avv. Pillon – “è che anche da noi si segua quanto accaduto in Toscana, dove il Partito democratico, sull’erronea propalazione di presunte politiche familiari già, a loro dire, in atto, ha contribuito con l’astensione alla bocciatura di una proposta di legge di iniziativa popolare simile a quella sostenuta dal Forum dell’Umbria”.

 

“Non vorrei davvero” aggiunge il Presidente del sodalizio familiare, “che si assistesse al solito ripetersi di decisioni già assunte altrove da altri, e riproposte, per mera convenienza politica, anche nella nostra regione. Soprattutto se si considera che proprio il Partito Democratico ha approvato, la scorsa primavera, un documento sulla famiglia che è stato presentato anche a Perugia e che riprende gran parte degli argomenti contenuti nella nostra proposta. Speriamo che sappiano resistere al ricatto delle estreme sinistre. Sarebbe veramente un bell’atto di coraggio anche in vista delle prossime elezioni amministrative”.

 

Perugia, 25 Settembre 2009.

 

                                                                 Avv. Mauro Rosati

Resp. Ufficio Stampa

del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria

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giovedì, 24 settembre 2009

SANTORO SEMPRE IN TV MA GRIDA AL BAVAGLIO


La sola curiosità che ci resta da soddisfare è quella della coloritura dei capelli che adotterà quest’anno Michele Santoro per Annozero. Da indiscrezioni sarà ancora una gradazione del biondo, dopo l’ossigenato del 2007 e lo stoppa del 2008. Stavolta pare abbia optato per una giallo-oro alla Paris Hilton. Sul resto, nessun dubbio: avremo il solito Santorescu unico depositario della verità e solo custode della libertà di stampa.

Deve ancora comparire - lo farà domani sulla seconda rete - ma già protesta che la patria è in pericolo perché lui non può fare esattamente come vuole. Lo ostacolano, non gli danno carta bianca, gli lesinano i mezzi. Adesso c’è il problema della sua spalla, Marco Travaglio, al quale la Rai non ha ancora rinnovato il contratto. Marco è un po’ il poeta della trasmissione. Faccia e tono da menestrello, recita filastrocche di mezz’ora nelle quali augura la galera a questo o a quello. Senza Travaglio - ha detto ieri Santoro - Annozero non si fa. E giù una serie di improperi al Cav considerato la causa dei tentennamenti, degli ostacoli, di ogni male.

Niente di nuovo. Sono lustri che Michele denuncia complotti per cacciarlo dal video. Però ricompare ogni autunno, puntuale come le piogge. È inamovibile come Bruno Vespa e guadagna quanto lui: una barca di soldi. Però si lamenta, protesta e fa la vittima. Probabilmente è un nevrotico, certamente un caratteriale.

Il biondino, chiamiamolo così anche se si tratta di tintura, si considera il campione della libertà di stampa. Ieri ha detto che Annozero è «la punta del servizio pubblico e ne incarna lo spirito». Immodesto ma, dato il suo ego, perfino morigerato. In passato è stato capace di dire: «Quanto più Santoro c’è sui canali Rai, tanto è più libero il Paese» e ha aggiunto: «Nella storia della Rai io sono quello che ha spostato sempre più avanti il confine della libertà». Poi però si indigna se il Cav si autoproclama migliore premier degli ultimi 150 anni.

In realtà, Santorescu è un giornalista schierato come un hooligan del pallone con l’immobiliarista Di Pietro. Ha meno case di Tonino ma l’identica visione capestro e manette. In venti anni di tv è l’unico, a mia scienza, che abbia messo in moto il meccanismo di un suicidio. Molti ricorderanno quella sera del 23 febbraio 1995 a Tempo reale. Era suo ospite Leoluca Orlando, oggi anche lui con Di Pietro, ma allora sindaco di Palermo e caudillo della Rete, movimento che fiutava mafiosi anche nei buchi del formaggio. In diretta, Orlando accusò di mafiosità il maresciallo dei carabinieri di Terrasini, Antonino Lombardo. Santoro lo lasciò sdottorare a ruota libera senza dirgli, come avrebbe dovuto da giornalista, per di più del servizio pubblico, che l’altro non poteva difendersi perché era assente. Un classico linciaggio. Lombardo, lasciato solo, si uccise qualche ora dopo. Era, come già si sapeva e meglio si seppe dalle indagini successive, totalmente estraneo alle accuse. Un errore del genere, così contiguo alla canagliata, sarebbe costato a chiunque il posto. Michele invece è ancora lì e continua imperterrito nel suo giornalismo sfottente.

Le trasmissioni di Santoro, senza eccezione, sono truccate da capo a piedi. Nel 2002, il Garante delle comunicazioni lo inchiodò.

Analizzando una dozzina di puntate di Sciuscià - uno dei tanti nomi del suo programma sempre eguale - l’Autorità rilevò «gravi violazioni del principio del pluralismo». Lo rimproverò di favorire i politici della sinistra invitati in studio in numero preponderante, circondati da una platea favorevole, liberi di sentenziare a capocchia. Di danneggiare, all’opposto, i politici della destra tagliando loro la parola e sbeffeggiandoli con ammiccamenti al pubblico di parte. Il Garante concluse dicendo che lui, purtroppo, non aveva mezzi legali per fermare Santoro. Chiedeva però alla Rai di condannare il sottogiornalismo del suo dipendente e comminò una multa. Be’, credete che Santorescu si sia contrito e abbia fatto un esame di coscienza? Nemmeno a pensarci. Il biondino, anzi, trasformò la bocciatura nell’aureola del martire. Della serie, parlate male di me, ma parlatene.

Michele è insopportabile a milioni di abbonati ma guai a prendere provvedimenti. Quando il Cav, esprimendo l’opinione di molti, disse che Santoro (con Enzo Biagi e Daniele Luttazzi) faceva «un uso criminoso» della tv pubblica, scoppiò un casino. Era il 2002 e l’esternazione di Berlusconi, allora premier, avvenne a Sofia dov’era in viaggio ufficiale. Subito gli amici di Michele, che nella stampa - e solo lì - sono legione, parlarono di «editto bulgaro». Santoro cavalcò la faccenda con un misto di aggressività e autocommiserazione. «Berlusconi è un vigliacco perché abusa dei suoi poteri per attaccare persone più deboli di lui», disse e aggiunse, privo com’è di senso del ridicolo: «Qui c’è un’analogia col delitto Matteotti», il deputato socialdemocratico assassinato dai fascisti al tempo di Mussolini. Quale fosse l’analogia non lo capì nessuno. Ma tutto fa brodo per autoincensarsi.

Dopo questa serie di sfacciataggini, la Rai cercò di raffreddare le polemiche allontanando per qualche tempo il biondino dai teleschermi. Fossero capitati a me i suoi incidenti, mi avrebbero cacciato per sempre con ludibrio. Michele invece cominciò una piagnucolata che durò tre anni. Urlò: «La mia esautorazione è un crimine politico». Evocò il nazismo: «Eliminare Santoro dalla tv è come bruciare i libri in piazza». Vaneggiò nei modi più vari chiedendo la solidarietà dell’universo mondo e, per andare sul sicuro, chiese «giustizia» al giudice del lavoro.

Fu un colpo da maestro, vista la magistratura che ci ritroviamo. La toga gli dette ragione su tutta la linea, stabilendo il principio che la Rai non poteva scegliere a chi dare o a chi togliere i suoi spazi. Condannò l’ente a riprendersi Michele, a ridargli il posto in prima serata e versargli un milione e passa di euro di risarcimento. L’unico a tenere i piedi per terra fu il presidente dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, che commentò: «Con un Santoro emarginato a un miliardo e mezzo di vecchie lire, ci sono in Rai un migliaio di precari che non arrivano a prendere il suo stipendio tutti quanti insieme».
Ma c’è un altro risvolto. In attesa della sentenza di reintegrazione Santoro si era fatto eleggere deputato dell’Ulivo a Strasburgo nel 2004. Erano sempre 25mila euro e passa mensili. Perché rinunciarci? Intascò infatti la prebenda per 18 mesi. Ma appena il giudice ne ordinò la riassunzione piantò baracca e burattini per tornare in tv. Settecentocinquantamila elettori che lo avevano spedito in Parlamento per cinque anni restarono con un palmo di naso. E noi ce lo siamo ritrovato in casa, ossigenato come un vecchio play boy, a strologare di libertà di stampa.
Anche qui va fatta chiarezza. Questo campione dell’informazione che si arroga il diritto di denunciare «senza guardare in faccia nessuno» e frugare nei cassetti di chiunque, non tollera però di essere toccato a sua volta. Michele un produttore industriale di querele. Se non passa alle querele, sono comunque minacce.

Quando il settimanale Panorama chiese di seguirlo nella campagna elettorale europea, uno delle sue spalle, il cronista Sandro Ruotolo, sibilò all’inviata: «Solo a patto che ci facciate leggere prima le cose che scrivete. Se, secondo noi, l’articolo non va bene, lo cambiamo. Se non accettate, niente articolo». Mentre dettava le condizioni, campeggiava dietro di lui lo slogan elettorale scelto dall'araldo della libera stampa: «Per un’espressione libera: vota Santoro». Tra i concetti espressi durante i comizi: «Il berlusconismo mi fa schifo», Oriana Fallaci «mi fa vomitare».

Due anni fa, la Voce di Romagna scrisse che il biondino si stava costruendo una megavilla sul Colle di Cavignano in quel di Rimini. Santoro è legato alla zona per via matrimoniale. Sua moglie, Sania Annibaldi, è infatti figlia di uno ricco sanmarinese. Michele querelò il giornale dicendo che la villa era del suocero e che lui a Rimini alloggiava invece al Grand Hotel. La smentita non convinse. Il giornalista Gigi Moncalvo che all’epoca conduceva Confronti su Rai 2, volle vederci chiaro e mandò una troupe a Cavignano. Appena lo seppe, Santorescu andò sulle furie e fece il diavolo a quattro per bloccare l’inchiesta. Telefonò con arroganza al direttore di Rete, Marano, agli autori, agli ospiti fissi. Non cavò un ragno dal buco e passò alle diffide. La trasmissione poi si fece egualmente. Vi sembra comunque il modo di comportarsi di uno che per sé pretende carta bianca? Ricordatevene quando giovedì lo sentirete sproloquiare di libera stampa.

Altro episodio nel novembre dell’anno scorso. Un anchorman di Radio Dimensione Suono, Joe Violanti, imitava in trasmissione la voce di Santoro. Telefonava a personaggi famosi e li invitava ad Annozero. Talmente credibile che quelli ci cadevano. Ovviamente, i radioascoltatori si divertivano un mondo. Il biondino invece si incappiò di brutto. Disse che il gioco lo metteva in difficoltà. Gli fu replicato che era uno scherzo e che alla fine gli ignari erano avvertiti. Ma Santoro non volle sentire ragioni e diffidò Violanti accusandolo, per vie legali, di «furto d’identità». Un’imperdonabile dissacrazione dell’intoccabile.

Ce ne sarebbero delle altre, ma lo spazio stringe. Prima di finire devo comunque spiegarvi perché ho spesso usato il nomignolo di Santorescu. Gli fu affibbiato dalla redazione di Samarcanda, quella in cui debuttò da conduttore negli anni Ottanta.

Ex di Servire il Popolo, ex dell’Unità, Santoro entrò stabilmente in Viale Mazzini imposto da Beppe Vacca, futuro deputato del Pci e allora consigliere della Rai. Gli fu affidata per Samarcanda la guida di un manipolo di giornalisti abbastanza nutrito. Con questi sottoposti, Michele era esigentissimo. Al limite del fanatismo. Alcuni li ripudiò, molti fuggirono. Di qui venne spontaneo chiamarlo con un nome da dittatore romeno. Il più consono per questo campione di tutte le libertà


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mercoledì, 23 settembre 2009

CONFERENZA STAMPA

Il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria convoca una CONFERENZA STAMPA per il giorno giovedì 24 settembre 2009 ore 12.00 presso la sala della partecipazione del Consiglio Regionale in Perugia, Palazzo Cesaroni.

In tale occasione saranno rese note alla stampa le iniziative che avranno inizio nei prossimi giorni a sostegno della PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE PER LA FAMIGLIA. Tale proposta di legge regionale da ormai più di un anno è stata depositata insieme alle ben 12.000 firme raccolte,  ma nonostante lo Statuto preveda che le proposte di legge popolari devono essere messe all’ordine del giorno entro sei mesi, ad oggi non è ancora cominciato l’esame. Il Forum ha indirizzato una raccomandata alla presidente Lorenzetti, al presidente Bracco e al presidente della terza commissione Ronca per sollecitare almeno il rispetto dello Statuto ma sembra che nulla si muova. Per questa ragione il Forum delle Associazioni familiari ha in cantiere una serie di iniziative che saranno illustrate dettagliatamente nel corso della Conferenza Stampa. La S.V. è invitata a partecipare.

Cordiali saluti

Simone Pillon

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martedì, 22 settembre 2009

Benedetto XVI Il richiamo del Papa ai cristiani: “Impegnatevi in politica”
Le reazioni dei politici umbri


La testimonianza cristiana deve trovare riscontro anche nell’attività politica, e i cattolici non devono “avere paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società”, dall’informazione alla politica, anzi, “è questo l’impegno sociale, il servizio proprio dell'azione politica”. Così Benedetto XVI nella recente visita a Viterbo. Per fare del mondo un “campo di genuina fraternità”, ispirato al dialogo e al rispetto reciproco - ha spiegato il pontefice - la Chiesa deve agire in tre direzioni: educare alla fede, testimoniarla ed essere attenta ai segni di Dio”. Un dovere, quello della testimonianza, che spetta soprattutto a “fedeli laici”, ai quali il Papa parla in modo diretto: “Non abbiate paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società”. “Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali - ha proseguito - ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi. Ecco l'impegno sociale - ha sottolineato - ecco il servizio proprio dell'azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale”. Aldo Moro, al Congresso della Dc del '62, sosteneva che “per non impegnare l’autorità spirituale della Chiesa in una vicenda estremamente difficile e rischiosa, c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica. L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli, il nostro rischio, il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”. Quale eco hanno queste parole nella politica di oggi, alle prese con una società assai più complessa? Il sindaco di Perugia, Wladimiro Boccali, dichiara di aver “ascoltato con rispetto le parole del Papa, peraltro rivolte esclusivamente ai credenti”. Diversa la reazione del presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi, che richiama alla memoria le parole di un altro pontefice: “Spingete i vostri dubbi fino alle estreme conseguenze”. Credo, che, in questo monito di Paolo VI, c’è la chiave di lettura a quanto ci invita a fare Benedetto XVI. Per noi, testimoniare la nostra fede è assolvere nella quotidianità, con dedizione e condivisione, il compito che ci è stato assegnato”. Secondo Ilio Liberati, assessore alle infrastrutture e allo sport del Comune di Perugia, “il Papa non vuole che i cattolici siano confinati, come si diceva un tempo, nel ruolo di “crocerossine delle storia”, cioè limitandosi all’ambito del prepolitico, della società civile o del volontariato. Credo piuttosto che il Papa voglia incoraggiare i cattolici ad impegnarsi nelle istituzioni, assumendosi delle responsabilità pubbliche. Esempi significativi di questo impegno li abbiamo nella storia del dopoguerra, incarnati nei “giganti” degli ultimi sessant’anni: De Gasperi e Moro. Viviamo una crisi di partecipazione, per cui i cattolici devono contribuire a costruire forze popolari, pur adattandosi al bipolarismo italiano”. Nell’ambito del centrodestra, Enrico Sebastiani, consigliere regionale del Pdl, ritiene che “l’affermazione del Papa è quanto mai necessaria, in questo momento in cui i cattolici sembrano dissociati dal mondo della politica, in quanto restii ad impegnarsi perché la vedono troppo lontana dagli insegnamenti del Vangelo. Allora è quanto mai opportuno un impegno diretto di tutti colore che, di buona volontà e ispirati dalla luce di Dio, possano trovare soluzioni per il bene dell’uomo. Il cristiano ha il dovere di mettere al primo posto Dio e portare uno stile nuovo in politica che prescinde anche dall'appartenenza al partito. Il partito va visto come un mezzo e non come un fine. La difficoltà che si incontra in politica è che questa consapevolezza non c’è da parte di tutti i cattolici”. Il suo collega di partito Raffaele Nevi, spiega che “le parole del Papa rappresentano la testimonianza di un grande uomo che si rende conto che l’impegno dei cristiani è assolutamente necessario per fare in modo che la società riacquisti quell’attenzione sui valori che progressivamente va perdendo. Sono anche dell’idea che il Papa si sia reso conto che nel mondo di oggi occorre anche investire sulla “cultura del fare” per testimoniare, con le opere, ciò in cui si crede”. Una voce dal centro dell’agone politico è quella di Mauro Cozzari, consigliere comunale Udc a Perugia, il quale spiega di aver “ascoltato l’appello del Papa come un’esortazione rivolta anzitutto a me stesso e alla mia necessità in primo luogo di cercare ogni giorno la conversione verso la santità, e in secondo luogo, proprio attraverso la conversione e la conoscenza di Gesù Cristo, di vivere il mio laicato come impegno in politica. Quindi ho vissuto questa esortazione come un richiamo alla mia responsabilità, come se il Papa richiamasse me personalmente dicendomi “Sei cattolico, sei un personaggio pubblico: comportati da cattolico, convertiti ogni giorno e fai una politica che tragga le sue fondamenta dal Vangelo”. Pasquale Caracciolo, da anni impegnato da laico nel mondo ecclesiale umbro, oggi presidente nazionale del Centro Volontari della Sofferenza, spiega che “il Papa Benedetto XVI ha nuovamente ribadito quanto la Chiesa, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II, afferma circa il ruolo dei laici cristiani e cioè che il compito proprio loro è quello di testimoniare la loro fede negli ambienti di vita (famiglia, lavoro, economia, politica, cultura ecc.) e di animare e fermentare la vita sociale e pubblica dello spirito evangelico. Oggi in una società scristianizzata in cui si vive e si sceglie come se Dio non esistesse è sempre più necessario che i laici rendano esplicita la ragione della loro speranza cristiana non solo individualmente ma anche in forma associata. Individuare le modalità migliori non competono alla Chiesa, che per discernere ed orientare mette a disposizione il ricco patrimonio della sua Dottrina sociale, ma alla responsabilità individuale e collettiva dei laici stessi. Non bisogna stare alla finestra o chiusi in sacrestia ma nel mondo a condividere i problemi di tutti e farsene carico con responsabilità contribuendo al bene comune”. Interessante è anche la notazione di Mario Tosti, accademico e presidente dell’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea, il quale spiega che “una volta, per noi giovani, figli del Concilio Vaticano II e della lezione di Papa Paolo VI, la politica era l'espressione più alta della carità, era il modo ineludibile per essere laici cristiani adulti. Paradossalmente oggi è diventato il campo più difficile da praticare, perché chiuso, inaccessibile, dominato da una casta che si autotutela e vive di cooptazione. Oggi certamente è nella società civile, nel volontariato, che molti giovani riescono a dare una forte testimonianza cristiana, spesso controcorrente, come auspicato da Benedetto XVI, ma non nella politica che rifiutano perché non vi trovano corrispondenza tra valori proclamati e comportamenti attuati. In fondo la lezione di Paolo VI è ancora valida: i giovani hanno bisogno di testimoni e non di maestri. E oggi di testimonianza cristiana, di ispirazione cristiana, in politica, in tutti i partiti, ne vedo veramente poca”

Giulio Lizzi
postato da suorroberta alle ore settembre 22, 2009 17:01 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 18 settembre 2009

Dal CORRIERE DELL'UMBRIA
del 18.09.2009

Chissà se a Bastia, nell’incontro con gli eletti del PDL, mi verrà concesso di dire quello che mi accingo a esporre sulle pagine di chi mi ospita: finalmente i nodi anche da noi sono arrivati al pettine! Io che vengo da AN mi sento più liberamente di affermare che il nostro Presidente Fini negli ultimi anni, a partire dalla legge 40, ha sbagliato completamente su tutta la linea: ha infatti soprattutto rinnegato il metodo di riferimento che dovrebbe essere l’architrave del pensiero di centrodestra e cioè che, al di là delle sfumature diverse che possono esistere in un grande partito popolare, i principi non negoziabili che afferiscono al diritto naturale non possono essere oggetto di una visione pluralista in cui le diverse posizioni si equivalgono, perché è proprio da questo presupposto che nasce quel relativismo etico che appartiene ad altri schieramenti e che dovrebbe essere del tutto estraneo a tutte le componenti del PDL sia di ispirazione cattolica che così dette laiche, che hanno invece dimostrato in gran parte in parlamento, come nel caso Englaro, di avere quella lungimiranza che dovrà essere mantenuta anche nella norma sul testamento biologico. Lo stesso dicasi per le “provocazioni” della Lega che ritengo più che salutari e condivisibili soprattutto se indirizzate contro la mitologia risorgimentale dell’ l’unità d’Italia, come quella propagandata anche sulla stampa locale per l’anniversario del XX giugno, in cui non si fa menzione delle vere stragi consumate dai giacobini piemontesi nei confronti di gran parte delle popolazioni centro meridionali o dai loro predecessori in occasione delle Insorgenze, che forse è il fenomeno più di destra nella storia dell’Italia degli ultimi due secoli. Sono questi concetti che ritengo esemplificativi di quella che dovrebbe essere l’identità prevalente del PDL, soprattutto in questa regione dove un certo trasversalismo laicista trova di fatto anche il consenso e il supporto politico da parte di una certa componente clericale che ha fatto da sponda a quel “regime” denunciato già a suo tempo dal vescovo Chiaretti al quale va il mio affettuoso ringraziamento per il suo operato. Non sono queste considerazioni sui massimi sistemi, perché trovano anche un applicazione pratica nelle scelte politiche di noi amministratori negli enti locali quando vengono trattati quei temi sui quali dovremmo distinguerci, soprattutto nelle scelte per il sociale, nella sanità e su tutto il welfare in generale o nel ricordare le nostre vere radici e la loro cultura di riferimento che vedo poco o per niente  integrabile con quella intima di altre realtà, soprattutto confessionali, che il nostro Presidente Fini, penso a questo punto, abbia dimostrato di non conoscere o saperne molto poco:  come diceva un grande pensatore cattolico “dietro ogni errore politico c’è un errore teologico”.

Giovanni Lo Vaglio
Capogruppo PDL
Comune di Corciano
postato da GLOVAGLIO alle ore settembre 18, 2009 16:03 | Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
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