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giovedì, 19 febbraio 2009
ASPETTI POLITICI DEL DARWINISMO
A 200 ANNI DALLA NASCITA DI DARWIN
S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Presidente dell'Osservatorio Van Thuan
Sono in atto le celebrazioni dei 200 anni della nascita di Charles Darwin e anche la Chiesa cattolica, in vario modo, si inserisce nelle riflessioni che questo evento comporta. Si sa che la Chiesa è interessata a Darwin e al darwinismo prima di tutto per motivi teologici. Ci sono delle verità sul destino dell'uomo contenute nella Rivelazione che sembrano confliggere con alcune affermazioni del darwinismo. Si riflette forse meno sul fatto che la Chiesa è interessata anche per motivi politici, intendendo naturalmente questa parola in senso ampio, vale a dire come organizzazione della vita comune degli uomini nella storia. Non c'è da stupirsi di questo. Tutti i problemi teologici hanno anche formidabili risvolti politici, connessi con la vita in società degli uomini.
La Chiesa si interessa a Darwin e al darwinismo perché le sta a cuore tener per fermo che il mondo non è frutto del caso (e nemmeno della necessità) e che non è vero che noi uomini non potremmo essere meglio di come siamo, come afferma appunto il darwinismo. Ma proprio questa preoccupazione teologica diventa anche preoccupazione politica: se il mondo è frutto del caso anche l'organizzazione della vita tra gli uomini sarà disumana.
Come si sarà notato ho qui parlato di Darwin e del darwinismo. Segno che bisogna distinguere. Evoluzionismo è una ipotesi / teoria scientifica la cui validità viene attestata dalla scienza. Si ha, invece, darwinismo quando si assegna alla teoria dell'evoluzione un significato superiore a quello strettamente scientifico, trasformando una tesi scientifica in una filosofia o addirittura in una religione. Il darwinismo intende negare la creazione e il finalismo della natura e riduce tutto l'uomo a materia frutto dell'evoluzione della specie. Darwin è lo scienziato autore della ipotesi / teoria e spetterà alla storia in generale e alla storia della scienza in particolare stabilire se e quanto egli sia stato condizionato dal darwinismo.
Oltre a queste si devono fare poi altre distinzioni. Creazionismo è la tesi secondo cui la creazione sarebbe venuta secondo la descrizione che ne fa la Bibbia. E' la pretesa di fare della Genesi un testo scientifico. Creazione indica invece l'idea ( filosofica o religiosa ) dell'esistenza di un Creatore che ha fatto il mondo dal nulla e che lo governa. Non è corretto rigettare con il creazionismo anche la Creazione, mentre è possibile negare il creazionismo e ritenere logico pensare ad un Creatore. Nelle scuole, per esempio, deve essere possibile parlare di creazione, come ne hanno sempre parlato tutti i filosofi e come ne parlano le religioni. Mentre spesso in nome del darwinismo si vieta di diritto o di fatto di parlare di creazione, assimilandola al creazionismo.
Sul piano politico, il darwinismo induce l'idea che «noi uomini non potremmo essere meglio di come siamo» (R. Spaemann). Infatti: «Il peccato originale presuppone una metafisica della creazione, mentre il moderno naturalismo cerca solo i nessi funzionali tra i fenomeni naturali, considerandoli "etsi Deus non daretur" (Ibidem). Il darwinismo intende dire che possiamo eliminare il male dalla nostra società unicamente con le nostre forze. Il peccato originale ritiene che i difetti umani siano una dote. Anche l'evoluzionismo naturalistico lo pensa, solo che colloca tali difetti a livello dei "geni", e quindi li considera come qualcosa che è possibile correggere mediante interventi nostri. Il peccato originale può essere vinto dall'uomo senza bisogno di salvatori. Nascono da qui tutti gli incubi delle rivoluzioni e dei tentativi di "rieducare" l'uomo fino a fargli assumere una nuova natura, riplasmarlo, in altri termini. Rousseau insegna. Nascono anche tutte le forme di "darwinismo sociale", che in fondo rientrano in questa utopia dell'uomo nuovo, non più alienato, comprese quelle di stampo eugenetico. L'uomo non ha più una natura e quindi nemmeno una natura corrotta. L'uomo é frutto di un processo funzionale, che si può gestire impadronendosi delle sue leggi.
A questa concezione la Chiesa oppone la verità rivelata, ma anche il buon senso. Come è possibile, ha detto più volte Benedetto XVI, che dal caso e dalla necessità ad un certo punto sia nata l'intelligenza? Se, come scrive Jean-Marie Schaeffer, «l'unità dell'umanità è quella di una specie biologica» e se «Le culture sono molte, non solo perché le culture umane sono diverse, ma anche perché la cultura umana non è la sola cultura animale» (p. 19), vien da chiedersi perché queste affermazioni sono fatte da un uomo e solo da un uomo? Per ridurre l'umano, bisogna avere, anche solo implicitamente, una visione più ampia dello spazio ridotto. Non si riduce lo spazio dall'interno dello spazio ridotto, ma dall'esterno. Non si riduce se non essendo di più di quanto si riduce. Per adoperare ancora le parole di Spaemann: «l'uomo moderno pensa di non poter andare oltre se stesso, ma come fa a saperlo senza andare oltre se stesso?».
Quando nella Humani generis (1950) Pio XII stabiliva non esserci contrasto tra teoria scientifica evoluzionistica e creazione del mondo da parte di Dio già chiariva i due livelli della questione: scientifico e filosofico-religioso. A ciò egli aggiungeva che l'anima, però, è creata immediatamente da Dio. Alla negazione di ciò porta, invece, l'attuale riduzionismo antropologico legato all'ideologia darwinista. Ci sono molti esempi di questo, ma uno dei più interessanti è la separazione tra intelligenza e spiritualità. Agostino o Tommaso adoperavano l'argomento dell'intelligenza per dimostrare la spiritualità dell'uomo, sostenendo che se non fosse spirito egli non potrebbe nemmeno essere intelligente. Oggi tutte le facoltà umane, anche le più elevate, tendono a venire spiegate in termini biologici o neuronali. E' scienza o ideologia? La Chiesa ha sempre cercato di aiutare a distinguere la scienza dall'ideologia, lo sta facendo anche commemorando i 200 anni della nascita di Darwin e, facendolo, rende un servizio anche alla politica.
martedì, 02 settembre 2008
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Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Omelie per la Quaresima 1981
Quel momento che la Bibbia chiama «il principio» ci indica Colui che ha il potere di creare l'essere e di dire: «Questo sia!» e questo fu (Gen 1,1-3)... Questa parola «Questo sia!» non ha generato un magma caotico. Quanto più conosciamo l'universo, tanto più troviamo in esso una razionalità le cui vie percorse dal pensiero ci meravigliano. Attraverso di esse, riscopriamo quello Spirito Creatore al quale dobbiamo anche la ragione. Albert Einstein scrisse che nelle leggi della natura «si manisfesta una ragione tanto superiore che tutta la razionalità del pensiero e del volere umani sembrano essere, in confronto, un riflesso assolutamente insignificante.»
Constatiamo che l'infinitamente grande, l'universo delle stelle, è retto dalla potenza di una Ragione [Logos]. E impariamo anche sempre di più sull'infinitamente piccolo, sulla cellula, sugli elementi fondamentali della vita. Anche qui, scopriamo una razionalità che ci stupisce, in modo che dobbiamo dire con san Bonaventura: «Chi non vede questo è cieco. Chi non lo ode è sordo. E chi non si mette subito a pregare e lodare lo Spirito Creatore è muto»...
Attraverso la razionalità della creazione, Dio in persona ci guarda. La fisica e la biologia, tutte le scienze in generale ci hanno offerto un racconto della creazione, nuovo e inudito. Queste immagini grandi e nuove ci fanno conoscere il volto del Creatore. Ci richiamano, sì, che in principio, e nel fondo di ogni essere, c'è lo Spirito Creatore. Il mondo non è nato dalle tenebre e dall'assurdo. Sgorga dall'intelligenza, dalla libertà, dalla bellezza che è amore. Vedere tutto ciò ci dà il coraggio che ci permette di vivere e ci rende capaci di assumere con fiducia l'avventura della vita.
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lunedì, 11 agosto 2008
estratto da: FONDAMENTI SCIENTIFICI DEL DARWINISMO? NO SOLO POLITICI di P.Debernardi
[...]Darwin serve, perché, ponendo continuità genetica tra uomo e animale, favorisce la cancellazione della differenza ontologica tra i due (spinozismo) e pone la premessa per la riduzione naturalistica degli elementi morali, logici e spirituali. Essi vengono interpretati non come espressioni della vita dello spirito (nozione quest’ultima da bandire), bensì come risultato di processi di selezione naturale, nel corso dell’evoluzione (al pari di una pelliccia più folta o di un naso più lungo). Questo non solo consente di abolire la nozione (cristiana e umanista) di dignità dell’uomo, legata alla differenza ontologica tra questi e l’animale, ma anche di legittimare l’avvento delle correnti utilitariste e pragmatiste, per le quali la ricerca della verità non avrebbe senso, se non come ricerca dell’utile e del dilettevole.
Darwin serve, perché la sua posizione monofiletica (=tutte le specie sarebbero variazioni di una sola forma di vita fondamentale; concezione mantenuta nel neodarwinismo, pur non essendo dimostrata) consente di far apparire come legittimo il lavoro dei genetisti odierni, che incrociano capre e ragni. Se le specie derivano per evoluzione l’una dall’altra, incrociare tra loro anche le più lontane non violerebbe alcuna legge di natura, perché le differenze sarebbero non sostanziali. Ciò consente che non appaia folle il voler impiantare (ancorché modificati) organi di maiale su un essere umano. Ideologicamente appare plausibilissimo; unico inconveniente è l’incoercibile fenomeno di rigetto, così come l’ostinato rifiuto della natura di consentire l’interfecondabilità delle specie. Questi fatti macroscopici, che dicono –anzi gridano- la irriducibilità e incompatibilità delle specie tra loro, non scalfiscono minimamente, la teoria convenzionalista e pragmatista; né la pericolosa pratica che vi si ispira. Essi non desistono dal violentare una natura che, opponendosi agli incroci di scorpioni e riso, opponendosi a mescolanze di organi e tessuti animali con quelli umani, pare non voler sentire la lezione darwiniana.
Darwin serve, perché facendo dipendere in toto il fenotipo dal genotipo (e cioè: totale dipendenza della condizione individuale dal patrimonio genetico) consente di far passare in secondo piano i fattori ambientali, soprattutto per ciò che riguarda le questioni mediche, dove si continua a mascherare o sminuire il rapporto tra ambiente e malattia (consentendo così di assolvere certe politiche economiche, militari e il ruolo della chimica). I vari Veronesi vi ripeteranno con insistenza che il cancro è una malattia genetica, e voi non andate ad additare cause ambientali. Se vi piazzano un inceneritore o una lavorazione industriale pericolosa sotto casa, voi tacete (notate ad esempio che l’Istituto Europeo di Oncologia di Veronesi è finanziato da industrie che fabbricano inceneritori).
Darwin serve, perché introduce una visione probabilistica della natura. L’accadere e lo svilupparsi della vita a partire da variazioni casuali è un questione di probabilità che aumentano col tempo; ciò legittima quelle metodologie di calcolo statistiche proprie di una visione indeterministica ed epicurea della natura (cioè quelle di Einstein e di Prigogine).
Darwin serve e non Lamarck per legittimare le biotecnologie. Per Lamarck la natura opera con inconsapevole intelligenza e va lasciata a se stessa, perché sa trovare il meglio in ogni circostanza. Egli afferma tutto il contrario di quello che la tecnocrazia ha bisogno di far credere. Perciò bisogna propagandare il Darwin del principio delle variazioni casuali; solo questo riuscirà a far apparire i progetti biotecnologici di laboratorio come preferibili a quelli naturali, in quanto i primi risponderebbero ad un progetto intelligente e finalizzato che evita sprechi, mentre l’altro, quello naturale, produrrebbe (con fare simile ad un orologiaio cieco) tante e tali variazioni casuali non adatte allo scopo, che ci vorrebbe molto più tempo (senza dire lo spreco). In sostanza, solo propagandando Darwin e non Lamarck si potrà far passare un prodotto agricolo geneticamente modificato come migliore di uno naturale (quello naturale potendo contenere tali e tante variazioni casuali che potrebbero essere nocive alla salute; mentre il prodotto biotech conterrebbe solo l’aspetto migliorativo che l’ingegnere avrebbe voluto dargli). Bisogna che il pubblico smetta di pensare che la natura, in ogni momento e situazione, faccia sempre la scelta migliore tra le possibili, perché questa idea delegittima le manipolazioni tecnologiche. Nell’idea di Lamarck la natura non produce variazioni casuali, non pastrocchia e non spreca, non procede per azzecchi e garbugli, non fa quella specie di bricolage, che i darwinisti le attribuiscono: “da una vecchia ruota di bicicletta costruisce una carrucola, da una seggiola rotta ottiene la scatola per la radio. Allo stesso modo, l’evoluzione costruisce un’ala da una zampa, o un pezzo d’orecchio con un frammento di mascella. Naturalmente ci vuole tempo” (questa sarebbe La logica del vivente,1970, F. Jacob). Probabilmente nemmeno Darwin avrebbe sottoscritto questo frammento di pop-science, visto che nell’ultima fase del suo pensiero si è avvicinato a Lamarck, nel ritenere che possa essere la funzione a sviluppare l’organo, cosa che esclude l’operare a casaccio e il miserando bricoler.
Darwin serve, perché importa in biologia e universalizza i temi del liberismo maltusiano (accuratamente ripresi nel neodarwinismo, col principio secondo il quale nascerebbero molti più individui di quanti ne possano sopravvivere). Mentre T. Moro aveva coraggiosamente denunciato come la povertà in Inghilterra, agli inizi del sec. XVI, fosse causata da precise scelte politiche, favorevoli alla borghesia finanziaria, che avviava una politica di enclosures nelle campagne, riducendo alla fame quelli che fruivano delle terre comuni (tempo in cui, diceva, le pecore hanno iniziato a mangiare gli uomini); R. Malthus, al contrario, a fine sec. XVIII, dirà che la causa della povertà è nei poveri stessi, e che per eliminare la povertà bisognava favorire la sparizione di quelli che ne sarebbero stata la causa, i poveri ! Perciò proponeva di abolire la poor law, l’equivalente, allora, del nostro stato sociale. Oggi, propagandando e facendo passar per scientifiche le teorizzazioni di Malthus e Darwin (quest’ultimo, leggendo Malthus, “intuì” che la lotta per la sopravvivenza poteva essere fonte di selezione), si può sostenere che la povertà non sia affatto risultato delle politiche di rapina di alcuni a danno dei molti; questi ultimi, in tali prospettive, invece dello stato sociale, avrebbero semmai darwinianamente il diritto a essere “selezionati” (nel senso di “eliminati”) come i meno adatti. E’ di questo fondamentalmente che i lupi vogliono convincere i capretti: i ricchi hanno più diritti dei poveri perché hanno superato quell’esame che si chiama “lotta per la sopravvivenza”, ebbene questa lotta non sarebbe propria solo delle società liberiste, ma, come Darwin avrebbe mostrato, essa sarebbe propria della natura tutta! Se i capretti accettano questa logica non andranno mai a sindacare-controllare sul come i lupi si arricchiscono. Il fare di questi è legittimo: è una legge di natura!
Allora capite che quando questa visione della vita diventa popolare, ecco che amebe, lombrichi e bradipi appaiono come forme involute ed erronee del cammino evolutivo. Per questa mentalità il ghepardo e lo squalo sono quelli che hanno superato bene l’esame della selezione naturale, gli altri incarnano vite poco degne di esser vissute; perciò, quando vedono una persona in SVP (stato vegetativo persistente) attaccata ad un respiratore ed un sondino, pensano subito che sia vita non degna di esser vissuta, e insistono per staccare la spina. Che vive a fare una ameba, oppure uno che sta in carrozzella? Basta con “l’alimentazione forzata”! Se la vita, come dice Malthus e ripete Darwin, è lotta per la sopravvivenza come possono affrontare questa lotta gli invalidi, le amebe, i bambini troppo poveri, gli animali troppo lenti e privi di sistemi di attacco e difesa? Per questa gente è uno scandalo vedere che la natura accanto al forte fa vivere anche il debole; ma non mollano la loro visione maltusiana-darwiniana neppure quando la natura li scandalizza, perché spesso e volentieri il debole vince il forte.
mercoledì, 06 agosto 2008
Darwin e le salamandre: quando la scienza diventa cieca
di Giuseppe Lorizio, teologo, Università Lateranense
Tratto da Avvenire del 5 agosto 2008
L'articolo di Christopher Hitchens, apparso sul Corriere della sera di giovedì scorso sulla presunta salamandra in grado di 'salvare Darwin' merita attenzione e un'attenta disanima da parte di chi crede ed intende pensare la propria fede, rifiutando di riconoscersi in quella 'crassa idiozia' cui l'autore conclude a proposito di coloro che continuano a credere nella creazione e nella divina provvidenza.
Tale conclusione infatti poggia su alcuni fraintendimenti che sarà bene smascherare e che interpellano la teologia e il sapere credente.
Il primo di questi fraintendimenti teologici, ma anche il più madornale, consiste nella tesi di fondo di Hitchens. La fede infatti insegna e la teologia riflette il fatto che Dio ha creato il cielo e la terra, non le salamandre. Esse, come tutti gli altri enti che popolano l'universo sono creature, ma solo in quanto partecipano della creazione dell'universo. Con una eccezione formidabile, quella dell'uomo nella sua dimensione spirituale più profonda. Se infatti Dio avesse creato le salamandre ed ogni singola specie animale o vegetale, allora certamente avrebbe ragione chi attribuisce ai credenti un'ingenuità imperdonabile. Nella prospettiva della creazione, invece, è possibile l'accoglienza di una teoria evolutiva che -lungi dal negare l'atto iniziale e il continuo sostegno che Dio offre al mondo -può addirittura rivenire in processi evolutivi (o involutivi) come quello della perdita della vista da parte della salamandra, motivi per rivolgere uno sguardo meravigliato e riconoscente all'universo e alle sue creature.
Un secondo fondamentale fraintendimento riguarda il concetto stesso di 'evoluzione'. Qui si assiste ad una sorprendente contraddizione. Infatti Hitchens così argomenta: se la salamandra regredisce perdendo la vista, allora risulta falsificato il principio di creazione, per cui Dio toglierebbe qualcosa alla creatura, piuttosto che donargli possibilità e dimensioni sempre più complesse e qualitativamente significative. Allora il tema è l'involuzione possibile, che contraddirebbe una visione 'lineare' dei processi cosmico-antropologici e storico-escatologici. Come invece si può rilevare attraverso una sana teologia della natura e della storia, l'idea di un progresso ineluttabile e sempre in salita non appartiene certo ad una visione autenticamente cristiana dei processi.
E siamo al terzo fraintendimento, che riguarda la domanda di senso e il futuro. A tal proposito Hitchens propone di sostituire l'interrogativo metafisico fondamentale 'perché esiste qualcosa, quando potrebbe non esistere nulla' con la più inquietante questione così formulata' perché il nostro breve 'qualcosa'sarà ben presto rimpiazzato dal nulla?', con riferimento alla probabile futura collisione della nostra galassia con Andromeda. La 'fine del mondo' che la fede cristiana attende, come l'atto creativo che professa, non riguarda singole configurazioni dell'universo esistente, ma appunto il tutto di questo mondo, chiamato a trasfigurarsi e a ri-crearsi. In ogni caso c'è comunque da chiedersi se non risulti quanto meno fuorviante una scienza che si muove -come quella di Hitchens -non nella ricerca di significati in un orizzonte di senso, ma nella prospettiva radicale del non senso e dell'assurdo.
La confusione, insomma, regna sovrana e riguarda un aspetto non del tutto marginale dell'attuale polemica intorno al darwinismo: l'omologazione della fede nella creazione (denominata spesso 'creazionismo') al cosiddetto 'disegno intelligente', così come inteso o frainteso da Hitchens. Come autorevoli uomini di scienza e di cultura hanno ampiamente dimostrato, tale omologazione è impossibile sia da parte di una fede consapevole sia nell'esercizio di quella onestà intellettuale richiesta a ciascun uomo di cultura e di scienza, non solo credente. Ci saranno tempi nei quali le varie forme di razionalità presenti nel nostro areopago contemporaneo riusciranno davvero a riconoscersi e a rispettarsi, sviluppando un autentico confronto al di là delle derive ideologiche? Ci sarà un tempo in cui verrà riconosciuta la forma della razionalità teologica nella sua capacità di interpretare il reale? La lettura delle pagine culturali di importanti quotidiani nostrani spesso non sembra foriera di 'buone notizie' a questo riguardo.
venerdì, 01 agosto 2008
Leggo sulla prima pagina del Corriere della serva (versione cartacea) "La salamandra salva Darwin" un articolo di un certo Christopher Hitchens. Il nostro è folgorato dal demone della scienza e durante la visione di "Planet Heart" ha una geniale illuminazione: le salamandre cieche con tanto di occhi non funzionanti sono la prova dell'assurdità del creazionismo e la certezza che Darwin aveva ragione; cito dal suo articolo :"Perchè mai Dio avrebbe creato una salamandra con occhi vestigiali? Se avesse voluto creare salamandre cieche perchè non crearle prive di occhi? Perchè dotarle di apparati oculari residuali che non servono a niente e che sembrano ereditati da antenati che vedevano?" Insomma secondo il nostro che cita R.Dawkins (l'autore di "L'illusione di Dio") anticamente le salamandre ci vedevano benissimo, poi qualcuno spense la luce e non vedendo più un tubo le salamandre divennero cieche facendo regredire la loro struttura oculare.
Forte di tanta logica il nostro Hitchens si lascia andare a simili giudizi :" Solo quando ci saremo scrollati di dosso l'innata fiducia nel progresso lineare e saremo riusciti a prendere atto delle innumerevoli regressioni passate e future solo allora potremo afferrare la crassa idiozia di quanti credono ciecamente alla divina provvidenza e al cosidetto disegno divino" (Corriere della Serva venerdì 1 agosto 2008 p.37).
Insomma le salamandre di "oggi" avrebbero perso il "carattere" occhi vedenti perchè da generazioni i nonni "salamandri" non vedevano più un tubo...mi ricordo che a scuola studiai l'esperimento di un certo A. Weismann il quale per mesi tagliò la coda dei topi. Con sommo stupore vide che i topolini che nascevano si ostinavano ad avere ancora la coda della stessa lunghezza degli altri topolini nati da genitori con la coda, questo rozzo esperimento dimostrò che i caratteri acquisisti non si trasmettevano ereditariamente, mi ricordo poi che proprio Darwin di fronte alla complessità (direi irriducibile) dell'occhio ebbe a scrivere nella sua rivoluzionaria opera "L'origine della specie" :" Supporre che l'occhio con la sua impareggiabile capacità di mettere a fuoco gli oggetti a distanze diverse, etc etc si sia formato grazie alla selezione naturale mi sembra, non ho timore di confessarlo, del tutto assurdo".
Assurdo certo, come è assurdo che un simile articolo si trovi nella pagina CULTURA del Corriere della Serva, e allora al di là della critica al progetto intelligente mi viene da pensare...quale "progetto poco intelligente" sta portando avanti il Corriere ed il suo ridicolo Direttore? Che sia in atto anche nella sua redazione un processo di regressione? D'altro canto perchè Dio avrebbe dovuto dare un cervello a chi ormai da anni non lo usa più?
Al nostro articolista vorrei ricordare invece che prima di abbandonare la crassa idiozia della Divina Provvidenza la sua scienza come minimo dovrà spiegarci come dalla salamandra si sia passati alla foca, dalla foca all'orso, dall'orso alla balena e dalla balena alla farfalla....saluti a tutti!
mercoledì, 28 maggio 2008
Proprio mentre l'ultimo MicroMega (n. 3) era tutto dedicato ai «nemici di Darwin [che] non finiscono mai», due tra le più importanti riviste scientifiche internazionali, Nature e Genome Research, pubblicavano un saggio (ripreso sinteticamente da Repubblica venerdì 9 e dal Corriere della sera domenica 11), in cui alcuni ricercatori dimostravano che l'ornitorinco (strano mammifero australiano semiacquatico, palmato, potentemente velenoso, con il becco, che depone uova, ma poi allatta i piccoli pur non avendo mammelle e che ha una temperatura corporea piuttosto bassa: si potrebbe dire metà rettile, metà uccello e metà mammifero) possiede anche una quarta metà. che lo imparenta lontanamente (170 milioni di anni) con l'uomo. Da ciò, Massimo Piattelli Parlmarini (docente di scienze cognitive al San Raffaele di Milano e altrove) deduce e spiega che «l'orni-torinco sconfigge Darwin uno a zero» e «mette in crisi l'evoluzionismo». Dieci giorni dopo arriva sul Corriere la replica di un esperto di biologia evoluzionista, Giorgio Bertorelle: forse Darwin è salvo. Vedremo se MicroMega avrà qualcosa da dire, ma ecco, nel citato n. 3, una perla di Edoardo Boncinelli, noto genetista e biologo molecolare: «Il punto è che la natura non ragiona con la nostra testa e l'evoluzionismo, come tutte le grandi rivoluzioni scientifiche, mal si adatta al nostro modo di vedere e di pensare». Se è così, il contrasto non sarebbe tra scienza e fede o tra fede e ragione, come dicono i razionalisti evoluzionisti, ma tra scienza e ragione. Che il razionalismo non sappia evoluzionarsi?
Sono «centomila in Italia» i «figli dei gay» e pare siano tra i più felici del mondo. Così fa intendere il Corriere della sera (lunedì 5), in due intere pagine di omologazione dell'omosessualità. Oltre alla «genitorialità», che, in stile zapateriano, sostituisce paternità e maternità, il Corriere lancia altre nuove parole di antilingua come «co-genitorialità», «genitore sociale», «famiglie arcobaleno» (che io direi "mono", anzi "omocolore"). Insomma, «le famiglie omogenitoriali vivono meglio il quotidiano». Infatti «decine e decine di studi, fatti all'estero, dimostrano che non ci sono problemi» per lo sviluppo del bambino, anzi «una famiglia omosessuale è in grado di far crescere un bambino al meglio». Infatti «i figli degli omosessuali sono più tolleranti, meno conformi agli stereotipi di genere, portati ad essere meno conformisti». Per esempio, le bambine «sono molto androgine», cioè «più propense a entrare in campi tradizionalmente maschili» e i maschietti «hanno una propensione molto forte all'accudimento». Problemini, forse, tra i quali, però, è anche quello che loro non sanno se sono maschi o femmine. Spiega la psicologa americana Elizabeth O'Connor: «Penso che sia tutt'altro che negativo poter considerare tutte le possibilità prima di decidere chi si è».
domenica, 07 ottobre 2007
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ARRIVA IL BATTERIO SINTETICO
ESALTANTE MA CON QUALCHE TENTAZIONE
ASSUNTINA MORRESI
La vita artificiale potrebbe essere dietro l’angolo: probabilmente ne sapremo di più lunedì prossimo, se Craig Venter, il biologo americano imprenditore delle biotecnologie, ne darà, come pare, l’annuncio ufficiale. Per ora ne abbiamo potuto leggere sul Guardian: Venter e la sua équipe di ricercatori hanno sintetizzato in laboratorio un cromosoma riproducendo la gran parte del patrimonio genetico di un batterio esistente in natura.
Si è ottenuto quindi un cromosoma interamente sintetico, creato cioè esclusivamente in laboratorio, 'copiando' quasi completamente la sequenza del Dna di un essere vivente di struttura semplice, come un batterio. Questo patrimonio genetico completamente artificiale sarà inserito in una cellula vivente, e ci si aspetta che ne assuma il controllo, avviandone tutti i processi biochimici tipici di un batterio. Se l’esperimento funzionerà, avremo un nuovo organismo con una 'centrale di controllo', ossia il patrimonio genetico, interamente artificiale.
È una delle tappe di un progetto partito nel 2002, al quale ha dedicato un servizio speciale già un anno fa il settimanale Economist,
in cui si spiegava che Venter e i suoi collaboratori sono pionieri della 'biologia sintetica', una branca della scienza che si propone la creazione di forme di vita non esistenti in natura, e la ri-progettazione di organismi già esistenti – come nel caso annunciato dal Guardian. Centinaia di milioni di dollari sono già stati investiti nel settore: la Synthetic Genomics per esempio, l’azienda fondata da Venter, ha come obiettivo lo sviluppo di microrganismi che permettano la produzione a basso costo di fonti di energia alternativa. Scienziati di Berkeley, invece, si occupano della possibilità di produrre medicine a basso costo, mettendo a punto «fabbriche viventi di farmaci »: si cerca di utilizzare microrganismi che siano capaci di produrre essi stessi dei farmaci, sostituendo costosissimi processi in laboratorio.
Sono solo due delle infinite possibilità che la 'biologia sintetica' sembra offrirci, e sarebbe sciocco non augurarsi di raggiungere certi traguardi: ben vengano fonti di energie alternative, per non parlare della possibilità di ottenere farmaci meno costosi! I problemi sono altri, innanzitutto quello della sicurezza: non c’è solo il pericolo di sviluppare nuovi agenti patogeni, o comunque pericolosi per l’uomo. In presenza di nuove forme di vita, si moltiplicherebbe per mille il problema posto attualmente dagli organismi geneticamente modificati, e cioè la loro interazione con l’ambiente. Che succederà quando forme di vita artificiali – anche semplici come batteri – entreranno in contatto con gli esseri viventi naturalmente presenti nel nostro pianeta? Quali modifiche potranno portare negli ecosistemi?
È curioso, poi, il modo con cui si parla di certa scienza. È certamente legittimo, e guai se non ci fosse, l’entusiasmo di chi, avendo dedicato la vita alla ricerca, si trova di fronte a risultati importanti e sensazionali, e immagina scenari futuri in cui le applicazioni delle scoperte fatte potranno rivoluzionare le condizioni di tutti noi. Ma non si capisce perché il tono debba essere quello di chi si mette in concorrenza col Padre Eterno. Quando gli è stato chiesto se lui e i suoi collaboratori stessero giocando a essere Dio, Hamilton Smith, premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina e a capo dell’équipe di Venter, ha risposto: «Noi non stiamo giocando». E Venter stesso, parlando delle sue recenti ricerche, dice di «impersonare la parte di Dio».
Come se la partita della scienza non fosse l’eterna sfida fra la ragione umana e la possibilità di comprendere il significato della realtà, ma il tentativo – finora inutile – di sostituirsi a Chi quella realtà l’ha creata.
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