CircoloLaPira di Perugia

   Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).

 



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giovedì, 12 marzo 2009
 

Incontro con:

incontro-con-Marcello-Pera


mercoledì, 20 agosto 2008
 

Pane e vino

IL PANE

tratto da IL PANE E LA CIVILTA’ DEL MERCATO di P.Debernardi

Un frammento dell’antica saggezza pitagorica dice: “non spezzare il pane”. Noi oggi non riusciamo a comprendere cosa voglia significare l’invito, ma a quei tempi era ben chiaro. Il pane infatti andava diviso in molte parti, a indicare che con esso andava rispettata la giustizia distributiva. Il pane quotidiano non può esser negato a nessuno. Per significare questo, i panettieri tracciavano sopra ogni pagnotta che mettevano in forno una croce, affinché i commensali si ricordassero che quel bene andava suddiviso in molte parti. I pitagorici raccomandavano di rispettare questa –già allora- antica usanza dicendo: “non spezzare il pane”, perché colui che lo mangia solo per sé  lo spezza in due. Fino a qualche tempo fa anche i nostri panettieri imprimevano una croce sulle pagnotte da infornare, tramandando fino a noi un messaggio antico, anche se non compreso da tutti.

Qualcosa di analogo si faceva  col vino. Ma stavolta l’atto di giustizia andava reso alla terra, restituendole un po’ del suo sangue; e ciò a significare che dalla terra non si può solamente prendere,  e che neppure si può prender tutto. Era per questo che gli uomini, fino a qualche decennio fa, non bevevano il bicchiere fino in fondo, bensì l’ultima parte del contenuto la riversavano a terra.

 Oggi il pane o va nei bidoni della spazzatura o è sulla mensa di chi ha denaro per comprarlo, ma non nella pancia di chi ha semplicemente fame; e questo avviene per quella semplice legge di mercato, secondo la quale i beni toccano solo a chi ha denaro per acquistarli. Fatalmente oggi le pagnotte di pane non hanno più impressa la croce della giustizia distributiva. L’idea poi che si debba ridare qualcosa alla terra appare come superstizione.

Vi fu un tempo in cui bastava avere fame per aver diritto al pane (segnato da una croce); poi venne il tempo in cui oltre alla fame ci volle il denaro (ma il pane non nutriva come un tempo); ora è prossimo il tempo in cui per poter aver del pane ci vorranno fame, denaro e rinnegazione
di tradizioni e  spiritualità. Il pane della modernità e del mercato non veicola più un messaggio di giustizia sociale, esso non può più rappresentare un corpo di Cristo che offre la salvezza a tutti;in esso tradizione e religione non si intersecano più; se osservate bene, nelle famiglie odierne, spesso, il pane neppure compare più sulle tavole, dove trovate solo companatico. Sinistro indicatore. Ulisse per indicare la natura crudele e ferina del Ciclope, estraneo a leggi e giustizia, dice che “non somiglia a uomo mangiatore di pane” (Od. IX, 190). Quel prodotto soffice, aleatorio, intriso di chimica, estraneo alla vita (visto che non muffisce), che oggi porta indegnamente il nome di pane (dal greco vorrebbe dire “tutto”, e come tale è invocato nel Padrenostro) sarà cibo o veleno per corpo e spirito? La  imminente scomparsa del pane, chiediamo al signor Pfaff e a quelli che come lui ci propinano la civiltà del mercato, sarà frutto di progresso, o annuncia l’avvento di un’umanità bestiale, estranea a leggi e giustizia?

 

IL VINO

tratto da "Aspettando l'ordine di spargere il sale" di Rosaria Impenna

Arrivano da Bruxelles ordini sempre più perentori di distruggere la specificità italiana. Approvato ormai con unanime coro di entusiastici Sì quel trattato di Lisbona che ci ha tolto la sovranità e l’indipendenza, i nuovi imperatori possiedono il pieno diritto di ultimare l’opera di annientamento. Nei primi giorni di agosto è apparso, infatti, in uno dei quotidiani più letti nel nostro Paese, un articolo in cui si parlava, con aria disinvolta, di viticultura. L’esordio era quanto mai allegro, come sempre quando si tratta delle vicende europee: in Italia ci sono troppi vitigni – diceva più o meno l’articolo- è giunto il momento di dare il via alla distruzione! L’ha stabilito l’Unione Europea, che attraverso un regolamento entrato in vigore nella famosa data del primo agosto, prevede “un miliardo di euro di incentivi per eliminare le coltivazioni”. Miliardi che si aggiungono a quelli da tempo destinati per la graduale, ma inesorabile dismissione del nostro patrimonio agricolo in generale. Bruxelles ha deciso che in tutta Europa si devono estirpare 175 mila ettari di vigneti solo nel triennio 2009-2011. Per l’Italia il plafond è di 59000 ettari circa, con un tetto del 10% per ogni singola regione! Un progetto distruttivo talmente feroce che sarebbe assolutamente necessario conoscere i nomi di coloro che l’hanno pensato per obbligarli a coatte cure psichiatriche.

 Ma questo è solo il primo passo di un’operazione assai più disastrosa. Dal primo agosto 2009, infatti, perderanno di valore la Denominazione di origine controllata, l’indicazione geografica tipica e la Denominazione controllata e garantita che contraddistinguono i vini italiani di qualità. Se fino ad oggi erano gestite a livello nazionale, ben presto sarà Bruxelles a riconoscere ufficialmente le Denominazioni, che saranno “uniformate a livello europeo”. La Commissione applicherà anche ai vini il sistema già previsto per molti prodotti alimentari, vale a dire con i marchi Dop (Denominazione di origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta). Sigle prive di senso perché senza possibilità di comprendere la vera località di produzione!

L’enorme danno consiste ovviamente nell’impoverimento del vino il cui scopo è punire sia i migliori vini che i Paesi produttori; quindi ancora una volta l’Italia più di tutti! Ma c’è ancora di peggio, anche se non sembra possibile. Il regolamento europeo introduce la possibilità di mettere il nome del vitigno da solo, senza più specificare il legame geografico. Per cui, un vino prodotto con uve coltivate in territori famosi e a tutti note potrà avere la stessa etichetta di un altro vino prodotto con il medesimo tipo di uva, ma coltivata in una zona di scarso pregio. Risultato: massificazione indistinta del prodotto; perdita di valore e di qualità a favore di un’imperante genericità. Ma perché meravigliarci? Questo è il risultato perseguito, non per i prodotti agricoli, ma per tutti i popoli e tutte le nazioni europee. Lo si fa a poco a poco per mantenere il più possibile i cittadini all’oscuro sulla meta finale dell’operazione “unione europea”. Né è possibile illudersi di potervi sfuggire. Per unirsi bisogna diventare uguali se è ancora vero che non si possono sommare le mele con le pere.

postato da fabiotar | agosto 20, 2008 17:41 | commenti
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