CircoloLaPira di Perugia

   Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso il centro Mater Gratiae di Montemorcino (Pg).

 



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mercoledì, 14 gennaio 2009
 

GRAZIE SILVIO

L'ironia della stampa francese:
«Air France-Alitalia? Merci Silvio»

Alitalia è più forte, senza debiti. E l'operazione è costata 3o0 milioni invece di 1,2 miliardi di euro

PARIGI - «Merci Silvio». Grazie Silvio, l'ironia è tagliente sin dal titolo. Per la stampa francese la soluzione del lungo inseguimento ad Alitalia si è trasformata quasi in una marcia trionfale per Air France-Klm e per il suo «caparbio» timoniere, Jean-Cyrill Spinetta. Grazie soprattutto all'intervento di Silvio Berlusconi.

ITALIANITA' - Il premier italiano, si legge in un editoriale del quotidiano economico transalpino, firmato da François Vidal, sarebbe il principale protagonista della trasformazione di un avventura pericolosa in un buon affare per la compagnia francese. Come? Grazie all'affossamento della precedente offerta, apprezzata e avallata dal governo di Romano Prodi, e ben più dispendiosa per i transalpini. «Ci si può domandare - scrive il quotidiano - se Silvio Berlusconi non abbia reso un ottimo servizio nell'aprile del 2008 contribuendo ad affossare la precedente proposta di acquisto di Alitalia da parte di Air France, per 1,5 miliardi di euro, in nome dell'italianità».



mercoledì, 12 novembre 2008
 

Ma i soldi per la scuola non ci sono...

le uscite nel 2008 sono salite di 13 milioni. Colpa dei nuovi vitalizi

I costi della politica: più 100 milioni

I Palazzi del potere hanno aumentato le spese Dalle agende alle liquidazioni, sprechi e privilegi

Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.

Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell'Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.

Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l'anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d'un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l'anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(...) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d'un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l'abolizione dell'insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un'altra e ci porti lo scontrino»), è un'aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l'avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6... E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là... (...) Sul resto, però, buonanotte. L'andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d'inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell'estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida».

Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un'enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20 per cento. Nettamente al di sopra dell'inflazione programmata dell' 1,7 per cento.

Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine.

Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D'Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l'addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno.

Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l'interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane.

C'è poi da stupirsi se, in un contesto così, le spese dei Palazzi hanno continuato a salire? Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Una somma mostruosa. Ma addirittura inferiore alla realtà, spiegò al primo rendiconto Tommaso Padoa-Schioppa: occorreva includere correttamente nel conto almeno altri duecento milioni di euro fino ad allora messi in carico ad altre amministrazioni dello Stato. Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell'ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta...

Bene: non è andata così. Nell'assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l'aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5 per cento si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.

(Brano tratto da «La Casta», nuova edizione aggiornata)

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella



mercoledì, 13 agosto 2008
 

Lotta ai fannulloni, un ferroviere timbrava per tutti: 8 licenziati. I sindacati: riassumeteli

Filippo Larganà

Genova - Otto ferrovieri licenziati perché uno di loro ha timbrato il cartellino per gli altri sette. È accaduto un mese fa in un’officina di Trenitalia, ma se n’è avuta notizia solo adesso, dopo indagini e verifiche inoppugnabili. A quel punto, gli otto dipendenti, tutti meccanici addetti alla riparazione dei locomotori, sono stati licenziati in tronco. Il caso ha scatenato polemiche tra la direzione dell’azienda e i sindacati che difendono i lavoratori a spada tratta.

Secondo quanto è stato ricostruito quel giorno, dopo due ore di straordinario, sette dei meccanici licenziati, per avere il tempo di fare la doccia e di prendere il treno per il Levante, avrebbero chiesto ad un collega di timbrare per tutti. Il ferroviere che ha eseguito il «favore» è però stato colto sul fatto dal caporeparto. Di qui la denuncia e il licenziamento. I sindacati non ci stanno: «I minuti sottratti al lavoro - affermano in una nota - sono pochi e la sanzione adottata dall’azienda eccessiva». Da parte sua Trenitalia, con un comunicato ha precisato: «La grave violazione accertata rappresenta una palese rottura del rapporto di fiducia che deve necessariamente intercorrere tra datore di lavoro e dipendente», facendo osservare di avere proceduto ai licenziamenti «in conformità con il contratto e come quindi avviene in qualunque altraazienda».

L’azienda ferroviaria ha anche fornito i dati relativi ai licenziamenti avvenuti negli ultimi dodici mesi con 35 dipendenti del Gruppo Fs che sono incorsi in licenziamento «per violazioni gravi agli obblighi del contratto di lavoro. Queste decisioni - ha precisato ancora Trenitalia - si pongono nella linea del massimo rigore nei confronti di coloro che vengono meno ai principi etici e ai fondamentali doveri sanciti dal contratto. Il tutto nell’assoluto rispetto di quanti lavorano ogni giorno con impegno e serietà per il Gruppo Fs e nella piena osservanza delle norme previste a garanzia e a tutela dei lavoratori».
Insomma, a quanto pare sarebbe in corso in Trenitalia un giro di vite per rendere la vita impossibile ai furbetti del cartellino, ma anche ad imboscati e fannulloni. Sul caso di Genova, tuttavia, incombe il confronto con i sindacati che stanno già alzando le barricate.

«È stata una leggerezza, hanno sbagliato e sicuramente andavano puniti, ma il provvedimento è sproporzionato e inadeguato» ha dichiarato Fabrizio Castellani, responsabile del settore ferrovieri della Filt-Cgil. «Tra le motivazioni - ha aggiunto - non c’è il dolo o la truffa perché il fatto di aver fatto timbrare il cartellino dal collega per loro è ininfluente dal punto di vista del salario. Tra l’altro - ha concluso Castellani - alcuni di loro hanno quasi trent’anni di anzianità e due sono anche monoreddito». La Filt Cgil ha parlato apertamente di «effetto Brunetta che anche nelle Fs ha già fatto i suoi proseliti» e reso noto che i licenziamenti sono stati impugnati davanti al Tribunale del lavoro.

Sulla vicenda è intervenuto l’assessore regionale ligure alle politiche del Lavoro, con delega ai Trasporti, Enrico Vesco: «Spero che Trenitalia ci ripensi» ha detto commentando che «una generica rottura del rapporto di fiducia è motivazione debole e frettolosa. Inoltre - ha aggiunto - le officine di manutenzione rappresentano un punto di eccellenza, riducendone l’organico si inciderà negativamente sul servizio ferroviario». Prende posizione anche il segretario ligure della Filt Cisl, Mario Pino, secondo cui «i lavoratori non hanno compiuto alcuna frode, non hanno rubato, perché l’emolumento per lo straordinario è legato alla certificazione della consegna dei locomotori riparati e non all’orario riportato sul cartellino timbrato. Quindi - conclude Pino - si tratta di una grave leggerezza punibile con una sospensione e la privazione dello stipendio per alcuni giorni, non col licenziamento».

In serata Trenitalia ha precisato che sono già state avviate le procedure per rimpiazzare gli otto licenziati (anzi, ci saranno venti assunzioni) e che «nessun riflesso negativo si avrà sul servizio». Inevitabile, comunque, che sul caso Genova s’inneschi una battaglia giudiziaria anche perché, come dimostrano i reintegri decisi dai giudici per i dipendenti infedeli sorpresi a rubare nelle valigie di aeroporti o nei sacchi della posta, licenziare non è facile, specialmente negli enti pubblici.